Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 3

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— Bene, così farò, — disse il signor Boswell; poi tacque un pezzo, chè stava fra due, e la perplessità lo rendeva impacciato: da un canto pensava andarsene senza altre parole, ma poi non profferire il nolo di passaggio gli sembrava cosa da lesina; per ultimo temeva che l'offerta non adontasse cotesta gente superba. Stretto dal nodo, ricorse ad un partito medio: introdusse l'indice e il pollice della destra nella tasca del farsetto, intanto che con gli occhi sbirciava i volti, parato, secondo che scopriva la marina, a compire l'atto cavando la borsa ovvero la scatola, la scatola, urna per lui di tutte le buone ispirazioni, alla rovescia di quella di Pandora, piena zeppa di mali; la borsa, àncora di ogni tempesta, caduceo di amicizia, scudo superiore a quello di Astolfo contro qualunque pericolo. Di ciò accortosi il signor Giacomini, per levarlo di pena, gli disse:

— Ho capito: non vi garba avere obbligo con noi altri povera gente; voi volete pagare il vostro nolo... gli è vero?

— Veramente io credeva disdicevole...

— Chi disse inglese, disse superbo...

— Veramente io voleva...

— No, signore, voi non dovevate credere e non dovevate volere: anch'io, sapete, sono superbo, e tutti noi Côrsi siamo: non perduti affatto quei popoli ai quali nella miseria loro avanza la superbia! Se per virtù propria la non si può tenere, abbila per un barbacane che impedisce l'anima dal rovinare nel pantano dell'abiezione. Se Lucifero, oltre questo, non possedeva altro peccato, era più facile diventasse papa che diavolo. Orsù volete pagare, pagate. Ecco qua, questi sono dispacci: il più piccolo consegnerete o farete consegnare al signor Francesco Maria Niccolaio Giacomini, mio nipote a Centuri; quest'altro più grande importa che lo ricapitiate irremissibilmente nelle mani del Generale a corte o a Rostino nella casa paterna della Stretta, ovvero in Pastoreccia nella casa materna; insomma dove si troverà. Io contava mandarci un mio fidato a posta, e, stillando il quattrino, le sue cento lire mi andavano via: ora il passaggio ne costa quaranta; dunque vi rivengono sessanta lire.

E alzata la tavola del banco, pigliava da una ciotola nove scudi e, contatili, diceva: — Eccovi il resto, ed avrò fatto un buon affare.

— Oh! — esclamava il Boswell, e, presa la scatola, offeriva sporgendola, una presa di tabacco per via di preliminare di pace; indi soggiungeva: — Bando dunque al dare e allo avere. Potrò io procurarmi la contentezza di vedervi un'altra volta?

— Voi ed io stiamo per partire: voi per la Corsica, io per la eternità. Perchè farei l'ora della separazione grave di un sospiro da vantaggio? Noi non ci abbiamo a rivedere più.

— Nel mondo forse, ma là, — riprese il Boswell alzando il dito — ma là porto ferma fiducia che noi ci rivedremo: perchè voi, in grazia dello infinito amore che professate alla patria, vi siete guadagnato di certo la salute eterna; rispetto a me, mi sono ingegnato e m'ingegnerò a non demeritarla.

— Così piaccia al Signore!

CAPITOLO III.

La partenza

Nella notte di quel medesimo giorno, mentre il signor Boswell stava leggendo la Bibbia, udì pianamente aprire l'uscio della sua camera e vide entrare l'uomo dal colore castagno col suo cane rossigno dietro le gambe: costui si piantò in mezzo della stanza senza far motto. Il Boswell, che aveva ammannito la valigia, gliela indicò; e quegli, recatasela su le spalle, si volse per partire non profferendo parola o accennando a saluto. Riavuto dallo stupore, il Boswell, toltosi prestamente uno scudo di tasca, corse dietro al Côrso, gli mise la mano sul braccio manco e glielo offrì. A cotesto atto gli occhi del Côrso balenarono come stiletto cavato dal fodero; sollevò con impeto la spalla quasi volesse buttare la valigia addosso al signor Giacomo: subito dopo un nuovo pensiero parve sopraggiunto a temperare l'acerbezza del primo, imperciocchè ripigliasse il cammino senza interrompere la sua taciturnità.

