Parvenze e sembianze

Part 9

Chapter 92,716 wordsPublic domain

Ansaldo Gradense è il signore di grand’animo, sicuro di sé in ogni parola e in ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata e volgare. Per la donna che ama cerca e procura ciò che egli stesso credeva impossibile; ma quando Dianora viene alla sua casa, le muove incontro composto e rispettoso e la prega, “se pure il lungo amore il quale le ha portato merita alcun guiderdone„, di dirgli la ragione della sua venuta, giacché tal donna non deve esser là per soddisfarlo del suo desiderio. E udita la risposta di lei e sentita improvvisa la invidiabile liberalità di Gilberto, subito scioglie madonna Dianora del doloroso legame e le raccomanda di rendere grazie al marito che stima e amerà sempre come un fratello.

Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri molto simili nella grazia dell’aspetto e ugualmente appassionati e appassionabili e poeticamente piú docili agli affetti che alla ragione. Per compassione Iroldo suggerisce a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e venendo da lui il consiglio, è meno mirabile la sua generosità quando prega la donna (egli prega e non comanda come Gilberto) di andare all’amante; per disperazione beve il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo a rimeritare Prasildo della sua cortesia; per emulazione di generosità lascia Tisbina a Prasildo.

Prasildo è timido come l’amico: va incontro a Tisbina onorandola, ma non sa che si fare per la vergogna, e l’assolve del giuramento per provarle ch’egli non ha mai voluto dispiacerle, piú tosto che per riconoscenza della lealtà di lei e delle generosità d’Iroldo.

In sostanza, nella novella di Fiordiligi non è il meraviglioso rilievo dei caratteri, la scultoria interezza delle figure ottenuta dal Boccaccio, come seppe egli solo, con brevità e semplicità di mezzi: essa è una gentile e pietosa narrazione e rappresentazione di fatti per finzione poetica diffusi ed elevati a tragica intensità: i personaggi del novelliere predominano ai casi in cui vengono per forza d’amore, per necessità di doveri, per disposizione d’animo; dove i personaggi del poeta soggiacciono alla forza dei casi loro e nella gravità di essi e nell’urto violento delle passioni smarriscono colorito e fisonomia.

In sostanza non mi pare che il Boiardo abbia imitato troppo il Boccaccio. Ma che poesia è la sua! E quanta dolcezza e freschezza per tutto l’episodio, e che ingenua espressione di passione umana, pur finamente osservata, nell’invenzione romanzesca! Iroldo in disperazione beve il veleno:

E poi che per metade ebbe sorbito Sicuramente il succo venenoso, A Tisbina lo porse sbigottito. Non essendo di morte pauroso, Ma non ardisce a lei far quell’invito, Però, volgendo il viso lagrimoso, Mirando a terra la coppa le porse, E di morire allora stette in forse.

Non del tossico già, ma per dolore, Che ’l venen terminato esser dovria. Ora Tisbina con frigido core, Con man tremante la coppa prendia, E biastemmando la fortuna e amore, Che a fin tanto crudel la conducia, Bevette il succo ch’ivi era rimaso, In sino al fondo del lucente vaso.

Iroldo si coperse il capo e ’l volto, Perché con gli occhi non volea vedere Che ’l suo caro desío gli fosse tolto....

E che elegante mollezza di versi nelle similitudini semplici e delicate! Prasildo si strugge d’amore:

Ma quale in prato le fresche vïole Nel tempo freddo pallide si fano Com’il splendido ghiaccio al vivo sole. Cotal si disfacea ’l baron soprano, E condotto era a sí malvagia sorte Ch’altro ristor non spera che la morte.

E quando riceve consolazione, ché né egli né Tisbina morirà di veleno:

Come dopo la pioggia le vïole S’abbattono e la rosa e ’l bianco fiore: Poi quando al ciel sereno appare il sole, Apron le foglie e torna il bel colore; Cosí Prasildo a la lieta novella Dentro si allegra e nel viso si abbella.

