Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 10

Chapter 103,804 wordsPublic domain

Il capitano Angiolo scese nel caicco, considerato il mare e il vento, che lo spingeva al suo cammino in filo di ruota, lasciò il timone in mano del marinaro: egli assettavasi di contro al signor Giacomo, fischiando. Ma il signor Giacomo, uso ad almanaccare sopra gli uomini e i casi che si passavano tra le mani, battuto coll'indice un colpo sul coperchio della scatola, interrogava sè stesso: — Questo côrso è galantuomo? — e dopo lieve intervallo data un'altra percossa alla tabacchiera, domandò: — Questo côrso non è galantuomo? — È galantuomo: e allora o perchè non si è industriato di accostarsi ad uno dei due sciabecchi, e giratogli da poppa col vantaggio dei remi spezzarlo con una scarica diagonale, che gli avrebbe dato in un attimo la vittoria, e poi subito serrarsi alla vita dell'altro? Ma posto eziandio ch'egli dubitasse di potere ridurre felicemente a termine questo partito, a che pro la spontanea obbedienza? O non poteva egli, sforzando le vele e i remi senza avvilirsi con tante invenie rifugiarsi all'Elba o a Livorno? O di che cosa temeva? Con questo rullo di flutti male si possono assestare i tiri, e se il diavolo, ficcandoci la coda, avesse voluto che il Francese lo cogliesse di una palla, non sarebbe poi stato il finimondo, massime adoperandovi i remi. — Non è galantuomo, ma in questo caso come si spiega l'ordine dato al pilota di levarsi bel bello dal tiro, e di riparare all'Elba, se non ci avesse veduto di ritorno fra due ore? Perchè non si è messo addirittura nelle mani del Francese? Perchè non chiese gente dallo sciabecco per marinare la galera? Perchè a questa ora non ci troviamo tutti prigioni? — Per altra parte, chi lo capisce è bravo, se col Francese egli parlò in celia, io ne disgrado il Garrik a fingere meglio di lui. Ho letto nella relazione di Gerardo, visconte di Argentina, fatta a Federico imperatore, ch'egli giudicava i Côrsi tutti curiali: altro che curiali! Se rassomigliano a questo, ognuno di loro può vantarsi di tenere il bacile a quattro avvocati ad un tratto. — E in mezzo a cosiffatte ambagi l'animo suo tentennava sospeso, se non che adesso gli venne fatto di fissare gli occhi in viso al capitano Angiolo, e lo mirò così sereno di onesta baldanza, e direi quasi illuminato dalla interna contentezza, che la bilancia dello esame tracollò giù di piombo a favore del capitano, per la quale cosa, picchiando egli colla mano aperta sul coperchio della tabacchiera, disse a voce bassa: — È galantuomo, e poi a voce alta: — E lo vedremo tra breve.

— E che cosa vedremo noi di corto? gli domandò il capitano Angiolo, con tali un suono ed un gesto, da far comprendere al signor Giacomo, ch'egli non visto avesse assistito in terzo all'arcano ventilare tra lui e la sua coscienza; ond'ei con certa paura rispose:

— Eh! vedremo il Paoli.

— Ah! voi lo vedrete, soggiunse il capitano Angiolo con un sospiro; io no, chè il dovere mi chiama in altra parte, e chi sa per quanto tempo e con quali fortune: però voi quando lo vedrete gli direte....

— Che cosa gli dirò?

— Quello, che avrete veduto, aggiunse il capitano come pentito di essersi lasciato troppo ire: nè al signor Giacomo, per quanto vi s'industriasse con varii trovati, riuscì cavargli una parola di bocca.

