Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 29
— Avete immaginato male, anzi malissimo; e vi confermo che adoperando il vostro patrimonio alla difesa della Patria voi provvederete meglio ai casi vostri, e a quelli del defunto, che con le messe; quantunque, intendiamoci bene, che voi non mi pigliaste per qualche eretico, anch'esse siano utilissime e santissime. Ma, badate bene, non ci ha cosa che guasti tanto gli ordini religiosi quanto di simile maniera lasciti che furono loro fatti o fanno: adesso noi proviamo preti e frati, se non perfetti buoni, della Patria e della libertà zelatori sviscerati, e ciò perchè essendo poveri si trovano costretti a stare col popolo, a vivere con quello che il povero loro largisce, ad essere carne della sua carne ed ossa delle sua ossa: affinchè si facciano amare bisogna che lo amino, con lui piangano, delle sue gioie si rallegrino, padri insomma si mantengano e fratelli, o se altro ci ha vincolo più forte e soave di questi lo cerchino e lo adoperino: allora saranno, come i nostri sono, veri medici dell'anima. Anche san Giovanni Grisostomo lo ha detto: finchè la chiesa usò calici di legno, i sacerdoti si conservarono d'oro; all'opposto se diventassero ricchi voi li fareste superbi, dacchè la superbia sia la ruggine del benefizio nè qui cadrebbe il peggio: da prima metterebbero ori, marmi fini e gemme nella casa di quel Dio che nacque nel presepio e morì in croce; e dopo averla fatta teatro, le cerimonie auguste convertirebbero in rappresentanze da scena; canterini ormai, e istrioni, non più sacerdoti. Il lusso in chiesa mena la morbidezza in convento, e i vizii in cella. Se questo avvenga, guai! Il mondo non conoscerà nemico a gran pezza più pericoloso del frate; difficile pigliarlo in fallo, perchè la ipocrisia da mattina a sera gli fabbrica una corazza delle virtù di quei santi che invoca sempre e non imita mai; con le parole rinfaccia altrui il peccato che intende esercitare solo, come se lo avesse in appalto con patente regia, e le opere palesi le adopera per coonestare le occulte a mo' del pastrano che il ladro si tira su la faccia per non essere riconosciuto, impossibile percoterlo, dacchè niente niente che tema si rifugia dietro la croce, e quivi canta salmi; onde tu non puoi vibrare il colpo per paura di mettere in pezzi la croce, e ai semplici sembra empio rompere le ossa al cane che abbaia in suono del _Tantum ergo_; celatamente corrompe; la codardia battezza per carità, saluta gli uomini fratelli, affinchè senza rimorso quelli siano tiranni, senza ribrezzo questi durino servi, ed ammannisce impunità e leva infamia al tradimento; diventato ignorante odia ogni lume di scienza, che spento un giorno egli riaccese; — e così viziato, ignorante, imbelle e schiavo diserterà il popolo per arrolarsi al soldo del re il quale metterà il frate in mazzo allo sbirro, alle manette, al giudice, al boia e agli altri arnesi di governo. Però voi, Matteo, non renderete questo cattivo servizio alla Patria; deponete il vostro disegno perchè davvero e' sarebbe come se alla Corsica voi voleste dare il male per medicina. — Matteo Brando si attenne al consiglio di Clemente Paoli, istituendo erede delle sue sostanze la patria, con l'obbligo però di fare in capo all'anno celebrare non so che messe in suffragio dell'anima del figliuolo e della sua. Indi a breve scomparve, nè s'intese più oltre favellare di lui; dicono si riducesse a menar vita romita in Olmetta di Capo Côrso: la verità è che in codesta pieve su di un poggio vediamo anco ai dì nostri una torre, mezzo rovinata, che i terrazzani chiamano la torre dell'Eremita.