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A dire la verità, strana e inaspettata riesce la deliberazione e la ripetizione dell’atto generoso per cui Iroldo lascia Tisbina, che tanto ama e da cui è amato tanto, a Prasildo, e fugge di Babilonia; ma al Boiardo non bastava concludere, come il Boccaccio, senza prove dell’amicizia seguita ne’ due cavalieri: al Boiardo bisognavano gli epici tipi di amici perfetti, e Iroldo e Prasildo, personaggi della novella di Tisbina, diverranno personaggi vivi e attivi del poema; e incorrendo a gravi pericoli, per vicendevole salvezza a vicenda s’esporranno alla morte.

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Erano già due lunghi anni che Iroldo, rimeritato il liberale Prasildo con lasciargli la parte dell’anima sua, andava pellegrinando e dolorando pe’l mondo, quando un dí pervenne al paese d’Orgagna. Vi regnava Falerina la trista, che era maestra di tutte le frodi e di tutti gli incanti e all’ingresso d’un vago giardino manteneva un serpente voglioso di carne umana: per questo nessun forestiero sfuggiva dalle lusinghe di lei e poi dai denti del mostro. E anche il misero Iroldo fu preso d’inganno, e da quattro mesi attendeva in carcere insieme con molti miseri cavalieri e dame il dí della morte nefanda. Due vittime erano destinate ogni giorno pe’l drago: un cavaliere e una dama. Ma Prasildo fu in tempo ad apprendere, Dio sa come, la sorte che aspettava il suo Iroldo, e camminando giorno e notte venne in Orgagna e propose gran somma d’oro al guardiano di Falerina se gli liberava l’amico. Invano. Con l’oro offerse sé stesso in cambio di vittima, e il guardiano accettò, e Iroldo fu libero.

Tuttavia Iroldo voleva morire egli pure, perché il giorno che l’amico dovea essere condotto alla belva, si mise in un boschetto presso a una fonte ad aspettare ch’ei passasse di là fra i custodi, e contro di essi egli voleva combattere solo. Aspettando piangeva, non già di sé, che sarebbe perito da valoroso per amore fraterno, ma della sorte la quale per sua cagione toccava a Prasildo; e Rinaldo, a caso in quel bosco, l’udí lamentare e gliene chiese la causa.

Saperla e disporre il suo valore in premio e salute d’una cosí ferma e santa amicizia fu un punto; fu un punto per lui scorgere la turba che con a guida il gigante Rubicane traeva al supplizio un cavaliere e una dama e piombare su quella e sbaragliarla. Ma di bei colpi fu capace anche Iroldo, e la battaglia presto finita. La donna era Fiordiligi, che aveva raccontata a Rinaldo la storia d’Iroldo e di Prasildo, e il cavaliere era Prasildo; e i due amici si gettarono l’uno tra le braccia dell’altro.

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Damone e Pizia. Meglio, per riguardo all’origine della loro amicizia e fratellanza, Iroldo e Prasildo rievocano a mente Gisippo ateniese e Tito Quinzio Fulvo romano. Gisippo — ve ne rammentate? — come sa che Tito, l’amico suo di giovinezza e di studi, è preso della bellezza di Sofronia sua fidanzata, fa ch’egli l’ottenga per inganno in isposa. Ma poi, quando, trascorsi molti anni, Gisippo arriva a Roma in povero stato e crede che Tito non voglia riconoscerlo e a fin di morire s’incolpa d’avere ucciso un uomo, Tito “per scamparlo dice sé averlo morto. Il che colui, che fatto l’avea, vedendo, sé stesso manifesta, per la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati....„

To’! — esclamerebbe adesso un piccolino Livingstone della storia letteraria —: anche la novella ottava della giornata decima del _Decamerone_ è una fonte dell’_Orlando Innamorato_! —, e con gli occhi stanchi, che san le ricerche, ravvivati di nuova luce e di nuovo gaudio suderebbe alla scoperta di prove.

Ma che prove! Potrà anche credersi che il Boiardo si ricordasse pur di quest’altra novella; non per ciò l’analogia dell’invenzione, ch’è il meno, ha alcuna importanza, se tra i due scrittori è tanto diversa la potenza, l’attitudine, la fattura artistica, ch’è il piú. Vedete in confronto di Iroldo e Prasildo, Gisippo e Tito. Questi sono d’animo romano e di senno ateniese e son dotti, come scolari di Aristippo, a sottomettere il sentimento alla ragione. Filosofi, tengono l’amicizia per il piú gran bene; onde l’uno può cedere la sposa all’altro e l’altro accettarla: l’uno viene a tanta liberalità perché le mogli non si trovano con la difficoltà con cui si trovano gli amici; e l’altro acconsente alla dedizione perché comprende di acquistare dall’amico suo con l’amata donna la vita stessa, essendo egli per mal d’amore ridotto quasi a termine di morire.

