Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 17

Chapter 173,894 wordsPublic domain

— Dio lo volesse! E se sta come affermi, Grazio, ti supplico a porgermi modo di chiarirti innocente; perchè, vedi, l'ufficio di giudice è quello che mi pesa di più, la esperienza insegnando che l'assassino col coltello mena strage di un uomo, ma il giudice con la legge ammazza la umanità. Dà retta; avevi, o no, nimicizia col colonnello Albertini? — No. — Ma non venisti ieri a contesa con lui? — No; egli fu che venne a lite con me. — Ciò non rileva; e la cagione? — Avendo egli restaurata la casa, noi gli fornimmo il legname, che ricevuto da lui senza eccezione mise in opera; avendo bisogno del saldo dei conti pei fatti nostri, ieri capitatomi davanti gli dissi: Signor colonnello, a vostro comodo vi pregherei del resto del mio avere. Il colonnello rispose: Prima di saldarlo bisogna aggiustarci, perchè non trovai tutto il legname di qualità perfetta.

Allora saltai su, e senza barbazzale soggiunsi: Mi maraviglio di voi che mettiate in campo questi amminicoli; il legno avete ricevuto e adoperato senza richiamo, e furono nostri patti qualità andante e non perfetta. Il colonnello si fece rosso come un gambero fritto e mi buttò in faccia: Chetati, villano; io di rimando: Se io sia più o meno villano di voi la faremo giudicare, ma che voi siate un prepotente la è cosa sicura. Qui il colonnello levò la mazza gridando: t'insegnerò io come in Austria si mettono i briganti pari tuoi a partito; ed io cavato fuori il coltello urlai più di lui: Ed io vi ricorderò con qual moneta in Corsica si barattino le bastonate. Il colonnello pare si persuadesse che quanto aveva imparato al servizio dello imperatore non era buon'aria insegnare quaggiù; egli abbassò il bastone, ed io riposi il coltello in tasca; se altre parole ci corressero e quali, non so dirvi, ma può darsi benissimo che ce ne siano state; tuttavolta non me ne rammento, perchè dalla rapina in quel punto non vedeva lume. — E se ti avesse percosso gliel'avresti tirata la coltellata? — Per Dio santo! come bere un uovo. — Stamane sei uscito di casa con lo schioppo? — Già, come gli altri giorni per andarmene al bosco a vigilare i lavoratori; ma ecco lì lo schioppo, è sempre carico; anzi a capo di questa strada avendo incontrato il povero colonnello, e non mi sentendo più stizza in corpo, l'ho salutato; egli, un po' brusco per dire la verità, mi ha risposto; Addio, Grazio. — Dove ti hanno preso? — A letto mentre dormiva; da quando in qua, signor generale, i Côrsi si fanno pigliare come una volpe malata dentro il covo? — Cotesto è il tuo schioppo? — Sì. — Ne hai altri? — No. — Sai leggere? — E scrivere e procedere da galantuomo quanto ogni altro Côrso, che ama la libertà. — Leggi questo straccio di foglio e dimmi quello che te ne paia. — Dico che questo carattere è mio, e il foglio fa parte del libro dei conti che tiene nella camera da letto mio padre. — Gli è strano! mormorò il Paoli, e si mise a sedere appoggiando il capo alla mano come per meditare: allora comparve accanto al suo viso un muso enorme di cane, che volto in su incominciò a guaire quasi volesse raccomandargli pietosamente qualche sua istanza. Il popolo, visto il caso, ad una voce prese a dire: — Ora sì che scopriremo l'assassino; Nasone ne ha bisbigliato il nome nell'orecchio al Generale; Nasone sa tutto; se poi dalla parte di Cristo o dalla parte del diavolo chiariremo più tardi. — Come dalla parte del diavolo? rispose un altro; o non fu a frate Damiano, che per ispirazione divina fu rilevata la scienza del cane Nasone? — E poi, intervenne un terzo, il Generale avrebbe bisogno del cane Nasone per indovinare le cose occulte? Il Signore non ha fatto anco lui degno di un tanto dono? — Il signor Giacomo udendo siffatti discorsi tanto non si potè tenere, che non domandasse al suo vicino: — Dunque voi reputate il vostro Generale anche profeta? — E come! — E avete avuto molte prove del suo profetare? — Tante, signore, ed il Côrso, a cui volgeva il discorso, agguantò dei suoi folti capelli quanti gliene capivano nella mano e mostratili al Boswell soggiunse: — Più che questi capelli non sono, e poi state attento, e vi scaponirete.

