Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)
Part 7
-- Quando la madre ti abbandona, qual santo vuoi che pigli cura della povera figliuola? Ieri tutto si pesava alla bilancia dei diamanti, ogni cosa si speculava traverso la lente, oggi la propria utilità ha murato gli occhi e impietrito il cuore; l'odiato Pelliccioni non si può nascondere per quanto si affatichi; come il lume della lanterna del ladro, comunque chiuso, vibra un raggio obliquamente sinistro; che importa questo? Il mostro acquistò potenza di nocere e tanto basterebbe per gittargli nelle mascelle il pasto che chiede; ma il mostro, oltre la potenza di nocere, possiede quella di giovare.... quale uomo, qual donna gli negherà il miglior sangue, il più puro, a patto che non sia il loro? -- Maria, tu conosci meglio di me la virtù delle erbe: domani fa con qualche pretesto di tornare a casa, la campagna va ingombra di aconito... se sempre sia stato così, ignoro; ma adesso per la campagna romana l'aconito cresce spontaneo e rigoglioso, il frumento va seminato; noi ne caveremo il liquore che concilia il sonno donde l'uomo si risveglia in grembo alla eternità.
-- Tuda, riprese Maria, tu offendi il Signore mentre egli già t'inviava il soccorso che deve consolare le tue tribolazioni.
-- E dov'è questo soccorso?
-- Qui, in questa stanza, accanto a te.
-- Ma dove? dove?
-- Nel cuore della tua sorella; noi abbiamo bevuto la vita alla medesima sorgente, le nostre braccia strinsero insieme il medesimo collo, le nostre mani si cercavano sul medesimo seno; ora il seno della madre non vale quanto un altare per giurarci amicizia? Siamo due nella carne, una nello spirito: io ti salverò. --
E con parlare succinto le aperse l'animo suo; Tuda procurasse tirare le nozze per le lunghe; cause oneste occorrerne più di venti; ad ogni modo pria mancherebbero alla primavera fiori, che a femmina pretesti, ella intanto s'industrierebbe acconciarsi in casa al Cavaliere, dove spiando sottilmente confidava venire a capo di qualche cosa capace a sturbare il negozio. Non difficile il compimento del disegno, imperciocchè la natura le avesse dato forme più atte a garzone, che a donzella, essendo robusta molto, di colore ulivigno, capello ruvido, e nelle sembianze adombrata di calugine: aggiungi certi bucherellamenti di vaiolo, i quali certo non le aveva condotto sul viso la mano delle grazie.
Mandarono pertanto le baldanzose giovani un famiglio in ghetto per Nataniele giudeo, che venne guardingo come la volpe, la quale cammina adagio con una zampa levata, e il muso di traverso, punta dall'agonia della rapina e dalla paura della insidia; gli commisero portasse vesti civili da abbigliare di tutto punto Maria in condizione di villano, ma subito. L'ebreo cominciò da mettere innanzi un monte di difficoltà; temeva esporsi a qualche fiero sbaraglio, gli confidassero a quale fine volessero adoperare cotesto travestimento, lo avrebbe tenuto in sè, non fatto trapelare a persona; non ci pensassero nè meno. Maria troncò i fastidiosi sciolemi: se non voleva fornire le vesti, se ne andasse, nè ciarpe, nè ebrei mancavano a Roma; solo si pentiva non avere scelto Mordokai come lui ladro, ma meno sazievole di lui. Allora Nataniele buttati da parte gli arzigogoli si proferse prontissimo a soddisfarla, e Maria di riscontro: aspetterebbe un'ora; quella trascorsa manderebbe per Mordokai; non ne passò mezza che il giudeo tornò con vesti che facevano pietà, più toppe che panno, e più rammendi che toppe; cominciò a lodare. Maria a cui premeva che le fossero a quel modo misere, gli pose in mano sei scudi e gli accennò la porta perchè uscisse. Il primo moto di Nataniele a contemplare sei scudi sbraciati là senza mercanteggiare per tal roba, che non ne valeva mezzo, fu di maraviglia; quasi gli vennero le traveggole agli occhi; ma in meno che non balena, lo istinto ebreo ripigliò il sopravvento, e lamentò i tempi tristi, il guadagno scarso, i grossi balzelli, e via via; sei scudi non pagargli nè manco un bottone; le gentili donzelle mostrarsi poco sperte del pregio delle cose. Maria uggita dalla impronta ingordigia di costui lo abbracciò pel petto esclamando:
-- Esci giudeo dalla sala, se non vuoi ch'io ti scaraventi giù dalla finestra. --
E l'ebreo uscì fregandosi le mani, giubilando in cuore suo per avere di un tratto ficcato nel terreno morbido la vanga, e tuttavia rabbioso di non averci potuto piantare anco il manico; allora gli ebrei così, oggi gli affermano mutati, e sarà; però non tutti nè da per tutto. Pretensionosi si manifestano, e molto, sicchè riescono fastidievoli e molesti; per poco che tu li tocchi levano rumore come se gli scorticassi; e si gettano a pancia all'aria facendo il morto: qual carità perseguitare i perseguitati? Oh! ormai corre il secolo che vi proviamo persecutori. Per me conosco un luogo, dove la più parte degli ebrei, della libertà loro concessa si è fatta arme per ferire cui volle salutarli fratelli, e la ingratitudine si posero sul petto come i sacerdoti loro ci mettevano l'_efod_; Amaleciti e Amorrei perpetuamente i popoli in mezzo ai quali essi vivono a guisa dei tarli; e tutti noi estimano Egiziani per applicarci quel detestabile loro aforismo: _il ladro che ruba al ladro non commette peccato_. La pecunia risucchiata agli ospiti essi hanno profferta a tutte le tirannidi per saldare gli anelli della catena dei popoli; sarebbe vano negarlo, l'oro dei Rothscildi nocque alla umanità più che il ferro dell'Austria; anzi questo non sarebbe stato se quello non era. Guai alla città dove il giudeo prevale! In breve diventa una biscazza, dove la gente giuocando nabissa sostanza, morale e dignità umana; dinanzi ai macelli della avarizia, tu miri pendere dal gancio della mezza lira di ribasso, o di rialzo del debito pubblico i quarti sanguinosi della Patria e della Libertà. Per me, la Dio grazia, nè aborro, nè lodo chi preferisce tagliarsi il prepuzio a rovesciarsi acqua sul capo; solo parmi la prima pratica così dolorosa come barbara, e le religioni considero livree più o meno barocche con le quali gli uomini universi servono un medesimo padrone; però non posso astenermi da considerare che il mosaismo al pari dello islamismo aduggino a mo' di selva selvaggia dove la filosofia non pota mai il morto, il troppo, e il vano, onde si faccia strada un raggio di umanità. Fratelli hanno da essere i giudei, e sono, ma innanzi di accettarli liberamente nel consorzio di cittadini italiani, vuolsi avvertire che per loro Patria veramente si reputi la Italia, e la Libertà amino come retaggio di tutti; assumano sensi di fratellanza dignitosa e verace; si purghino insomma della lebbra, che portarono di Palestina, e non per anco uscita loro dal sangue. Qui poi non si contrappongano i singoli casi, chè le eccezioni non ismentiscono la regola, e presso i maggiorenti ebrei, i pochi nati fra loro di mano prodi, o studiosi della buona filosofia si hanno in conto di folli o di empi. Nei luoghi pubblici vostri, sopra le pareti dei sinedrii, nei soffitti delle case private ho letto, ed ho veduto sempre memorie o segni di abiezione servile, non mai, non mai segno o memoria di Libertà.
* * * * *
-- Sul fare della notte Anacleto, che fu uno dei pallafrenieri del Pelliccioni, andando alla scuderia per dare una occhiata ai cavalli vide qualche cosa stesa sopra il muricciolo accanto al portone, che mettendogli addosso un po' di sospetto lo persuase a procedere guardingo; distinguendo poi una forma umana, e parendogli che si movesse, domandò con voce burbera:
-- Chi è là? --
Gli fu risposto blando:
-- Sono un povero garzone venuto da Frascati per accomodarmi al servizio di qualche famiglia, ma fino da stamani giro, e nessuno mi vuole: ho fame, ho sonno e poichè la Provvidenza mi ha messo davanti questo poggiolo di pietra, mi ci sono sdraiato per riposarmi; alla fame la Provvidenza penserà più tardi.
-- E che cosa saresti buono a fare ne'? Un cavallo sapresti governarlo?
