Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 23

Chapter 233,378 wordsPublic domain

— I bagagli sono guaio per le spedite mosse degli eserciti, osservò il Paoli; i Romani solevano chiamarli _impedimenta_, ed avevano ragione; io penso che i bagagli i quali si strascica dietro adesso un esercito di cinquantamila uomini sarebbero stati di avanzo a tutte le legioni romane; ma se l'averne troppi reputo guaio, certo mancarne affatto non giova. Lo stesso dicasi delle artiglierie; qualche pezzo ho ordinato a Livorno, altri promette allestirne in breve Settecervelli col bronzo delle campane donate. I nostri preti, signor Giacomo, hanno creduto che in tempo di guerra per la patria il bronzo glorificasse meglio Dio ridotto in cannoni che in campane, però ogni chiesa ha donato la sua. Settecervelli è il nostro Archimede: quando prima fondai la zecca a Murato ci proposi certo maestro svizzero assai pratico nell'arte, e Settecervelli lo aiutava per garzone; un bel giorno il male del paese pigliò lo svizzero, e Settecervelli rimase solo, e nondimeno tanto per la bontà del suo ingegno istruito, che non pure manda innanzi la zecca, ma getta artiglierie, fabbrica ordigni di nuova invenzione che fanno maraviglia a vederli. Quello di cui non so darmi pace è la mancanza di ospedale e di cerusichi: la risposta del mio compatriotta ricordata da Achille palesa la costanza côrsa nel soffrire, ma per la Immacolata, questa costanza non è ragione perchè soffrano, colpa la povertà nostra, di tante angustie. Ah! che non darei io per essere ricco; il vostro Shakspeare, signor Giacomo, mise in bocca a certo suo personaggio queste parole: — mi conierei anco il cuore! — io farei di più, piglierei moglie....

— Come! aborrireste voi il matrimonio?

— Certo nella condizione in cui mi trovo lo aborro sopra tutte le cose, dacchè il matrimonio scemi la passione per la patria, o la diverta, e a me ha da essere moglie la Corsica, figliuoli i Côrsi, pure sposerei una moglie oltre modo facoltosa per convertire la sua dote in sollievo dei miseri feriti nelle difese della patria.

— Bene!

— Affinchè divampi il fuoco che arde nel cuore dei Côrsi ricercai gli spedienti adoperati nei tempi antichi e nei nuovi: piacquemi sopra tutti quello degli Spartani i quali non accettavano nella legione il milite se non a patto che presentasse la sua amante, essendosi attestato dagli storici come queste o per paura di vedere ferito l'amato compagno, o per smania di vendicarlo morto, combattessero da leoni: ora tali amori non consentendo i costumi, mi industriai ottenere il medesimo fine con più diritto amore, epperò composi le compagnie per quanto potei di parenti e di vicini, trovando giusto il proverbio che dice mezza parentela la vicinanza. Sto dietro a raccogliere, avendo perciò spedito lettere circolari ai parroci, i nomi dei morti in guerra dal 1729 in poi, e questi intendo stampare, e tener fissi dentro una tavola in ogni chiesa; avranno elogio funebre annuale; degli altri, che sortiranno non so se io mi abbia a dire grazia o sventura di cadere combattendo, di ora in avanti ne sarà cavato il ritratto per essere esposto nella sala del consiglio qui in Corte; i figliuoli di questi eroi fu statuito che per dieci anni vadano immuni da qualsivoglia gravezza; ricevano istruzione gratuita; arrivati alla età legale siedano di pieno diritto nelle consulte, affinchè, dichiara il decreto, — il sangue degli eroi venga con pubblici onori solennemente distinto.

— Ma con quali leggi vi governate? Non chiamaste Giangiacomo Rousseau a dettare per voi uno statuto, un codice?

