Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 24
— Ed ora del governo vi ragguaglierò io, prese a favellare il Paoli; quando la consulta di santo Antonio della Casabianca nel 1755 mi elesse a reggere la Corsica, volle conferirmi assoluta potestà, la quale ostinatamente rifiutai, imperciocchè sebbene io non mi sentissi legno da tagliarci il tiranno, pure mi parve che meritasse più lode di prudenza chi si astiene dal pericolo, che di costanza chi ci resiste, e la occasione, voi lo sapete, fa l'uomo ladro: istituii pertanto senza indugio un consiglio supremo di nove uomini animosi e savi, i quali governassero meco standomi al fianco tre per volta ogni quattro mesi; questi fanno l'ufficio che presso a poco esercitano da voi i ministri della corona; io presiedo a vita il consiglio, ed ho la condotta delle armi; questo mio potere come eccessivo, ha da mutare: in parte è più, in parte è meno di un re inglese; forse si rassomiglia meglio allo statolderato di Olanda. Poteva come Mosè, Licurgo, Romolo ed altri parecchi, dettare solo le leggi; non volli, sembrandomi che il popolo partecipando alla composizione di quelle le avrebbe amate e rispettate di più: ancora, il dispotismo rinfaccia al popolo la sua inettezza: ipocrisia! imperciocchè se tieni sempre il fanciullo stretto in fascie, come imparerà a camminare? Ora veruna scuola di libertà supera il pubblico dibattimento su le faccende della patria. Il principe vero della Corsica è la consulta: da tempo antico costumavano i padri nostri assembrarsi in congressi cui appellavano Vedute, per lo più nella valle di Morosaglia; andate in disuso con la tirannide, rinacquero con la libertà. Così si compongono oggi; ogni villa elegge un procuratore di comune, e gli confida il mandato per mano di notaro; finchè sta fuori di casa il comune del paese lo paga a ragione di una lira al giorno; anche qui va emendato, dacchè in taluna villa la popolazione non arriva a 40 persone, in altre supera le 400. Prima eleggeva tutto il popolo e da sè senza che se ne mescolasse il governo, ma riuscendo le elezioni scompigliate sempre, e le più volte inani, fu provvisto così: il podestà e il padre del comune proporrebbero i cittadini da eleggersi a procuratori; quali dove non uscissero eletti, toccherebbe ai padri di famiglia designarli; e se nè anche questi restassero approvati, cotesta villa o comune per quell'anno perderebbe il dritto di mandare procuratore: resta eletto chi raccoglie più voti, che devono superare la metà degli elettori. Nè questi soli compongono la consulta, chè in prima c'intervengono tutti i consiglieri supremi usciti in carica, poi i figli dei morti per la patria, per ultimo i procuratori dei magistrati provinciali di cui vi chiarirò fra poco. La consulta convocata da me si riunisce ordinariamente una volta l'anno in Corte; occorrendo più, volte, e in altri paesi; appena adunata essa nomina due procuratori comunali, ed uno dei magistrati di provincia: i tre eleggono il presidente, e l'oratore dell'assemblea; il primo presenta le leggi a nome del governo, il secondo a nome del popolo; mandate a partito, una volta si vincevano con due terzi di voti, ora ne bastano la metà; la legge del governo appena vinta si eseguisce, quella del popolo può restare impedita dal governo, ed allora fino alla consulta dell'anno seguente non può riproporsi. Vi parrà questo eccessivo, ed è; ma io desidero il popolo libero affinchè meco concorra e mi aiuti a fabbricare la sua libertà; ma procurai che, poco esperto e facile a rimanere carrucolato, non avesse le braccia libere di scombussolarmi di una mala legge ogni cosa; io e gli amici miei come il profeta Eliseo stiamo distesi su questo popolo per infondergli la libertà col nostro alito; questo vogliamo, questo faremo, ma oltre questo ministero di vita, ecci forza armare la mano di spada per dare in testa a chiunque con violenza e con frode si argomenta ricondurre la Corsica in ischiavitù. Oltre discutere o votare le leggi, la consulta elegge i magistrati provinciali e i sindacatori; però nella nomina dei primi pigliano parte unicamente i procuratori delle provincie, nella nomina dei secondi tutti. Sono i magistrati provinciali composti di un presidente, due consultatori, un auditore, un cancelliere; si rinnovano ogni anno; lo stipendio scarso, sono nudriti dal pubblico; sta agli ordini una guardia pagata: questi sono dieci, quante