Ci vorrà giudizio per governarmi con questa razza di gente, pensò Boswell, e si pose da capo a leggere la Bibbia, allorchè, quando se lo aspettava meno, si vide riapparire l'uomo colore castagno dinanzi e con voce strozzata dirgli:

— Avvertite, signore Inglese, ch'io non sono un _camallo_;[4] con Santi Giacomini siamo cugini in _terza_. Ho voluto assicurarvi del mio perdono, perchè ho pensato che, come forestiero, non vi corre punto l'obbligo di conoscere le nostre usanze.

E voltate le spalle uscì fuori.

— Bene! — esclamò il signor Giacomo — tutto bene! Come, tutto bene? Certamente questo detestabile odore di erba côrsa che sempre mastica costui, non è bene.

Ed aperse le finestre per mutare aria alle camere. Ciò fatto, si assettò allo scrittoio, ne trasse una carta, dentro la quale c'involse con molta diligenza lo scudo e ci scrisse sopra: «Oggi 27 aprile... sono stato perdonato da un Côrso per avergli voluto donare questo scudo;» e sotto: «_et olim meminisse iuvabit;_» poi lo ripose dentro una tasca insieme con altri ricordi dei casi più notabili della sua vita, arnesi strumentali della sua filosofia.

Dopo tre giorni, mentr'egli verso le ore ventitrè s'incammina adagio adagio, secondo il solito, per la via grande verso la porta Colonnella, o piuttosto _Coronella_, come pare che si abbia più veramente a dire,[5] occorre in gente affollata davanti alla porta del banco del signor Giacomini. Allora egli prese ad affrettare il passo senza che paresse fatto suo, sicchè presto venne su la faccia del luogo. Di vero vi si trovava stipata una folla di preti, di frati, e croci, e lampioni, e gente incappata col cappuccio su gli occhi, insomma tutti gli attrezzi messi in opera nei riti cattolici quando portano via il morto di cui l'erede può pagare le spese. Il cugino in _terza_, col suo invariabile vestito di colore castagno e il cane appresso, teneva su le braccia da un lato un grosso fascio di torce pei preti, dall'altro uno dei moccoli per la compagnia: intorno al cugino bisticciavansi e preti e frati a cagione delle torce; i francescani contendevano le grosse di libbra ai domenicani, ma i francescani, che superavano in numero e, più che nel numero, in isfrontatezza, la sgararono: poi il curato di sant'Antonio pretendeva la candela più grossa perchè il morto era fratello della confraternita; ma gli contrastava quello di san Sebastiano per essere stato il parrocchiano anima della sua cura. Intanto i ragazzi, approfittandosi dello impaccio del cugino, tiravano giù dal fondo del fascio i moccoli, e presili, scappavano: chi rideva, chi brontolava, il cane ringhiava. Intanto i preti e i frati, con quella decenza che ha fatto dire la sfacciataggine nata in sagrestia e allattata in convento, continuavano a litigare. Per ultimo il cugino usci da' gangheri e proruppe:

— Giuro alla Immacolata che, se non vi chetate, vi rompo le torce sopra la cherica!

[Illustrazione: Il vetturino seduto alla peggio su le stanghe del calesse, ricevendo uno sbuffo di acqua piovana, toccava il cavallo perchè accelerasse il passo. (_pag. 5_)]

Allora quietaronsi, ed anco a indurli al silenzio valse uno stropiccìo di piedi di gente che cammini aggruppata a disagio, la quale moveva giù dalle scale. Per siffatto rumore parecchie esclamazioni escono dal capannello della gente affollata che dicono: «Eccolo! eccolo!...» Di vero, indi a breve comparisce una cassa portata giù da quattro uomini incappati, che la reggono mercè maniglie di fune infilate dentro ai fori laterali. E poichè la cassa manca di coperchio, che porta dietro un quinto incappato, è concesso contemplare così di volo la effigie del morto. Ecco la folla accalcarcisi intorno per appagare la spietata curiosità; le donne, come suole, più smaniose degli altri, si avventano co' bambini in collo non badando che in mezzo a quel trambusto le loro creature potevano rimanere storpie, forse anche infrante. Il signor Boswell, sentendosi a posta sua limare dalla curiosità, si mette in punta di piedi, ma non venne a capo di nulla; perocchè, appena egli ebbe scorte due mani composte in croce e legate di un nastro nero, ecco precipitare giù il coperchio, che sottrae il cadavere agli sguardi disonesti, e subito dopo si sente il picchio del martello che presto presto lo conficca, e si vede spiegarvisi sopra il tappeto e metterci il guanciale di velluto nero a frange, nappe e ricami di oro, un Cristo d'argento in mezzo, e intorno al Cristo una ghirlanda di fiori in simbolo che il signor Giacomini era morto in istato di presunta verginità. Ciò fatto, ecco difilare la mandra dei preti e dei frati belando e mugghiando. Al cane rossigno sembrando che tra tante voci poco umane potesse starci anche la sua, prese a guaire, ma, tocca una pedata delle solenni, si tacque; e sì che tra tante finte e pagate la sua era lamentazione sincera e gratuita, ma non gli valse: giustizia umana!

