Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 27

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Al frate Mariani rispose un altro frate e fu padre Lionardo Grimaldi da Campoloro; le parole di costui non andarono esenti da passione, anzi ce ne entrò di molta, ma così parvero allora persuadenti, che la storia in parte e la tradizione ce le conservarono: vale il pregio riportarle, non fosse altro per conoscere come or fa quasi cento anni sapessero i frati favellare in Corsica.

— Quando gli Ateniesi ammazzarono Licida persuasore di accordi col barbaro, male provvidero alla fama e agl'interessi loro. Noi permettendo, anzi lodando le libere parole ci mostriamo assai più civili degli Ateniesi, e meglio esperti nei governi dello Stato. Di fatti uditi diligentemente i difensori della pace abbiamo sommato questo, che dobbiamo astenerci dalla guerra, perchè la perderemmo di certo. Veramente non possediamo Moisè, ma ne anco gli Ateniesi lo ebbero; ed entrambi questi popoli o non conobbero fortezze, o le abbandonarono, chè il mare, i monti, e i petti degli uomini sentirono essere fortezze di bontà supreme, e pure vinsero in mare e in terra eserciti, e armate piuttosto immani che grandi, fugarono re potentissimi, nè contarono i nemici tranne per seppellirli. Ma lasciamo in disparte gli esempi antichi, veniamo ai moderni, anzi ai nostri: se Federigo re di Prussia invece di combattere i nemici si fosse giù gittato a confrontare il numero di quelli col numero dei proprii soldati, all'ora che corre se gli restava il marchesato di Brandeburgo era bazza. E sì che gli Svizzeri quando superarono i Tedeschi si avvantaggiarono dei monti, gli Olandesi per annegare i Francesi apersero le cateratte dei dicchi, ma Federigo non potè approfittarsi di monti, e nè di dicchi; forse opponete che il re di Prussia eredò dal padre copia di danari, e di omaccioni alti sei piedi e più, ed io rispondo, che i quattrini non erano tanti e poi li spese, e che gli uomini non si misurano a canne, e noi sortimmo dalla natura corpi infaticati, anima sicura, e combattiamo per la libertà, mentre quei bestioni Prussiani si battevano pel padrone. Ma, santa fede! oh! che sarebbe la prima volta questa che i Côrsi combattano contro forze tre, quattro, e sei volte superiori alle loro? Veramente prodi soldati sono i Francesi, ma le vecchie fanterie spagnuole di Carlo V non ebbero vanto fra le prime del mondo? La Francia annovera parecchi illustri capitani, ma il principe Andrea Doria passava forse per un castrato della cappella del Papa? — Non siamo più buoni a quello che seppero fare i nostri vecchi? Forse Dio ci levò il senno, la forza? Oibò; queste cose se non le buttiamo via da noi altri nessuno può levarci. Le nostre madri hanno smessa l'arte di partorire Sampieri? — Ve lo dirò quello che manca a noi, e non ebbero i padri nostri. Manca la concordia, manca l'animo deliberato in un proposito: tre fratelli, tre castelli, e questo perchè? Perchè smesse le virtù avite ci piace poltrire negli ozii lascivi, e nelle mollizie del lusso. Troppo più del ferro temo l'oro francese.

