Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 12
— Suo padre si chiamò Antonio barone di Newhoffen della contea della Mark in Vesfaglia, e condusse a moglie la figliuola di un mercante di Visen nel paese di Liegi: tribolato dai rinfacci della famiglia per le turpi nozze, va in Francia con la principessa palatina moglie del duca di Orléans; favorito da lei ottenne un impieguccio nel Messin, dove morì giovine e povero; lasciò Teodoro, nato sul finire del seicento e il cominciare del settecento; la duchessa di Orléans se lo prese per paggio, più tardi lo mandò luogotenente nel reggimento della Mark. Indole irrequieta, concetti avventurosi, anzichè magnanimi, pure non ingenerosi del tutto; uomini di ferro fusi nelle medesime forme dove gli uomini di Plutarco uscirono di oro: preso in uggia quel lento arrampicarsi dei soldati poveri su pei gradi della milizia, pianta la Francia, e ripara nella Svezia: milita con Carlo XII, entra a parte nella congiura del barone Goertz per deprimere la Inghilterra; a questo fine è spedito in Ispagna al ministro Alberoni. Nel frattempo Carlo III muore ammazzato a Fredereishal, Goertz paga la congiura, riuscita a male, col capo. Allora l'Alberoni lo piglia a proteggere, e lo fa colonnello di un reggimento; giovane di anni, di aspetto giocondo e d'ingegno bizzarro piacque a lady Sarsfield, figliuola di lord Kilmarnock; la sposò e la lasciò; se per colpa sua o della moglie non so, forse di ambedue. Recatosi a Parigi si amica Law, ed entrambi porta via il turbine amministrativo di cotesto Vesuvio delle sostanze pubbliche e private, allora viaggiò in Inghilterra, nell'Olanda e nell'Oriente, in cerca di buona fortuna: in Amsterdam, strinse lega con parecchi ebrei per certi traffici, che si fanno più volontieri di quello che si confessino. Che venisse a Firenze rappresentante di Carlo VI non trovo, nè credo che fosse: credo all'opposto che dimorando egli a Livorno, alcuni Côrsi, massime quel vostro canonico Orticoni, gli proponessero farsi re dell'isola, e questo a fin di bene; in prima per cavare da lui qualche soccorso, trovando chiusa ogni porta; poi per mettere fine alle gare dei Capi côrsi, le quali impedivano si potesse venire mai a capo di qualche cosa di buono: certo pochi saranno stati a parte del segreto ma ch'ei spuntasse fuori come un fungo, caro signor frate, non è da credersi. — Il barone tastò l'imperatore, i re di Francia e di Spagna, non meno che quello di Sardegna, ma si ebbe cartacce; nell'Oriente in quel tempo s'intorbidavano le acque, e Teodoro ci si recò a pescare: la guerra stava sul rompersi tra Russi e i Turchi; e sembrava sicuro che l'imperatore avrebbe fatto causa comune con la Russia. Teodoro, accontatosi col principe Rakocus e il conte di Bonneval diventato Osman pascià, nemici mortali dell'Austria, mulina la scesa in Italia con un esercito di Mori di Algeri, Tunisi e Tripoli; quinci per la parte del Friuli assaltare l'Austria, intantochè un altro esercito turco metterebbe a soqquadro la Ungheria. Teodoro terrebbe la Corsica in feudo della Porta, nè si fermerebbero qui le larghezze di lei. Ecco pertanto donde trasse i primi sussidii e i danari col marchio turco: più tardi, avendo la Porta mutato concetto, egli ebbe a ricavare denari dagli ebrei di Amsterdam, sue conoscenze vecchie, che poi messi dall'oratore genovese a Londra lo perseguitarono infelice, e lo fecero mettere in carcere dove languì sette anni. Orazio Walpole un bel giorno si rammentò di lui, e un po' per bizzarria, un po' per buon cuore prese a perorare la sua causa davanti al popolo inglese; il Garrick recitò una sera a profitto di lui e questi lo fece tutto per cuore: breve; tanto da cavarlo di prigione, fu messo insieme; quanto bastasse a spesarlo con agio negli ultimi anni della vita, no; visse poveramente, e morto si può dire giovane ancora, perchè annoverava 56 anni, gli fu dato sepoltura nel cimitero di sant'Anna a Westminster. Sopra la sua tomba si legge un molto strano epitaffio, il quale giudico fattura del medesimo lord Walpole; in italiano sarebbe così; «qui vicino sta sepolto Teodoro re di Corsica, morto in questa parrocchia l'11 decembre 1756, subito uscito dalla prigione del Banco reale, godendo il benefizio dei falliti, in sequela del quale assegnò il regno di Corsica ai suoi creditori.