le province nelle quali si scompartisce l'isola: 6 cismontane e 4 oltramontane; giudicano le cause civili di qualunque importanza oltre le lire 30, e criminali; le sentenze di morte e di esilio non si eseguiscono se il supremo consiglio non le approva. I sindacatori dicono istituisse Carlo Magno; certo è che la Repubblica Genovese li ebbe: ufficio loro raccogliere le lagnanze del popolo, inquisire i magistrati, non escluso il capo supremo dello Stato, conoscere le colpe e ripararle o punirle. Qualche volta mi elessero sindaco, non sempre, diverso in ciò da Andrea Doria che si fece nominare dal sindacato a vita, onde fra per questa autorità esorbitante, e per conservare forze proprie capaci da opprimere chiunque lo contrariasse, che razza di libertà intendesse egli donare alla sua patria a me non riuscì mai di comprendere. Dimenticava dirvi, che mentre dura il dibattimento, e il voto delle leggi, il generale e supremo consiglio hanno da uscire dalla sala della consulta.
Arrivato a questa parte del suo ragionamento, chiesta prima licenza, entrò una guardia del generale, che gli presentò lettere sigillate: egli stava per metterle in tasca e leggerle a bell'agio, quando la guardia gli disse: — Avvertite! — Allora il generale guardando meglio vide scritto nella sopraccarta: — preme. Scusatosi con la compagnia, lesse una volta, e due, poi ripiegati pacatamente i fogli, senza mutare sembianza soggiunse: — va bene; e licenziò la guardia; dipoi voltosi al Boswell continuò: Fin qui non vi ho detto il peggio; nella coda sta il veleno, io posso di mia autorità far arrestare sospetti, posso anche mandarli a morte... non vi spaventate; questa è tirannide, ma come vi hanno tiranni che curvano i popoli nella servitù, così la dura necessità vuole che talora abbisognino tiranni per raddrizzarli alla libertà. Ai popoli corrotti, o imbestiati dalla oppressione, per purgarsi fa mestieri a modo del Dante di passare per lo inferno e forse ha meno pericoli il nostro mare nelle bocche di San Bonifazio, che il diritto del suffragio universale, e pure in questo fuoco bisogna ritemprarsi. Se da una mano io pongo un pugnale atto così a difendere come ad uccidere la libertà, importa che io tenga armata l'altra mano per riparare in tempo; lasciamo da parte i privati cittadini e supponete un procuratore comunale, uno del magistrato provinciale, che più? uno del supremo consiglio, che io sappia per sicuro macchinare tradimento a danno della patria, ma il tempo manchi al giudizio, anzi riesca impossibile procacciarsi prove legali, e il pericolo si versi nello indugio: aggiungete, che nelle cause di Stato se aspettiamo che il delitto sia compito, allora la patria è venduta, la libertà spenta, il giudice in catene. Quando il traditore può in un momento sovvertire la patria, deve potere la pubblica vendetta colpirlo improvviso come la folgore di Dio; ed io stringo nella mia destra questo fulmine pronto sempre ad avventarlo quando occorre. Poteva conferirsi questo diritto al consiglio intero; ma oltrecchè sarebbe sembrato sanzionarlo con legge, enorme cosa, i consigli procedono sempre lenti, di rado concordi, almeno sulle prime, e i casi piuttosto si indovinano, che si dimostrino, nè può definirli nelle moltiplici specie la legge, mostrandosi ordinariamente la malizia più feconda al nocere, che la sapienza a riparare. Io rabbrividisco per questo diritto di sangue che possiedo, e non lo depongo, disposto a renderne conto a Dio ed ai sindacatori; voi però non crediate che meco stesso non vada ravvolgendo la contingenza, che quello che a me parve necessità suprema ad altri tale non paia; ed anco confesserò di più, che temo mio malgrado la passione più o meno non entri a sprigionare dalla volontà la parola che apre alla creatura una tomba infame. Ahimè, spesse volte — troppe volte — questa ragione di Stato rassomiglia alla croce che l'uomo porta sul calvario dove lo crocifiggeranno la ingratitudine dei popoli, l'odio dei nemici, e le perfidie della fortuna...; non importa, perocchè io sia uno di quelli, che fermamente credono essere l'anima nostra un angiolo smarrito, che ritroverà il suo paradiso per la via del dolore. — Qui il valent'uomo versò alquanto di vino nel bicchiere, e levatosi in piedi disse con raccoglimento: — Quando anco questo fosse sangue del mio cuore, io non lo berrei meno volentieri alla salute della Patria: viva la Patria!
