Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)

Part 9

Chapter 93,462 wordsPublic domain

-- Magari! Con tutto il cuore! Ma comincia a far caldo, e in chiesa staremo più freschi.... e poi aspetto la visita del Generale... non è vero, padre Ignazio?... Ma la confessione innanzi a tutto; però quando giunga il Generale, padre Ignazio, voi presso lui mi scuserete: ora andiamo via figliuolo, andiamo in chiesa. --

E così secondo il solito il Gesuita cominciò il discorso come se volesse contentare Paolo a rimanere in camera, e lo condusse spingendolo a confessarsi giù in chiesa.

Udita la confessione padre Migali esclamava:

-- Ma se lo diceva io! Le solite bagattelle, pensieri, omissioni... peccatucci veniali; di una gocciola di acqua benedetta ne avanza mezza a lavarli tutti... ecci altro figliuolo?

-- Ah! Pur troppo la coscienza mi mette a scrupolo la passione che mi arde accesissima per la mia sposa Tuda; temo non sia questo regolato amore; dubito che più che la santità del matrimonio mi tiri il desiderio della carne, e la cupidità della ricca dote si mescoli oltre il debito nella reverenza del sacramento.

-- Eh! circa a questo, dilettissimo mio, bisogna dire essere più agevole confessarsi di simili tentazioni dopo venute, che impedire che le vengano. La spezieria della penitenza non è ricca di droghe come sai; digiuni, orazioni, elemosine, e siamo lesti. Ora importi digiunare nella vigilia delle nozze sarebbe come darti cavolo a merenda; alle orazioni non penso nè manco perchè le ti uscirebbero frastagliate di chi sa quali fantasie, e sarebbe un corri dietro perpetuo della immagine della Beata Vergine e di quella della marchesina Tuda. Resta la elemosina.... grande virtù è questa della elemosina, la quale può farsi così a piede come a cavallo, così di notte come di giorno, digiuni e dopo pranzo, innocenti o colpevoli, è sempre bene e sempre efficacemente....

Il frate mascagno s'ingegnava a pigliare la sua parte di pelle anco prima che la bestia si scorticasse.

* * * * *

Si sarebbe detto, che il sole presago di illuminare qualche gesto glorioso mettesse fuori i suoi raggi del dì delle feste; l'aria dintorno spirava tepida quasi sospiro di petto innamorato, e con perpetua vicenda ti aliava a onde dintorno ora musicale pei suoni infiniti, che manda la immensità degli enti che nascono, o risuscitano; saluto misterioso della vita alla Natura, -- ed ora profumata dagli effluvii delle piante, e dei fiori; -- pel cielo si diffondeva un tenue vapore il quale invece d'offuscarne la magnificenza gli dava risalto, come la bellezza avvolta nei veli percuote più potente i petti dei mortali; continua comecchè inosservata pioveva sopra tutta la creazione una rugiada di esultanza e di sorriso. Paolo non conosceva parenti, o gli erano morti; ma quando mai ai fortunati mancarono parenti ed amici? Ora si vedevano spuntare a frotte pari agli avoltoi tirati dalle più remote plaghe dell'orizzonte all'odore del carcame. Ne accorse un diluvio, parte col vestito solo accattato a nolo, col sorriso accattato tutti; chè ognuno aveva procurato ridurre gl'inchini, le piaggerie e le profferte in amo, in gancio, o in forcina per agguantare secondo la ingordigia o ghiozzo o dentice in quel giorno facile di favori; però che anco i tristi quando si sentono contenti aprano la mano. Paolo ebbe avvertenza a radunare cavalli, perchè la comitiva lo seguitasse incavallata, facendo a cotesto modo l'accompagnatura più splendida; e bene gl'incolse, imperciocchè oltre la metà dei clienti venisse pedestre. Richiesti, con premurosa sollecitudine, gli prestarono cavalli gli Orsini, i Buoncompagni, i Falconieri, ed altri parecchi dei maggiorenti Romani, non già perchè gli si professassero amici, al contrario l'odiavano; tuttavia gli facevano servizio, e lo blandivano umilissimi, chè la fortuna spesso tira in alto il patrizio, e ce lo lega come alla gogna per rendere palese al popolo, quanto ei si meriti di essere travolto in fondo: da molto tempo tra noi sembra che il volgo nobile si affatichi arrampicarsi in cima unicamente per far venire la voglia di buttarlo di sotto.

