Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 30

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Il borgo è paese costruito su di un colle di figura conica che si solleva sopra un piano inclinato, il quale a oriente confina col mare, a mezzogiorno lo chiude il Golo, a tramontana lo stagno di Chiurlino; dalla parte di ponente gli sta sopra la Serra di Stretta, che per la via di Oletta e di Olmetta comunica con la pieve del Nebbio; una volta colle e pianura ebbero fama di ferocissimi, e forse anche adesso sarebbero, ma la malaria funesta il piano; e il colle quantunque non ingiocondo pure dalla passata prosperità differisce assai. Narrano che Mario vicino al mare vi stabilisse una colonia, e sarà; ai giorni nostri non ne rimane nè anche orma; avanzano alcuni ruderi nè romani nè pagani, bensì cristiani e a quanto può giudicarsene pisani. Il luogo comparisce facile alle difese, e malgrado che trent'anni prima i Francesi ci rimanessero rotti per modo, che il conte di Boisseux, nipote del maresciallo di Villars, ne morì di dolore, eglino non trascurati o immemori statuirono tenerlo ad ogni costo. A tale effetto circondarono la sommità del Borgo con terrapieni e palizzate; e mandati a prendere a Bastia nuovi cannoni gli adattarono in varii fortini, i quali comecchè fossero fabbricati di terra e di pietra senza calcina non parevano men acconci alle offese come alle difese.

[Illustrazione: Egli venne menato in gran fretta nella cittadella di Bastia, e quindi chiuso dentro il carcere della fortezza di S. Carlo... (_Cap. VIII._)]

Pasquale Paoli, secondando il vento, che gli spirava favorevole, decise ferire un gran colpo, il quale, se non bastasse a dargli vinta la impresa, gli porgesse almeno l'adito agli accordi, o alla più triste respiro fino al nuovo anno, ricordevole di quello antico dettato, che cosa fa cosa e tempo la governa: convocati pertanto i capitani dell'arme su le alture della Stretta a consiglio, non discrepando nessuno, di comune accordo venne statuita la impresa del Borgo. Clemente chiudendo il parlamento aveva detto: qui i padri nostri cantarono ai Francesi i vespri _côrsi_ (che così ebbe nome la disfatta del Boisseux), adesso tocca a noi a dire _compieta_.

Per quanto le memorie dei tempi ci tramandarono, questo fu l'ordine; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli e Agostini dovevano investire il Borgo da ponente con cinquecento uomini; Gaffori e Gavini da levante con altri cinquecento; Clemente Paoli con Altobello, Canale e trecento, fiore di bersaglieri, su la strada del Nebbio: Antongiulio Serpentini doveva starsi con duecento alla Stretta; Pasqualini con altri duecento sul pendio di Luciana; se nonchè il Serpentini, che assai avventato uomo era, e la sua moglie Rosanna la quale non iscompagnandosi mai da lui metteva senza posa legna sul foco, visto arrivare il generale su le alture di Luciana accompagnato da Decio Cattoni e Giantommaso Arrighi, tanto seppe dire, che fu lasciato andare con gli altri a combattere il Borgo: corse giù di furia con la sua gente, e trovando come nulla anco fosse incominciato, Rosanna prese a tempestare urlando che si dovesse assalire subito subito, e che a lei, quantunque donna, bastava l'animo di mettere sottosopra le trincere francesi in meno che non si recitava un credo. — Perinotto Agostini, soldato vecchio d'inestimabile prodezza fece spallucce e replicò:

— Se le donne non furono create per dannarci, io proprio non so vedere a che altro sieno buone. State in costà, signora Rosanna; che dei denti francesi quelli che compariscono fuori non sono i più mordaci; o non sapete che dietro alle trincere hanno messo in batteria tre cannoni?

— Lo so benissimo, soggiunse la donna petulante, ed appunto per questo giudico che bisogna assalire senza indugio; se ci gingilliamo con le mani in mano usciranno i soccorsi di Bastia e ci troveremo in mezzo a due fuochi.