Tratti da un medesimo spirito, i convitati assorgendo risposero: viva la Patria!
— Avrei voluto, comecchè voi, signor Boswell, non rassomigliate l'eroe troiano, ed io assai meno Didone, avrei voluto, soggiunse Paoli, che qualche Jopa côrso vi avesse dato contezza della musica e della poesia côrsa: ciò sarà per un'altra volta. Intanto _suadent cadentia sidera somno_, e assai fatiche ci toccarono in questo giorno perchè non dobbiamo più oltre rifiutare riposo alle stanche membra.
Qui, fatto e ricevuto ogni maniera di cortese salutazione, presero il Paoli e i suoi compagni commiato.
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Aura di maggio, oh! come divina quando il sole abbandona il nostro emisfero; per lei le chete superficie delle acque s'increspano in così dolci pieghe, che rammentano il sorriso della vergine quando l'amante le diventa sposo, o quello della madre allorchè le presentano la sua prima creatura dicendo: ecco, un figliuolo ti è nato; — all'aura di maggio dall'aperto calice commette intero il suo profumo la rosa, quasi fanciulla, che, combattuta l'ultima battaglia del pudore, lascia andarsi in balìa dell'affetto che la vince; — al soffio di lei le foglie del pioppo ora ti mostrano il lato colore di cenere, ora quello di smeraldo come per ammonirti, che neanche l'inferno possa spegnere amore, e i cipressi custodi dei sepolcri, mossi da lei tentennano l'uno verso l'altro le cime bisbigliandosi in loro favella, che ciò che l'uomo chiama morte è trasformazione; l'amore feconda anche le fosse, e da una vita cessata sgorgano innumerevoli rivi di vite che incominciano; — le stelle ai fiati di lei corruscano più somiglianti a mo' di fiaccole, le quali ventilate divampano; e quando dall'acque si leva la luna, e a lei piace sospingerle incontro qualche nuvola, par che Febea corra a precipizio pei bruni campi del cielo alla caccia delle fiere del firmamento, come ella già le selve correva su le orme delle belve terrestri. Pei lidi ricurvi, per gli aperti piani, per le arcane foreste, in terra, in cielo, in mare suona un misto di voci, che ad alcuni parve sospiro, ad altri riso, ed è l'una cosa e l'altra, imperciocchè riso e sospiro scintillassero su l'animo dei mortali col medesimo baleno, e spesso si confondono scambiandosi tra loro forma ed ufficio; così la gioia sovente sospira, e il dolore, esaurita la fonte delle lagrime, ride. Gemito e riso, alfa ed omega della vita umana!
E poichè non ci ha festa senza musica, una famiglia di rosignoli, aspettato che il fragore delle opere divine cessasse sopra gli olmi della piazza di Corte, conveniva ai canti alternando le armonie alle melodie con note così infinitamente alte, che incominciate sopra la terra sembrava che non si rimanessero finchè non erano giunte lassù in fondo dei cieli, dove si mescolavano ai cori degli angioli; però in cotesta sera tacevano; anzi gli usignoli avevano disertato l'arbore diletto; spandendosi per la campagna con istridi acuti ammonivano gli altri a torcere altrove le ali perchè qualcosa di spaventoso li minacciava lì presso. In verità i poveri uccelletti avevano ragione; poco discosto dall'olmo appeso alla traversa della forca dondolava il cadavere di Giovanbrando impiccato. All'ultimo palpito del sole corrispose l'ultimo del cuore, quello s'immerse nel mare, questo nella eternità; e lo lasciarono appeso in obbedienza dell'ordine del generale; non posero sentinella a guardarlo, reputandolo abbastanza vigilato dalla giustizia inesorata ma retta che percoteva indistintamente umili e superbi.