Arrivarono per ultimo su la galera, la quale aveva fatto quanto poteva per rammezzare loro la strada. Saliti sul ponte, il primo oggetto che si parasse dinanzi gli occhi del capitano Angiolo, fu Giocante, il quale reputandolo, se non traditore, almanco codardo, non intendeva ormai rispettarlo nè obbedirlo: all'opposto a manifestargli disprezzo gli pareva quasi fare opera meritoria; però, in onta al divieto rigorosissimo del capitano di accendere fuoco a bordo, egli fumava a gloria. Il capitano Angiolo gli si accosta mansueto e quasi peritoso, quando poi gli fu presso, agile come il gatto, gli strappa la pipa di bocca, e glie la scaraventa lontana nel mare. Se il sangue saltasse agli occhi di Giocante non importa dire, e concitato mosse a pigliare le armi; senonchè il capitano afferrandolo pel braccio, gli ci ficcò le dita con tanta violenza, che, malgrado i panni, ne portò la impronta livida per giorni parecchi, e con voce tutta soavità gli disse:

— Signor tenente, se movete un passo, io vi mando a tenere compagnia alla vostra pipa. — E siccome l'altro infellonito stava lì lì per pronunziare qualche sproposito, egli pronto gli turò la bocca aggiungendo: — Guardatevi da dire cosa che io come comandante avessi a punire: per ora basti così; giunti a terra mi troverete disposto a darvi la soddisfazione che saprete desiderare.

— E la vorrò di certo.

[Illustrazione: .... il padre Bernardino proruppe in un sacramento coi fiocchi all'aspetto dell'odiata bandiera; strinta con man rabbiosa la barba, se ne strappò due ciocche o tre.... (_pag. 101_)]

— Sia come vi piace.

In questa taluni della ciurma o dei passeggeri si erano accostati a loro dubitando di qualche sconcio ma il capitano, lasciato il braccio di Giocante, continuò a dirgli piacevolmente tre o quattro parole quasi sequela di discorso, facendo credere che il tratto della pipa fosse stato uno scherzo. E al punto stesso volto al pilota: — Memè, gli disse, tira su la bandiera di Francia all'albero di mezzana, poi vedremo di salutarla con un colpo di cannone da prua.

Frate Bernardino, contemplando sventolare la bandiera di Francia su la galera côrsa, strinse il pugno, e sollevato il braccio, glielo vibrò contro aprendo la mano come se volesse tirargli una sassata, e con quanto aveva di voce in gola gridò: — La maledizione di Sodoma sopra di te....

E proseguiva, senonchè il capitano Angiolo lo interruppe dicendo: Padre Bernardino, i Francesi non possono sentire le vostre parole, ma possiedono ottimi cannocchiali per vedere i vostri gesti: andate sotto coperta; io ve lo impongo.

Ma siccome dai moti di stizza del buon frate il signor Giacomo conobbe, che il suo voto di obbedienza stava sul punto di ricevere un serio affronto, gli bisbigliò destramente negli orecchi: — Venite che vi racconterò tutto il successo su lo sciabecco francese. Il frate, curioso come tutti i compatrioti suoi, non se lo fece dire due volte, ed i compagni lo seguitarono.

Il signor Giacomo raccolse tutte le sue virtù oratorie per fare un racconto a modo e a verso, capace di tenere ferma l'attenzione dell'uditorio; e su questo aveva abilità da rivendere. Più difficile gli riuscì presentare le cose in maniera, che tornassero in vantaggio della reputazione del capitano Angiolo: tuttavolta, quantunque ci mettesse dentro ottimo volere, ebbe a concludere che quanto alla fedeltà del capitano gli pareva potere dormire, e con esso lui tutti i gentiluomini a cui aveva l'onore di parlare, su due guanciali: forse non tanto si sarebbe confidato nella sua audacia: ma permettersi osservare che nel caso presente l'avventatezza poteva per avventura perderli, mentre la prudenza e la sagacia gli aveva salvati....

— Ma noi abbiamo bisogno di audacia, gridò il frate, e sempre audacia; davanti a questa i Francesi cagliano, l'umiltà altrui ne cresce la superbia.

— Eh! sarà come dite, mio signor frate; ma dacchè sembra, che anche per tutt'oggi noi dobbiamo restarci sul mare, non vi parrebbe opportuno di finire il racconto delle fortune côrse? Assicuratevi, ch'io ne ricavo diletto pari alla istruzione.

