Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 26
Intanto dal palazzo del generale uscirono Damiano, Minuto Grosso, Ambrogio, ed altri famigliari di lui, i quali andando attorno, e mescendosi ai varî capannelli, assai destramente pigliavano lingua dei nomi, stato di famiglia, casi; insomma più che potevano dei caporali di cotesta moltitudine; in simile faccenda sopra tutti sbracciavasi frate Damiano con quel fare procaccevolone, che nei frati diventa natura; egli porgeva ai fanciulli la mano, alle donne la croce della corona a baciare; agli uomini poi lo scatolone di tabacco, che senza empietà si sarebbe potuto mettere a petto con la misericordia di Dio, imperciocchè come quella pareva non dovesse avere mai fine. Quando ebbero fatto sufficiente raccolta, se la svignarono andando a riferire ogni cosa al generale, che, dopo averli ascoltati per bene, si dispose a scendere a sua posta in istrada, e mescolarsi fra il popolo. Ora vuolsi sapere come il Paoli possedesse memoria non affermerò superiore a quella di Giulio Guidi suo compatriotta da Calvi, che ebbe il soprannome _dalla grande memoria_, e mandò trasecolato il Mureto nella università di Padova, ma certo da stare a pari con Temistocle, Teodosio, od altri famosi dell'antica e della moderna storia; però bisognava, che per imparare le cose a mente qualcuno gliene dicesse; e tale incombenza appunto commetteva ai suoi famigliari; onde egli poteva salutare a nome infinite persone mostrandosi eziandio ragguagliato di molte particolarità concernenti alle medesime. Questa pratica gli conciliava benevolenza, e credito inestimabile, reputandosi ogni uomo col quale entrava in parole conosciuto da lui specialmente, e sempre più confermando la opinione, che per volontà di Dio a lui fossero rivelati i più riposti segreti. Se i tempi lo avessero consentito è da credersi, che egli avrebbe osato di più, che senza un po' di meraviglioso gli ordinamenti dei legislatori tra popoli rozzi non attecchiscono, ed ei lo sapeva; e nè anche andava del tutto immune da certe sue superstizioni alle quali pure partecipò Napoleone Buonaparte; sia che la Provvidenza lasciando insinuare negli alti spiriti simili debolezze voglia insegnarci come niente di perfetto esista su questa terra, sia, come credo piuttosto, che i primi germi della educazione ci rimettano nostro malgrado il tallo nell'animo; e i Côrsi allora erano superstiziosissimi, ed anche oggi, comecchè molto meno, sono. Pertanto il Paoli qua e là aggirandosi, con maraviglia pari al contento di cotesti fieri isolani, quale chiamava a nome, quale col suo nomignolo, e a quello chiedeva contezza del padre infermo, della moglie incinta, del garzoncello spoppato, a questo del pastino, degli olivi piantati, della vigna potata, ad altri altre cose, e poi ad un tratto li tastava di scancio intorno ai casi imminenti; imperciocchè sapesse, che il suffragio universale si rassomiglia assai a cavallo sfrenato cui fanno mestieri un po' di briglia e un po' di sprone, e se fosse vissuto ai giorni nostri egli lo avrebbe paragonato volentieri alle carrozze a vapore, le quali, finchè corrono incastrate nelle rotaie, vanno d'incanto su per erti argini e per cieche botti, dove prive di guide ruzzolerebbero, o darebbero di cozzo dentro le muraglie: ond'egli si era tolta quella fatica nel concetto di persuadere gli avversi, sostenere i vacillanti, i risoluti confermare; ma non n'ebbe bisogno; che da tutte parti sentì rispondersi su questo punto: fate il vostro dovere, e noi faremo il nostro. Egli allora, attentandosi più oltre, interrogati costoro che cosa intendessero per suo dovere, gli udiva replicare alla recisa: voi comandate la guerra, e noi per Dio santo la combatteremo. — Fino all'ultimo? — Fino all'ultimo. — Allora siamo a cavallo, disse fra sè il Paoli, e ritornò in palazzo per mutare vesti, che l'ora per la Consulta stringeva.