Gran maestra è la fossa: al segno stesso Paltonieri riduce e semidei, E condannati al remo, e re sul trono; Ma Teodoro vivea mentr'ebbe in sorte L'acerbo insegnamento; chè fortuna Donogli un regno, e gli contese un pane.»
— Se la sta come dite, riprese fra Bernardino, noi dobbiamo portare il voto alla Madonna, perchè i disegni di costui non abbiano sortito effetto: ad ogni modo rimarrà sempre vero che, sua mercè, i Côrsi rinfrancarono l'animo, ed ebbero armi per durare. Tornò due altre volte; la prima fu respinto dalla tempesta a Napoli, e i capitani olandesi congiuravano a darlo vivo o morto in mano ai Genovesi e forse ci riuscivano; ma egli che stava su le intese, riparò in casa di un principe napoletano, il quale lo fece scortare a Gaeta, e quivi custodire in prigione; donde andò a Terracina, e quinci di nuovo in Corsica. L'ultima volta venne sopra una nave svedese; mentre stava sorto su le àncore travagliato in cuore per non avere visto accorrere i Côrsi a fargli festa, si addormenta, e sogna essere arso vivo; destosi va in compagnia di tre suoi famigli nella stanza del capitano Wichmanhausen, e lo trova inteso ad apparecchiare una mina, che sottoposta alla sua camera doveva buttarlo all'aria. Teodoro, ch'era uomo di modi spicci, ordinò lo impiccassero all'antenna della nave; poi si allontanava senza che più si facesse vedere, sia che la fredda accoglienza dei Côrsi gli levasse il coraggio, sia che conoscesse non poterla durare contro i nuovi ausiliarii della repubblica, o si chiarisse a prova come stesse a cuore ad ogni maniera di gente guadagnare la taglia delle 2000 genovine che la repubblica aveva messo sopra il suo capo: egli è vero che egli aveva fatto il medesimo su quello del Doge, ma nessuno gli dava retta, perchè sapevano che le genovine della repubblica ci erano, e belle e contate, le sue nessuna zecca le aveva battute fin lì.
Ai Genovesi disperditori un giorno della potenza pisana, ai Genovesi, che mirano a un pelo la rovina della veneta, temuti padroni dei mari fino a Caffa e a Trebisonda, ora rimangono le mani per limosinare una spada straniera che li difenda, o per trattare lo stiletto; in prima trovarono Grigioni e Svizzeri; dei primi ne vennero dodici compagnie, dei secondi tre reggimenti, e fu per morire; tornarono anco più tardi, e fatti prigioni, la repubblica negò barattarli con altrettanti Côrsi; noi allora li liberammo senza compenso, a patto che le tre leghe non mandassero gente ai danni nostri; questo promisero, e questo mantengono; e noi ci loderemo degli stranieri quante volte non si mescolino nelle nostre faccende in bene nè in male. — Partiti gli Svizzeri, i Genovesi ricorrono alla Francia, e le chiedono gente per due milioni: poco cacio fresco, poco san Francesco; gli fecero capaci che più di tremila soldati non c'incastravano ed anco per breve tempo. Genova rispose, per ora basterebbero.
Il conte Boissieux ce li condusse; il canonico Orticoni e Giampietro Gaffori, uomo dal cuore di ferro e dalla bocca di oro, a nome dei Côrsi scrissero al cardinale Fleury: che novità era cotesta? come ci entravano i Francesi? che volevano dai Côrsi? — I Francesi, che ai tempi di Enrico II mandavano navi, armi e soldati in soccorso dei Côrsi combattenti contro Genova per la libertà della patria, que' dessi che, non potendo più combattere per noi, spedirono danari a Sampiero, e le bandiere col motto _pugna pro patria_ per confortarlo a durare nella guerra, sì signori, quei medesimi sotto Luigi XV, interprete dei sensi loro il cardinale Fleury, scrivevano ai Côrsi: sottomettessersi ai legittimi padroni genovesi: poco importare come lo fossero, bastava il possesso antico e la conferma