-- Magari! Anco due. --
L'uomo non è mai tutto buono, e nè manco tutto cattivo, e questo notò troppo più saputo maestro, che non sono io; e poi si aggiungeva il vanto, forse sincero, di sentirlo adatto a governare cavalli: per la quale cosa Anacleto un po' raddolcito soggiunse:
-- Veramente la Provvidenza nello sbracciarti un letto di pietra non ha peccato di prodigalità; vieni dentro alla scuderia, domani ti proverò, e se ti troverai al caso ti terrò meco: per ora il padrone ha troppe faccende pel capo, nè mi darebbe retta; intanto ti accomoderò nel fienile; non essere avaro di farti mangiare quotidianamente i materassi dalle bestie, perchè ti saranno rinnovati al più lungo il giorno dopo, e per una notte il legno proverai meno duro della pietra: quanto alle lenzuola se terrai le imposte della finestra aperte, te le somministrerà la luna e sempre di bucato senza una tecca. Circa a pane per istasera non mi obbligo a nulla: domani ne avrai. ma tanto a farne a meno tu ci eri accomodato: per acqua ci è il pozzo, e ci sono le secchie. Il partito potrebbe essere più largo, ma così com'è a questa ora bruciata non mi sembra che lo avresti a disprezzare.
-- Anzi gli è grazia vostra, ed io mi butto nelle vostre braccia. --
Queste parole disposero sempre meglio Anacleto, il quale aperta la scuderia, c'intromise il garzone, e parendogli che mal si reggesse in piedi lo interrogò:
-- Come ti chiami?
-- Mario.
-- Or be' Mario, va su per questa scala nel fienile e dormi; se stasera mi occorrerà di tornare vedrò di portarti da cena.
-- Dio ve ne renderà merito. --
Salì la scala, e gittatosi giù di sfascio sul fieno, in un bacchio baleno il garzone prese a russare come ghiro; il che udendo Anacleto ebbe a dire:
-- A sonno panca, e a fame pane....
Acceso il lampione governò i cavalli, empì la mangiatoia di strame, stese le paglie perchè giacessero ad agio, e queste faccende conducendo, ora cantava, ed ora favellava co' cavalli, i quali non si rimanevano punto indietro dal rispondergli con tale inflessione di voce, e con discorso per modo lungo diversamente da far credere che essi intendessero, e che da lui fossero intesi.
Giusto nel punto in che Anacleto buttava in un canto la forca, si tira giù le maniche della camicia esclamando:
-- Anco questa è fatta, disse quegli che cacciò in forno la moglie! --
Ecco presentarsi sopra la soglia un uomo male in arnese, che si pone a gridare:
-- Ci ha persona qua dentro? O quell'uomo costà, date retta....
-- Io me la intendo con chi cammina con quattro gambe, ed anco li tratto con la forca.....
-- Io non vo' sapere altro se qui sta di casa un Pelliccione, un Pelliccioni..... insomma un pezzo grosso, che _circum circa_ si ha da chiamare così?
-- E che negozi potete avere voi col cavaliere Pelliccioni...
-- Io? Dacchè lo detti a balia sentii nominarlo oggi.... mi hanno consegnato una lettera per portargli.
-- E chi ve la consegnava, e dove?
-- Ecco, io ve lo dico in quattro battute; voi avete a sapere, ch'io pesco anguille, e tinche se ne capita nello stagno di Nettuno; ora, state attento, andando alla pesca per iscorciare la via rasentai una casa dove corre voce, che ci si facciano sentire diavoli e dannati; però pensate se la gente tira alla larga: se io ci creda o no non vi starò a dire; questo è sicuro ch'io allungava il passo; quando me lo aspetto meno mi parve, che mi chiamassero, non ci badai, e presi a correre; ma la voce da capo, e come chi prega: -- fermatevi per amore di Dio. -- Gli era chiaro che il Diavolo non poteva pregare per amore di Dio, volsi il capo indietro e non vidi nulla, lo sollevai e mi apparve alla finestra una gentildonna bella quasimente quanto il sole, o giù di lì. Ella mi accennò con la mano mi accostassi, ed io mi feci sotto alla finestra; quivi spendolandosi ella mi disse con voce sommessa: -- uomo dabbene (si sa, quando i signori hanno bisogno di noi, siamo tutti uomini dabbene, fatta la festa si leva l'alloro e diventiamo una manica di vassallacci) -- dunque, uomo dabbene, per quanto amore portate alla Beatissima Vergine usatemi la carità di pigliare subito la via di Roma; costà cercate del palazzo del cavaliere Pelliccioni, e trovato che lo abbiate, consegnerete proprio nelle mani del cavaliere la lettera, che vi calerò giù con un filo.... non pensate a male, che il cavaliere è mio marito... e per la vostra fatica vi darò uno scudo; se non basta, due.... -- Oh! risposi io, di uno scudo ce n'è anco troppo; giù la lettera, e lasciatevi servire. -- La signora prima buttò gli scudi, poi la lettera, ed io postami la via fra le gambe, sono venuto a Roma.
-- Ma le reti riportaste a casa? Diceste alla moglie, che venivate a Roma? Rammentaste il cavaliere Pelliccioni?