Alando e Serena tennero un pezzo dietro ai signori Clemente e Matteo, ma considerando come, impegnati nel discorso, a loro non ponessero mente, piegarono ad una svolta per guadagnare le proprie case. Tacevano, e nondimanco sentivano che un medesimo pensiero occupava lo spirito di ambedue; un poeta avrebbe detto che le colombe di Venere sentono a quel modo il giogo stesso che le allaccia al carro della Dea, e non l'odiano. Sempre in silenzio arrivarono a casa della Serena, e lì si dissero: buona notte, un cotal poco alla trista; e si volsero le spalle turbati, ma Serena troppo più di Altobello, e con maggiore ragione; infatti ella pensava: a lui spettava parlare; anche quando mi sentissi scoppiare il cuore, la verecondia insegna così, e sta bene lasciarci vincere, ma nessuno ci ha da pestare peggio che schiave. Altobello dal canto suo ragionava alla medesima guisa; pure ella avrebbe dovuto dargli un cenno, alla lontana se vuoi, pure tale che lo animasse, perchè, signore Dio! se avesse sbagliato ei ne sarebbe morto di vergogna e di dolore. All'incontro, Serena, presaga di codesti pensieri opponeva: oh! non ci sono quei pericoli, ed egli doveva saperlo, non glieli ho dati io questi segni per quanto è permesso a fanciulla dabbene, e vie più là che il mio stato angoscioso non consentiva? Quante volte in chiesa piegai il capo, ed una volta fingendo sedermi lo voltai del tutto per ricercarlo con gli occhi, e trovatolo, cogli occhi gli sorrisi; certo due o tre volte mi aspettò davanti la porta sperando che lo guardassi, ed io non lo guardai; ma il rossore che mi avvampò la faccia doveva pure chiarirlo ch'io lo sentii. — Quel giorno ch'egli le porse l'acqua benedetta deve essersi accorto che la sua mano tremava come foglia di castagno al vento di dicembre, e l'altro quando ella entrò in casa Filippi, e allo improvviso le apparve dinanzi Altobello, non proruppe in un grido, che s'ingegnò giustificare dando ad intendere che aveva battuto il piede sopra la soglia? Ancora non si rammentava egli, che andando ella per la via, egli la salutò levandosi il cappello, ed ella che in cotesto punto teneva l'anima tutta compresa in lui sopra pensiero rispose: — Buon giorno, Altobello — come che ripigliandosi tosto aggiunse: _sciò_ Alando? E tutto questo non basta? O da quando in qua le fanciulle hanno da palesare i dubbiosi desiri con lettere da appigionasi? Signore! per mantenersi così gabbiano valeva proprio il pregio che Altobello lasciata casa se ne fosse ito fin oltre a Venezia.
Qui taluna leggitrice (me lo sento piovere dietro le spalle) obietterà: ma voi dimenticate, signor Francesco, che lasciaste il giovane in istrada, e la giovane sul pianerottolo, mentre per fare tutti questi discorsi anche col pensiero ci vorrebbe tanto tempo quanto ne occorre per iscorrere almeno quattro miglia di strada. — No, signora: il pensiero degli innamorati, vostra signoria ha da sapere, va più veloce di Maometto quando viaggiò pei sette cieli; egli non conosce tempo nè spazio; in meno che palpebra non percota palpebra, trasvola non le diecine, ma le migliaia di idee; alza venti torri più alte di quella di Babele, scava altrettanti pozzi più profondi di quello di san Patrizio; fa, disfà e rifà da capo, s'incupisce, si eclissa, sfavilla più abbagliante di prima, piange, ride; mesce in un bicchiere veleno, poi lo butta al diavolo, lo risciacqua, lo riempie di vino di Chianti e se lo beve cantando; o introduce il capo al capestro o accosta il rasoio alla gola; indi a poco attacca la corda a due rami di albero e ci fa l'angiroccolo; col rasoio si rade la barba per apparire più bello; insomma la è una strana, ma strana potenza quella dell'amore, signora mia: e quando l'avrà provato, sono sicuro che ella mi darà ragione: capisco, ella mi ha contradetto perchè si mantiene sempre ingenua; non me ne sono mica arrecato, solo la prego a ricordarsi del proverbio: chi non prova non crede; — provi e poi ci riparleremo.