Vedete in confronto di Tisbina, Sofronia giovinetta.....

— E a che cosa giova tale studio?

Tardi giunge l’ironica domanda; alla quale per altro io so rispondere a tempo che il Boccaccio non è Masuccio e né pure Matteo Boiardo è Gianfrancesco Loredano, e che, almeno a mio parere, i classici non si sono studiati e ammirati mai abbastanza.

¹ Masuccio Salernitano, novella XXI.

² _Novelle degli Accademici Incogniti_: par. II, nov. prima.

³ Ant Fr. Ghiselli, _Memorie di Bologna antica_, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all’anno 1579 (23 giugno).

⁴ Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna, _Iscrizioni veneziane_, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.

⁵ Rinieri, _Diario_ (alla Bibl. Comunale di Bologna).

⁶ Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); ’84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.

⁷ Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).

⁸ Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una sua _Lezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze_.

⁹ _Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati_, Venezia, Ziletti, 1681.

¹⁰ Pref. alle _Rime_, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.

¹¹ Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.

¹² Cito il mio libro _Romanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento_, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV della _Nuova Antologia_ (1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nella _Fuggitiva_ diedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell’amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (_Spoglio delle famiglie bolognesi_, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam. _Bentivoglio_. — L’anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all’eredità de’ beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva: _“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„_ (_Scritture della fam. Bentivoglio_: Archivio di Stato di Bologna).

¹³ Ghiselli, op. cit., T. XXVI.

¹⁴ Montefani, _Fam. Malvezzi_.

¹⁵ Galeati, _Diario_ (Bibl. Com. di Bologna), all’11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.

¹⁶ Galeati, op. cit.

¹⁷ Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (_Scrittori bolognesi_), il Mazzucchelli, l’Aprosio (_Biblioteca_, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d’aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d’un dramma — _Il Ratto di Proserpina_ — recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave!

¹⁸ Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.

¹⁹ Vedi il Mazzucchelli e l’Aprosio (_Biblioteca_, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini, _Vita e opere di G. B. Marini_ (Roma, 1888).

²⁰ _Spira, appresso Henrico Starckio_, MDCXXIX, in-12. Ma non _Roberto_, Robusto _Pogommega_. Errore gravissimo!

²¹ Galeati, _Diar._ (_Appendice_ I, pag. 8); Ant. Maria Carati, _Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da’ loro originali parrocchiali_, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.

²² Fra gli _Epitalami_ del Marini.

²³ Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.

²⁴ Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.

²⁵ Malvasia, _Felsina Pittrice_, p. IV, pag. 42.

²⁶ Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa: _Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l’anno 1615, il dí 2 di marzo_: Bologna, Stamperia Camerale.

²⁷ Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio e Fr. Maria Tagliaferri, _Diario_ (alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati, _Diario_, pagina 21.

²⁸ G. B. Guidicini: _I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797_, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell’assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell’Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L’Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.

²⁹ Galeati, _Diario_, pag. 21.

³⁰ Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.

³¹ Galeati, _Diario_ pag. 112.

³² Ghiselli, T. XXVI.

³³ _Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629_: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.

³⁴ Guidicini, op. cit., pag. 52.

³⁵ Gregorio Leti: _Lettere sopra differenti materie_ (Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri, _Dizionario_; Niceron, _Mémoires_ T. II, pag. 359-379.

³⁶ G. L. _Lettere_, T. I, 32.

³⁷ _Lettere_ cit., T. I, 21.

³⁸ _Lett._ cit., T. I, 24.

³⁹ _Lett._ cit., I, 13.

⁴⁰ Gr. Leti, _Lettere_, I, 195; Larousse, _Grand Dictionnaire Universel_.

⁴¹ Larousse, op. cit.; — _Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706_) pag. 41; pag. 48.

⁴² Gr. Leti, _Lettere_, I, 197.

⁴³ _Lett._ cit., I, 199.