-- Non tornai: tanto Nunziata non mi aspetta a casa stanotte, e il tempo mi basta per ritrovarmi domani sul far del giorno a Nettuno; le reti appiattai nel canneto....
-- E qui a Roma diceste a persona, che portavate al cavaliere Pelliccioni lettere di sua moglie?
-- Io? No; domandai a parecchi del suo palazzo, e m'indicarono qui.
-- E v'indicarono bene, venite; il cavaliere sarà in casa, o tarderà poco a tornare, e anco da lui voi avrete la mancia che meritate.
-- Faremo a mezzo.
-- No davvero, la dev'essere tutta per voi....
* * * * *
Mario, che il lettore ormai ha compreso essere Maria, non aveva mai dormito: all'opposto spillando con le orecchie tese, e con le mani curve intorno a quelle raccogliendo ogni filo di voce udì senza perdere sillaba lo strano messaggio: le parve averne saputo anco di soverchio, sicchè appena Anacleto e l'altro si furono allontanati, scese cauta tentando svignarsela, ma rinvenne chiusa la porta, e fu sventura: onde tornò ad acquattarsi mulinando nella mente mille fantasie una più terribile dell'altra. Mentre così smaniava ecco un rumore soffocato percoterla, indistinto e pure pauroso come di persone che contendano in lotta disperata, nè sapeva distinguere se movesse da qualche sotterraneo, ovvero dalla stanza contigua divisa dal fienile mediante il muro maestro: le parve udire, e sentì certo un grido; subito dopo silenzio; animosa ella era molto, e nondimanco prese a battere i denti per ribrezzo: la fronte le si bagnò di freddo sudore.
Dopo qualche ora di agonía udì aprire con precauzione la porta della stalla, e dalla nota voce riconobbe Anacleto, il quale di giù in fondo alla scala cominciò a chiamare:
-- Mario! Mario! --
Ed ella si astenne da rispondere: per converso finse russare, se non che l'altro replicava la chiamata ingrossando la voce, e inframettendovi qualche bestemmia; allora ella rispose come chi per forza è desto, e tuttora sonnacchioso sbadiglia:
-- Chi mi chiama? Che volete?
-- Vieni giù... Dunque sei veramente al caso di sellare un cavallo?
-- Ma sì... ma sì....
-- Bada veh! Che se m'inganni ti stacco il capo come una ciliegia. Sellami dunque, e metti la briglia al Moro; tienlo pronto legato al colonnino; guarda ch'è intero ed in ardenza perchè si accosta maggio; là nell'armadio gli arnesi, fa presto e bene; in meno di un credo torno.
* * * * *
E se ne andò. Maria si accostò al cavallo, e bene le valsero l'avvertimento di Anacleto, e la propria previdenza, imperciocchè il cavallo o per malignità propria, o impermalito per la nuova persona, o per quale altra causa, s'ingegnasse percoterla sferrando calci di traverso o morderla alla spalla; un po' con le buone, e molto con le acerbe ne venne a capo la valorosa donzella, così che lo trasse bardato fuori dalla posta e lo legò alla campanella del colonnino; ma quantunque e' si mostrasse meno tristo, pure non rifiniva mai di agitarsi trapassando con moto irrequieto ora da destra ed ora da sinistra, zappava del piè il selciato, e annitriva potentemente; nella parte più remota della stalla non meno smaniosa una cavalla inuzzoliva, e co' nitriti rispondeva. Ciò avendo notato Maria si mise il dito su la fronte, e pensò alquanto, poi come risoluta si appressa alla cavalla, e in meno che non balena anco quella _arnesa_[13]; ciò fatto si reca alla porta, e ferma sopra la soglia specola di qua e di là; parendole sicuro il luogo, si attenta uscirne per esaminare meglio i dintorni; nè andò guari che le occorsero le macerie di certa casetta in ruina; erano il caso suo; tornando poi indietro, mentre leva gli occhi ormai ausati a scorgere tra le mezze tenebre delle notti d'Italia incontra la carrucola appesa al braccio di ferro sul finestrone del fienile; tratta fuori la cavalla la nascose dietro le macerie, e dopo averla assicurata bene con la cavezza le legò intorno al collo (insinuandoci dentro il muso di quella) un sacco con la biada: certo non per questo ella allontanava il pericolo, che in mal punto annitrendo venisse a scoprire la trama; ma adesso buttarsi in balia della fortuna era prudenza; inoltre risalita presto la scala si mise in cerca, sovvenuta dalla luce del lampione, della fune da tirare su i fasci del fieno e tosto l'ebbe trovata; ne fece gomitolo, e la nascose in parte dove poterla facilmente rinvenire anco al buio: tutto questo compito s'inginocchiò levando le mani giunte, e gli occhi al cielo in atto di tale profonda supplicazione da spalancare le porte del paradiso, fossero pure di bronzo: certo se non si esaudiscono lassù siffatte preghiere surte da cuore così generoso, a fine sì retto, e con tanta speranza, sarebbe tempo perso per noi altri continuare le nostre.