Pertanto affermo, che i pensieri da me ricordati con la compagnia di cento altri si affollarono allo spirito di Serena, prima che la sua mano (a vero dire lentamente) avesse fatto girare su gli arpioni la porta di casa un quarto di quadrante; onde Altobello, di subito voltatosi e chiamata Serena, fu a tempo a impedire che una imposta della porta s'incastrasse nell'altra come si stringono due labbra dopo che hanno detto: addio. Allora egli si allentò più oltre, e pose un piede su lo scalino, mentre lasciava l'altro sopra la strada; Serena rimase appoggiata con la spalla alla soglia dell'uscio. Così atteggiati non potevano durare gran pezza in silenzio, ed in vero non ci durarono, chè Altobello continuò:
— Signora Serena, mi parrebbe... crederei che non istesse bene che vi rimaneste in casa a questo modo sola... voglio dire senza sufficiente difesa...
— Oh! chi mi deve offendere? Non non ho nemici che io sappia.
— Avete udito nel camposanto lo scuccolo?
— E qual può dire che sia stato per me?
— Se ho da confessarvela intera, soggiunse Altobello bassando la voce, io tengo in mano prove più manifeste che qualche occulta vendetta mi perseguita.
— O Signore, anche voi? — e si strinse vieppiù ad Altobello, chè nulla vale a destare il mutuo affetto quanto la minaccia del comune pericolo.
— Ieri l'altro passando di sotto casa Campana precipitò dall'alto un sasso il quale per poco non mi schiacciò la testa; e' fu proprio fortuna che mi battesse un palmo davanti ai piedi dove sbrizzandosi mi cacciò nel volto un nuvolo di schegge. Guardai subito in su; le finestre erano chiuse; presi lingua nel vicinato chi mai ci abitasse di presente e mi risposero essere vuoto, che l'unica figliuola del Campana lo aveva abbandonato e si credeva si fosse ridotta a vivere in villa, o avesse raggiunto il padre alla Bastia.
— Signore Altobello, questo vi viene per me; una furia invisibile si è attaccata alla mia vita, nè sembra che voglia risparmiarmi, quantunque femmina.
— Oh! di grazia, che cosa vi avvenne?
— I miei castagni furono _accintolati_; parecchi olivi e molte viti recise; al mio cavallo dentro la stalla tagliarono gli orecchi: mirate qui; vedete questo buco sul sommo dell'uscio; stamane ci ho trovato confitto un coltello; ieri...
— Ieri?
— Oh! ieri se rimasi viva e' fu proprio miracolo; io me ne andava a dare un'occhiata alla vigna del pignone, quando arrivata al ponte di legno, a un tiro di schioppo dalla casa, il cavallo mi si ferma in quattro: io che avevo premura vado a frustarlo, ma egli duro come un masso; stizzita scendo, e avvoltemi le briglie intorno al braccio metto il piede sul ponte; e' parve che le tavole ci stessero attaccate con la pece, dacchè a quel tocco leggero rovinarono, ed io sarei andata giù a catafascio con esse se le briglie erano meno salde o il cavallo men forte non avesse puntato le gambe dinanzi tanto da tenermi su ritta.
— Serena, qui non ci è caso, voi abbisognate di qualcheduno che vi difenda.
— Non pensate che mi troverebbero sprovvista, Altobello, — e remossa un cotal poco la faldetta gli mostrò la carchera con le pistole e il pugnale.
— Sì, ma in due ci difendiamo meglio, cara Serena.
— Questo non si può negare.
— E poi... e qui tacque alquanto per ripigliare lena come costuma torre campo chi intende spiccare un gran salto, — e poi che la stirpe degli Albertini si ha da spegnere? Respingerete un reverente amore che vi venisse offerto? Vi condannerete a vivere sterile nel mondo! Voi, che sapete, anche senza porci mente, ispirare amore, non vorrete sentirlo mai? E... e...
Oh! che sgomento invase allora l'anima del giovane, però che Serena presa da forte pensiero forse non lo udiva, od anche udendolo lo lasciava dire senza porgergli filo: ond'ei si smarriva, e le sue parole gli cascavano dalla bocca rotte, e rade come le prime e le ultime gocciole della pioggia. Ad un tratto Serena gli pose la mano sopra la spalla e favellò pacata.
— Altobello, voi mi vorreste per moglie?
— Ah!