delle potestà straniere: non essere lecito resistere ai principi stabiliti da Dio, e il sacro testo parlar chiaro in proposito: i mali delle rivoluzioni superare di lunga mano qualunque incomodo fosse per partorire la obbedienza: però essi non mirare ad altro che a sottoporli di nuovo alla repubblica, che gli acconcerebbe pel dì delle feste. — O Francesi! O Francesi! O Francesi! dirò tre volte come fece Creso quando condotto a morte chiamò Solone, e più non voglio dire. — Tanto è, i Francesi vennero in fregola di entrare pacieri: invano i nostri dichiarano ogni accordo con Genova tornare loro più amaro che morte: invano concludevano co' Maccabei, volere piuttosto morire che contemplare i mali del popolo; e' vollero un memoriale che spiegasse in che si dolevano, e come intendessero che ci fosse riparato; e l'ebbero; poco dopo domandarono otto ostaggi per sicurezza che il regolamento o lodo per la pace sarebbe stato osservato: parve, e fu duro patto, ma gli ebbero; e mandaronli in Francia. Allora venne il lodo, e il conte Boissieux impose ai deputati lo approvassero a nome di tutti i Côrsi; i deputati rispondevano, che i Côrsi non gli avevano investiti di tanta autorità, e quando gli avessero, non poterlo fare se prima non vedevano lo scritto. Qui il conte dà nelle stoviglie, e minaccia bestie e cristiani: non crediate mica che fosse un tristo il conte Boissieux, — egli era Francese: allora sentite il ripiego: attela su la spiaggia del mare i suoi 3000 uomini, ci chiama il commissario genovese, e poi commette al suo aiutante di campo Goumai lo legga ad alta voce e in italiano: poi parendogli questa solennità fosse poca, ordinò a parecchi suoi mandati che lo leggessero ad alta voce alla foce di quanti più monti potevano. Questo lodo era una cosa ladra: concedevasi un tribunale di giudici forestieri, ma il senato aveva a sceglierli, i Côrsi pagarli; le condanne _ex informata conscientia_ abolite, ma data facoltà ai Genovesi di arrestare e tenere in forze i sospetti; la Francia e l'Austria mallevavano l'adempimento del lodo, salva però la sovranità della repubblica su la Corsica: tempo 15 giorni a deporre le armi, e accettare: e altrimenti guai. Avete visto i cavalloni, che dianzi si cacciava davanti il libeccio; tali voi dovete figurare che fossero i Côrsi raccolti a Orezza per sentire questo stupendo portato del cervello francese. Il Boissieux, per mostrare ch'ei diceva da vero, manda 400 uomini a Marana per operare il disarmo, egli si apparecchia a correre la Biguglia coll'altra gente. Giangiacomo Ambrosi va a Marana e si ingegna persuadere ai Francesi con le buone, che non fa buon'aria per loro, tornino a badare ai fatti proprii a Bastia; e' predicava ai porri; alfine gli scappò la pazienza, e prese a menare le mani; accorse il Boissieux a sostenere i suoi: ma sì! lacero, lasciando il terreno coperto di morti, ebbe di catti di riparare a Bastia, dove non sopravvisse che pochi giorni al dolore di trovarsi disfatto da un branco, com'egli diceva, di villani. — I preti sono testardi, e in Francia non si conosceva allora, nè credo si conosca adesso, quanto sia più giudizioso riparare la ingiustizia con la generosità, che ribadirla col sopruso; però il Cardinale manda di Provenza rinforzi; un reggimento sopra parecchi brigantini, e 4 compagnie su due tartane: la tempesta parte annega, parte disperde: le 4 compagnie caddero prigioniere in mano dei nostri: il Cardinale poteva apprendere cotesto caso come avvertimento del cielo, ma anche qui gli nocque essere prete, imperciocchè essi credono che il cielo mandi gli ammonimenti di giustizia per gli altri non mica per loro; e coi rinforzi invia Maillebois.