Deposti gli abiti di panno côrso, vestì la sfoggiata assisa di velluto verde gallonato di oro, cinse la spada, dono di Federigo, e con in mano il cappello del pari gallonato e piumato s'incammina verso la chiesa di San Marcello dove era convocata la Consulta; teneva la mano su la maniglia della sua stanza quando gli si schiuse con impeto la porta davanti, cosicchè per poco stette, che non gliela sbatacchiassero in faccia:
— O padre Bernardino siete voi? che novità portate? voi mi parete torbo.
— E lo sono, disse il frate agguantando il Paoli per un braccio, e sbarrandogli negli occhi due occhiacci da spiritato. Le novità le fate voi, e non ho a contarvele io; chiaritemi un po' che significhi là in chiesa quel baldacchino di damasco rosso? sareste per avventura diventato il Santissimo Sacramento? se così è ditemelo, perchè mi possa inginocchiare dinanzi a voi, e venerarvi come meritate. Ancora, che importa quel seggiolone di velluto chermesino con la corona reale ricamata nella spalliera?
— La è chiara; in trono siede il principe, o chi lo rappresenta; qui la nazione è principe, ed io ne sostengo le parti, però in luogo di quella mi assetto in trono. — La corona reale, voi avrete osservato, che sormonta l'arme del regno di Corsica; veramente questo titolo non va bene; bisogna mutarlo; ma per ora si mantiene a fine che la Europa non creda sia rovinato in Corsica il finimondo.
— No, io ho osservato, che la spalliera del seggiolone fu fatta alta per modo, che la corona viene per lo appunto ad adattarsi sul capo di quale ci si ponga a sedere.
— A questo non badai.
— Ci ho badato io.
— Orsù via di che temete voi? Che io mi faccia tiranno?
— Pasquale, nelle anime rette la rea passione non entra mai per la porta maestra, ella piglia per dietro, e si caccia per la gattaiola; penetrata in casa, in un attimo diventa in guisa gigante, che non la puoi buttar fuori dalle porte nè dalle finestre.
Pasquale, io ho veduto perfino le immagini della Immacolata diventare nere per troppo incenso. — Te lodano ogni giorno, e lo meriti; se ti lodassero meno farebbero meglio, e tu saresti savio se a coteste lodi sbardellate ponessi modo; e se, come credo, aborrisci veramente farti tiranno, non pigliare nè manco usanza con le apparenze della tirannide.
— Ma io non mi sono accorto di avere offeso così la temperanza dei padri nostri di lasciare adito a sospetti: in casa mia alla Stretta si adoperano ancora posate di bossolo, e le impannate coprono le finestre.
— Sì, ma qui le usi di argento; e questi, che vedo alle finestre, sono cristalli; nè il velluto, per quanto io sappia, fu mai lavorato in Corsica.
— Come privato vivo secondo l'osservanza antica, ma come magistrato supremo mi parve degno della nostra nazione mostrare alquanto più di decoro.
— E vi parve male. Pensate voi, che Pirro e i suoi legati stimassero più o meno il popolo romano e Fabrizio perchè lo trovarono a cuocere rape?
— Oh! volgevano allora altri tempi; in cotesti giorni di virtù repubblicana la povertà tenevasi in pregio; adesso si reputa colpa; certo la non si legge scritta in verun codice, ma la trovi scolpita in luogo troppo più dannoso, nel cuore umano.
— Pasquale! Pasquale! Picchiatevi il petto, e dite _mea culpa_; perchè concedeste i passaporti ai francesi? Perchè permetteste i mercati in prossimità dei presidii? L'oro francese serpeggia come veleno nelle vene dei Côrsi; e il lusso non entra mai solo nei paesi, bensì a braccetto della corruzione.
Il Paoli divampò in volto; senza dubbio perchè senti mordersi il cuore: cotesto rimprovero che adesso gli moveva il frate ad alta voce, sovente, come in altra parte fu avvertito da noi, glielo sussurrava sommesso la coscienza; onde piuttosto acerbo rispose: — Voi, usi nei chiostri, delle faccende umane intendete niente. La Corsica difettava di danaro, e per sostenere guerra giusta contro i nemici faceva di bisogno procacciare artiglierie, di ogni maniera, armi, munizioni e simili altri monimenti: ora a tutte queste cose provvidi coi denari del nemico: e senza i mercati concessi, in quale guisa io glieli avrei potuto cavare di tasca? In verità se voi non me lo insegnate non saprei indovinarlo io. I partiti politici presentano sempre molte facce: ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e la necessità costringe i cimenti; gli uomini poi non possono prevedere tutte le sequele, di qui, padre Bernardino, di qui, la fortuna buona è la rea. D'altronde ho fatto esperienza di questi fieri fratelli nostri, e non li trovo punto corrotti.