— Per non mettere tutta la posta sur un tratto di dadi fa mestieri che noi pure attendiamo a munirci di terrapieni, e fossati; se di assedianti diventeremo assediati, vedrete che scoppierà quella nuvola rimasta là sull'altura della Stretta, la quale se non m'ingannano gli occhi, di ora in ora s'ingrossa.

— Qui non si tratta di occhi, ma di cuore; mirate un po' come si fa.

E l'arrabbiata donna, presa una scala in ispalla, moveva ad appoggiarla ai parapetti francesi.

— Per Dio santo, gridò Perinotto, non sia mai detto che le donne prime salissero su le trincere del Borgo, e respinta Rosanna le tolse la scala, correndo poi con quella in braccio ad appoggiarla ai muri; ma non era anco giunto a mezzo cammino, che il cannone balenò, fumò, ed indi a breve una grandine di mitraglia flagellando la terra, e spingendo all'aria polvere e sassi, ricoperse il povero Perinotto.

Rosanna cacciò uno strido, e accorse per sovvenire il Perinotto immemore del pericolo a cui si esponeva. Perinotto non dava segno di vita, non gli mancarono cure chè la Rosanna gliele prodigava con ismanioso affetto, lacerata dal rimorso che ciò fosse accaduto a cagione della sua protervia; e se questa dolesse anco al marito non è da dire, perchè gli pareva meritarsi il biasimo che più di una volta aveva sentito apporsi, di lasciare troppo lenta la briglia sul collo della moglie; però vista allestita la lettiera per trasportare fuori di battaglia Perinotto, con mal piglio disse:

— Donna, seguiterete il ferito alla Stretta continuando a curarlo come ve ne corre il debito. — E siccome Rosanna disusata dall'obbedire faceva bocca da rispondere, Antongiulio infuriato riprese: — Per la Vergine! ed anche ricusi rammendare gli strappi che hai fatti; esci di qua in tua malora, o ti rimando legata a casa con le mani e co' piedi.

E non si può negare che siffatti modi sentissero poco della prelibata urbanità che sogliamo adoperare noi verso il sesso gentile; ma che farci? I Côrsi costumavano così, e non per questo amavano meno le donne loro, o n'erano riamati; anzi solenni professori di proverbii essi solevano dire: che donne, cavalli e noci vogliono le mani atroci; ma di ciò lascio giudicare a cui se ne intende.

La vasta tela che ho per mano non mi consente che io possa, come pure vorrei, esporre minutamente la storia di Perinotto. Giuseppe Mattei lo ha fatto, e se all'ottimo volere rispondeva l'ingegno, a veruno sarebbe lecito toccare questo pietoso argomento; altri se ne invoglierà perchè davvero lo merita; intanto giovi sapere come Perinotto ferito nelle tempie e per la fronte salvasse la vita, non gli occhi. Visitato dal generale al convento di Luciana, dov'egli lo aveva fatto trasportare, lo consolò con amorose parole, lo baciò più volte, e quantunque di sostanze non copioso, il Paoli gli assegnò sopra il suo patrimonio la pensione annua di trecento lire, che finchè visse e in ogni sua fortuna procurò fosse religiosamente pagata. Questo è bello, ma questo altro più tenero; egli erasi fidanzato con una zitella di Ortiporio, di nome Elisabetta, la quale, appena si fu messo in piedi, andò a visitare: arrivato davanti la casa senza mettere il piede sopra la soglia chiamò con gran voce: Elisabetta! — e quando dal rumore dei passi la riconobbe, con voce tremante aggiunse: Elisabetta, voi vi sposaste ad un illuminato ed ora sono fatto cieco, — Elisabetta, sono venuto a rendervi la vostra promessa. Ma questa santa fanciulla, rispose ingenuamente: — Perinotto mio, guardateci due volte, che ora di moglie avete bisogno troppo più di prima; tenetevi la mia promessa e sposiamoci nel nome di Dio. — E così fecero. Perinotto finchè visse, e visse molto, fu il cantore e lo storico del paese; dicono che i suoi canti avessero virtù maravigliosa di accendere gli animi, e ci credo, perchè le muse noi tutti abbiamo dentro di noi e le sortimmo da madre natura, solo che la fiamma del cuore arrivi a riverberare sul cervello, la luce del canto sgorga a rivi dalle labbra umane. I nuovi signori lo presero in sospetto e gl'imposero tacesse; ma egli si oppose allegando che dei vivi costumava non dire bene nè male, unicamente celebrare i morti; ora parergli invidia peggio che barbara impedire la lode ai defunti, ed eglino, lo ricordassero vantarsi promotori di civiltà in Corsica: si vergognarono, e lo lasciarono cantare; il giorno nel quale egli non cantò degli altri, altri cantò per lui, ma questa volta fu il _Miserere_.