La gente traeva a furia per vedere così magnifica cavalcata; -- il falegname lasciata la sega in mezzo la tavola, e il calzolaro deposta la forma senza stringere il punto recavansi sopra lo sporto delle botteghe: alle finestre comparivano gremiti i capi delle fanciulle, a mo' di api che facciano gomitolo intorno alle ramelle di timo; e da ogni canto correva un dire -- o lei beata! Le belle nozze che sono mai queste! Lo sposo pare un occhio di sole. La sposa li vince tutti e due, e non defalco un baiocco. -- Ci furono persino alcune fanciulle le quali cavatisi le ghirlande di giacinti e di rannucoli dal capo, e i mazzolini di viole dal seno li gittarono sopra di Paolo, non mica per petulanza, bensì per superchio di buon naturale, immaginando che, come bello, ei fosse caro e meritevole in tutto della felicità che lo aspettava. Tanto tesoro di affetto serba dentro di sè il popolo, massime le fanciulle; che quando non hanno causa di amare la fingono; e prestano le virtù a cui secondo loro avrebbe a possederle.

La maggiore frequenza del popolo chiariva prossimo il palazzo Savello; di fatti, svoltato il canto, apparve anch'egli spirante una certa aria di festa: su i gradini disposti in ordine di ogni ragione famigli vestiti di sfoggiate livree, quale più, quale meno coperti di fiori. Era eziandio notabile una novità, che i _Trabanti_[14] del Papa vi facevano la guardia, e nel cortile ve ne stava schierata una compagnia con il suo capitano alla testa: nè questo sfuggì a Paolo, ma dacchè quegli gli rese con la spada il saluto militare, ed i soldati compirono il medesimo officio rizzando l'alabarda, egli pensò il cardinale Alessandro, forse il Papa, inviarli per onorare maggiormente la solennità. In capo scala lo aspettava il marchese Silla, che, secondo il solito, lo accolse a braccia aperte: quivi tanta la calca dei convitati, così fitte e sonore le felicitazioni, che da ogni lato lo inondavano simili agli schizzi di acqua, lepido gioco nei giardini dei magnati, che Paolo non ebbe luogo a distinguere da cui movessero, e scarrucolato di mano in mano, aggirato, intronato venne a cascare nella gran sala. Colà più che mai copia di fiori, in festoni pendenti dalle pareti, in mazzi dentro vasi preziosi, in lingua di profumo pareva che dicessero: -- la vita è breve: che monta, purchè deliziata di vaghezza e di odore? -- E le mille candele di cui andavano guernite le lumiere di cristallo, ed i viticci sporgenti dalle pareti, a cui avesse potuto capire la loro favella davano avviso: -- badate a fare quello che faremo noi; splendendo sul piacere ci consumiamo. -- Da per tutto arazzi, broccatelli, e damaschi di magnificenza stupenda; in mezzo, una tavola coperta di tappeto di velluto vermiglio con larghe frange d'oro, e lì sopra guantiere, candelieri, calamai ed altri arnesi di argento; in fondo della sala sovrapposto ad uno zoccolo un forziero di ferro.