— Oh! qui sui monti no, perchè sui monti si vive più da presso a Dio, ma per le città e le campagne circostanti temo che sia diverso. — Ad ogni modo piaccia alla Provvidenza, che i quattrini francesi rechino minore danno a noi che a loro il ferro che ne abbiamo comprato.
— Padre Bernardino, uditemi: voi per fermo sapete come Marco Aurelio assunto allo impero consegnando la spada al prefetto del palazzo gli dicesse: — Tu con questa difendimi finchè osservo la legge; quando la trasgredissi ammazzami con questa; — e io dico a voi: — pigliate questo pugnale; ve lo do con le medesime intenzioni di Marco Aurelio, pigliate.
— No, Pasquale: vogliate non essere nè manco Marco Aurelio; egli si professò filosofo, ma a fine di conto rimase imperatore; onde a ragione Epitteto evitava disputare con lui, reputando cosa da matto venire a litigio anche di parole con tale che teneva al suo comando sessanta legioni. Coteste erano chiacchere; se Marco Aurelio avesse temuto del prefetto questi avrebbe finito come la _giustizia_ di Arragona. Persuadetevi, giova più per tutti procurare che il male non accada, che rimediarci accaduto.
— Ma adesso che questo benedetto trono sta su ritto, io non so a qual santo votarmi.
— Non vi date travaglio per ciò, ecco, che io vi profferisco un partito bellissimo: assettatevi accanto al trono, e se taluno interroga, perchè usiate così, e voi rispondete: il trono fu eretto per la libertà della nazione, la quale, comecchè sia ente astratto pure noi tutti dobbiamo estimare presente alle nostre deliberazioni, affinchè ella ci infonda partiti degni di lei.
— Mi piace; così farò, siete contento?
— Sì, sono; ma vorrei un'altra grazia da voi; la ricuserete all'amico di vostro padre?
— Parlate.
— Vorrei, che mi diceste proprio col cuore se vi siete avuto a male di quanto vi discorsi?
— Datemi la mano: ecco io ve la bacio come quella di mio padre quando mi castigava per mio bene.
— Ed io, soggiunse il frate liberando la sua mano e ponendola sul capo al generale, vi benedico, come avrebbe fatto la grande anima del povero signor Giacinto, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.
* * * * *
Il presidente della Consulta, Paolo Luigi Vinciguerra, poichè tutti si furono assettati, in mezzo al silenzio universale, volto al Paoli gli disse: — Esponete.
Il Paoli parlò in piano stile, e disse delle pratiche tenute, mediatrice la Francia, con la repubblica di Genova per la pace, essere state respinte le offerte del tributo annuo di lire 40 mila pel feudo di Bonifazio e per Capraja, le franchigie commerciali, e le cerne di soldati côrsi in tempo di guerra: allora, poichè ai repubblicani genovesi coceva tanto la perdita del titolo di re, avere proposto che sel tenessero, e la Corsica, purchè sgombra di loro, avrebbe retribuito un omaggio annuale a mo' che il Re di Sicilia costumava con Roma: in oltre (e questo era quel più, che da lui si fosse potuto consentire) tenesse Genova presidio in qualche città litoranea della Corsica: nè anche questo avere potuto attecchire. Fra tanto i gesuiti spinti fuori di Spagna essere stati accolti dai Genovesi in Calvi, Ajaccio, Algajola, dalla qual cosa inalberati i Francesi votarono codesti presidii; noi stavamo a un pelo di occuparli; si posero fra mezzo i Francesi, perchè fino al termine della lega gli lasciassimo stare; allora se Genova non si fosse composta con esso noi ci chiarivano liberi di tutelare i nostri diritti come la intendessimo. Desideroso tenermi bene edificata la Francia, obbedii. Di un tratto la Francia, o piuttosto il suo ministro duca di Choiseul, pari all'amico che frequentando la casa dello amico ne concupisce la moglie, promette lasciare libera la Corsica di governarsi a suo senno, a patto che gli concediamo noi San Fiorenzo e Bastia con tutta la contrada, che da queste due città si