Un incappato, passando vicino al signor Boswell attonito da cotesto spettacolo tra sozzo e grottesco, gli susurrò dentro all'orecchio:

— Presto al Molo!

Il signor Giacomo, ripresa la flemma consueta, continuò il suo cammino, ormai chiarito che il morto non potesse essere altri fuori dell'uomo, col quale aveva alternato ieri ragionamenti d'ira, di grandezza e di speranza: e con molta amaritudine andava considerando il mistero che pare condanni un'anima, potente d'impeto e copiosa di concetti, alla catena di un corpo cascante a pezzi, arpa con corde rotte in mano ad un angiolo. Nè questo è il peggio, chè lo inferno vero prova quaggiù la creatura compita, l'anima sana nel corpo sano, balestrata in mezzo alla turpitudine di una gente prava che non conosce vergogna, o, se la conosce, s'industria a lavorarla in foglie di alloro per inghirlandarsene il capo; gente che giace traverso al tempo come le macerie di Palmira pel deserto, ingombro alla via e testimonianza di una vita che non può essere revocata mai più. Guai ai venuti tardi! Almeno Arnaldo e l'Huss e Girolamo da Praga dal sommo dei roghi consideravano le loro ceneri seme fecondo della nuova dottrina, e prendevano conforto dell'essere venuti troppo presto; ma guai, ripeto, a coloro che vennero troppo tardi!

Mentre così il Boswell si sprofonda di pensiero in pensiero, si sente cingere a mezza vita, sollevare in aria, e prima che possa riaversi dalla maraviglia, si vede trasportato sopra la coperta di un legno in procinto di salpare dal porto.

La mezza galera del capitano Angiolo Franceschi, liberata dagli ormeggi di prua e dalla mano di ferro che la teneva ferma nel fondo del mare, abbassò il rostro svelta e graziosa, come l'uccello che, aperte le ali, vola, si mise a vele spante a sfiorare lieve lieve il piano delle acque. Non fregio, non cintura dipinta di bianco o di vermiglio sotto le paratìe, la rendevano cospicua, bensì appariva di un colore tutta, e questo era nero; ma per gramaglia non iscema bellezza, all'opposto innamora così che la gente prega Dio non la faccia mai lieta. Insomma la mezza galera di capitano Angiolo, comecchè vestita a bruno, portava il vanto su quante navi stavano in quel momento ancorate nel porto di Livorno.

Il signor Giacomo, fermo accanto alla ruota del timone, guarda scomparirgli davanti gli occhi l'anfiteatro dei monti che dal mare si distende fin su l'alpe di S. Pellegrino e il Marzocco, torre marmorea testimone della magnificenza della repubblica fiorentina, e i colli di Montenero. Gli balenò per un momento alla vista la villa del Paradiso a mezza costa sopra l'Antignano, dove il povero Smollet cessò alle muse e alla vita; e tempestando sempre la mezza galera a golfo lanciato appariscono e spariscono, quasi fantasime per la bruna della sera, la torre del Romito, Castelnuovo, Rosignano con gli altri castelli montanini della Maremma. Maravigliando della stupenda celerità e tuttavia sentendosi disposto a meste considerazioni, il signor Boswell disse: — Ecco, l'uomo è cosa che passa sopra cosa che passa, — forse raffigurando le generazioni umane in un uomo solo, e il mondo nave sopra la quale egli si fosse imbarcato per arrivare, traverso il fiume del tempo, al mare magno della eternità. Ci hanno di parecchi tra noi a cui immagini siffatte fastidiscono, ma ci vuole pazienza. Ogni popolo possiede un garbo proprio per concepire e per dichiarare il concetto: gl'Inglesi serbano il loro e ci tengono; essi non baratterebbero il Byron coll'abate Frugoni, nè Shakspeare coll'abate Pietro Metastasio, nè anche dando l'abate Bettinelli per giunta: avranno torto, ma la intendono così.