Paolo guardandosi attorno non vide la donna desiderata, nè la marchesa Clelia, nè veruna altra femmina, onde il marchese Silla, quasi per prevenirne la domanda, gli bisbigliò all'orecchio:

-- Bisogna rassegnarci, mio caro: adesso cominciano anco per voi le tribolazioni del santo matrimonio. Quante volte una gentildonna esce a farsi vedere, il suo abbigliamento è un lavoro; per una sposa poi, addirittura una fabbrica. Adesso tutte le congiunte e le amiche raccolte in sinedrio intorno alla sposa deliberano se una rosa deve premerle i capelli a destra, ovvero a sinistra; se abbia ad ornarsi di perle, ossivero di brillanti, separatamente, o di tutti insieme. Se alla Tuda non sovviene il consueto suo buon gusto, voi fate conto di vedervela apparire davanti spettacolosa come una fiera: ad ogni modo sarebbe proprio bazza, se di qui ad un'ora il maggiordomo ce ne annunziasse la presenza.

-- Aspetterò....

-- Sì caro, attendi,

»E mentre aspetti porgerai sommesso »Refrigerio di pianto al cuore oppresso.

come dice il Poeta.

Paolo, dopo la fanciulla amata, si affrettò con occhi bramosi a scoprire il cardinale Alessandro, ma nè anco questo gli venne fatto incontrare; per ventura il suo sguardo cadde sopra monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma, il quale pareva essersi condotto colà in compagnia di una mano di compiti cavalieri: e nel punto stesso, come avviene, lo sguardo del Governatore cadde su lui; onde l'uno e l'altro furono presti a ricambiarsi ammicchi cortesi, e i più gentili dei loro sorrisi: anzi il Governatore, seguito da parecchi, che alle vesti parevano notari, procurò accostarsi a Paolo; questi da parte sua gli rammezzò la strada, e però tosto si trovarono insieme: allora il Governatore prese a dirgli per commissione dell'illustrissimo cardinale di Montalto, che sul punto del mezzo dì sarebbe venuto a levarlo per accompagnarlo al Gesù, dove si aveva a celebrare la cerimonia religiosa: se prima gli fosse riuscito sbrigarsi, non mancherebbe al debito, ma non ci aveva speranza essendo arrivati nella notte dispacci di Francia e di Spagna, e il Papa averlo chiamato in camera per negoziare insieme con gl'illustrissimi signori cardinali Aldobrandino e Castagna: a fine di mettere a profitto il tempo, secondo il suo povero consiglio, gioverebbe leggere il contratto nuziale, e riscontrare la pecunia, dacchè la dote fosse costituita non solo di beni stabili, ma altresì di danaro numerato. Stava per rispondere Paolo, quando presogli il passo colui, che, a quanto pareva (giudicando dalla petulante familiarità di cui fanno prova i forensi) il principale dei notai, osservò:

-- Monsignore....

-- Lasciate, che parli il Cavaliere....

-- Monsignore lasciatevi servire.... non m'interrompete... e' sarebbero tempo e fiato gittati via leggere i contratti... Alla Croce di Dio! gli è chiaro come l'acqua, che io odio tanto, e Monsignore mi figuro, che farà lo stesso. Alla lettura come alla stipulazione del contratto hanno a trovarsi presenti i testimoni, e le parti, e qui non vedo l'illustrissimo Cardinale nepote, il quale fa da testimone, nè la clarissima marchesa Tuda, la quale deve fare da sposa; questa omissione porterebbe nullità espressa; se manca la persona protesto, non potere esercitare il mio mestiere... Voi, Monsignore, a questa ora l'avreste a sapere. --

Il Governatore non potè trattenere i suoi labbri dallo aprirsi ad un sorriso, il quale però represse tosto ripiegandoli sotto i denti; subito dopo favellò:

-- Voi avete ragione... anco troppo ragione... sempre ragione. --

Paolo appuntò i suoi sguardi sul Notaio, del quale la fisonomia non parve giungergli nuova senza potersi però rammentare dove, in quale occasione gli fosse capitata dinanzi: si raccoglieva, ma non ne veniva a capo; il parruccone nero, gli occhiali come uno scudo di argento, e le vesti talari gl'imbrogliavano il cervello: quell'uomo a prima giunta gli era divenuto detestabile; se fosse dipeso da lui lo avrebbe fatto strozzare... -- ed anco egli stesso con le sue mani strozzato dall'uno all'altro andava una corrente di strangolazione.