Il signor Ludre, vista la mala parata, mandò messi sopra messi a Bastia, affinchè si affrettassero a soccorrerlo, avvisando il marchese di Chauvelin trovarsi minacciato dai mali del blocco e da quelli dello assedio, i primi però più terribili degli altri essendo stremo di viveri e mancando di modo per provvederne, quantunque anche i secondi dessero a pensare, considerando come i Côrsi attendessero a munirsi di opere quali avrebbono potuto condurre i più esperti ingegneri.

Il marchese de Chauvelin dopo gli ultimi fatti considerava la guerra e il paese diversi da quelli che a prima giunta gli era parso vedere; e come nelle nature eccessive lo sgomento corrisponde alla esaltazione e la supera, così ora scriveva in Francia lettere su lettere non bastargli i sette reggimenti, le legioni Soubise e reale, gli artiglieri e i micheletti, che prima lo avevano accompagnato in Corsica; volerci bene altre forze per resistere al clima pestilenziale e allo strazio della continua persecuzione per greppi e per bricche di un nemico che non si incontrava mai, comecchè vi molestasse sempre da ogni lato. Questo non era, dacchè il nemico egli avesse incontrato più sovente che non desiderasse, ma gli parve più bello confessarsi vinto dalle gambe che dalle braccia del nemico. Luigi XV, che teneva in delizia questo marchese, provvide gli spedissero da Tolone otto nuovi battaglioni i quali arrivarono a Calvi e a S. Fiorenzo sopra 38 navi scortate da 3 fregate e da due sciabecchi; in questa bisogna si affaticò con tutti i nervi anche il ministro Choiseul, dacchè avendo fatto strombettare sopra la _Gazzetta di Francia_ le prime vittorie francesi, ebbe a patire la umiliazione di leggere nella più parte dei diarii europei le allegrie che si menavano per le sconfitte in ultimo rilevate. Però il querulo generale non si rimase per questo e continuò a ragguagliare la corte, come quello che Seneca aveva scritto intorno alla Corsica non raggiungesse il quarto del vero: terra sterile, aria maligna, popoli salvatichi e posseduti dal diavolo della cupidità; non basterebbero 200 milioni a ridurla in termini comportabili; non avere commesso peccati tali da meritarsi lo inferno; ad ogni modo non essere anco morto per andarci. Queste ed altre cose egli mandava scrivendo a tutti, massimo al suo fratello abate, gobbo irrequieto e procacciante, il quale metteva a screditare la impresa côrsa e far sì che il fratello si richiamasse quel medesimo ardore col quale perseguitò in Francia la compagnia dei gesuiti: nondimanco il marchese di Chauvelin avrebbe dato, sto per dire, un occhio, per provare che se consigliava a smettere la conquista della Corsica non era per mancanza di virtù, bensì proprio perchè la carne non valeva il giunco: però accolse con inestimabile contento il destro di combattere i côrsi col peso di tutte le sue forze vicino a Bastia, donde potevano ricavarsi sicuramente a mano a mano rinforzi, caso mai pigliasse mala piega la faccenda: onde ristrettosi col conte di Marbeuf in breve rimasero d'accordo sul da farsi; tra le altre provvidenze spedirono ad avvisare il marchese di Grandmaison, il quale stanziava grosso ad Oletta, che per tragetti, senza che persona lo subodorasse, dal Nebbio si trasferisse in Marana, percotendo improvviso i Côrsi ai fianchi e nelle spalle. Messi in ordine i soldati e le munizioni partirono da Bastia sicuri di vincere; e menavano seimila soldati, tra i quali tutti i granatieri; quei di Ludre, come fu detto non sommavano a meno di 1500; altri 1500 tenevano per certo gli avrebbe condotti il Narbona, e così in tutto 9000, più che bastevoli, considerato il numero, la perizia e la qualità delle armi, a sgarare la puntaglia.