Intanto il Paoli, poichè ebbe meditato un pezzo, si levò in piedi da capo, e voltosi ad uno dei presenti gli disse:

— Santo, va a bottega, e portami le tue bilancie.

In questa un vocione aggiunse: — Santo, prima dimmi, dacchè nessun ci sente, se le vanno giuste le tue bilancie.

— Minuto Grosso, se San Michele mi proponesse barattarle con le sue senza giunta, non accetterei.

— Sarà, ma Dio mi guardi di essere pesato sopra di quelle nel giorno del giudizio.

— Silenzio! interruppe il Paoli; Minuto Grosso, qui si tratta della vita di un uomo, e non ci entrano arguzie: ma forse senza intenzione hai dato nel segno; va da Gieppicone lo speziale e ordinagli da parte mia, che venga qua anche lui con le sue bilancie.

Lo speziale arrivò al punto stesso del merciaiuolo, e depositarono entrambi le loro bilancie sopra la tavola; il Paoli, per natura e per necessità accostumato a notare ogni cosa quantunque piccola, osservò nel merciaiuolo certa smorfia di malcontento, onde piacevolmente gli disse:

— Santo, ti giuro in onore che se fossi venuto in bottega tua a comprare seta o cotone, non avrei desiderato dalla tua in fuori altra bilancia, ma adesso si tratta pesare la vita di un uomo, però non t'impermalire se sto sul malfidato, e voglio il riscontro. — Dunque, recandosi in mano la palla schiacciata rinvenuta da Orso Campana, soggiunse: questa è la palla che ammazzò il colonnello!

— Almeno così si crede.

Allora il Generale pesò, e riscontrò, e: Mirate, signori, riprese a dire, questa è la palla di oncia. Grazio, di' su, oltre questo hai schioppi in casa? — In camera a Babbo ce ne ha da essere un altro, ma vecchio e rugginoso: questo è l'unico mio. — Lo prese, lo esaminò attentamente all'acciarino, poi alla bocca, vi introdusse un dito per tentare se fosse lordo di polvere bruciata, e al punto medesimo misurare il calibro; indi soggiunse: Grazio, cotesta _carchera_ è la tua? — Sì. — Ci hai palle grosse? — Sì. — Il Generale l'aperse, e cavatene parecchie palle con molta diligenza le provò alla imboccatura della canna, poi le pesò, e rinvenutele poco più di mezza oncia favellò risoluto: — Questo schioppo non ha ucciso l'Albertini; e poi voltosi al comandante delle armi: — Signor Serpentini, sia vostra cura di condurre senza indugio dinanzi al tribunale Orso Campana, e Telesforo Romani padre di Grazio; nella casa di quest'ultimo staggirete il suo libro di conti, e lo porterete con esso voi. Usate diligenza. — Signor Generale, Babbo giace infermo di dolori da più di un mese. — Signor Serpentini, pigliate la mia bussola, copritelo, fasciatelo, venga a pezzi, ma venga.

Il padre di Grazio dormendo in certa stanza posta sull'orto dietro la casa, non aveva udito il tafferuglio quando menarono via il figliuolo, e le donne assistenti non si erano attentate dirglielo per paura che peggiorasse; onde come rimanesse sbigottito allo annunzio dello accaduto può immaginarselo ogni uomo; pianse, smaniò, strappandosi i capelli esclamò che il suo figliuolo era innocente, averglielo calunniato, volerne la morte i suoi nemici, con altre più cose, che non importa riferire; pure il Serpentini arrivò alla fine a fargli intendere la ragione, e allora Telesforo, cessate le smanie, si buttò giù dal letto per correre così come si trovava in camicia alla difesa del figliuolo, senonchè il Serpentini, e meglio i dolori lo trattennero: rimessolo a letto e incamuffatolo fino agli occhi lo trasportarono al cospetto del Tribunale. Qui stava sul punto di rinnovare i piagnistei, quando il Generale gli disse: — Telesforo, cessate di smaniarvi, attendete a rispondermi, e vi rendo il figliuolo; sciogliete Grazio; siete contento così? Via, su da bravo, calmatevi e rispondete. — È questo il vostro libro dei conti! — È. — Ci avete strappato voi tre fogli? — Ci sono dei fogli strappati? Non ne sapeva nulla, fanno sei giorni, ch'io non l'ho preso in mano. — Chi maneggia questo libro? — Io e Grazio. — Nessun altro? — Nessuno. — Pensateci bene; può nessun altro averci messo le mani sopra? — Aspettate.... sicuro, che ci hanno messo le mani degli altri.... voglio dire un altro.... Orso Campana.