[Illustrazione: .... erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle, di tratto in tratto, il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone. (_Pag. 276_)]
I Côrsi in quei tempi non consumavano olio per risparmiare sole, onde si coricavano a buon'ora: ordinariamente prima delle due di notte andavano a giacere, se qualche occorrenza non li persuadeva a vegliare; sicchè chi si fosse aggirato per le vie di Corte avrebbe, meravigliando, veduto dopo assai cotesto tempo due lumi accesi in due case diverse. Per cui manca di discorso gli obietti estremi passano a un dipresso come acqua piovana per la doccia; chi poi costuma notare, da tutto piglia argomento di speculazione, e quindi causa di conoscenza; per la quale cosa non parrà strano se affermo che dal modo con che la luce dei lumi viene riflessa fuori dai vetri delle case tu puoi distinguere in quale stato si trovino le famiglie. Calda e, per così dire, petulante è la luce che rischiara i conviti e i festini; però, se da imposta allo improvviso aperta essa prorompe, ti parrà che insulti la notte, anzi pare che la provochi e la ferisca. Più modesto, non pertanto meno sicuro splende il lume compagno agli studi della sapienza, come quello che sa essere luce in traccia di luce; ma il lume acceso della tribolazione trema, e supplica che al suo dolore non si aggiunga il dolore della tenebra: abbastanza la travaglia la vita delle miserie circostanti, perchè non vengano anche i fantasmi della notte a crescerle il peso.
E non sarebbe stato difficile indovinare che i lumi, i quali in cotesta notte scaturivano dalle finestre delle due case di Corte, erano stati accesi dalla tribolazione: per verità uno ardeva nella casa del padre di Giovanbrando, l'altro in quella di Orso Campana.
Vi rammentate di Lellina la figliuola di Orso, che doveva esser moglie di Giovanbrando? Ebbene, essa è quella che veglia. Bisogna che voi impariate meglio a conoscerla, diventando d'ora in poi parte importante della nostra storia; e perchè vi entri bene nella fantasia io ve la vado a descrivere con parole succinte. Di statura è breve, e di membra asciutte, però mirabilmente disposta a sopportare le fatiche; forte come l'acciaio, destra quanto i muffli dei suoi paesi; la pelle pallida le imbrunì il sole, chè il padre usava menarla sempre seco pei monti a caccia, o ai _procoi_ per vigilare le faccende di villa: giusta il costume côrso le vela il capo un pannilino bianco fino alle sopraciglia curve in bell'arco, ma quasi invidiose; gli occhi sempre teneva mezzo chiusi e bassi forse per modestia, o piuttosto perchè sapesse che mettevano paura: in effetto le sue pupille apparivano chiazzate di nero, di celeste chiaro e di giallo, ma, quietando essa, quest'ultimo colore non si distingueva troppo; e gli altri due componevano un cotal grigio scialbato assai somiglievole al piombo polito; quando poi qualche passione l'agitava, il giallo si estendeva, si accendeva; insomma i suoi occhi allora diventavano pari a quelli del gatto salvatico; il volto ovale con sì perfetto contorno che meglio non avrieno disegnato le Grazie: la bocca ombreggiata dalla caluggine del labbro superiore mostrava due margini stretti, e rovesciati in dentro, indizio sicurissimo di animo deliberato e costante.
Questa fanciulla stava seduta sopra una panca dinanzi al camino per abitudine, non già perchè la stagione invogliasse a scaldarsi; da parecchio tempo erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle di tratto in tratto il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone; di contro a lei giaceva in terra la serva, vecchia côrsa con gli occhi, il naso e le mani uguali agli occhi, al becco e agli artigli del falco, e forse la somiglianza di lei col falco non finiva qui; teneva le spalle appoggiate, o come i Côrsi dicono, _arrembate_ alla parete, le gambe su ritte, e con le braccia tese e le mani aggruppate si agguantava i ginocchi; anima propria, o piuttosto volontà ella non aveva; bensì con l'occhio fisso nel volto della fanciulla spiava quello che avesse a fare o non fare; il cane in mezzo a loro, aggomitolato a modo di chiocciola, pareva che dormisse; però di tanto in tanto squittendo dava ad intendere sè essere pronto ad avventarsi dove la padrona ordinasse.