Arrivati su i luoghi a mente tranquilla reputarono prudente, ed era, levare su alcuni ripari di terra e quindi bersagliare i Côrsi tanto, che questi difettando di cartocci cessassero i tiri, dando campo ai granatieri avanzarsi a man salva, ma i Côrsi si accorsero presto dalla malizia e si rimasero dallo sparare. Allora i granatieri francesi trascinati dall'èmpito ed anco dalla necessità proruppero fuori alla scoperta, e s'ingaggiò battaglia; la vera scarmigliata battaglia piena di urli, di minacce, di gemiti e di morti. Le case côrse avevano preso tutte sembianze della chimera favolosa, la quale vomitava fuoco da ogni spiraglio della sua faccia: piovevano le palle come grandine, nè i Francesi potevano andare capaci per qual ingegno i Côrsi mantenessero cotesto fuoco non interrotto mai, quasi gli schioppi contenessero venti o trenta cariche. Ma quello che ai Francesi appariva miracoloso era naturale pei Côrsi; imperciocchè le donne di casa così giovincelle come vecchie quasi decrepite, e i ragazzi di sette ed otto anni (quei di dieci sparavano) dietro ai parenti caricavano gli schioppi e li porgevano a chi aveva tratto. Tra la moltitudine dei gesti degni di storia non fia grave udire quello di Orso Lusi vecchio ormai giunto alla tarda età che chiamiamo decrepitezza; costui fu del pari valente agricoltore e soldato; fra gli altri pregi ricordarsi essere stato il primo che nella sua pieve di Biguglia coltivasse la saggina. Da parecchi mesi egli stava seduto sopra un seggiolone a braccioli, donde non si moveva che a stento ed aiutato; appena udì lo strepito della moschetteria quasi per miracolo si levò in piedi, e disse: lo schioppo! — Il quale avuto egli si fece a canto di una finestra per trarre; dallo altro si mise il suo minore nipote e per un pezzo attesero alle loro faccende, però il nipote considerando che il vecchio per debolezza della vista impiegava troppo tempo a pigliare la mira, e con molto pericolo rimaneva scoperto oltre il dovere gli disse: — Caccaro, per la Immacolata Vergine vi supplico ritiratevi di qua; aveva appena finite le parole, che il vecchio cacciò fuori un singhiozzo e il nipote lo vide barcollare e subito dopo spumargli la bocca di un licore sanguigno; represse l'angoscia il forte giovane, e gittategli pronto le braccia a mezza vita perchè non cascasse gridò ad alta voce: — no, Caccaro, no: bisogna assolutamente, che vi togliate di qua: e sollevatolo lo trasportava; a coloro che li dimandarono che cosa facesse rispose: qui il Caccaro è troppo esposto, vado metterlo nello abbaino dove meno osservato aggiusterà i tiri a comodo. La confusione orribile in cui si versavano tutti non permise che badassero troppo a quello ch'ei facesse o dicesse, e il giovane portato il nonno nella sua stanza lo depose sul letto, gli chiuse gli occhi, lo baciò e poi asciugandosi col rovescio delle mani il pianto susurrò: — Caccaro! dormi in pace, io vado a vendicarti. Gli altri parenti seppero cotesto loro antico congiunto morto a un tempo e vendicato e questo ne rattemprò alquanto l'angoscia.