Qual'ebbe dalla Francia grado nella milizia, o carico nella magistratura trova il massimo dei beni nella dependenza francese, e già di amico diventò avverso, di lodatore, detrattore, in breve aspettatelo Caino, e Giuda. Per altra parte non vi crediate che la Francia si metta coll'osso del dorso in questa impresa; io so che la piglia a malincuore aggirata dal ministro, che dà ad intendere l'acquisto di Corsica compensarla con usura del Canadà, e di altri luoghi perduti, e ciò per allontanare la disgrazia che minaccia cascarle tra capo e collo; lo stesso re non ci va di buone gambe, uggito delle miserie del popolo, e corrucciato, che altri vada a scombuiarlo nella vita che mena; io so che a dare la balta al ministro ci si è messa con le mani, e co' piedi l'amante, dico male, l'amica, peggio che mai, la donna, ma costei è sfregio delle donne di garbo, insomma quella cosa che il re tiene ai suoi piaceri, e si chiama la Dubarry, di balla col duca di Aguillon il quale da un anno a questa parte dice allo Choiseul: — levati di costà che ci voglio entrare io — e questi fa orecchi di mercante. Per ultimo io vi accerto, che lo Choiseul non chiude mai occhio pel sospetto, che la Inghilterra ci abbia a pigliar parte. Santa fede! si avrebbe a vedere anco questa, che la prima volta che si trovano d'accordo fosse in pregiudizio della povera Corsica; e poi ci va della sicurezza della Inghilterra a impedire che la Francia si allarghi nel mediterraneo, nè si deve credere che voglia attendere, che la pietra sia cascata nel pozzo per darci soccorso. Cotesti Inglesi, più sottili degli aghi che fabbricano, non hanno mestieri imparare da noi, che mentre il cane si gratta la lepre scappa. Mettiamo tutto alla peggio, e meniamo buona la sentenza del padre Corbara; perchè dubiteremo noi del miracolo se sfidati di ogni aiuto terreno porremo ogni nostra speranza nel cielo? Forse non l'operò allorquando Filippo II mosse con la grande armata contro la Inghilterra? Ecco il re spagnuolo già pensa al discorso col quale accoglierà il sindaco di Londra, che gli porta le chiavi della città e in questo mentre _Deus afflavit et dissipati sunt_; Iddio soffia e vanno tutti al diavolo. E non si obietti che gl'Inglesi essendo eretici questo soccorso non viene da Dio, perchè chi dicesse così mostrerebbe avere poco giudizio: in effetto tra eretici, che difendono la propria libertà, e cattolici, che vanno ad abbacchiarla, la giustizia di Dio non può tentennare. Tuttavolta, amici e fratelli miei, non giace qui il nodo; la questione deve proporsi in quest'altra maniera: supposto, che la Corsica non possa durare contro la potenza di Francia, dobbiamo piegare il collo spontanei alla oppressione, ovvero più che ci è dato resisterle? Patirla, o accettarla? Chi si abbandona Dio abbandona; e l'uomo libero che acconsente alla servitù, non può in seguito tentare di affrancarsene senza taccia di ribellione; sopra tutti dura, e tenace, e meritata la tirannide quando può mettersi la larva della giustizia. Cotesta lanciata nel costato del Diritto è sorella dell'altra che Longino avventò contro Gesù Cristo. — Al contrario la tirannide, la quale ebbe bisogno di far sangue per reggersi, ad ogni piè mosso sdrucciola, e non riesce a camminare; il Diritto ha accompagnato i difensori della Patria nella tomba, e non poteva fare a meno, anzi ci si è rinchiuso con loro; ma non ci sta mica morto per questo, e di tratto in tratto alza il coperchio con la testa e fa capolino per vedere se gli capita dare negli stinchi alla tirannide con un osso di morto, e traboccarla giù in terra. Cento anni di prepotenza, di tirannide e di oppressione non valgono un minuto di Diritto: non lo spengiamo dunque con le nostre mani: procuriamo che sventoli finchè possiamo glorioso sul candelabro; poi quando il temporale soverchia nascondiamolo sotto il moggio, affinchè a tempo debito il popolo trovi dove accendere la fiaccola che propagata di lume in lume _lumen de lumine_ torni a rischiarare la terra. _Ah! si muoia una volta, ma in libertà su la patria terra, ed apprendano gli oppressori della nostra Patria che i Côrsi sanno esserci qualche cosa preferibile alla vita; onde tremino anco vincendo._[36]

[Illustrazione: Così votiamo ai piedi di questa croce, a Gesù Cristo che ci ascolta, che veruna di noi si congiungerà in matrimonio se non dopo finita la guerra. (_pag. 312_)]

La consulta mareggiava muggiando come onda flagellata dal vento, ma vedendo che padre Bernardino Casacconi tutto aggrondato recavasi in mezzo della chiesa, nel presagio di udire cose singolari si tacque. Il cappuccino levata la mano impetrò l'attenzione degli uditori, e di leggieri l'ottenne, allora con voce sonora e lentamente disse:

— Mi vennero riportate di taluni di voi altri infamie sacrileghe; mi affermarono come vi ha taluno fra voi, che scoperchiata la sepultura di sua madre grida a chi passa: entrate signori, a vedere le ossa di una meretrice: mi accertano, che taluno fra voi così si vanta: io giuro per la Immacolata, che stilla di sangue di mio padre non mi corre nelle vene. Voi fremete tutti d'ira e di rabbia; sta bene, ed io pure, se non mi tratteneva la reverenza dell'abito che porto avrei di un coltello spaccato il cuore all'empio calunniatore. Però in siffatte sventure l'ira non rimedia nulla, nè le pugnalate si ricevono per prova: voi però tanto Dio ama, che vi ha conservato uno spediente di ridurre in cenere con una parola... una parola sola cotanto vituperio. — Qui trasse fuora dalla manica un rotolo di carta il quale, dopo avere spiegato, con molta solennità, lesse: — «il nostro attaccamento, e il nostro rispetto pel Re di Francia sono sempre più umili e inalterabili, e a lui affidando le nostre speranze non avremo più luogo a dubitare in appresso della sua compassione; ma se per disgrazia tanta fiducia ci venisse a mancare, non ci rimane altro che abbandonarci nelle braccia del Dio degli eserciti, e noi ci armeremo di una disperata risoluzione di morire piuttosto gloriosamente in guerra, che ignominiosamente servire, ed essere spettatori dei mali innumerabili che si tramanderebbero alla nostra posterità: laonde termineremo col sentimento dei Maccabei: _melius est mori in bello quam videre mala gentis nostræ._»

Così i padri vostri decretarono nel 1733; ora chiunque accetta questa eredità si manifesta figliuolo pietoso e degno cittadino; chi la ricusa dichiara, che intende essere tenuto e chiamato bastardo.

E' fu come mettere fuoco alla mina; dallo scoppio degli urli, fu visto tentennare il Cristo dall'altare maggiore, come se volesse scendere giù dalla croce e mettersi a parte della difesa della libertà; gli stendardi appesi al cornicione presero ad agitarsi violentemente quasi drappellati da mani invisibili; le immagini dei santi, le lapidi delle sepolture si circondarono di un nuvolo di polvere, i campanelli della chiesa scossi dall'aria rotta suonarono; l'acqua santa si spinse impetuosa di contro gli orli delle pilette, e li superò; le fiammelle delle lampade accese davanti il sacramento ventilate sfavillarono; insomma cose animate e inanimate al sacro grido di libertà palpitarono.

La più parte dei procuratori proruppe fuor dalla chiesa, esultanti come gli apostoli uscirono dal paracleto, e come gli apostoli si diffusero fra la moltitudine a bandire l'evangelio; imperciocchè ai montanari côrsi l'annunzio della guerra sonasse proprio _lieta novella_; taluno però staccate le bandiere dal cornicione della chiesa si fece in fretta a drappellarle su in cima al tetto; altri si attaccò alle funi delle campane tirando giù alla disperata, anzi vi fu tale che tratto fuori dalla passione, dimenticando mollarle andò a dare di picchio col capo al palco quando la campana volse la bocca impetuosamente all'insù; ventimila labbra presero a cavare suoni dai _colombi_ da cacciare i morti dalle sepolture a dieci miglia dintorno, e ventimila dita al punto stesso toccato il grilletto spararono ventimila tra schioppi e pistole a marcio dispetto del padre Casacconi che arrangolava: risparmiate la polvere; ma non lo sentivano, a giudicarne dai gesti furibondi lo pigliavano per lunatico. Non era da credersi, che il castello di Corte fra tanto fracasso eleggesse starsene zitto; in vero appena mirò sventolare le bandiere sul tetto di san Marcello prese a esprimere la sua contentezza a cannonate. Il bombardiere o fosse uomo di poca creanza, ovvero la soverchia gioia gli facesse dare la volta, sparò il cannone dietro le spalle del Paoli e del Valcroissant senza avvertirli, ond'essi spiccarono un salto come caprioli.

— Che significa questa storia? domandò il Valcroissant tutto intronato.

— Significa certamente, che la consulta ha deciso doversi difendere dagl'ingiusti assalti fino all'ultima goccia di sangue.

— Non ci è rimedio, sono matti!