— Invitai Rousseau di riparare in Corsica, mosso da compassione delle sue sventure, e gli avrei anche concesso di dettare la storia di questo paese; intendiamoci però la storia epica, quale compose Erodoto, che parla alla passione del popolo e commovendolo lo migliora, non già la storia dell'uomo di Stato, che stillata dal cervello si volge al cervello, e conviene meditare notte tempo, al lume di lucerna, seduti sopra un gradino di marmo a canto della statua della Patria. Certo, ingegno, e grande possiede costui, ma bizzarro, inquieto, e presuntuoso al pari del Voltaire; uno chiama l'altro _povero uomo_, questi quello _garzone_, e veruno di essi ha torto di disprezzarsi così quando nel mutuo orgoglio si reputano capaci di dettare leggi co' ghiribizzi loro ad un popolo che non conoscono. Di rado i letterati intendono di Stato; in effetto il Macchiavelli passava piuttosto per uomo non senza lettere, che letterato. Però tutti i governi abbisognano di uomini periti delle lettere e nelle scienze, decorandoli troppo meglio che le pompe, e le orerie, di ogni onore degni quando accreditano i reggimenti benevoli della umanità, vituperevoli quando onestano la tirannide, e nondimanco luce sempre, comechè in un caso conduca allo scampo, e nell'altro a perdizione.

— A quanto sembra voi reputate assai il Macchiavello; non so se sappiate che i Francesi vadano dicendo, che voi lo portate sempre in tasca.

— Passiamo le grullerie francesi, troppo spesso essi giudicano senza verità, e senza conoscimento. Non porto in tasca il Macchiavello chè darebbe incomodo, bensì nella mente dove arreca beneficio; anche il re Federico di Prussia senza conoscerlo lo sprezza, o piuttosto finge, e fa, secondo il motto arguto del Voltaire, come colui che sputa su la vivanda, perchè altri schifato la lasci stare ed egli possa mangiarsela tutta. Del Macchiavello è somma l'arte di considerare; e se volge la mente ai suoi tempi, la materia infelice gli somministra argomento a tristi pensieri, se ai fatti degli antichi ne cava precetti di ottimo vivere civile. — Questo vi chiarisca; da lui si mette la religione base principalissima dell'umano consorzio; anzi con forti raziocinii ed acconcissimi esempi dimostra che venuto meno ogni altro vincolo, dove questo uno rimanga saldo, basta a salvarlo; all'opposto Federico nelle lettere al maresciallo Keit ostenta l'ateismo. _Bella consolazione davvero per un guerriero moribondo sentirsi dire: tra poco voi non sarete più nulla!_[26] Con tali insegnamenti non si possono sperare uomini grandi, sopratutto buoni. Dalla setta di Epicuro un solo uomo degno, la scuola degli stoici ne fu semenzaio. — Il signore Giuseppe Maria Massesi, cancelliere del governo, vorrà essermi cortese d'informare l'ospite nostro delle leggi, e del modo di amministrare la giustizia.

— I Genovesi (così prese a favellare un grave personaggio, che al sembiante arieggiava un po' il bue, un po' la faina, tipo assai facile a incontrarsi nella classe dei magistrati), ci lasciarono certi statuti, i quali contengono ordinamenti generali quanti bastano per incamminare a fine uniforme lo esercizio della giustizia; comporre codici a noi non importa, nè giova; questi reputano miglioria, e sono impedimento; in effetto essi sommano i beni partoriti dai buoni costumi, e poi si parano come la steccaia in mezzo al fiume, la quale trattiene il flusso delle acque finchè non arrivino a soperchiarla: così il codice impedisce la immissione quotidiana e regolare dei buoni costumi nelle leggi fino al giorno che la discrepanza diventi massima e ostile. Nè il codice per quanto prolisso tu lo immagini può comprendere la descrizione dei casi speciali, epperò ad ogni codice fa coda la faraggine della giurisprudenza; donde avviene, che quanto sarà più concisa la legge meglio ti troverai; pensate a Dio; con soli 10 comandamenti provvede più che tutti i legislatori con i codici loro. — Posta la regola, il cuor sincero e la mente retta ti faranno più giudice che il Baldo ed il Bartolo non saprebbero. Furono fabbrica di curiali i codici non semplici e non compiti, ma così ammezzati e difficili, per ridurre la giustizia a mestiere privilegiato. No, signore, la giustizia entra nel pane quotidiano dell'uomo, ed ognuno deve sapere allestirla per sè, e ministrarla agli altri. — Ogni paese elegge annualmente un potestà, e due padri del comune; il potestà giudica senza appello le liti fino a dieci lire, unito ai padri del comune fino a trenta, e senza appello: in qualche paese nominano due podestà, in tale altro eleggono padri del comune fino a dodici. Prima di entrare in ufficio i magistrati provinciali li confermano; talora il governo commette ai medesimi le incumbenze dei magistrati provinciali; non hanno paga. Le cause di merito superiore giudicano essi ancora, ma le sentenze si possono appellare alla ruota composta di tre giudici: brevi i giudizii, non graditi gli avvocati, in arbitrio del giudice le chiusure del processo: le decisioni non si raccolgono, nè si allegano, chè andiamo persuasi come ogni sentenza motivata da casi speciali non può estendersi, se non per via di garbugli, ad altri casi non mai pari; questa è la nostra giustizia civile.