-- Però per ammazzare il tempo, potremo, anzi dovremo fare una cosa, riscontrare il danaro della dote -- avvertiva il Notaio.

-- Io lo accetto per la somma che mi si annunzia....

-- E voi, illustrissimo signore Cavaliere, insisteva il dicace Tabellione, operereste da quel magnifico gentiluomo che siete; ma le faccende bisogna che procedano nelle regole: e quanto a voi _transeat_, ma i testimoni, che hanno a giurare, ed io che devo deferire loro il giuramento di avere veduto numerare la pecunia come potremmo farlo dove omettessimo simile solennità? -- O che credete voi, che sieno bericocuoli i giuramenti a casa nostra?

-- Ma io non venni qui a noverare moneta; per contare trentamila scudi non basterebbe da oggi a domani.

-- Con vostra grazia, illustrissimo, non è mica così. La pecunia consiste in tanti ducati d'oro in oro, divisi in sacchetti di mille ducati: adesso se ne piglia uno a caso e si annovera: posto che torni, si pesa; ciò fatto si pesano anco gli altri, e se corrispondono nel peso, il riscontro non può desiderarsi più puntuale, sicchè, come vedete, in meno che non si canta il _Miserere_ siamo lesti.

-- Ebbene, fate voi per me...

-- Ma che vi pare, illustrissimo, io non ci penso nè anco! Prendere la chiave, introdurla nella serratura, aprire le casse noi altri forensi... gente di legge estimiamo, come veramente sono, atti _domenicali_; da _dominus_, padrone, che nè ad altrui devono trasmettersi, nè da altri possono surrogarsi. Ecco, che mi reco ad onoranza presentarvi la chiave, compiacetevi, illustrissimo, di compire il resto. --

E tale favellando costui gli porgeva la chiave sopra una guantiera di argento. Paolo la prese, e si accostò al forziere mutando tre passi o quattro per lo spazio della sala lasciato sgombro: salì su lo zoccolo, e messa dentro il foro la chiave, appena l'ebbe girata, non il solo sportello, come pareva che dovesse succedere, si volse su i mastietti, bensì tutta la parte anteriore tenuta in bilico da perni nascosti si aperse irresistibile e grave dando acerba percossa nel petto a Paolo, che sbigottito fu sospinto indietro.

Intanto il forziere spalancato palesava...

Che mai? Perchè terribile scoppia dintorno un grido di orrore? -- Il forziero spalancato mostrò un miserabile cadavere ritto, di sangue sozzo e di fango, gli occhi cascanti giù sopra le gote, il cranio infranto come coppa di porcellana sbocconcellata; sporgeva ambe le mani, da una delle quali penzolava la legaccia di velluto cremesino trapunta di perle, e dall'altra un fascio di capelli.

Paolo barellò per cadere, senonchè lo accolse nelle sue braccia il Tabellione, il quale gli strillò dentro gli orecchi:

-- Nè il matrimonio andrà indietro per questo: io vi ho ammannita la sposa con la carrucola unta e la fune insaponata. --

Il Pelliccioni volti gli occhi nel Notaio liberato dalla parrucca, dagli occhiali e dalla toga riconobbe maestro Gigolo, caporale dei dodici carnefici di Roma eletti da dodici diverse nazioni, delizia del papa Sisto V, ed ahimè! anco del senato e del popolo romano. Allora l'istinto di fiera riprese il sopravvento in Paolo che di una potente strappata sbatacchiò il boia per la terra, ma i gentiluomini del Governatore di un tratto scopertisi sbirri, in meno che non si dice _amen_, lo strinsero nelle braccia, legaronlo per le gambe, per la vita, per le mani, così ch'ei non potè più dare crollo; quando costui si conobbe perso, proruppe in un singulto, e potè dirsi grugnito, abbassò la faccia sul seno, insensibile ormai a quanto gli si parlasse od operasse d'intorno.