Quasi dall'alto scendesse una ispirazione a conforto del signor Boswell, gli venne fatto di voltare gli occhi in su e vedere la bandiera côrsa con la immacolata Concezione, e, sopra le stelle che le incoronavano il capo, le lettere che dicevano: _Libertà_. La bandiera, quasi avesse senso di alterezza, si avviluppava, distendevasi scoppiettando; nè meno sembrava esultante la brezza vespertina di drappellarla insaziabilmente pel cielo ausonio. Di vero, o signori, in quale altra parte di mondo il santo vessillo della libertà sarebbe meglio venuto di qui? Qui, dove libero è tutto l'acqua, il vento e il cielo non sanno che sia tirannide di uomo: per poco ch'eglino si commovano, lo ricacciano cadavere su i lembi della terra: colà pianga o faccia piangere, ma mora e infracidi.

Il signor Giacomo, levata la destra in atto di auspicare alla bandiera, esclamò:

— Dio ti salvi!

— E la salverà; e quando nel suo giudizio fosse sortita a cascare, le bandiere cascate nel sangue risorgono.

Il signor Boswell, voltatosi per guardare da cui coteste parole movessero, conobbe uno dei giovani, ai quali lo aveva raccomandato il signor Giacomini.

— Dunque quel povero galantuomo è morto eh? — tosto gli dimandò; e l'altro:

— Poveri siamo noi che perdemmo un cuore senza pari nel mondo, quanto a morte non è così; gli uomini come lui vivono finchè le rupi della sua isola non subbissino in mare.

— Bene.... però....

Qui il signor Giacomo venne interrotto dalla vista di un frate, il quale sbucò fuori dal boccaporto, e dopo il primo un secondo e dietro un terzo, un quarto, un quinto da mettere i brividi addosso all'onesto inglese, filosofo in tutte le cinque parti del mondo, in casa sua anglicano riformato a tre peli. Per la quale cosa, facendo girare tra l'indice e il pollice la sua tabacchiera più veloce delle vele di un molino a vento, scorrucciato interrogava:

— E adesso come ci entrano cotesti frati? O che cosa vengono a fare costoro?

— Vengono a pregare Dio.

— E se ne aveano voglia non lo potevano pregare così giù come su? Oh sentiamo anco questa, via! Dio sente meglio di sopra che disotto coverta?

— Non è così, ma sotto la volta del cielo, al chiarore delle stelle che una dopo l'altra balenano pel firmamento, come se rispondessero a Dio che le chiama per nome, pare a noi di trovarci più vicini alle orecchie del Creatore.

— Bene: ma allora e perchè presumete imprigionare lo spirito eterno dentro le chiese? Io non vi capisco: avete forse una maniera di adorare Dio sopra il mare ed un'altra sopra la terra?

— Signore, piacciavi ricordare che gl'Italiani fabbricarono in Roma S. Pietro, gl'Inglesi hanno costruito a Londra S. Paolo; per tutti i figliuoli di Adamo si leva il sole e poi casca la notte.

— Bene: però voi dovete convenire meco che la preghiera parlata è cosa assurda; anzi pure oltraggio espresso alla divinità: imperocchè Dio veda i nostri pensieri prima che di embrione si facciano idea, ed oda il senso del cuore prima che diventi palpito. Levate gli occhi al cielo e basta. Dio vi penetra nel midollo delle ossa e vi giudica. Dio conosce i vostri bisogni, e, se crede che si abbiano a soddisfare, li soddisferà. Che ne sapete voi? Come potete comprendere gli arcani della natura? Forse domanderete mattoni, e vi farà mestieri calcina. Perchè tribolare con la favella, arnese manco, i concetti che riboccano infiniti dallo spirito dell'uomo? Lasciate spandere libere le acque della anima, costringete in canali quelle sole che irrigano gli orti vostri.

— Sentite! — l'altro rispose.