I presenti tanto non si poterono frenare, che non prorompessero in voci di ammirazione, mentre il volto del Paoli pareva che prorompesse luce: or bene, questi disse, raccontateci pianamente in qual modo il libro capitò nelle mani di Orso Campana.

— Oh! l'è faccenda facile; Orso ieri l'altro, che fu l'ascensione di nostro Signore, venne a visitarmi e mi parlò della mia infermità, del figliuolo, e di altre novelle, per ultimo disse: Telesforo, io credo di avere un debito con voi. — L'è poca cosa, il saldo di un conto vecchio, non vale il pregio di ragionarne. — Anzi sì, vo' vedere quanto devo e pagarlo; perchè vi faccio sapere che ho pensato restaurare tutta la casa. — Voi opererete da pari vostro, perchè le case dei nostri padri non si devono trasandare, e la vostra casca a pezzi. — Molto più che il colonnello Albertini ha rimesso a nuovo la sua, e non vo' di faccia al paese apparire da meno di costui. — Benone, chè i Campana non sono da meno degli Albertini. — Di certo, ma però io non intendo aprire conto nuovo se prima non pago il vecchio. — Fate come volete; il libro dei conti è là sulla scrivania; da un lato troverete appuntato il legname che riceveste, dall'altra gli acconti che pagaste, tirate la somma, fate il diffalco, e quello che resta è il vostro debito. Orso si assettò alla scrivania, e terminato il calcolo me lo mostrò, affinchè vedessi se stava a dovere. — Va d'incanto; voi mi dovete ventiquattro lire, sei soldi, e otto. — E me le pagò, rimise il libro al posto, e dopo essersi trattenuto qualche altro po' di tempo meco, prese commiato augurandomi la pronta guarigione della mia infermità.

— Se non abbiamo scoperto un reo abbiamo però riconosciuto un innocente, e tanto basta per ringraziarne Dio. Grazio, fatti in qua; tu sei un cattivo mercante e diventeresti un ottimo soldato: a trafficare ci vuole pazienza, e tu l'hai troppa corta; bisogna sapere contare e tu sai menare le mani più con lo schioppo, che con la penna: vuoi tu entrare nelle mie guardie?

— Magari! se me ne credete degno, e se Babbo se ne contenta.

[Illustrazione: ... si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe.... (_pag. 187_)]

E poichè il vecchio incominciava a guaire come se intendesse cosa grandemente molesta, il Generale stringendo le ciglia soggiunse:

— Telesforo, voi siete stato a un pelo di raccattare la messe che seminaste: sopportate in pace l'affanno col quale il Signore ha voluto punire la negligenza con la quale avete educato il vostro figliuolo; la riga non è mai troppa, dice il proverbio; voi lo dimenticaste, ed egli vi si è fatto rammentare da sè. Lasciatemi Grazio, io ve lo renderò corretto: in ogni sinistro pensate che la educazione vostra fu lì lì per metterlo su la forca; la educazione mia può condurlo alla morte, ma a quella morte per cui nè padre, nè patria credono avere perduto un figliuolo o un cittadino, perchè chi muore per la libertà vive eterno nella memoria degli uomini e nella benedizione di Dio. Voi altri poi, disse favellando più acerbo alle turbe, imparate ad astenervi da mettere su le bilancie della giustizia il peso delle vostre passioni. Per colpa vostra stette a un pelo che non s'impiccasse un innocente stasera. Ogni volta che un innocente è condannato, il cielo trema, chè si rammenta la morte di Gesù redentore nostro: meglio io vi dico provare la fame e la peste, che l'ira di Dio accesa per la strage dell'innocente. Adesso tutto è finito.