— La quale, salvo il vostro onore, mi sembra un po' parente della giustizia turca.

— Ditela addirittura sorella, riprese il Paoli, e dubitando offenderci voi ci avrete lodato: ora ve ne dirò la ragione: educato al foro ho potuto osservare come nei paesi che si chiamano civili, le sentenze proferite dai tribunali di prima istanza vengono almeno per la metà revocate dai superiori; ora se ciò avvenga o perchè siasi fatto errore, o per causa della contradizione che corre nelle vene dell'uomo, poco rileva; la cosa sta: — conceduto adesso che anche i Turchi sbagliassero per metà, avremmo di risparmio gli avvocati, le spese di giustizia, le disperate lungaggini, e quella turba di giudici mestieranti, che si abbarbica vera pianta di passione sulla facciata del tempio della giustizia. Quanto a noi vi so dire che di rado si appellano, e delle cause appellate, nè manco un quarto se ne baratta; onde vi accorgete, che non abbiamo punto vaghezza di cercare miglior pane che di grano.

— Questo concerne la giustizia civile, e la criminale come si amministra ella?

— Eh! rispose il Massesi come se gli fosse andata una lisca per la gola, vostra signoria capisce che in tempi torbidi, minacciati da nemici interni ed esterni, la non si può guardare tanto al sottile.

— Esponete liberamente, soggiunse il Paoli, affinchè non accada che dove non meritiamo lode di bontà non ci neghino anco quella di schiettezza.

— Or bene, da prima fu conferita alla Ruota la facoltà di giudicare al criminale, ma poi, crescendo i pericoli, l'ebbe una giunta di guerra composta di dieci ufficiali, presieduta dal generale; e quando la setta dei Matra istigata dai Genovesi si sbracciava a mandare sottosopra l'isola, commisero al Antongiulio Serpentini il potere di far sangue nella provincia del Verde, e in pari casi la confidarono anche ad altri ufficiali di armi: di presente può condannare a morte un tribunale composto di uno del supremo consiglio e di uno dei magistrati provinciali, referendone però al supremo consiglio per conseguire la conferma del giudicato. La confisca e la tortura furono mantenute; prima fucilavano i rei, ora gl'impiccano, e ragione vuole che aggiunga che tutte queste provvidenze furono prese a mia insinuazione.

— A vostra insinuazione! esclamò il Boswell allontanando spaventato la seggiola da quella del Massesi, che gli sedeva accanto. Questi crollò il capo, e sorrise; poi ripigliò:

— Che volete dirmi? Forse questi essere partiti barbari? Lo so meglio di voi; ma i tempi e gli uomini in mezzo ai quali viviamo non ne consentono migliori. Il Côrso, che fa caso della sua vita quanto di un sorso d'acqua, trema al pensiero di lasciare la famiglia nella indigenza e si astiene dal tradire la patria. Se il terrore della corda non fosse, bisognerebbe renunziare a sapere la verità; ed avvertite bene, la conservazione della tortura ci dispensa dall'adoperarla, imperciocchè il Côrso reputa infamia patirla, e la minaccia di applicargliela basta perchè confessi. Opinano i filosofi, l'uomo non possedere diritto ad uccidere l'uomo, ed è vero; però non ad ucciderlo solo, ma a imprigionarlo altresì, a tribolarlo in qualunque altra guisa, imperciocchè, leviamo la maschera, distruggerlo in linea retta, o per via obliqua, egli è tutt'uno. Zitti dunque a potestà, e dichiariamo che le pene nascono dalla necessità della difesa: chi afferma, che la pena vendica la offesa non ha discorso; i legislatori la statuirono affinchè l'esempio trattenga altri da offendere; ora la fucilazione del colpevole tra noi non otteneva altro scopo che la vendetta, e questo era barbaro e di poco profitto, non ispaventandosi punto i Côrsi di tal genere di morte; all'opposto al pensiero di morire appiccati battono i denti come se il freddo li gelasse nell'ossa. Tuttavolta avendo avvertito che il nostro boia è mal pratico, e fa patire troppo i pazienti, io ho inventato un arnese, che non iscemando il terrore al supplizio ne agevola la esecuzione: datemi ascolto, che m'ingegnerò darvelo ad intendere con esattezza.