distende fino a Capo Côrso. E' parve pretensione strana, perchè in breve spazio due governi diversi e per necessità ostili non potevano durare; massime se potentissimo l'uno, e l'altro si sente ed è in effetto debole; la pignatta di ferro accanto a quella di coccio; per ultimo, popoli da evo immemorabile congiunti, di repente lacerati; dissi: amare meglio ci sottomettessero interi, che pigliarci a questo modo divisi. Onde non lasciare intentato spediente per vedere se umiltà vincesse superbia, offersi altresì che il re di Francia assumesse titolo e ufficio di protettore della libertà Côrsa, per difendere la quale presidiasse Bastia, San Fiorenzo e Capo Côrso. Risposero smettessero i Côrsi l'audacia di presumere che il Cristianissimo volesse accettare di simile sorte confederati. Subito dopo corse una voce molesta, che la Francia avesse comprato noi altri da Genova; da Genova, contro la tirannide della quale un giorno ci somministrò armi e sussidii; da Genova, contro la tirannide della quale ai tempi nostri stette per difenditrice; da Genova, che sa non potere vantare su di noi potestà se non convenzionata, e però tale che senza il consenso delle parti contraenti non possa mutarsi; e compra noi altri che da quaranta anni ci travagliamo nelle lotte sanguinose della libertà, come il macellaio costuma un branco di montoni. La Francia è potente, troppo potente per noi, onde potrebbe astenersi dagli inganni; ma no, le piace approfittarsi anche di questi, e mentre il duca di Choiseul mi manda a dire, che delle nuove milizie spedite in Corsica io non mi adombri, ecco che il conte di Marbeuf appena sbarcato m'intima a rimettergli in mano senza indugio San Fiorenzo, Bastia, Algaiola, Isola Rossa, Macinaggio, e Gornali. Risposi breve: averli i Côrsi acquistati col sangue; senza sangue non li avrebbero lasciati. Il marchese di Chauvelin, capitano della impresa, da Bastia ha pubblicato il suo bando; voi lo conoscete; promette farvi del bene assai, e confida di non avervi a trattare da ribelli; e voi dovete estimarvi avventurosi di essere cascati nella _servitù_ della Francia, perchè la libertà non temperata da buoni ordinamenti mena i popoli alla _servitù_. Frattanto si rompe slealmente la guerra prima che spiri la tregua, e, malgrado la resistenza dei nostri, parte del Nebbio, molti luoghi di Casinca e di Capo Côrso vengono espugnati da loro. Già la gazzetta di Francia ridonda delle iattanze consuete intorno al valore ed alla fortuna delle armi del Re. È inutile che io v'informi come la mia fama sia fatta segno di vituperii; dove io, essi affermano, dove io non insidiassi la libertà vostra, forse avrei avuto virtù per governarvi con gloria; i cieli vi destinano a sovrano Luigi XV il quale possiede certo le virtù di reggervi con gloria serbando intatta la vostra libertà. A me poi se lamento la iniqua oppressione rispondono: colpa vostra; perchè quando volevamo mutilare la Corsica del Capo Côrso, di San Fiorenzo e di Bastia, voi urlaste meglio è che le tolghiate addirittura la vita; noi abbiamo visto, che voi avevate ragione e l'ammazziamo. In questa guisa si ragiona in Francia. Adesso che vi ho esposto lo stato delle cose nel quale ci versiamo, deliberate voi liberamente se vi piaccia accordare o piuttosto respingere la forza con la forza: se vi garbi la pace, io tornerò in esilio dispiacente di non aver fatto per la mia patria quanto poteva, e senza dubbio poi quanto voleva, pure sempre obbediente ai voleri del popolo, sia restando, sia partendo; se all'opposto sceglierete la guerra, considerate se l'abbia ad amministrare io od altri; se giudicherete altri, dirò come la madre di Brasida diceva del figliuolo: esulto, che la patria abbia cittadini migliori di me; se io, sarò una spada nelle vostre mani, la quale percoterà sempre, finchè o non vinca o si rompa.