I Francesi chiusi col Ludre adesso conoscono che se si vogliono liberare, importa mettersi allo sbaraglio per congiungersi a quei di fuori; la quale cosa se venisse loro fatto di conseguire poteva senza dubbio dirsi vinta la prova; parte comandati e parte volontari, un cento irruppe fuori dei ripari per fare impeto da un lato in quelle case, le quali dall'altro in quel momento stesso assaltavano i granatieri; i Côrsi che videro cotesto tentativo lo giudicarono, se fosse riuscito, tale da saldare ogni conto; onde passandosi voce da una casa all'altra per via delle finestre o dei pertugi praticati nei muri laterali, stabilirono adoperare gli sforzi supremi per mandarlo a vuoto: in effetto quando se lo aspettavano meno, dopo una scarica universale, si apersero violentemente gli usci di parecchie case e ne rovinò fuori una torma di gente che con le pistole incarcate in ambedue le mani e lo stiletto ignudo fra i denti, si avventò balenando, e trasse così di concerto che fu inteso un colpo solo; i nemici stramazzarono in un mucchio alla rinfusa chi morto, chi ferito, chi sano, ma strascinato dagli altri; i Côrsi, gittate vie le pistole, impugnarono il coltello e giù di botto su cotesta massa di carne menando colpi disperati. I Francesi rimasti dentro i ripari presi da terrore e paurosi di sfolgorare i compagni in quella zuffa mescolata stettero inerti e i Côrsi approfittandosi dello sbigottimento saltano indietro e si rinchiudono in casa; di loro pochi ne rimase feriti: nessuno morto; dei Francesi (incredibile a dirsi se i ricordi de' tempi non lo accertassero senza screzio fra loro), soli sedici sopravvissero ed anco malconci, gli altri ottantaquattro giacquero spenti; miseranda strage, operata in un attimo, come dal fulmine di Dio.

I granatieri i quali dall'altra parte del caseggiato avevano bensì inteso il grido di baldoria dei compagni, ma non vista la fine, instavano più fermi che mai per aprirsi il varco; gittarono da prima le granate a mano, le quali cagionarono strepito molto non danno; poi o muniti di scale o armati di scuri si affrettarono a salire per le muraglie e a spezzare le porte; spingendosi innanzi con la veemenza che fa quasi sempre invincibile l'assalto francese, erano giunti sotto le feritorie dei Côrsi, ai quali ormai di poca utilità riusciva lo schioppo; ma allora posero mano a nuova maniera di difese, che giù dai pertugi incominciarono a piovere acqua ed olio bollenti. Se riuscissero atroci coteste scottature, pensatelo voi, e nondimeno quei bizzarri cervelli ne celiavano: — e largo, dicevano ai compagni, largo che i Côrsi pigliano i gatti a pelare. — Subito dopo il sole rimase oscurato da un nugolo di masserizie domestiche; talune, a vero dire, incapaci a recare grave danno, altre poi lo portavano gravissimo, come conche, catini, mortai di pietra ed altri siffatti; ed anco qui la giocondità francese trovò ad incastrarci la sua, che l'uno all'altro diceva: — tè questa mestola, camerata, e' sanno che tu ti sei fatto sposo e vogliono aiutarti a drizzare su casa. — Un uffiziale ebbe il capo malamente rotto da una culla, e nel sovvenirlo il suo compagno tra serio e faceto gli diceva: — in fè di Dio, non si è mai visto peggio; anche Golia rimase vinto da un bambino e pazienza! ma da una culla senza nè manco bambino riesce dura a trangugiarla. — In questa rovinando una madia fracassa la spalla al motteggiatore e l'altro comecchè con la faccia piena di sangue ridendo rispondeva: chi avrebbe creduto che la morte stesse a pigione nel luogo dove si fa il pane? — Ma piangendo e ridendo si muore del pari, e intanto per le mirabili difese non si poteva spuntare. Il Marbeuf sputava fuoco, allo Chauvelin pareva di sognare; però ambedue ordinate nuove colonne di attacco le sguinzagliavano contro le combattute mura; già si sa, agli assalti la faccenda cammina diversa che a mensa dove si salutano beati i primi: a quell'ora dovevano avere votata la casa di arnesi e logori l'acqua e l'olio, sicchè era a sperarsi avventuroso il nuovo sforzo; pertanto si spinsero cantando e schernendo; tacevano i moschetti con augurio felice; le scale appoggiano, salgono, le braccia stendono, già le mani toccano i davanzali delle finestre, quando giù dai tetti rovinano camini, lavagne e pietre con le quali le difendono dagl'impeti del vento; nè questo solo, che seguitarono travi, travicelli e brani di muro. Sarebbe sazievole del pari che tetro narrare il vario e nondimanco sempre terribile spettacolo delle morti infinite: fuori delle macerie qua sbucava una mano sola, là un capo; di ossa e viscere schizzate, infame il terreno, la strada fatta lago di sangue; indietreggiavano i Francesi, e tuttavolta non ismentivano l'indole festosa, chè ci fu tale che disse: — eh! chi l'avrebbe creduto? mentre io vedendo i casamenti levarsi il cappello m'ingannava volessero salutarci per signori e padroni.