— Ve ne dispenso, ve ne dispenso.

— Spero, disse il Paoli, che vi garberà sapere come in tutta la Corsica non si trovò chi accettasse il mestiere del boia, e convenisse pigliarlo fuori: in effetto egli è siciliano.

— Pregiudizii! riprese il Massesi, il boia dovrebbe tenersi in pregio quanto ogni altro magistrato: per me più ci penso e meno raccapezzo la ragione dell'odio che gli porta la gente. Sarebbe forse perchè uccide gli uomini per premio? Ma i giudici non tirano anch'essi salario? Essi infornano il pane, egli lo cuoce. Prima che il suo capestro strozzi il colpevole il magistrato lo ha ucciso con la penna. Che giudizio è questo pigliarsela col sasso, e non con la mano che lo ha tirato? Anzi se il giudice fa bene, il boia opera meglio; se quegli fa male, questi non ne ha colpa, essendo uno strumento cieco. Se poi si aborre perchè ammazza persone che non gli nocquero mai, e a cristiani, e inabili a difendersi, i soldati che pure reputiamo onoratissimi non fanno lo stesso? Nè mi si opponga, che questi ammazzano i nemici della patria, perchè nelle guerre civili da una parte e dall'altra si stimano tali; e il boia leva dal mondo per ordinario facinorosi che sono il flagello dell'umanità: e nè anco i soldati uccidono sempre gente che loro contrastino con le armi alla mano; per lo contrario senza scapito di onore godono il privilegio di farsi la festa in famiglia. Potrei aggiungere altre cose, ma queste paionmi sufficienti ad affermare, che negli Stati civili si avrebbe ad assegnare al boia il posto tra i più cospicui magistrati.

— Negli stati civili io spero che non occorreranno carnefici, nè giudici che condannino a morte; ma voi, signor Paoli, come non vi studiaste con le arti e con le lettere ingentilire i costumi di questi isolani?

— Padre Mariani, sta a voi rispondere.

— Ed io lo farò, generale, se non con dottrina, certo con piena convinzione. Distinguo tra arti e lettere; queste, spirituali essendo, quanto più si perfezionano e allargano tanto meglio sublimano lo spirito; quelle versandosi sopra cose fisiche io non dirò che lo disamorino dalle spirituali, bensì lo affezionano oltre il giusto alle materiali: e questa è la prima ragione per cui io le ho per sospette. Le arti quando crescono, se non hanno bisogno dei vizii per alimentarsi, per lo meno vivono di lusso e lo promuovono: ora il lusso sappiamo per esperienza essere stato il verme roditore degli Stati più potenti: e questo allego per seconda ragione di curarle poco. La perfezione delle arti segna il principio della decadenza dei popoli e il fine della loro virtù; in Italia ne porgono testimonianza i secoli di Augusto, di Lorenzo dei Medici, di Leone decimo; in Grecia il secolo di Pericle; in Francia quello di Luigi XIV; degli antichissimi, io taccio. I popoli o perfetti nella civiltà come pretendono alcuni, o corrotti dalle morbidezze come sostengo io, diventano sempre conquista dei barbari: e questa è la terza ragione che mi allontana dal culto delle arti. Non nego, che troppo più spesso che non si vorrebbe le lettere apparirono vili, corrompitrici, e venali e ribalde; ma noto, che a ciò non le spinge necessità, bensì la malattia, da cui non vanno esenti in questo mondo le cose più sane; mentre le arti si trovano condotte per bisogno di vita a piaggiare i ghiribizzi dei potenti, e a soddisfarne le voglie. Per secolo non breve la religione sostenne le arti, ed in quel tempo a mantenerle in fiore contribuì eziandio il culto degli uomini grandi: e questa fu per loro la bella stagione; ma anche in tale periodo per lavorare fecondarono con offesa della religione la superstizione, e furono complici a propagarla nelle menti dei mortali; e per una statua di Socrate ne scolpirono trecento a Demetrio Falereo. Le lettere nocquero alla umanità, ma con la medesima agevolezza ripararono l'errore; un esempio mi valga a chiarire il mio concetto. Plinio racconta che Teodoro gettò la statua di Nerone alta 110 piedi, e che un pittore gli dipinse il ritratto dell'altezza di 120 piedi; immaginiamo che lo scultore e il pittore, vergognando delle opere loro intendessero per ammenda fondere il simulacro di Cristo, o dipingere la immagine di Bruto con la dimensione della statua e del ritratto di Nerone, lo potrieno essi? Non lo potrebbero, per lo più scarsi come sono di facoltà. — Dove all'opposto se un letterato inciampa, di lieve si raddrizza, e con un quinterno di carta, un po' d'inchiostro ed una penna, può edificare eterno monumento al suo nome. — Forse sarà che le arti splendano l'ultimo raggio di un popolo, e se così è, io come vedete ho buoni motivi per desiderare che venga tardi, e per ammonire che, venuto, gli si tenga l'occhio addosso perchè non faccia guasto. D'altronde sarebbe strano che ad un popolo inetto a cucire scarpe e giubboni avesse a insegnare dipingere quadri: par quanto poi appartiene a lettere, i Côrsi abbisognano piuttosto di freno, che di sprone, chè gli stessi Francesi, parchi lodatori altrui, confessano questa propensione dei nostri ad ogni maniera di letteratura: nè ciò era sfuggito agli antichi, avendo, fra gli altri il Grevio, nel suo _Tesoro delle antichità_, dichiarato come — sub lingua Corsi... cum lacte et mele habent aculeum, ideoque foro nati sunt[27]. — Ciò sia detto quanto ad eloquenza; rispetto alla poesia voi non troverete pastore che non legga i nostri sommi poeti, massime il Tasso, e se vi affermassi che in capo all'anno si vendono più volumi della _Gerusalemme liberata_ che lunari, voi non potreste appuntarmi di menzogna. Pressochè tutti qui improvvisano versi, e le donne altresì, anzi più degli altri le donne, e vi so dire che tremenda cosa sono i loro _voceri_ sopra i corpi dei congiunti ammazzati. Ma posti da parte i naturali talenti del popolo, auspice il nostro generale, per coltivarli in regola abbiamo fondato una università.