Lella, riposte le molle su gli alari, si levò, e dalla cantera della tavola in mezzo alla stanza trasse fuori un trinciante: avendone tentato il taglio col dito le parve ottuso; prese allora la cote, e premendovi sopra la lama con le dita incominciò a strisciarvela obliquamente: poi lo tentò da capo, e trovatolo affilato lo avvolse dentro una salvietta, e lo ripose in tasca. La serva l'agguardava senza far motto, e quando Lella le disse: — andiamo! — si levò su tutta di un pezzo mettendosele dietro, non interrogando dove s'incaminasse, nè per quale causa, nè nulla: il cane sorse a sua posta, e scotendo il pelo parve si accingesse a seguitarle, senonchè la fanciulla fattogli cenno col dito gli ordinava: — tu rimarrai — e il cane mandato un guaito tornò a cucciarsi.
Le donne uscirono e si avviarono difilate alla casa di Matteo Brando. La Lella battè un colpo solo — ma forte e risoluto così da significare: apritemi presto: tuttavolta aspettò e dopo convenevole spazio di tempo ne percosse un altro; — poi un terzo, un quarto: quei di dentro pareva non sentissero, o non volessero sentire; finalmente fu visto il lume mutare luogo, e poco appresso una voce domandò: qual siete voi?
— Aprite. — Schiuso l'uscio Lella entrò, e alla donna che tenendole dietro con la lucerna ripeteva: qual siete voi? non rispose niente, bensì andava tuttavia. Arrivata nella camera soprana la perlustrò con gli occhi, e vide in un canto Matteo Brando genuflesso davanti la immagine della Madonna dei sette dolori; le mani teneva giunte sopra una sedia, e su le mani declinato il capo doloroso. Lella lo tocca lieve lieve su la spalla e il vecchio solleva la faccia domandando: chi siete? che cercate?
— Matteo, voi avete un figliuolo?
— Lo aveva.
— Sta bene; ma ora resta di levare il suo corpo di forca.
— Chi di coltello ammazza conviene che muoia; se l'è meritato.
— Se l'è meritato?
— Certo; era corsa inimicizia tra i Brando e gli Albertini ma non ingiuria, non offesa accadde mai tra noi; egli ha sparso sangue umano senza vendetta, nè odio.
— Ha fatto meglio; lo ha sparso per amore. Orsù, volete venire a dare al vostro figliuolo sepoltura cristiana?
— Lo lascerebbero forse esposto al vento ed alla pioggia?
— Ne sono capaci: e ai corvi, che gli beccheranno gli occhi, e agli avoltoi che gli strazieranno le carni.
— Oimè! lo ha meritato.
— E le sue ossa andranno in bocca ai cani, nè saranno riposte nella tomba dei suoi antenati.
— La tomba dei Brando non raccoglierà mai le ossa di un impiccato.....
— Di certo?
— Di certissimo.
— Ebbene allora le raccoglieranno le tombe dei Campana. Il padre si è vergognato del suo figliuolo, ma la sua promessa gli rimarrà fedele anche alla forca. Addio vecchio. Io vi venni a cercare non mica per bisogno di voi, ma come padre del mio sposo volli adoperarvi questo atto di rispetto. Addio.
Senza ira, come senza fretta uscì al modo stesso col quale era entrata, e seguìta dalla serva riprese il cammino per la piazza delle forche. Non aveva mutato ancora cento passi, che vide venirsi incontro un uomo; la luna si era levata, e sebbene non fosse anco giunta al sommo del cielo, pure spandeva tanta luce da lasciare poca speranza a Lella di potersi nascondere fra le ombre della via angusta: deliberò guardare in faccia la fortuna, e procedè oltre: quando le venne vicino il notturno camminatore, lo riconobbe pel giovane Matteo Massesi, il quale con la cetera in mano pareva si affrettasse a qualche posta: senza per ciò smarrirsi di animo la fanciulla gli accolse salutandolo:
— Buona notte, Matteo, e dove andate a questa ora, in tanta prescia con la cetera in mano?