— Silenzio, signore, allorchè gl'Inglesi vinto in più battaglie il vostro popolo, scorse le vostre terre, occupato Parigi, una povera villana mosse a sollevare gli spiriti abbattuti, promettendo la vittoria in nome di colui, che esalta gli umili ed abbatte i superbi, la chiamaste matta voi altri? Ciò, che su le sponde della Senna considerate divino, con qual pudore oltraggerete come follia su quelle del Tavignano? Non fate getto di tutte le virtù che onorano i popoli; poichè buttaste fuori di finestra la giustizia, non le mandate dietro il giudizio, e se ad ogni modo vi garba vituperare, pensate prima chi meriti maggiore biasimo fra questi due, o il potente che intende commettere la ingiustizia, o il debole, che mette allo sbaraglio averi, e vita per non patirla.

Il Francese abbassò la coda come il cane il quale abbia assaggiato la mazza, ma per poco; e come la sua natura comportava, indi a breve comparve più baldanzoso di prima; onde nello scendere dal castello avendo veduto un capannello di gente intesa ad ascoltare un uomo che ritto sul muricciuolo delle case Gaffori favellava accompagnandosi con gesti accesissimi volle anch'egli accostarsi mescolandosi ai Côrsi. Invano ne lo dissuadeva il Paoli, e certo è da credersi che se fosse stata nei Côrsi minore o l'osservanza della ospitalità, o la reverenza pel generale, cotesto era mal giorno pel colonnello Valcroissant. Pertanto da veruno offeso e nè meno proverbiato potè mirare un giovane di sembianza gentilesca, di vestire eletto che orava alle turbe in questa sentenza:

«I popoli cultori della libertà avere sofferto strane vicissitudini, le quali però valsero a renderli famosi nella storia. Per isgarare il punto tutte le virtù buone, ma la pertinacia suprema. Se a conseguire la libertà bastasse il desiderio, qual gente incontreremmo adesso serva nel mondo? Però se un tanto acquisto costasse così poca fatica non sarebbero giudicati pari alle divinità gli uomini, che la patria loro condussero, o restituirono a libertà. Sciaguratamente la esperienza dimostra come gli stati liberi movano in altrui non ammirazione sola, bensì ancora invidia, ed odio, onde se una parte di Europa affila il coltello per segarci le vene, e l'altra mostra volersi stare neghittosa a vedere la strage, voi non anderete lontani dal vero se pensate ch'elleno facciano tutte così per levarsi davanti gli occhi una nazione, che avendo il cuore più grande della fortuna sotto ruvidi panni rinfaccia al mondo la sua viltà. Prodi uomini! adesso siamo giunti alle strette davvero; ora vedremo di che qualità fossero i nostri padri, e di che noi; e se queglino sopportarono fatiche ed affanni e l'anima sdegnosa versarono solo perchè alla prova noi avessimo a comparire indegni perfino dell'acqua del battesimo, che ci fu data, perfino immeritevoli della sembianza umana che ci compartirono. Io lo confesso; mi riesce duro a pensare, che quel medesimo re il quale s'interpose una volta affinchè i Genovesi non ci opprimessero, e da cui speravamo protezione e sollievo, ora intenda abbattere la nostra libertà; tuttavia se il cielo ha decretato, che il monarca più potente della terra venga a combattere il popolo più piccolo, accettiamo con franco petto la prova, imperocchè ci si para la occasione di vivere o di morire ugualmente gloriosi. Prodi uomini! Si pretende, che gente assoldata stia sul punto di mettere a repentaglio la vita per interessi non suoi, e per vantaggio della tirannide, e a noi mancherà il cuore di esporre la nostra per interessi proprii, e per la libertà? Fate dunque di vincere con la vostra prontezza la comune aspettazione, affinchè il nemico si persuada, che altro è volere, ed altro potere ridurre in servitù un popolo libero.»

Questi concetti dell'oratore ci ha conservato la storia e tanto parvero onesti allo stesso francese, che si sentì invogliato di sapere il nome del giovane oratore. Il Paoli interrogato da lui rispose:

— Egli è il gentiluomo di Ajaccio assai mio familiare, che si chiama Carlo Buonaparte[37] ed è quel desso, che ora abita la casa Gaffori; i suoi maggiori avendo esulato di Toscana per causa della libertà, è naturale che da pari suo continui ad amarla.

— Costui per certo non verrà mai a vivere in Francia.

— Chi sa, che il destino non ce lo meni a morire.