— Università? Il signor Bournaby mi consegnò una cassa di libri da offerire in dono alla scuola di Corte, però di università non mi tenne parola.

— La scuola è diventata Università; poca cosa invero, pure bastevole per ora, e coll'aiuto di Dio crescerà. I professori tutti frati; io indegnamente la reggo, ed insegno istituto civile, e canonico, etica, e diritto di natura e delle genti. Padre Leonardo da Campoloro, che mi siede accanto, minore osservante come me, espone filosofia e matematica; i cappuccini Angelo da Venaco e Giambattista da Brando leggono il primo teologia morale, il secondo rettorica; l'instancabile nostro padre Bonfigliolo Guelfucci servita, che vi sta rimpetto, segretario del generale, ammaestra gli scolari nella teologia dommatica e nella storia ecclesiastica; e come fosse poco, trova tempo di dettare storie; e mantenere corrispondenze coll'Accademia della Crusca di cui è socio. Viviamo insieme, e con esso noi venti scolari educati e nudriti per l'amore di Dio, oltre i figliuoli dei morti per la patria. La istruzione costa nulla, e fu provveduto affinchè gli altri scolari trovassero in Corte vitto ed alloggio con piccolissima spesa; di più sappiate che nè anche allo Stato l'Università costa. Noi, memori del detto del Vangelo _gratis accepistis, gratis date_ distribuiamo altrui senza guadagno il sapere che ricevemmo senza spesa; agli altri bisogni vien supplito così: ogni pievano contribuisce con lire 18 all'anno, ogni curato 9, i canonici 6 a testa: ancora noi abbiamo molte confraternite nell'isola, le quali, quante volte muore un fratello, danno lire 20 in denaro o in candele per onorare il mortorio, onde dicemmo loro: Fratelli, sta bene la luce ai morti, ma sta meglio ai vivi; figurate avere un morto di più per anno fra voi, e date venti lire per ognuna alla Università; e come le supplicammo fecero. Nati dal popolo, stiamo con lui; quanto possediamo gli diamo così di sostanza come d'insegnamenti e di sangue, però se egli ci chiama padri, e noi figliuolo, questi non escono suoni vani dalle nostre labbra. Siamo una stessa famiglia deliberata a vivere o a morire nello amore di Dio e della libertà.

— Bene, signor minore osservante, bene, superlativamente bene, e vi so dire che se in Inghilterra i frati avessero rassomigliato voi e i vostri degni compagni, ella a questa ora si manterrebbe sempre cattolica.