_Ave, Maria_, incominciarono a cantare i frati in suono grave; il quale però, temperato dall'ampiezza dello spazio e dallo strepito delle acque, percoteva dolcissimo: quando il Boswell se lo aspettava meno, ecco a cotesto canto accordarsi l'accompagnatura di uno strumento, che gli parve arpa, ed era cetra: fra tanti guai, dono dei Mori ai Côrsi, e non senza consiglio, imperciocchè Dio concedesse ai mortali arche supreme di salute in ogni diluvio di acque o di tirannide sopra la terra: musica e poesia.

Se lo squillo della campana, che piange il giorno che si muore, stringe l'anima al nuovo pellegrino, ora che cosa non potranno mai corde di cetera e voce di uomo? Le preci, trasportate da venti lontano su le acque, empiono lo spazio di echi infiniti, i quali da tutti i lati ripercossi ti pungono con tale un'acre voluttà, che ti rimescola, e pure non vorresti cessata; conciossiachè gli echi dall'alto pàianti messaggi celesti, che ti annunzino le tue preghiere avere trovato grazia al cospetto di Dio; i sottani, che i tuoi morti le hanno intese e ringrazianti; i circostanti, che i tuoi vivi in quella medesima ora pensano a te e prece con prece ricambiano.

— Tanto è, — esclamò, come suo malgrado, il Boswell dando un colpo maiuscolo sopra la tabacchiera — tanto è: tutte le strade menano a Corinto. — E aggiunse poi, levando lento gli occhi dal confine del mare al punto culminante del cielo: — Da tutti i lati, quando hai la fede per viatico, e l'amore ti accompagna, si arriva lassù.

Compite le preghiere, un frate passò vicino al Boswell e gli disse:

— Il Signore vi benedica.

Il Boswell non rispose, anzi in atto mezzo acerbo gli si voltò di costa quasi invitandolo a passare oltre. Il frate sostò un momento ed aggrottò le ciglia, ma subito dopo placido riprese:

— Signore, la benedizione di un povero vecchio non ha mai fatto male ad alcuno: pigliatela; il servo di Dio non ha altro da darvi.

Uno scrittore elegante del nostro idioma accozzò per gioco le parole _amabile fierezza e terribile dolcezza_; questo accoppiamento si verificava nel frate di capello bianco più che neve, e dai soppraccigli folti e neri quanto penna di corvo.[6]

CAPITOLO IV.

Il Frate

— Codesto vostro frate mi ha sconbussolato il cervello, — disse il Boswell.

— Io credo che, se lo conosceste, voi gli vorreste bene.

— E chi è costui?

— Gli è un uomo uscito di galera.

— Oh!

— E appunto per questo voi lo ricevereste come padre.

— Ohibò!

— Vi contentate ch'io mi provi a farvelo riverire ed amare?

— Provate.

— Voi avete dunque a sapere come codesto frate si chiami padre Bernardino da Casacconi ed è francescano, d'ingegno certo minore all'Analdo, al Savonarola, al Campanella, al Sarpi e agli altri terribili frati usciti fuori dal seno d'Italia; però d'anima pari e, forse senza dubbio, superiore nella costanza operosa, impiegata in benefizio della patria. Voi lo riputereste giovane, e così veramente apparisce tanto per lo intelletto fresco, quanto per lo irrequieto agitarsi: però la massima parte degli uomini agli anni suoi raggiunsero i loro padri nel sepolcro, o si chiamano decrepiti. Mezzo secolo addietro egli si aggirava per le pievi dell'isola predicando pace, e stornati i ferri omicidi dal petto dei Côrsi, gli appuntava concordi in quelli dell'abborrito dominatore.

— Bene! Onesto frate in verità!

— All'ultimo cadde nelle mani del nemico, il quale lo trasse a vituperio in Bastia dove gli ordinò ritrattarsi: la quale cosa ricusando il degno frate di fare, ebbero cuore di esporlo alla gogna, e il boia accanto. Innanzi di sbigottirsi, sentite un po' che cosa mi va a pescare padre Bernardino. Aspetta che tutto il paese gli si affolli d'intorno, perchè (mi rincresce dovervelo dire, ma la riputazione del paese vuole che voi lo sappiate) Bastia di faccia alla rimanente Corsica rappresenta la piaga su le ginocchia di san Rocco...