— Voi non me lo avreste a domandare, Lella; adesso posso tornarmene.
— In verità, non m'indovino niente.
— Ah! Io veniva sotto le vostre finestre.
— A farmi la serenata per l'allegrezza avuta?
— Le corde sono come chi le suona; piangono o ridono e la voce canta così il _Tedeum_ come il _Miserere_.
— Ma voi non me lo potete negare, ci avete avuto gusto alla morte di Giovà?
— Io? Dio me ne liberi; io vi amo...
— Sì; ma alla morte di Giovà ci avete avuto gusto.
— Vi ripeto di no; solo costui m'impediva la speranza che voi un giorno pensaste a me.
— Arzigogoli! Una volta che la sua morte ha levato l'impedimento il vostro cuore ne deve avere esultato.
— Lella mia, deh! non andiamo tanto a squattrinare col cuore io non ho pensato ad altro, che a voi.
— Dunque voi mi amate molto, Matteo?
— Non ve lo ho io detto?
— Detto sì le mille volte, ma provato mai.
— Provate.
— Avvertite alle parole che vi escono di bocca, Matteo: potrebbe venirmi voglia di mettervi al cimento.
— Provate.
— Vi provo. Voi non mi avete domandato perchè a questa ora io mi trovassi sola per le strade; ve lo dirò io; vado a levare di su le forche Giovanbrando; se mi amate davvero, venite meco, ed aiutatemi...
Matteo si sentì mancare sotto le gambe, e gli fu mestieri appoggiarsi al muro.
— O Lella mia, qual diavolo vi tenta. E non sapete il bando che minaccia del capo chiunque si attenti di toccare lo impiccato?
— Lo so: per questo v'invito; se ciò non fosse, bella forza sarebbe levare un morto; allora basterebbe il becchino.
— Ma il segretario del generale deve essere per lo appunto quegli che ne trasgredisce i comandi?
— E se preferite i comandi del generale ai desiderii miei, sposatevi il generale.
— Sentite, Lella, pensate che io sono figliuolo del gran cancelliere, e quanto ne accadrebbe scandalo se si venisse a scoprire che le leggi furono rotte dal sangue di colui che la nazione elesse a farle custodire.
— Matteo, voi mi parete ottimo segretario, eccellente figliuolo, ma pessimo amante — e scivolò via lasciando il giovane tutto confuso.
Eccola giunta a piè della forca: sosta alquanto, e contempla il derelitto che al vento notturno dondolava; la serva anche essa guardando in su non sapeva in qual guisa la fanciulla avrebbe salito in alto; per lei tanto non ci trovava modo: senonchè Lella la cavò presto di dubbio: di botto ella con le cosce e con le braccia aggavigna l'antenna; poi datosi un tratto con la persona si arrampica un sommesso; distende da capo in su le braccia; ma all'improvviso sdrucciola per quanto è lungo il palo battendo terra così aspro, che ne rimase intronata: ripresa lena ricomincia la salita, nè per questa volta la seconda meglio la fortuna; imperciocchè mentre stende la mano alla traversa, e già l'agguanta, torna a scorrere giù a precipizio. Si sentiva le braccia rotte, le cosce e il petto indolenzito, le bruciavano le mani: mentre alla serva pareva perduta la prova, sovvenne Lella un nuovo consiglio; china per terra si bagna le mani e le braccia con la rugiada caduta su l'erba, e braccia e mani s'imbratta poi d'arena: così allestita ritenta, e la ruvidezza dell'arena le vale; abbrancata la traversa ci si appoggia con le costole restando con le gambe penzoloni; penoso le riuscì moversi di traverso, ma aiutandosi con le braccia e col petto arrivò in breve sul capo all'impiccato: senza perdere tempo allora cavò di tasca il trinciante, e di un colpo recise il laccio orribilmente teso: il corpo tracolla con infelice rovina; dietro a lui giù di piombo la fanciulla, che sciolto il laccio se lo cinge intorno alla vita.
— Su presto, intantochè si avvolge la fune alla persona, favella alla serva; so che a tela ordita Dio manda filo, tu piglialo da capo sotto le ascelle, che sei più forte e meno affaticata di me; io lo agguanterò per le gambe e via.