E fu colpo maestro del signor Giacomo, e quasi un grattare la pancia alla cicala: imperciocchè il frate, premuroso di provare come i Côrsi, nelle frequenti loro ribellioni e vendette, avessero fatto opere da meritarsi il paradiso, rispose: — Sicuramente che io ve la vo' finire la mia storia; e vera, sapete, non come l'hanno raccontata tanti bricconi di Genovesi, che il diavolo confonda: però mi bisognerà toccare i sommi capi, e su i casi minori scorrere di volo, chè altrimenti la sarebbe faccenda lunga. Voi lo sapete, gl'invasori rassomigliano un po' noi altri frati: quando chiudiamo la sepoltura diciamo: chi sta dentro se n'è andato in pace: però noi caliamo nella tomba i morti, mentre gl'invasori presumono metterci i vivi. Così i Genovesi a noi. Levateci le penne maestre, invece di blandire l'angoscia della indipendenza perduta, essi presero a bucare gli statuti pattuiti peggio dei vagli; con la forza talora tappavano i pertugi, ma ogni dì si tornava da capo; la fame fu reputata arte di regno, e così la ignoranza, e così lo sperpero delle famiglie. Voi vi avete a figurare che a tale intento moltiplicarono fino a sessantasette i conventi dei frati, mentre di monache ne concessero a pena uno...

— Io non comprendo, disse l'Inglese, a cui il frate si affrettò rispondere:

— La è chiara come l'acqua, perchè le donne stando a casa si maritano e stremano le famiglie per via delle doti, e gli uomini, rendendosi frati, in virtù del voto di castità non danno opera allo incremento della popolazione.

— Il signor Giacomo guardò il frate sottecchi, per conoscere se e' burlasse o dicesse da vero, ma visto che il frate non aveva muscolo che non fosse di buona fede, data una giravolta alla scatola riprese:

— Bene! ora capisco.

— Ogni giorno una ferita: ora esclusero i Côrsi dalle dignità ecclesiastiche tutte, perfino dai benefizii semplici, ora dagli officii civili di luogotenenti, cancellieri, capitani di presidio, sindacatori, castellani, notari, massari, munizioniere, esattore; e via via rinfrescandosi i divieti negarono loro gli ufficii di giusdicente, capitano, alfiere, sergente, caporale, ed anco di soldato nei presidii. Rispetto a ladri io ben vi voglio dire altro che questo: certo patrizio genovese, parente di un governatore, reduce della Corsica, gli domandò: le montagne ce le hai lasciate? Ed un altro, quando sentiva sonare a morto, innanzi di recitare il _de profundis_, domandava: tenne ufficio in Corsica il defunto? — se gli rispondevano: lo tenne; egli ripigliava: allora è fiato buttato; dallo inferno nessuno lo può cavare. Signor Inglese, ponete mente, non siamo noi Côrsi che giudichiamo, bensì sono questi giudizii di Genovesi su Genovesi.

— Bene, bene, ma gli raccontate voi altri, mormorò il Boswell fra i denti.

— Però non vi date mica ad intendere che le apparenze offendessero la onestà, anzi il decoro: la tirannia appena nata si agguantò alle gonnelle della ipocrisia, come i putti costumano a quelle della balia per non cascare. Tutti gli oppressori, o vuoi domestici o vuoi forestieri, hanno imparato da Caco a tirarsi dietro i peccati mortali per la coda, affinchè la gente vedendo le orme impresse in terra alla rovescia, li creda usciti, mentre all'opposto sono entrati in casa al tiranno; ma le sono arti che non salvarono nessuno dalle mazzate di Ercole. Di vero non si poterono lungo tempo nascondere le discordie da loro aizzate, gli omicidi promossi come la più grossa delle entrate. Un degno ecclesiastico, il padre Cancellotti della compagnia di Gesù, computa che, durante 30 anni di dominio genovese, la Corsica annoverò 28,000 morti di omicidio, e non furono tutti; e questo perchè? Perchè giudicando il Governatore ad arbitrio o come dicevano _ex informata conscientia_, vendeva le condanne, poi le grazie o salvocondotti di venire liberamente in paese, detti di _tutto accesso_, donde le ire riardevano, e quindi morti, ed incendii, e assassinii, desiderata messe di guadagno pei magistrati egregi. Genova faceva pagare un occhio per la patente del porto di arme, e ne vendeva settemila all'anno. Supplicata, vieta le armi, e per ricatto del provento delle patenti, impone due lire per fuoco, ma poi continua a dare le licenze per danaro, ed ella stessa vende ai Côrsi di contrabando le armi, sicchè quando nel 1739 il Magliaboia le levò, furono trovati ai Côrsi mille schioppi proprio con la croce della serenissima Repubblica di Genova. Ma sentitene un'altra: dopo averci immesso alla sordina gli schioppi, ella _fustibus et gladiis_ mena a frugarli, e se li trova, guai! chè fra carcere e multe tu sei rovinato. L'assassinio, come per lo innanzi, tenuto in pregio di arte di regno: Giafferi, Venturini e Natali seppero a proprie spese, come lo stile della cancelleria genovese stesse a petto dello stile della romana curia, provato già da quel povero padre di fra Paolo Sarpi. Ho sentito dire, che procedessero i nostri oppressori libidinosamente, non meno che avaramente e crudelmente, e ci credo, perchè tutte queste qualità si tengono compagnia; ma come a religioso a me non addice allargarmi su questi tasti, ed anche dubito, che presto passasse loro la voglia di toccare i ferri sul banco del magnano: imperciocchè essendosi certa volta vantati di fare strazio delle donne della Isola-rossa, le quali di concerto coi mariti la difendevano, ributtati che gli ebbero dalle mura, esse sortirono arrabbiate, e presine 400 li nudarono, e li percossero con mazzi di ortica tanto, da parerne tanti _ecce homo_. Dopo l'assassinio non parrà strano nè forte, se l'incendio e la desolazione si reputassero dai Serenissimi pratiche di governo.