Così avendo parlato si disponeva a partire, quando Marco Aurelio Rossi oratore della Consulta saltò su a dire, non doversi a verun patto permettere, che in faccenda tanto grave il generale si allontanasse: rimanesse, e quasi anima dell'assemblea con i suoi consigli la ispirasse.
— Che piacenterie sono queste, oratore? proruppe sdegnoso il padre Bernardino Casacconi, il quale giusto sedeva nella Consulta come procuratore del Comune di Casacconi. — Non vi vergognate? chi fece la legge primo la obbedisca: fuori il generale.
— E ciò, soggiunse pacato il Paoli, tanto più importa che sia in quanto che restando non mancherebbero di bociare su pei canti avere io con rigiri strascinata la Consulta alle mie voglie. Il procuratore di Casacconi ha ragione; concedete, che io vi lasci liberi a discutere il partito desiderando, e sperando, che riesca quale la dignità della Patria aspetta da voi.
Uscito di chiesa con piccola accompagnatura intendeva tornarsene a casa per aspettare costà il partito della Consulta, ma il capo gli bolliva così, che gli parve bene rimanersi alcun poco all'aria aperta. Intanto che andava pensieroso s'imbattè nel colonnello Valcroissant, il quale in compagnia di certo suo ufficiale di ordinanza, e di Altobello Alando datogli in quel giorno di guardia, percorreva le strade notando diligentissimamente i casi che si succedevano. Appena il colonnello ebbe scorto il generale gli si fe' incontro, e dopo alternati i saluti, gli domandò:
— Or come avviene, signor generale, che non vi troviate a presiedere la consulta?
— A me non tocca.
— Sia pure così: ma almeno dovreste stare presente alle deliberazioni, massime quando scottano davvero.
— La legge mi esclude giusto perchè il negozio è serio; mi pareva avervelo già avvertito...
— Sicuro, ma io credeva, che voi...
— Avessi dato ad intendervi una bugia; ecco a che siete ridotti voi altri Francesi; chiunque vuole ingannarvi d'ora in poi non avrà a fare altro, che dirvi la verità.
— Vorrei domandarvi un favore, signor generale.
— Parlate.
— Desidero, che mi permettiate visitare il castello.
— Venite meco; io non ci vedo alcun male, perchè quando la guerra si ridurrà attorno al castello, e' sarà come la vita, che si stringe al cuore, per cessare.
Innanzi di porre piede dentro al castello venne fatto al colonnello di osservare una casa tutta piena di cicatrici fattevi dalle palle di carabina, e di spingarda; quelle di cannone erano state murate; pure se ne osservano tuttavia le toppe. Pertanto il colonnello, preso da vaghezza di sapere che fosse, interrogò:
— Qui si fece battaglia a quello che pare?
— E terribile, rispose il generale. Questa fu casa di Giampiero Gaffori: allorchè il commissario Giustiniano gli fece rapire il figliuolo, la moglie sua ch'è donna feroce gli andò incontro forsennata urlando: Giampiero, rendimi il figlio! — E Giampiero, condotte notte tempo bertesche e feritoie intorno casa sua, cominciò su l'alba a fulminare quanti Genovesi si affacciavano ai baluardi; il commissario ordina gli si sfasci la casa con le artiglierie; ma provò che questo era più agevole a dirsi che a farsi, imperciocchè quanti artiglieri comparivano a maneggiare il pezzo tanti colti di punto in bianco andavano a gambe all'aria. Allora il diavolo agguantava per i capelli il commissario, il quale ordinò pigliassero il figliuolo del Gaffori, lo legassero sul piano della cannoniera, intantochè riparati da lui potessero gli artiglieri ammannire con sicurezza il pezzo. Ai nostri atterriti da simile vista cascano le braccia, e si volsero al Gaffori senza far motto, ma in atto di domandargli: e ora che pesci si piglia? — Sicuro, uno strettone se lo sentì dare il Gaffori, ed anche dei buoni, ma scosse il capo disse: badate a tirare diritto: — magari! se possiamo scansarlo! — Se Dio non vuole noi generiamo i figliuoli appunto perchè muoiano per la Patria.
— E questi fu quel Gaffori che poi i Côrsi assassinarono? domandò malignamente il Valcroissant.