— E san Rocco ch'è?

— Oh! non ve l'ho già detto? Egli era santo e per di più pellegrinava sempre.

— Ed aveva le piaghe alle gambe?

— Ed aveva piaghe alle gambe.

— Bene: ma allora doveva smettere di camminare, e fermarsi in casa a guarire. Sapete che avete di santi curiosi voi altri?

— Può darsi: ma quando saremo arrivati a casa, intendo in Corsica, io vi supplico ad astenervi da simili considerazioni; o se non potete astenervene, tenetevele in corpo.

— Così farò: adesso tiriamo innanzi col frate.

— Quando vide i Bastiesi gremiti intorno alla berlina, ecco il frate scotere arrabbiato il capo, e con voce di bombarda rimproverarli di viltà e disamore per la patria, ributtare loro in faccia la virtù dei padri, chiarirli che a cotesto modo tirando avanti, Dio non gli avrebbe voluti e il diavolo rifiutati: poi, dopo il diluvio, l'arco baleno di tanto dolci e mansuete parole che già co' singhiozzi e co' fremiti la gente cominciava a dare certissimi segni di vicina tempesta: onde e' fu mestieri levarlo di su la gogna, diventata cattedra di libertà, e ricondurlo in trionfo alla prigione, dalla quale lo avevano cavato fuora per buttarlo in balìa della infamia.

— Ed ora come si trovi qui?

— Volete che io glielo domandi?

— Dacchè parmi entrare nel paese degl'incanti, fate. Il giovane andò con presti passi alla volta del frate, che, fattasi notte buia, ormai si disponeva a rientrare sotto coperta, e, presagli la mano, disse:

— Padre Bernardino, prima di andarvene non mi permetterete ch'io vi baci la mano?

— Quale siete voi?

— Uno che da zittello ve la baciò delle volte più di mille.

— Figliuolo, non ti riconosco; e per la faccia, sebbene gli occhi non mi dicano più il vero, pazienza! chè fa buio; ma nè anco alla voce.

— Eppure giuoco il cuore contro una ghiaia, che voi non avete dimenticato Altobello di Alando.

— E tu non lo avresti mica perduto il tuo cuore, caro, caro figliuolo. Un bacio... to' un bacio... un altro ancora... o caro... caro!....

E con ambo le mani presogli il capo, pareva non si potesse saziare di baciargli i capelli. E tuttavia tenendolo stretto come tanaglia al pesce del braccio e coll'altra asciugandosi la fronte, imperciocchè padre Bernardino quando si sentiva intenerito non piagnesse; bensì sudasse, con la faticata baldanza côrsa interrogava:

— Sei venuto per batterti, n'è vero? Hai sentito la patria che chiamava Altobello, e tu subito: «Presente.» E babbito[7] dove l'hai tu lasciato? E il barba perchè non è teco?

— Ve lo dirò, padre, ma cominciamo da voi. Oh! che miracolo è questo di vedervi comparire qui?

— Miracolo? Io mi trovo naturalmente al mio posto, mi pare.

— Sì, senza dubbio, e anche io, come vedete, ci sono; ma vorrei sapere qual santo vi aiutò a uscire da prigione.

— Non mi ci hanno cavato i diavoli, ma davvero nè anco i santi. Ma i Francesi mi fecero il processo; e quei cosi neri che si chiamano giudici, avendomi trovato colpevole del misfatto di volere la patria franca da straniera dominazione, mi condannarono, senza troppo gingillare, a morte: e mi parve che facessero serio: ond'io mi era acconciato delle cose dell'anima e rimesso in Dio, quando, senza saperne la causa, ch'è, che non è, legato di catene le mani e i piedi, m'imbarcarono per Genova.

— Povero padre Bernardino!...

— Oh! Non ti dolga di me, figliuolo mio, bensì di quei santi, sacerdoti, di quei martiri frati, che il dannato generale francese di cui le opere inique chiarirono pur troppo che non a caso aveva sortito il nome di _Magliaboia_,[8] impiccò a centinaia agli alberi coi paramenti sacerdotali addosso. Ora a noi non rimane che a vendicarli, e quest'obbligo sacratissimo noi compiremo; non è vero, figliuolo mio, che li vendicheremo?

— Faremo quello che potremo. Ma da Genova come vi riuscì di salvarvi?