Così la storia nostra registra 120 villaggi arsi di un tratto, provincie intere disertate, popoli spenti: e' pare che per ultimo si trovassero contenti di essere salutati re del deserto. — Nè in casa nè fuori i Genovesi seppero reggere da cristiani mai; ma quando alla incapacità si aggiunse l'odio pauroso, o l'avara gelosia, allora, a giudizio dei loro medesimi concittadini, vinsero quanto ricordano d'immane le storie antiche e le moderne. Essendosi ribellata Savona ventilarono in senato se la si dovesse smantellare delle fortezze, e parve di sì; ma la spesa atterriva; allora sorse in piedi un senatore di casa Doria, il quale così favellò: — Se pur volete ruinare le mura di Savona, senza spenderci un quattrino d'intorno, io ve ne propongo il modo: mandateci due governatori simili all'ultimo, ed è lavoro fatto. Così durò il popolo côrso una lunga agonia, e sarebbe morto, se fosse possibile a un popolo morire: alla fine proruppe; molti fuori, e parecchi in casa, come l'andasse per lo appunto o non sanno o mal sanno: io vi dirò proprio il modo in che fu fatta, perchè mi ci trovai. Piloti pratichi delle tempeste civili a più di un segno avrebbero presagito imminente il turbine; con parole ardenti alla scoperta si andava tastando ora questo, ora quello spediente che pungolasse il popolo con maggiore efficacia; s'incominciò dal sale, che prima pattuimmo ci fosse venduto 4 lire il moggio, e poi lo aumentarono oltre al giusto, ma non partorì l'effetto; aggiunsero voler soppressa la tassa pel rimborso del presto stanziato alla Corsica nel 1680 in occasione della fame: buono anche questo, ma il popolo non si mosse. Meglio operò quest'altro: nel presidio di Finale un soldato côrso per certe maccatelle fu messo alla panca: i terrazzani allo strazio aggiunsero lo scherno menandogli dietro la baiata; della quale cosa egli infellonito mise mano all'arme, e sovvenuto da parecchi soldati suoi compatrioti, molti uccise, troppi più ferì; furono tutti impiccati: pensate voi se i parenti dei morti, saputa la nuova, bollissero; e la gente a soffiare in quel fuoco non mancava; ed io con i miei religiosi ci spargemmo per le pievi come seme di libertà componendo in pace vecchie discordie, ed avventando le ire côrse contro la abborrita tirannide. Ora sul finire del 1729 il luogotenente del governatore Pinelli si condusse a Corte, dove volendo starsi a bell'agio senza un pensiero al mondo, si tolse per segretario un prete cortinese chiamato Matteo Pieraggi, il quale gli faceva ancora da cappellano: e fin qui non ci era male: il male fu che non gli volendo dare un becco di quattrino per salario, lo facultò a imporre un balzello di 8 danari a fuoco per farsi l'assegnamento; donde gli venne il nome di prete _baiocca_, perchè appunto 8 danari formano una baiocca, e se non è morto a questi giorni, tuttavia gli rimane. Intanto essendo sopraggiunto il tempo di pagare la tassa dei seini, certo paesano, chiamato Cardone, andò a Bozio per pagare a modo e a verso i suoi due seini: dopo aver pagato i seini gli chiesero la _baiocca_, ed egli rifiutò darla: allora l'esattore gli rese i seini, rimandandolo con una carta d'ingiurie. Cardone che zoppo era, ranchettando per la via, contò la cosa a quanti paesani incontrava, i quali tentennando il capo avevano esclamato: — La vuol ir male; — e recatisi gli arnesi in spalla, chè il giorno voltava a sera, lo accompagnarono facendogli dietro codazzo fino alla piazza della terra. Giusta in quel punto ci capitava io, però mi posero in mezzo raccontandomi il successo, e domandarono consiglio.