Accostandosi vie più al centro della terra occorse loro una frotta di donne stipate intorno alla croce della chiesa di san Marcello come pecore sotto la sponda dei castagni quando diluvia; solo ne appariva una ritta a canto la croce in atto di parlare.

— Forse reciteranno il rosario, osservò il Valcroissant.

— Penso, che non la indovinate, rispose il Paoli, affrettiamo il passo; avvegnachè le donne sieno di poco più mansuete degli uomini: spero che non correremo pericolo ad accostarci.

In effetto si accostarono, e giunsero in tempo per ascoltare le ultime parole della zitella su ritta accanto alla croce, le quali furono:

— E siccome non ci ha dolore al mondo, che vinca il dolore di madre nel contemplare i suoi figliuoli intisichire nella servitù, così votiamo a' piedi di questa croce, a Gesù Cristo, che ci ascolta, che veruna di noi si congiungerà in matrimonio se non dopo finita la guerra.

Assentirono tutte non senza gemiti di dolore, o accenti d'ira giusta l'indole di ciascuna di loro; e il Valcroissant quinci torcendo il cammino, tentennato il capo, diceva: — ecco un voto ch'è più facile profferire, che osservare.

Non lo udì il Paoli, che conosciuta la zitella si volse a salutarla: ella era Serena, figliuola dell'Albertini assassinato. Il generale, prima di entrare in casa, si fermò sopra la soglia, dove, dopo avere fatto non so quale cenno a Minuto Grosso, che salì lesto le scale prese a favellare in questa sentenza:

— Signor colonnello, voi avete udito la deliberazione della Consulta, e qualora vi piaccia potete aggiungere se spontanea o provocata da me. Adesso la vostra presenza qui non gioverebbe più a noi, e nè a voi. Iddio assista la causa migliore, Altobello, pigliate una dozzina di guardie, e scortate l'oratore francese, e la sua compagnia a qualche miglio fuori di Corte; voi Ambrogio gli servirete di guida fino alla foce del Golo per la via di Accia procurando non deviare mai dalla strada battuta. — In questa scese Minuto Grosso con un foglio stampato, e una penna; il Paoli prese l'uno e l'altra, scrisse il suo nome, e poi consegnata la carta ad Ambrogio aggiunse: — questo è il passaporto: dove occorra mettetelo subito fuori, e minacciate da parte del Supremo Consiglio, a cui si attentasse toccare a questo ufficiale pure un capello, severissime pene...

— Come? correrebbe forse pericolo un ambasciatore di S. M. Cristianissima? Così osservano la fede quaggiù? Di questa sorte è dunque la vantata lealtà côrsa?...

— Col riprendere aspramente i vizî altrui voi siete usi di onestare i proprii, cavaliere Valcroissant. Voi foste i primi a violare la fede assaltando a tradimento Patrimonio, e Barbaggio...

— Signor generale, questo è tale oltraggio che un soldato di Sua Maestà....

Ma il generale trattolo in disparte con voce turbata, quantunque sommessa, soggiunse: — Tacete, e ripigliatevi questi danari e questi arnesi co' quali voi, ospite, che invocate il diritto di ospitalità, tentaste corrompermi i miei servitori. Se voi altri conservaste in cuore uno scampolo di quelle virtù di cui tenete fondaco su le labbra, beati voi! felice il mondo! Partite, e più presto tra me e voi porrete il tratto che giace tra Corte e Bastia, tanto meglio farete. Addio.

Il cavaliere Valcroissant, quantunque rotto ad ogni sfrontatezza cortigiana, sentì salirsi le vampe alla faccia; appena ebbe balia di salutare il generale, e mogio mogio tornò a casa. Colà ridotto, la mortificazione testè ricevuta non ebbe, a quanto sembra, valore di sconcertarlo in guisa da impedirgli di aprire l'involto per vedere se alcuno mancasse dei danari o degli arnesi donati. Bisogna confessarlo a malincuore: non ci erano tutti; onde il Valcroissant ebbe ragione di fregarsi le mani in atto di compiacenza; non l'ebbe ad esclamare: — siamo a cavallo!

Ebbe ragione di rallegrarsi perchè non sentirsi soli dà fiato anche ai tristi; sarà se volete allegria di dannati, ma la cosa sta come la conto; ebbe torto, perchè un diavolo, ed anco due non fanno l'inferno, e prima di venire a capo della libertà della Corsica e' sarà forza mandar giù pane pentito, e di molto.