Il conte di Narbona Fritzlar arrovellava come un mastino vinto, e non ci volle manco del comando espresso del marchese di Chauvelin perchè ristasse dallo avventurare un nuovo assalto; sicuramente i granatieri avrebbero obbedito, ma stanchi ed anco sgomenti egli era come cimentarli a morte certa; quasi per tacito consenso delle parti combattenti furono sospese le ostilità verso il mezzogiorno.

Il Grandmaison ricevuto il comando ad Oletta, conobbe come senza molto accorgimento non lo avrebbe potuto mandare ad esecuzione, imperciocchè gli Olettesi meno che offenderlo con la forza (che questo per essere tenuti in rispetto dai suoi soldati non potevano), con ogni altra maniera cercavano farlo capitare male; nascosti pertanto messaggio e messaggiero, dette lingua volere andare a mantenere in devozione il Capocorso; per ultimo quando trasse i soldati dai quartieri bandì ad alta voce che voleva menarli ad esercitarsi nei dintorni; maggiore astuzia non gli avrebbe giovato, ma le troppe precauzioni gli nocquero. Ora dopo avere menato i soldati per buon tratto di via verso Barbaggio, il Grandmaison comandando si voltassero dalla parte di Rutali li pose dentro certe macchie che rasentavano il torrente, che sbocca allo stagno di Chiurlino; da principio le cose camminarono d'incanto; però via via che s'inoltravano la macchia si faceva più spessa, i sentieri più rotti: onde a fatica potevano andare innanzi: il Grandmaison sicuramente non si aspettava incontrare destri cammini; pure trovandoli adesso così scellerati non si poteva rimanere da borbottare: s'intende acqua ma non tempesta! Potevano avere trascorso una diecina di miglia, ed omai procedevano con lena affannata, tutti molli di sudore e co' piedi indolenziti, allorchè il capitano giudicò necessario si riposassero alquanto: non è a domandarsi se se lo facessero dire due volte; ridotte le armi in fasci chi qua chi là giacque sul terreno quale per riposarsi e quale per ripigliare conforto di cibo e di bevanda.

Davvero non fu carità sturbare cotesto riposo, e nondimanco i Côrsi lo disturbarono, e di che tinta! Da prima s'intese uno scoppio lontano e un sibilo vicino; poi dieci, poi cento; assursero i soldati ed imbracciate le armi attesero gli ordini dei capi: non era facile darli nè eseguirli; le angustie dei luoghi; e i colli dirotti non presentavano campo a verun provvedimento di milizia; penetrare nelle macchie peggio, tirare contro le frasche inutile; il nemico sentivano da per tutto e non lo trovavano in verun luogo: in breve l'uragano imperversò nella sua furia; ogni foglia di sul capo sgocciolava una palla, disotto ogni sasso avventava una palla, palle vomitavano i cespugli da ogni lato, insomma non un cerchio bensì una sfera di fuoco e di piombo li circondava; e questo accadeva perchè i Côrsi si appollaiavano su gli arbori come scoiattoli, dietro le macchie o dietro i sassi si rannicchiavano come vipere.

Clemente Paoli capitanava questa imboscata, e davvero in male branche erano capitati i Francesi: costui appiattato dietro una sughera in compagnia di Altobello non mandava colpo se prima non si accertava del fatto suo; ora accennando al compagno con la canna del moschetto un giovine uffiziale: — peccato! disse, cotesto sembra un prestante giovane; oh! quanto orgoglio ne deve avere cavato sua madre; oh! quanto dolore sta per recarle; me chi gli ha detto di cacciarsi qua dentro? _Requiem æternam dona eis Domine_ — scattò il grilletto, e il giovane stramazzò giù a capitomboli sul terreno; Clemente col medesimo suono di voce continua: — _et lux perpetua luceat ei._