— Domando scusa, disse Altobello facendosi innanzi, ma io credo che appena abbiate incominciato.

— Qual siete voi? interrogò il Paoli squadrandolo così di traverso, però che quel volto non gli arrivasse novo, e la voce gli paresse straniera.

— Io sono Altobello di Alando, e penso potervi consegnare l'assassino del signor colonnello Albertini.

Serena avvertita dello inopinato mutamento dei casi lasciò la cappella, perocchè arrivando giusto in quel punto che Altobello favellava coteste parole, corse verso di lui, gli pose una mano sopra la spalla, e sbarratigli gli occhi fissi nei suoi parlò:

— Straniero, se dici il vero.... io ti dovrò.... io ti dovrò.... non aver perduto il bene dell'intelletto.

Altobello da cotesti sguardi arditi si sentì come ferito; declinata la faccia rispose: — non sono straniero, e non mentisco mai; con buona vostra licenza, signor Generale, permettete che il comandante Serpentini mi accompagni con alquanti uomini suoi.

Giovan Brando venne tratto al cospetto dei giudici: lo spavento, e la rabbia che in cotesto punto lo possedevano sarebbero bastati a renderlo pauroso, ma imbrattato com'era di catrame, più che altro aveva sembianza di demonio, per la qual cosa molti rifuggirono accalcandosi sopra i vicini, le donne si fecero il segno della croce, talune si copersero il viso col grembiale; i ragazzi strillarono. Altobello nel consegnare Giovan Brando in mano ai magistrati espose minutamente quando e come era giunto a fermarlo; la sua testimonianza venne confermata dal signor Giacomo, e dagli altri della loro compagnia, eccetto Francesca Domenica; che pregò il figliuolo a non metterla nel bertovello, dacchè di lei potevano fare a meno. Interrogato il prigioniero chi fosse, e ostinatosi a tacere, gli lavarono la faccia a più riprese coll'olio, poi con acqua e sapone, e così i presenti ebbero comodità di riconoscerlo. — È Giovan Brando, si udì ripetere da tutte le parti, Giovan Brando, Dio lo perdoni.

Il Generale avendo preso a interrogarlo, nè per lusinga nè per minaccia trovò maniera di venire a capo di farlo rispondere. Tentate e ritentate le preghiere, ormai deliberava co' colleghi se gl'indizi raccolti formassero quella prova incompleta è vero, bensì assai prossima alla convinzione per cui potesse senza taccia di barbarie ricorrere allo esperimento della tortura, quando tornati gli uomini spediti dal comandante Serpentini sopra le traccie del Campana, riferirono nonostante le sottili indagini non lo avere rinvenuto in casa nè fuori: solo affermavano alcuni averlo visto passare a cavallo fuggendo via come se cento diavoli lo cacciassero: Matteo da Casamaccioli aggiungeva che Orso chiamatolo a sè lo aveva pregato si conducesse fino a casa sua a rassicurare le donne, e dir loro che fatto fagotto andassero a trovarlo alla Bastia: del rimanente non si prendessero travaglio, e chi era in ballo ballasse.

Un lieve suono, che parve grugnito, uscì, suo malgrado, dalle labbra compresse di Giovan Brando, e il Generale pratico a maneggiare coteste nature côrse fu pronto a reggere quel capo per isvolgere la matassa.

— Sicchè, Giovan Brando, voi lo vedete di per voi stesso, il vostro complice vi abbandona; dirò di più, vi schernisce dopochè, approfittandosi della vostra semplicità, vi ha spinto al delitto.

Il Generale metteva fuoco alla polvere, ma non ci era bisogno nè meno di tanto; nè lo ignorava già egli: di fatti Giovan Brando si morse per furore due o tre volte le mani legate, strabuzzò gli occhi pieni di sangue, digrignava i denti, sicchè pareva che li volesse stritolare; per ultimo con rotti accenti così palesò l'animo suo.

— Volete sapere chi abbia ammazzato il colonnello Albertini?

— Ah! così non lo sapessi....

— E v'importa anco sapere come e perchè? State a sentire, che in poche parole vi levo di tedio.