— Cioè due o tre Côrsi a istigazione del diavolo, e dei Genovesi.
— E ci abitano sempre i Gaffori?
— No, di presente l'abita un giovane, assai cosa mia, di Aiaccio, originario di Toscana, che si chiama Carlo Buonaparte con la moglie Letizia Ramorino.
Esaminato ch'ebbe il Valcroissant il castello disse: certo deve essere stato costruito quando non si conoscevano le artiglierie.
— Si adoperavano, ma a stento; le memorie avvertono lo fabbricasse Vincentello d'Istria sul principio del 1500.
— Di fatti, oggi con quei monti a ridosso, che lo pigliano a cavaliere non potrebbe fare resistenza contro a nemico munito di artiglierie.
— Ed io non avrei mancato di fortificare coteste alture se non sapessi, che non sarà decisa qui la causa della libertà côrsa. Oh! ecco qui; questa è la cannoniera dove fu attaccato il figliuolo del Gaffori.
— Perchè non ci mettete un marmo, che rammenti il fatto?
— Le memorie di marmo e di bronzo sono mute quando il cuore degli uomini dimentica. I Côrsi non hanno mestieri sveglie per ricordare le prodezze dei loro padri; e poi troppo marmo ci vorrìa per indicarle tutte. — Se non vi gira il capo, colonnello, mirate un po' che precipizio!
Il colonnello agguantandosi al parapetto sporse la testa per vedere il pauroso dirupo su cui sta il castello, e lo ricinge da tutti i lati, tranne il settentrionale dove pure la strada appariva sì stretta, che due persone ci si potevano erpicare a gran pena.
— Sta bene; lo trovo proprio quale lo descrive il Tuano: — _arx Curiæ saxo fere undique prærupto imposita;_ — e da che nasce quel ribollimento di acque laggiù in fondo, che anche di qua mette paura a vederlo?
— Colà le acque della Restonica si azzuffano con quelle del Tavignano, ma fatta subito la pace procedono poi di amore, e d'accordo fino al mare. La Restonica, forse per menare un'arena fina possiede la virtù di forbire ogni maniera di metalli, massime il ferro; onde noi altri vi lasciamo immerse canne da schioppi e ferramenti per pulirli dalla ruggine. Il balzo come voi dite fa rabbrividire a mirarlo, e nondimeno non una, ma parecchie volte i Côrsi prigionieri dei Genovesi ci si misero giù a repentaglio, e si salvarono sempre.
Intanto nella chiesa di S. Marcello si faceva un gran tramestio tra i procuratori intorno al partito da vincersi per la pace o per la guerra: e colà come altrove coloro che in fondo volevano che la guerra spuntasse, più degli altri sembravano avversarla, però i difensori della pace, mentiti, o veraci, di petto ai contrarii erano pochi, e le ragioni non facevano frutto. Ormai le voci discordanti ogni momento più si accordavano nel grido: Guerra! guerra! quando il padre Mariani detto il Rosso da Corbara levandosi con impeto esclamò: — Guerra! guerra! Se a farla fosse agevole come a dirla adesso chi più di me sentireste arrangolato a gridarla? Contro cui di grazia combatteremo questa guerra? Contro il re di Francia, tra i potentati di tutta cristianità potentissimo? Avete forse Mosè, che divida le acque del mar Rosso con la verga? O forse contate fra voi Giosuè che valga a fermare il sole? Qui ci vogliono miracoli; perchè co' partiti ordinarii dove possiamo riuscire, io davvero non comprendo. E noi che siamo? Un pizzicotto di gente seminato su di uno scoglio in mezzo al mare, senza quattrini, senza fortezze, senza munizioni, senza soldati esperti nei modi della moderna disciplina. Coraggio possediamo, anzi di questo ce ne ha di avanzo; ma questo basta per morire, non basta per vincere: e qui entrando in confronti prolungati, e minuti gli riusciva facile mostrare a prova, che la guerra era partito da gente disperata; per la qual cosa consigliava si piegasse il capo alla fortuna, non rendendo pessimo con la resistenza uno stato a bastanza lacrimevole; come conforto della libertà perduta pigliassero quei beni che la coscienza estorceva di mano al non giusto dominatore.