Il Cardinale di Montalto facendo avvertire il Pelliccioni com'ei fosse ridotto a negoziare col Papa in compagnia dei Cardinali di San Pancrazio e di San Marcello non disse la verità, e la bugía nè manco, imperciocchè insieme veramente consultassero costoro non però sopra i dispacci di Spagna. Appena il Papa ebbe odore dell'essere di Paolo, tanto più inviperito, quanto più aveva fatto a fidanza, raccolti i rammentati personaggi, spediva ordini cautissimi, ma per veemenza procellosi, affinchè si pigliassero informazioni. Nello stagno di Nettuno rinvennero il cadavere della donna; la villa era un mucchio di cenere tuttora fumante, sbraciandovi in mezzo scoprirono, tra le altre cose, parecchie ossa in parte arse: erano le ossa di Renzo che Paolo aveva freddato sparandogli alla traditora la pistola alle spalle, essendogli costui caduto in mortale sospetto a cagione di talune parole ch'ei sfringuellò in mal punto mentre tornavano a casa. Subito dopo l'arresto di Paolo, un nugolo di sbirri abbattutosi sopra il suo palazzo, vi fece una funata di quanti famigli capitarono là dentro. Sperimentati con qualche tratto di corda non ressero, e svesciarono ogni cosa; onde frugando in cantina, smosso alquanto il terreno, scoprirono il corpo del povero pescatore, anch'egli morto a palate sul capo. -- Il Pelliccioni interrogato su la sera del giorno stesso in cui si avevano a fare le nozze, o sdegnasse salvarsi, ovvero, come credo piuttosto, reputando ogni tentativo vano, senza tormento confessò partitamente ogni caso della scellerata sua vita. Allora il Papa e gli altri misero in deliberazione quello che avesse a praticarsi: quanto a processo caddero d'accordo a giudicarlo inutile, conciossiachè, messa da lato ogni altra avvertenza il Pelliccioni, sotto nome di Venanzio Tombesi, da parecchio tempo fosse stato condannato, onde chiarita la medesimezza della persona non restava che legargli il capestro alla gola. -- Più lunga disamina ebbero intorno alla pubblicità del supplizio; a Sisto arrideva la idea di rizzare una dozzina di forche tutte in un picchio; meno avventato il Cardinale di San Marcello considerava come la plebe si appassioni mirabilmente pei condannati; massime se persone di conto, e giovani, e belli come appunto il Pelliccioni; onde per poco loro importi, il popolo li prosegua di rammarichío e di lagrime: nella sua storta immaginativa gli estremi toccandosi, egli, sovente più che non convenisse, i banditi tramutava in santi. Ogni condannato, quando ne ha voglia, allunga la scala della forca, e la muta in quella di Giacobbe, che tocca il paradiso; bene intesi però dopo avere servito a lui, al boia e al cappuccino. Il Cardinale di San Pancrazio rincalzava notando, che con la pubblicità del supplizio si sarebbe messo troppo campo a rumore con iscapito della riputazione di famiglie illustri pur troppo avviluppate in cotesto infelicissimo caso, ed il fiorentino arguto a molte più cose accennava tacendo, che non ne avesse avvertito parlando; sicchè il Cardinale di Montalto, presa la mosca a volo, insisteva nel partito proposto dai suoi colleghi, però che dopo la poca prudenza da lui mostrata di ricevere in grazia il Pelliccioni, e i carichi gravi di punto in bianco affidatigli, gli sembrava che quanto meno se ne parlasse, più si guadagnerebbe. Egli accusava sè, ma di straforo veniva a trafiggere anco il Papa, il quale finse non accorgersene; e guai a cui, se non fosse stato nipote, avesse ardito favellare a quel modo: nondimanco le considerazioni del cardinale Alessandro lo percossero, e subitaneo com'era a decidersi, disse, che ventilato il pro e il contro, le savie avvertenze del Cardinal di San Pancrazio davano il tratto alla bilancia: però il cavaliere Pelliccioni, e i suoi complici, nelle carceri di Tordinona si strangolassero, e ciò in quella medesima notte da mastro Gigolo venne puntualmente eseguito.