Conoscete voi l'amore, signor Generale? — Conoscete voi Lellina figliuola di Orso Campana? Voi non conoscete veruno dei due: meglio per voi, non maledico già Lellina, povera figliuola! Ella mi ama con tutte le viscere; il male fu che ella amasse troppo anco il padre; o piuttosto no, che questo non potrebbe essere male, così aveva decretato la mia sorte. Insomma volete o no darmi la vostra figliuola? veniva io sovente istando presso il Campana, ed egli dicendo: bisogna pensare più di due volte a quello che si fa una volta solo, mi rimandava. Tentai Lellina di maritarci senza attendere più oltre il consenso del padre, ma parve a lei così enorme proposta, che non ci rispose nè manco. Inacerbito dalle continue dilazioni, al fine minacciai mandare a monte il trattato; allora Orso mi raumiliò con dolci parole conchiudendo; domani venite a desinare da me; dopo pranzo aggiusteremo la soma all'asino: andai, e bevvi oltre il consueto. Lellina e la serva dopo mangiato andarono in chiesa al vespero, noi restammo a tavola. — Or bè, incominciai, perchè differite le nostre contentezze? Non sono da pari vostro io? Quanto a dote non ve ne cerco. — Questo non fa al caso, egli rispose, e la dote non manca. Io da Lellina in fuori non ho figli, e vorrei che il marito di lei mi tenesse luogo di figliuolo. — E questo non posso fare io? — Potreste, ma vorrete? Il figlio eredita tutti gli amori, e tutti gli odî del padre, egli fa sue così le amicizie come le inimicizie paterne; a questo avete pensato voi? — Ho pensato. — Non basta, riprese Orso, io inoltre ho fatto un voto, ed è di non maritare Lellina se non prima non sia levato dal mondo il colonnello Albertini. — Ma in che vi offese il colonnello, signore Orso? — In che mi ha offeso? Già fra le nostre famiglie dura antica nimicizia e mortale; adesso poichè costui per gioco della maladetta fortuna militando in Austria si è arrampicato ai primi onori come la zucca quando salì sulla quercia, non passa giorno senza che di me faccia strazio. Lascio la insolente ostentazione della sua ricchezza, lascio il continuo sbottoneggiare, i soprusi, gli strapazzi, mi fermerò a questa ultima; dietro a casa sua ha tirato su un muro che togliendo la vista alla mia, me l'ha ridotta a carcere; e siccome io gliene feci tenere proposito parendomi che egli murasse, anzichè per comodo suo, per dispetto mio, rispose essere padrone di levare fabbriche fino al cielo, e sprofondarle fino all'inferno, e se non mi piaceva gli rincarassi il fitto. Se costui vive non posso vivere io, e non sarà mio genero chi non mi aiuta a levarmi cotesto pruno dagli occhi. — Persuasioni non valsero a fargli mettere giù il suo proponimento; le preghiere lo irritavano; alla fine tirato pei capelli dal diavolo promisi quel che volle; allora egli disse: tiriamo a sorte chi di noi farà il colpo, e scrisse due nomi su due pezzetti di foglio che accartocciati gettò nella berretta, poi ne trasse fuori uno, e questo fu il mio.... che aggiungerò? Non lo so nemmen io: il cuore mi si scoppia per la passione. Il giorno appresso tornai a casa di Orso, che mi consegnò i cartocci per caricare lo schioppo, affermandomi averli fatti colle sue proprie mani di polvere inglese; a Lellina non mi riuscì parlare, solo uscendo ella apparve alla finestra e ingannata dal padre suo mi disse:

— Giovà, obbedisci a babbo, e subito dopo ci maritiamo.

— Povera Lellina, tu non sapevi che mi mandavi a sposare la morte.... e qui il singhiozzo lo strinse alla gola, sicchè incominciò ad arrangolare senza potere profferire parole articolate.

Dal violento ondeggiare dei capi, e dal cupo fremito, che le diverse passioni cavavan dai petti, la moltitudine quivi raccolta ricordava il mare che rompe intorno le patrie scogliere. I giudici declinata la faccia stavano pensosi, più degli altri era commosso il Paoli, che appoggiata la fronte alla mano sinistra sembrava in balìa di angosciose meditazioni. — Quando questi, aperti lento lento gli occhi, li volse alla parte dove stava legato Giovanni Brando, vide accanto a lui un vecchio di sembianze austere, e da angoscia sconvolto, e pure degno di riverenza in vista come di rado si vede. Non fu tardo a riconoscerlo il Paoli, che fattogli cenno con la mano lo chiamò a sè vicino, e gli disse:

— O signor Matteo! mio onorato cugino, quanto siamo infelici!