— Ed io vi accetto per marito; e vi accetto perchè una voce qui dentro mi dice: Serena, fallo: tuttavolta io sono orfana e potrei errare: per la qual cosa mi bisogna sentire il signor Pasquale; egli ha detto che si mantiene scapolo per servire di padre a tutti i Côrsi.
— Ed in effetto lo è; dunque pigliate il mio braccio e andiamo.
— Dove?
— Dal generale.
— A questa ora? Così su due piedi?
— Che monta l'ora? Forse il tempo governa il Paoli? Egli in un modo o in un altro è sempre occupato di noi; — per ultimo chi tempo ha, tempo non aspetti.
— Ma le nozze non possono farsi se non dopo passato il lutto; ancora, io ho giurato, e meco fatto giurare le fanciulle di Corte astenersi dal matrimonio finchè dura la guerra.
— Il papa dispensa dai voti.
— Dispensi il papa, non io; o questo patto o niente. Caduta la Patria le nostre nozze faremo sotterra; io non intendo lasciarmi dietro figliuoli superstiti alla servitù; questo giurai alla Immacolata, e questo confermo.
— E sia così; come fidanzati potremo mutuamente soccorrerci e difenderci.
Il generale, comecchè la notte fosse avanzata, vegliava. Nasone cucciato fra le gambe di lui, annunziò lo appressarsi dei giovani con un lieve schiattire, senza moversi nè schiudere gli occhi. Accolti nella sua camera da letto essi parlarono sentenze così piene di generosità, di amore santo di Patria, che il generale per non piangere ebbe a levarsi e correre piuttosto che camminare su e giù per la stanza. Gli abbracciò, li benedisse a più riprese, e tanto erano tutti al dipartirsi profondamente commossi, che il generale in veste da camera con un candelliere in mano gli accompagnò fin giù in istrada senza accorgersene, e eglino pure se ne avvidero allorchè non ci era più tempo impedirlo. Solo Nasone, sempre presente a sè stesso, lo accompagnò inosservato sia all'andata che al ritorno, per cento prove oggimai era stato chiarito come nessuna commozione avesse potenza di distrarre il cane da addentare un osso e da custodire il padrone.
Se mai visse popolo al mondo il quale meritasse che uomo mettesse a repentaglio anima e corpo per lui, veramente fu il côrso di un secolo fa. In effetto il maestro di campo Grandmaison, rompendo contra la religione dei patti la tregua, aveva occupati Patrimonio e Barbaggio, che sono in certo modo le porte del Capocorso; e con essi tutta questa provincia; dall'altra parte il marchese di Arcambal ridusse a devozione pressochè intera la Casinca; il marchese Chauvelin sostenuto dal conte Marbeuf partendo da S. Fiorenzo si era spinto fin sopra Murato, ed espugnatolo, pareva che volesse pigliare Corte come dentro una rete. Sopra i teatri fa maraviglia non piccola lo ingegno dei macchinisti i quali così presto sanno mutare le scene che l'occhio appena se ne avvede, e non pertanto anco più veloce operavasi il cambiamento delle fortune della guerra appena si mossero le compagnie côrse al comando del Paoli. Dappertutto i Francesi tentarono resistere, ed anche in parecchi luoghi con molta costanza, ma non valse, che si sentivano portati via a modo di foglie dal libeccio.
Decio Cottoni, in compagnia del capitano Guiducci, si avventa nel Nebbio, e sgombrati davanti a sè i Francesi ripiglia Murato, impadronendosi di armi, di provvisioni e di non pochi prigionieri tra ufficiali e soldati.
Di breve Giocante Grimaldi, Francesco Gafforio e il dottore Acquaviva sboccando con le loro genti, e fatta massa con quelle del Cottoni e del Guiducci, corrono contro il Grandmaison accesi nel desiderio di fargli scontare la tregua tradita. Il Grandmaison da una parte non si sentendo capace di resistere a tanta furia, e dall'altra fatto per avventura meno animoso dal sentimento del grosso debito che presto gli avrebbero fatto pagare, non istette ad aspettarli, lasciando per la precipitosa fuga in Oletta tende, bagagli e due cannoni.