Si affrettò pertanto il cavaliere a partire; Ambrogio gli camminava dinanzi ad esplorare la strada, poi veniva il cavaliere solo assai torbo in vista; dietro la sua compagnia, e con la scorta condotta da Altobello di Alando, formava parte della comitiva del colonnello Rinaldo Cassagnac, purissimo sangue guascone, che le sparava grosse come campanili, ma da questo difetto in fuori, mettici un po' di prepotente e un tantino di bue, era la miglior pasta di giovane che vivesse in Parigi; egli e Altobello a voce sommessa alternarono lungo la via discorsi pei quali si sentirono tratti a stimarsi scambievolmente: sicchè quando furono in procinto di lasciarsi, l'Alando gli disse:

— Voi siete un giovane dabbene, signor Rinaldo, e al tutto degno di combattere per una causa migliore.

— Potrebbe darsi; ma non importa; voi capite bene, signor Alando, che io non posso presentarmi in corte per dichiarare al Re, che sta in bilico di commettere una solenne castroneria; a noi bisogna obbedire.

— Sarà...

— Come? ne dubitereste?

— Adesso non fa caso ragionarne; forse la non vi parrà sempre così. Intanto pregovi di accettare questo pugnale côrso in ricordo di me...

— Un pugnale! un milione e mezzo di grazie; noi altri non usiamo di cotesta generazione d'armi.

— Eh! via pigliate; adoperato alla scoperta il pugnale desidera più cuore della spada, e circa a maneggiarlo alla sordina, caro signor Rinaldo, o che credete, che non leggiamo libri noi? Di quale arme morì Enrico III? E con quale arme trafissero Enrico IV? Anzi il prediletto Re, che adesso vi regge, non corse pericolo di trovarsi stilettato dal Damiens? Su, su, pigliate, ve ne stuzzicherete i denti. Di un altra cosa io vo' pregarvi, se mai ci avessimo ad incontrare sul campo di battaglia promettiamoci di scansarci.

— Voi mi chiedete un terribile sagrifizio; ma non importa, ad ogni modo ve lo prometto, perchè capisco che a trovarsi nella necessità di ammazzare uno dei migliori amici che abbiamo deve essere una cosa... una cosa da fendere il cuore.

— Sta bene; io vi supplico per pura amicizia di non essere ucciso dalle vostre mani.

— Toccate qua, disse Rinaldo, porgendo la destra ad Altobello, intanto che con la manca si lisciava le basette: — è negozio conchiuso.

L'Alando licenziandosi con assai cerimonie dal colonnello lo lasciò alla condotta di Ambrogio, il quale prese a studiare con più diligenza il passo, andando su e giù e sovente internandosi nei macchioni da parte come costuma il cane inteso a levare le starne: in effetti egli ne aveva cagione perchè ad ora di sopra le siepi, o di mezzo le fronde dei cornioli si vedevano scaturire canne da schioppi e berretti appuntati da mettere il ribrezzo addosso anco ai più audaci: se non che Ambrogio accorreva pronto agitando dalla lontana sul capo il foglio sottoscritto dal generale, arragolando: — Salvacondotto! — Parlamentario! — Passo libero sotto pena di forca.

E il Valcroissant, che capiva non doversi scherzare coll'orso, non risparmiava scappellate nè baciamani, salutando anche quando non vedeva nessuno: amici miei! miei figliuoli!

Come Dio volle verso sera arrivarono alla Foce di Golo, e Ambrogio fermatosi in capo al ponte disse:

— Signore, finchè venendo con me voi correvate pericolo vi ho accompagnato; adesso che inoltrandomi con voi il pericolo sarebbe mio permettete che vi lasci con la buona sera.

— Gran mercè, signor Ambrogio, mille complimenti al signor generale e accettate questo per bere — e così parlando gli cacciò in mano un bellissimo luigi doppio nuovo di zecca. Ambrogio monete d'oro non ne aveva mai viste, sicchè guardava questa con infinita curiosità; il Valcroissant covava con gli occhi Ambrogio a mo' che fa il rospo all'usignolo; all'ultimo questi domandò; ed a che è buono questo coso signore?