— In effetto una voce molesta mi è giunta fino a casa che mi annunziò il mio figliuolo arrestato; qui giunto, con inestimabile amarezza vedo che non fu fallace la nuova. E quale è la colpa che appongono al mio figliuolo? — Siccome il Paoli esitava, il vecchio insistè: — dite franco, signor Generale, accusato per la Dio grazia non significa reo, molto meno condannato.

— Lo accusano di omicidio proditorio con premeditazione.

— Ohimè! e chi lo accusa?

Al Paoli non bastò l'animo favellare; ma sollevò la mano col dito teso; il vecchio fissò gli occhi in cotesto dito, e con ansietà seguitandolo vide che dopo avere trascorso su molte teste si fermò su quella del proprio figliuolo.

— Cristo! allora egli esclamò con grido strazievole; e per parecchio tempo non fu inteso verun suono dintorno, eccetto qualche gemito: alla fine il vecchio levò la faccia bianca del pallore della morte, e con voce velata incominciò a parlare:

— Compatriotti, amici, Matteo Brando di Russio crede non avere demeritato di voi.

— Perdonate se io v'interrompo, cugino, disse il Paoli; conosco a prova la modestia vostra, che non consentirebbe ricordare nè manco un terzo di quello che operaste in pro della patria. Côrsi! Matteo Brando fu quegli, che spinse la pieve di Bozio a ricusare il pagamento dei seini; donde l'origine della guerra con Genova, e la causa della nostra libertà; egli sostenne le prime imprese; non si conosce campo nè pendice nell'isola, dove fu combattuta battaglia o fatto di arme, che non abbia veduto Matteo Brando nell'ora del pericolo; egli a Furiani, egli a Calenzano, egli a Pontenuovo, egli da per tutto — E così come di sangue, prodigo delle sue sostanze....

— Perdonate se interrompo a mia volta voi, signor generale, riprese il vecchio; non era questo che voleva dire, bensì quest'altro: io credo di non avere demeritato l'amore de' miei compatriotti per essermi ritirato dalla milizia e spedito a surrogarmi il mio unico figliuolo, perchè vi giuro da uomo onorato, che me ne ha trattenuto legittima causa; fin qui non la palesai per paura che mi credessero capace di rinfacciare alla patria i servigi, che per mia buona fortuna le potei rendere: ma se adesso lo manifesto, spero che sarò compatito — e qui apertesi le vesti mostrò fasciato il petto — vedete, di tutte le altre questa maligna ferita non si volle rimarginare, sicchè di ora in ora mi arreca spasimo tale, ch'io ne rimango privo di sentimento; se dunque operai qualcosa in pro' della patria, se non demeritai l'antica benevolenza di voi, deh! per le piaghe santissime del nostro Signore non vogliate permettere che Matteo Brando chiuda la tomba del suo unico figliuolo... dell'ultimo dei suoi...

La gente oppressa dal dolore taceva. Matteo ripreso fiato a strappi continuò: — uditemi, amici; noi combattiamo una dura guerra, massime ora che entra in campo un nemico munito di ogni maniera di arme: poche all'opposto le nostre, le artiglierie pochissime, e senza di queste io ve ne assicuro, non verremo a capo di nulla; tale è pure l'avviso dei periti; ebbene, io vi provvederò di due cannoni di bronzo, con l'arme di Corsica, carretti, arnesi, ed otto muli da carreggiarli; non basta, io armerò una compagnia di soldati, e fin che dura la guerra la manterrò a mie spese; del mio figliuolo non ne vorrete sapere più altro; capisco; ebbene ve gli ammaestrerò io, li condurrò da me stesso, dirò alla mia ferita: chiuditi; se non vorrà chiudersi, procurerò mi dolga meno; e se vorrà continuare a tribolarmi, tal sia di lei; ognuno si piglierà cura di sè dal canto suo; ma, patriotti miei, amici, parenti, accettate vi supplico il prezzo del sangue, non consentite che il figliuolo di Matteo Brando finisca strozzato sopra la forca.