Voi sapete, signore Inglese, come non vi abbia gentildonna in Francia, la quale ricusi diventare marchesa a patto di passare per la via delle sgualdrine,[15] come del pari gentiluomo che senta ribrezzo di venire in cima a quelli che in lingua di corte si chiamano onori, facendo di tutto un po', ed anco direi di che, ma l'abito mi persuade a tagliare corto; però essendo stato promesso il bastone di maresciallo al nuovo generale se arrivava a mettere in cervello i Côrsi, pensate voi se le sue gambe si arrestassero dinanzi a fosso divino o umano. Io non vi ci metto su nulla di mio; quanto vi narro lo cavo da persona molto privata di lui, la quale ne scrisse la storia: non gli bastando quindicimila uomini tra fanti, cavalieri e bombardieri a vincere la facile impresa, trovandosi i Côrsi si può dire senz'armi, dette opera di seminare la discordia fra i capi, screditando gli uni presso gli altri come traditori; alcuni corruppe con premii presenti, e speranza di maggiori vantaggi avvenire; ad altri fece toccare con mano la condizione disperata delle cose, e poichè non venne a capo di ottenere, che staccatisi dai compagni si mettessero alla scoperta dalla parte sua, si contentò della promessa che nelle difese andassero fiacchi; dopo questa nobile arte adoperò l'altra di devastare le pianure, perchè i possessori colligiani o per salvarle dalla ruina si sottomettessero, ovvero calando per difenderle al piano, gli dessero abilità di lacerarli con le artiglierie; e questo parve per un tempo il miglior partito, ma non gli riuscendo sollecito, giusta il suo desiderio, ne saggiò un altro, e fu non solo negare quartiere a quanti gli capitavano nelle mani, ma eziandio farli con tormenti crudelissimi morire; a Giussoni quaranta patriotti insieme al parroco furono arsi vivi, sbracciandosi in questo alto gesto il colonnello Arboville; e perchè la immanità francese moderna nulla avesse ad invidiare le antiche torture, segarono in mezzo alla maniera di Tamerlano un Côrso: in ispecial modo Magliaboia l'aveva co' preti e coi frati, talchè a Corte fece impiccare un parroco in mezzo a due contadini; a Olmeta due frati vestiti del loro abito religioso; anche le ipocrisie giuridiche erano trascurate; il prete Gianni, preso, fu impiccato su l'atto; la persecuzione francese sofferta dalla chiesa di Corsica per amore della libertà, non disgrada veruna delle romane per amore di Cristo; e se vi piace saperne il delitto, ve lo dirò con le parole dei loro stessi storici; insomma bisogna dire, che altro non si opponeva, tranne una smania eccessiva per la _indipendenza ed uguaglianza di tutti gli stati, cosa senza dubbio colpevole_; e in altra parte favellando costoro del venerabile curato di Zicavo, lo chiamano bandito perdutissimo per avere fatto giurare il suo popolo davanti il sacramento di difendere la patria fino all'ultimo sospiro.
Io desidero, che sappiate come gli ecclesiastici côrsi amassero la libertà, e patissero per lei, perchè ciò vi chiarirà della cagione per la quale il popolo qui continua a proseguirci di riverenza e di affetto, mentre altrove, diventati ormai cagnotti della tirannide, ci hanno in conto poco meno di scorpioni. Frate Serafino di Ampugnani (Dio beatifichi l'anima sua), condotto alla presenza del Magliaboia, avendo notato un colonnello che con gesti minaccevoli e voce sdegnosa gli favellava, comprese che non gli faceva il panegirico; non intendendo il francese non capiva per lo appunto le parole, onde pregato taluno glielo spiegasse, e udito come fossero oltraggi, gli sbatacchiò sul mostaccio il vangelo dei cinque evangelisti con tanta grazia, che gli mandò giù due denti in gola, e subito dopo, arraffatto lo schioppo alla sentinella, glielo sparò contro stendendolo in terra morto; preso e portato alla forca, ritto come un cero, il frate dabbene con alta voce cantò per tutta la via il _Tedeum_. I Genovesi si consultarono col Magliaboia per mettere sesto a questa faccenda dei Conventi; e proposero chiuderli addirittura, mandando i padri gesuiti a predicare, conforme i miserabili loro istituti persuadono, il servaggio: ma al Magliaboia non parve partito buono, non fosse altro, per essere stato messo innanzi da altri: consigliò piuttosto far venire in Corsica frati francesi, ormai avvezzi a chinare la schiena e mescolarli coi Côrsi, confidando che in breve gli avrebbero istruiti nella civiltà, che così in Francia, ed anco un po' in Italia, si chiama l'arte del servitore. Ai Genovesi, non meno presuntuosi del Magliaboia, non piacque nè anche questo ripiego; pensatoci su offersero regalare alla Francia tutti i parenti e fautori dei fuorusciti, non che i ribelli rimasti o tornati in casa, affinchè ella gli spedisse alla Luigiana o altrove. Allora il Magliaboia, come preso da orrore, rimprocciò il senato ligure, che mentre gli altri principi si adoperavano popolare i proprii Stati, essi li disertassero: il francese ingegnoso trovava differenza tra il bando da casa di un popolo, e il tenervelo dentro a mo' de' capponi nella stia, per tirargli il collo la vigilia delle solennità. Ad un tratto, ch'è, che non è, i Francesi dopo avere raccomandata la loro memoria in Corsica al fuoco e alla corda, l'abbandonano lasciando Genovesi e Côrsi ad aggiustarsela in famiglia, non dandosi un pensiero al mondo della umanità spaventata come con tanta leggerezza potesse accoppiarsi tanta ferocia. I Genovesi considerando che, durante la guerra della successione, avrebbero teso indarno la mano usa a chiedere l'elemosina di un po' di forza, si avvisano ad operare l'altra del tradimento; monsignore Mariotti vescovo di Sagona, che ormai dalla repubblica non isperava più pace, e lo diceva, pigliano e mettono in fondo di torre; richiesto da Benedetto XIV, negano darlo, scaldandocisi il Papa lo rendono; il giorno dopo la sua libertà muore; i Genovesi avevano trovato, che il camposanto custodisce meglio della torre, e il veleno carceriere fidato cui non si fa le spese; rendutisi sempre più odiosi e privi di forza; per tenere il popolo in obbedienza sguinzagliano ladri e assassini dalle carceri, richiamano sbanditi, mettono sottosopra l'isola, e ciò col fine che, lacerandosi, si mantenga debole, per poterle poi in tempi più destri rimettere le manette ai polsi.