⁴⁴ _Lett._, cit., I, 206.

⁴⁵ Larousse, op. cit.

⁴⁶ Leti, _Lett._, I, 203.

⁴⁷ _Lett._ cit., I, 221.

⁴⁸ _Lett._ cit.; luogo cit.

⁴⁹ _Lett._ cit., I, pag. 226-229.

⁵⁰ _Lett._ Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. alla _Monarchia di Luigi XIV_, di G. L.

⁵¹ _Lett._ cit., T. II, pag. 45 e seg.

⁵² _Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l’aggiunta d’un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano_ — Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.

⁵³ Leti, _Lett._, II, pag. 318-323.

⁵⁴ .... _e Pasquino morto risuscitato_, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.

⁵⁵ Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.

⁵⁶ Leti, _Lett._, II, 3. — _Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne_, Amsterdam, 1697.

⁵⁷ _Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l’Augusto Intento, ne’ quali con piacevole stile a pieno s’insegna di fare eccellente riuscita ne’ piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente._ Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.

⁵⁸ _Della Carrozza di ritorno, o vero dell’esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina_ (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche la _Carrozza da Nolo_ dello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. Vedi _Lettere del M._ (ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli la _Contessa Lara_ nel periodico _La Tavola Rotonda_ (1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida, _Mesdames nos aieules_, Paris, Librairie Illustrée, 1890.

⁵⁹ Cosí Carlo Celano negli _Avanzi delle Poste_.

⁶⁰ Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.

⁶¹ Vedi la _Storia del Giorno di G. Parini_ scritta da G. Carducci.

⁶² Cicogna, _Iscrizioni Veneziane_, I, 135.

⁶³ Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.

⁶⁴ Ang. Aprosio, _La Biblioteca Aprosiana_ (Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti, _Lettere_, p. 207.

⁶⁵ Arc. Tarabotti, _Lettere famigliari e di complimento_: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.

⁶⁶ Fu stampata con la _Controsatira_ del Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con la _Censura_ del Sesti e l’_Antisatira_ della Tarabotti.

⁶⁷ Aprosio, op. cit., pag. 168.

⁶⁸ _Antisatira_, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.

⁶⁹ Aprosio, op. cit., pag. 168.

⁷⁰ Tarabotti, _Lett._, pag. 168.

⁷¹ Aprosio, op. cit., pag. 169.

⁷² Tarabotti, _Lettere_, pag. 313 e pag. 30.

⁷³ Tarabotti, _Lettere_, pag. 315 e pag. 157.

⁷⁴ Tarabotti, _Lettere_, pag. 273 e pag. 298.

⁷⁵ G. F. Loredano; _Lettere_ (Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.

⁷⁶ Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú: _Della letteratura italiana esempi e giudizi_, pag. 353.

⁷⁷ _La rigogliosa_ — “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (_Introd. al Decam_.)

⁷⁸ Πᾶν ϕίλος = tutto amoroso.

⁷⁹ νέη ϕίλη = giovinetta amorosa.

⁸⁰ Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.

⁸¹ Διώνεος = venereo.

⁸² Αἱμυλία = lusinghiera.

⁸³ Proemio al _Filostrato_.

⁸⁴ Camillo Antona Traversi nelle note al Landau — _Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere_ — pag. 548.

⁸⁵ Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).

⁸⁶ Didone, la tradita.

⁸⁷ Lo stesso nell’opera cit., pag. 316.

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*ERRORI DI STAMPA.*

_Seppelita_, pag. 50; _invitare_, pag. 73. In alcune copie a pag. 129 si legge, nella seconda riga, _1634_ in vece di _1654_.

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_Finito di stampare_ _il dì 2 maggio MDCCCXCII_ _nella tipografia di Nicola Zanichelli_ _in Bologna_.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 223 ("Errori di stampa") sono state riportate nel testo. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

66 — fossero condotti alla Conciergerie [Congerie] 84 — immuni “da [mancante nell’originale] 85 — vedrebbe di stabilire [stabibilire] 95 — gentiluomini [gentitiluomini] 101 — lo Spagnuolo [Spagnnolo] 189 — per me [m’è] s’è conosciuto 224 — e di senno ateniese [atienese] 224 — Matteo Boiardo [Boiardi]