In Casinca, dove aveva fatta maggiore impressione il nemico, convennero Clemente Paoli, Antongiulio Serpentini, Nicodemo Pasqualini, Domenico Buttafuoco; raccolti a Tavagna deliberarono le difese estreme, e già si ammannivano a metterle in atto, quando sopraggiunse un Taddei di Pero spaventato in vista, il quale schiamazzando affermava la resistenza vana, ogni cosa perduta, doversi rifuggire tutti a Campoloro. Clemente che conosceva l'uomo capace di fare di ogni lana un peso gli voltò la faccia verso mezzogiorno, e datogli una spinta nelle spalle gridò: scappa presto a Campoloro prima che t'agguanti qualche palla di mio — e costui che era corrotto dalla pecunia francese non se lo lasciò dire due volte. Allora accadde una guerra arrabbiata, alla rinfusa, con vicenda di sconfitte e di vittorie; per ultimo la fortuna arrise ai Côrsi: il Serpentini andò a Orezza e la riprese; il capitano Colle vinse a Vignale. Clemente Paoli con gli altri di prima colta riscattò Sant'Antonio; donde scorrendo il paese gli venne fatto penetrare in Vescovato, e comecchè la terra si fosse mostrata parziale ai Francesi, in quale maniera incominciassero a conciarla non è da dire; sopratutto la rabbia dei Côrsi si avventò contro le case di Matteo Buttafuoco traditore, a sovvertire le quali adoperarono ferro e fuoco; ma i Francesi si rannodarono, cacciarono i Côrsi, e giunsero a spegnere le fiamme; i Côrsi per altra parte fermi a sgararla, ripigliata lena, tornarono: dopo lungo accapigliamento, dove i coltelli giuocarono più dei moschetti, riaccesero l'incendio, nè si ristarono finchè videro pietra su pietra.
Matteo Buttafuoco, per comune consenso dei Côrsi, Napoleone Buonaparte compreso, viene reputato traditore. Ai giorni nostri il suo figliuolo Antonio Semideo, togliendo occasione dal libro dettato dall'abate Giammarchi intorno alla vita di Pasquale Paoli, si è sbracciato a purgare la memoria del padre: meritano reverenza la pietà filiale, e compassione i tempi durante i quali siffatta difesa può farsi e accettarsi. Matteo Buttafuoco tradì perchè oratore presso al duca di Choiseul per la Corsica, vinto dalla ingordigia del premio, si mutò in promotore della dominazione francese in Corsica; di ciò lo incolpano le parole, molto più le opere; nè si nega, ma il suo figliuolo sostiene come questo non si chiami tradire, bensì amare la Patria, imperciocchè i Côrsi non potessero sostenersi contro le forze della Francia; matta impresa ed esosa, piacendo ai Côrsi assoggettarsi alle leggi di quella; ed a ragione, chè per questa via essi arrivarono a tal grado di prosperità e di gloria, che in altro modo sarebbe stato follia sperare. — A ciò si risponde, che affermare i Côrsi volonterosi della dominazione francese dopo novanta anni di conquista non è onesto; d'altronde la storia lo bugiarda, perchè il Paoli non governava tiranno, bensì col voto delle Consulte liberissimo, e quando ogni altro testimonio mancasse durano i campi, le pendici e i fiumi consacrati da tanto sangue cittadino nelle disperate lotte contro la oppressione. In quanto a prosperità e gloria quello che non potrebbe un côrso diremo alla recisa noi: se la fortuna della Corsica avesse prevalso, oggi ella possederebbe meno accattoni e più lavoratori, meno cavalieri e più contadini; non avrebbe quello che si costuma chiamare _civiltà_ alla francese, la quale le casca di dosso come veste non sua, bensì propria; non presenterebbe adesso un mostro non francese nè italiano, bensì paese sano e gagliardo di sangue naturale; e per dire tutto in poco, non servirebbe di pollaio alla Francia donde cava marinai per le sue navi, soldati per i suoi eserciti, sbirri per i suoi bargelli... per rimandarli poi (quando ce gli rimanda) stroppi di corpo, o, quello ch'è peggio, nabissati nell'anima, a rosicchiare un tozzo di pane, spesso, ah! troppo spesso impastato d'infamia e di rimorso. Questo non affermiamo di tutti, che non sarebbe giusto, ma di molti, ed è vero. — Ancora si può domandare come mai Matteo Buttafuoco, se credeva la opinione sua partecipa dai più, s'industriasse a tutt'uomo di procurarle fautori per via di corruzioni inique, e di peggiori scandali? Perchè la Francia gli compartiva il titolo di Conte, e gli donava lo stagno di Chiurlino? E perchè il figliuolo imprendendo la difesa del padre ostenta questo titolo il quale sarebbe stato senno nascondere come uno sfregio sulla faccia? Questo, in buon latino, significa negare il paiuolo in capo. Ma queste parole bastano, anzi a taluno parranno anco troppe; però importa chiarire come la stirpe dei Buttafuoco, se ebbe macchia dal tradimento di Matteo, lei resero veneranda nella memoria dei posteri Giambattista che vendè massima parte del paterno retaggio per sovvenire ai bisogni della Patria, e per ultimo le diede anco la vita; Domenico, che con le proprie mani contribuì a rovinare le case del parente fellone, ed altri parecchi che sarebbe soverchio rammentare.