I Côrsi non volendo andare a sacco e a sangue, provvedono al caso eleggendo tre uomini per sopraintendere al buon governo, li chiamarono protettori, e fu tra questi Giovampiero Gaffori; la repubblica si risente, come quella che, per la creazione di siffatto maestrato, immagina offesa la sua autorità. Il commissario Giustiniano a suono di cannonate mette in un mucchio di sassi la casa del Gaffori a Corte, e ne cattura il figliuolo. Ma il Gaffori non era uomo da spaventarsi della casa disfatta nè del figliuolo preso; al contrario, il pericolo crebbe l'ira a lui ed ai suoi: oh! allora i Côrsi combattevano in guisa, che non ci era paragone che gli uguagliasse, e spero, prima Dio, che combatteranno anche adesso: i soldati del castello rimasero come annegati da un rovescio di piombo; quando si arresero non ne fu trovato veruno illeso, e parecchi con più ferite. Parrebbe che i Genovesi non si fossero dovuti lamentare del commissario Giustiniano, dacchè in verità che cosa potesse tentare di più e di peggio non si sa vedere; non si tennero soddisfatti: lo richiamarono e gli fecero così feroce bravata, che dalla paura il dabbene patrizio si rese frate somasco, ed indi a breve morì. Inviarono il Mari, che promise Roma e Toma, ma stremo di denaro non riusciva a motivo che valesse; avendo menato per teologo il padre gesuita Porrata, si ristrinse seco lui per consigli; questi propose levare gli argenti dalle chiese e con pretesto di tenerli custoditi in Bastia, valersene; al Mari piacque la pensata, e gli mandò a pigliare; dalla sola Annunziata, chiesa dei Serviti, ne cavò 600 libbre, e gli parve averli rimessi in buone mani. Raccolti gli argenti, perchè la faccenda si mantenesse segreta, spedì il gesuita a venderli a Livorno; e questo il gesuita fece; solo non ritornò, simile al corvo dell'Arca ei battè l'ale in contrade lontane; benchè altri affermi ch'ei se ne andasse a Roma a mettere in salvo il bottino nel collegio di Gesù, dove i suoi superiori, dopo lunghe disamine, sentenziarono che il ladro, il quale ruba al ladro, non fa peccato e lo venerarono due cotanti meglio di prima. Quando i Côrsi se lo aspettavano meno, ecco commoversi le materne viscere di Maria Teresa (i Papi le hanno paterne) e a Carlo Emanuele altresì, e prima coi bandi, poi con buon polso di gente comandata da un colonello Cumiana aizzano i Côrsi a dare addosso ai Genovesi; la imperatrice, d'accordo col re, aperti un bel giorno gli occhi, vedono «che la repubblica ha violato la umanità e la giustizia continuando nei modi più aspri alla distruzione dell'onore, delle sostanze e della vita degl'infelici Côrsi.» Cagione della nuova tenerezza la lega di Genova con la Francia e la Spagna per istabilire l'infante don Filippo nel ducato di Parma e Piacenza, nella quale la repubblica era condotta a cagione del marchesato di Finale, che donato prima da Carlo VI ai Genovesi, il medesimo imperatore con la consueta verecondia di casa di Austria, cesse al re di Sardegna. Così questi signori, a seconda dei loro interessi, si dicono corna, e quando a vicenda l'uno ha scoperto gli altarini dell'altro, maravigliano se il popolo si ride dell'autorità di tutti.... oh! non sono curiosi costoro?... Dietro ai Sardi e ai Tedeschi si accordarono gl'Inglesi, ch'erano allora di balla; i Francesi per astio ritornano l'isola in mano a loro, pari alla veste di Cristo, giocata a dadi tra sbirri briachi. Che parlo, o che taccio? La lingua per queste infamie non si avvolge impunemente, come chi cammina per la melma senza macchia non può uscirne.