Io risposi alla ricisa che non dovevano pagare la baiocca nè i seini; quella perchè imposta nuova, e le imposte per antico convegno non si potevano alterare; ad ogni modo non poterlo il luogotenente: questi perchè compenso del provento pel porto di arme, che avevano promesso proibire, ed all'opposto avevano continuato, cavandone maggior profitto di prima. E come dissi fecero, nè solo in Bozio, bensì a Tavagna e altrove. Il governatore Pinelli manda una squadra di sbirri e un esattore a Tavagna per mettere capo a partito ai malcontenti. I Tavagnini, non estimando gli sbirri gente da potersi combattere con onore, gli accolgono senza contrasto, gli albergano e convitano; nella notte gli legano, alla dimane gli rimandano disarmati con un carpiccio di busse delle buone! l'esattore non ebbe a deplorare altro danno che vedersi trasformato durante la notte il suo cavallo in asino. Cotesto fu stoppino buttato sul pagliaio; indi a breve lo incendio si dilatò per modo, da non temere più trombe: talune brigate corsero fino a Capocorso dove nessuno le aspettava e s'impadronirono alla sprovvista delle armi nelle torri: altre scesero nella Balagna, con la vista di sorprendere le armi e le provvisioni dell'Algaiola, senonchè il luogotenente avutone odore, valendosi dello aiuto dei paesani, potè metterle al sicuro in Calvi. I Côrsi tanto si arrovellarono contro i loro compatriotti per questo fatto, che di cima in fondo nabissarono l'Algaiola. Gli Algaiolesi certo avevano pessimamente operato, meritavano quello e peggio, ma non istava ai Genovesi punirli se la obbedienza a loro avessero anteposto alla carità della patria; in effetto non li punirono; all'opposto gli rimunerarono, e udite come (però devo avvertirvi prima, che io non burlo; e da questo apprenderete larghezza genovese che sia): con pubblico decreto il senato genovese compartì agli Algaiolesi il privilegio di andare accattando per la città di Genova.

— Dunque, osservò Altobello, una _baiocca_ fu l'origine di questa guerra, che dura a un bel circa quarant'anni?

— Non è così, rispose il frate, non può il primo granello nè l'ultimo vantarsi di dare il tratto alla bilancia; ci hanno del pari merito tutti; quello, che la fa traboccare, somministra nome, non cause al tracollo.

— E se, con voce solenne aggiunse il Boswell, i popoli oppressi si movono per cagione vile, non s'incolpino essi, bensì coloro che gl'imbestiarono. — La più parte dei tumulti popolari nascono dalla fame, e sta bene; il tiranno, rapito al popolo il pensiero dell'uomo, bisogna pure che gli lasci l'istinto della bestia: moltiplice, non contentabile mai, divino il pensiero; unico l'istinto: però quanto procurano i tiranni sopprimere quello, altrettanto mettono studio a soddisfare questo; e tuttavolta neppure a questo possono provvedere le arti schiave, imperciocchè le industrie, o vogli agricole o vogli commerciali, desiderano ingegno educato, e la educazione non esce fuori se la mano della libertà non la semina, e la libertà non semina mai un seme solo, nè forse lo può; donde avviene, che da qualunque parte tu pigli le mosse, uscirai perpetuamente alla conseguenza che se qualche uomo è fatto per la tirannide, gli uomini non sono fatti per la servitù.