Più grave zuffa avvenne a Loreto, dove i Francesi assaliti da quattro parti sostennero per sette ore furiosissimi assalti; ormai disperati dal vincere tentennavano tra il rendersi, ovvero aprirsi colla spada la via, quando con inestimabile maraviglia videro i Côrsi fuggire per la campagna; non sapevano a che ascrivere il caso; però decisero valersi della buona fortuna e rafforzarsi per durare con esito migliore; ma presto appassirono coteste speranze dacchè i Côrsi non fossero mica fuggiti, bensì andati a provvedersi di nuova polvere, avendo logorata la prima, in certe macchie dove l'avevano nascosta; allora dolse ai Francesi non avere colta l'occasione, e non gli sovvenendo migliore partito tornarono a volersi ritirare combattendo; dicono che sommassero a 150 quando uscirono da Loreto. I Côrsi dietro ai fianchi a mo' di canatteria sguinzagliata; certo come il cervo i Francesi, di tratto in tratto voltata la faccia, qualcheduno sventravano, ma subito dopo bisognava fuggire, e sempre in peggio arnese di prima. Stracchi e trafelati arrivarono circa mille al fiume Golo gonfio per pioggie recenti; nè questo gli annoiava, anzi se ne confortavano, imperciocchè non si sentendo perseguitati così da vicino giudicavano passare il ponte, e subito passato rovinarlo; onde le acque grosse invece d'impedimento a loro avrebbero trattenuto i nemici. Ed anco qui nel conto non entrò il lupo, perchè il signor Clemente cheto cheto, presi seco duecento uomini, aveva passato il Golo sul ponte del Lago Benedetto, e colà messo su in fretta alcune trincere faceva mostra di finire quanti si attentassero di avventurarci il piede: e poichè nei Francesi non è per certo l'ardire quello che manca, ci si provarono, e non una volta, nè due: però toccarono troppi morti per non invilirsi; al fiume non avevano avvertito molto; che sguazzarlo mentre lo cavalcava un ponte parve inonorato; adesso lo arieno fatto più che volentieri, ma lo videro terribilmente gonfio, nè minacciatore di morte meno sicura, che il ponte; e il tempo a deliberare stringeva; perchè dai parapetti côrsi fioccavano moschettate fitte come grandine. Scelsero la via del fiume o perchè la credessero meno perigliosa di quello che provarono, o perchè sperassero poterne più facilmente venire a capo. Il Golo li passò veramente, non tutti però; chè si risovvenne essere côrso, e contro lo straniero doversi industriare tutti, così uomini come cose; mille entrarono nelle sue acque e ne rese seicento; e a quelli che toccarono la sponda non parve caro il nolo.
I Francesi cacciati da tutte le parti della Casinca fecero testa al borgo di Marana dove comandava il signor de Ludre, soldato vecchio di buona rinomanza: scrivono taluni che la sua gente sommasse a 550, altri la stimano a 700; ma errano entrambi, perchè se prima fu 550, sembra certo che dopo la congiunzione dei cacciati della Casinca, anco contando solo gli sfuggiti dal Golo, a meno di 1150 non montavano.