* * * * *

Alla sagacia del leggitore faranno mestieri pochi cenni per chiarirlo come si fossero passate le cose; la povera Maria nascosa nel canneto scorse al barlume, e meglio sentì le parole di Paolo e di Renzo, nonchè il tonfo del cadavere della Violante nello stagno: essendosi mossa o per paura o per disagio cagionò il rumore che spaventava Renzo, e la sua mala fortuna volle che la palla della pistola sparata da Paolo la colpisse nella parte carnosa dell'anca destra, e quella fuor fuora le trapassasse; pure le bastò l'animo di tacersi, e quando lo strepito dei passi si fu allontanato stracciò la camicia fasciandosi la ferita; nè contenta di tanto, male reggendosi, si strascinò sul luogo donde avevano lanciato il cadavere nello stagno: quivi sentendo alcuna cosa incespicarle il piede, china tentava con la mano il terreno, ove trovò la girattiera di velluto chermesino trapunta di perle. Avvertiva testè come la Violante nei moti estremi della sua vita vi si agguantasse, schiantandone due gancetti: rimasta attaccata ad uno, questo non resse al rigonfiare dei muscoli della gamba di Paolo, nello sforzo ch'ei fece per balestrare il corpo di Violante nell'acqua; parve averne abbastanza, ed a stento ridottasi al solito nascondiglio lì rimase tutta la notte patendo gli spasimi della ferita e l'uligine pestilenziale del padule: per rumore che udisse, o per vampo di fiamme che la percotesse non si attentò moversi: solo, appena apparve un po' di lume in cielo, soffrendo dolori ineffabili e già col ribrezzo della febbre addosso, si arrampicò a cavallo ripigliando la via di Roma.

Smontata al palazzo Savello, ella non volle medicarsi, anzi neppure spogliarsi se prima non ebbe messo a parte di ogni cosa la sorella Tuda, e la marchesa Clelia, la quale le porse diligentissimo ascolto, senza interrompere mai, non lasciando nè manco indovinare quale passione l'agitasse, se ira, o contento: finito che Maria ebbe il racconto, la Marchesa mosse varie interrogazioni sia per completare qualche particolarità, sia per chiarirla; quando poi le sembrò stringere nel pugno intera la matassa, disse alle fanciulle non uscissero; avrebbe pensato ella ad ordinare che veruno entrasse, eccetto il cerusico, diverso dall'ordinario di casa, affinchè non si facessero ciarle, o non crescessero: si confortassero; ogni male non venire per nocere, e via, e via. Alla povera fanciulla nè una carezza, nè un bacio. Un bacio della marchesa Clelia alla villana che le aveva salvata la figlia, pensate! sarebbe stato un grossissimo scandalo: -- anzi neppure la raccomandò alle cure di Tuda; non mica perchè ella pensasse ogni raccomandazione superflua, bensì perchè il patrizio accoglie il sacrificio del popolo come gli idoli; ci è avvezzo, e lo estima dovuto. O qual fie mai quel plebeo indiscreto, che non si reputi glorificato abbastanza di farsi ammazzare per un patrizio? Diavolo! le sono cose che vanno pe' suoi piedi.

Gran parte della vigilia delle nozze di Tuda, la marchesa Clelia passò col Cardinale di Montalto, a cui sovvenne con pronti consigli, e tornata a casa provvide a tutto, astuta, discreta e sollecita, imperciocchè se togli la superbia, la vanità, l'avarizia, la prepotenza, il cuore di pietra, e non so quali altre taccherelle, bisognava confessare ch'ella era donna di governo assai.