— O caro, sclamò frate Bernardino levando le mani al cielo, voi parlate come un quinto evangelista; e voialtri, figliuoli, sappiate che se metterete questi precetti alla coda di quelli del decalogo, voi non farete altro che bene.

Ma andiamo innanzi: tanta accendeva a quei giorni la smania di possedere armi i petti dei Côrsi onde adoperarle in pro' della patria, che parecchi di loro venderono i bovi per comprare uno schioppo. Circa 300 armati trassero alla Bastia, e presa di un tratto Terravecchia, fanno le viste di assaltare Terranuova. La storia non rammenta tutti i nomi di quelli, che su le prime mosse capitanarono il popolo, e dei pochi che ricorda dice appena il nome e la fine; miserabile fra tutti quella di Fabio da Loreto o Fillingheri, il quale, caduto in podestà dei Genovesi, ebbe mozzo il capo, poi fu squartato; Angiolo Taddei, richiesto di parlamento dal comandante genovese di Monserrato, con quattro compagni a tradimento rimane ammazzato; di Emmanuele Ciatra non so darvi ragguaglio, ma già la è cosa vecchia, chi inforna la rivoluzione non la mangia; e il popolano non si appaga di rumore di fama; tanto le lodi sono foglie, qual prima qual poi, cascano tutte; ma quando il verno ha spogliato l'albero, rimangono il fusto e i rami per riprodurle da capo, il popolo dura erede di ogni gloria dei suoi padri e dei suoi figliuoli, se la intende con Dio, e da lui spera misericordia e conforto nel giorno che quieterà nel suo seno come il Golo, dopo il rotto cammino, riposa nelle acque del Mediterraneo. Poco chiedevano i Côrsi, e da quello che domandavano voi piglierete argomento della giustizia della domanda: essi volevano il sale si pagasse un seino a bacino; si concedesse facoltà a tutti di portare arme, poichè nonostante la tassa dei 2 seini, a tutti non si negava, e la parzialità noceva più dell'uso universale, la tassa a soldi 20 per fuoco, com'era in antico, si restituisse; gli ufficii almanco in parte ai Côrsi si conferissero; i fuorusciti si richiamassero; il carico della vitella si sopprimesse.

— E che è di grazia questo carico della vitella? — interrogò il Boswell.

— Abbiate pazienza voi altri, ch'egli è forestiere e non ha obbligo di sapere le cose nostre come noi; in due parole mi sbrigo. In capo ad ogni due anni la repubblica scambiava il governatore in Corsica, il quale ci si trasferiva con la famiglia; ora le zitelle delle nostre comuni presero il costume d'ingrassare una vitella e donarla alla nuova governatrice per tenersela bene edificata: certa volta essendo accaduto che ci venisse un governatore scapolo, le zitelle giudicarono potersi astenere da presentare la vitella, tanto più che ella era pretta elargizione: ma il governatore che, se non aveva condotto la moglie, ci aveva portato l'avarizia, mutò con violenza il dono della vitella in balzello di pecunia, costringendo tutte le comuni a pagare ad ogni nuovo governatore 17 lire di buona moneta; e poichè questo iniquissimo aggravio non vergognarono i Genovesi di mantenere, i Côrsi, per ricordarne sempre la origine, continuarono a chiamare il peso della vitella. — In questo sollevamento non fu penuria per parte del governatore Pinelli delle solite tagliole ricoperte con le frasche delle scuse, delle promesse e delle ciurmerie, nè difettarono i benestanti, cui i garbugli danno la febbre, d'interporsi sminuzzando i bocconi al lupo ammalato; e molto meno la castroneria nel popolo di rimettersi a patti col padrone impaurito: certo, povero popolo! i suoi svarioni pagò, secondo il solito, in moneta di sangue; ma non importa; mentre i tiranni si rallegrano nella fede di avergli tagliato il capo, si accorgono che non gli hanno scorciato altro che le ugna, le quali col tempo crescono due cotanti più rasoi di prima.