Anacleto tornò affannoso come chi teme avere tardato: esaminava il morso, la briglia, e le staffe al cavallo; trovando le cinghie un po' lente le stringeva in fretta; poi lo trasse fuori; spegnendo il lume, confortò Maria a ricoricarsi; e dato un paio di giri alla chiave si allontanò fischiando.
Maria lascia scorrere un quarto d'ora, forse anco meno, chè la impazienza le faceva parere il minuto un secolo: indi apre risoluta le imposte del finestrone del fienile; spendolandosi, agguantata al braccio di ferro introduce la fune nella carrucola lasciandola pendere da due parti; circonda le mani di cenci e di pelli di cui trova copia nella scuderia, e poi adagio adagio ora reggendosi da manca, e lasciandosi ire a destra, ed ora aggrappandosi a destra ed ammollando a mancina arriva senza una scorticatura giù in terra; di sbalzo dietro alle macerie, di un lampo alla cavezza sostituisce la briglia, di un salto inforca la cavalla, e via.
Guardavansi allora, come si custodiscono adesso, le porte di Roma, anzi con diligenza maggiore; nè alla Maria sarebbe riuscito passarle se non le venivano in aiuto la fortuna e l'audacia; però che avendo ella notato tra i gabellieri e i soldati qualche po' di agitazione, la quale stenta a quietarsi allorchè seguita uno scompiglio inopinato e improvviso, s'inoltra franca e dice:
-- Apritemi tosto, che ho da raggiungere il mio signore cavaliere Pelliccioni. --
E si appose con felice astuzia, essendosi per lo appunto poco innanzi presentato il cavaliere Pelliccioni, al quale ebbero aperto le porte senza più che un suo semplice invito, correndo voce per tutta Roma come godesse il favore del Papa, e il Cardinal nepote lo estimasse assai: ma egli mostrò un lascia passare amplissimo per sè e per i suoi familiari, sicchè se gliele spalancassero con un diluvio d'inchini non è da dirsi. Anco sopra Maria scese il credito del Pelliccioni; e gli onesti gabellieri si recarono a scrupolo di trattenerla pure un momento da raggiungere il padrone. Uscita alla campagna Maria ignorava il cammino; peggio anco di questo dubitando seguire troppo da lontano, o troppo accosto al Pelliccioni, si peritava a sostare come a soffermarsi: a cavarla d'impaccio valse il nitrito del cavallo di Paolo, a cui subito tenne dietro quello della giumenta; e per questo modo argomentando la distanza giudicò poterlo seguitare, senza dargli sospetto, a mezzo trotto. Paolo però, sperto della via e premuroso di arrivare, cacciava a briglia sciolta il cavallo, onde Maria ne smarrì la traccia. Giunta al luogo, che reputò essere Nettuno, da per tutto silenzio e tenebre: quale la casa dove colui si fosse chiuso ignorava, e l'avesse saputo, rinvenirla notte tempo non che malagevole impossibile: ella vagava qua e là per la campagna mordendosi le labbra. All'improvviso vide da lontano tremolare un lume, e si avviò da cotesto lato, ma dopo molto cammino conobbe partirsi da una casa rustica; prese ad aggirarsi per altra parte, senonchè volta e rivolta si trovò là, donde prima si era partita o le parve; sfidata ormai di avere fatto i passi invano si pose per un sentiero nel proponimento di riaccostarsi bel bello a Roma; ma anco qui fece fallo che dallo affondare delle zampe della giumenta si accorse essersi impegnata sopra un terreno pantanoso; scendendo dubitava non potere risalire, inoltrandosi temeva sprofondare con la cavalla in qualche fitta: per la meno trista deliberò rifare i passi, ma nè anco questo le riusciva agevole, sicchè parendole dopo scorso qualche tratto trovarsi sul sodo smontò dandosi pace, ferma di aspettare all'alba per uscire di pelago.
* * * * *
Ma se non riesce a Maria trovare la casa di Paolo, e vedere quello che vi opera dentro, riesce a noi. Il Cavaliere, il quale possedeva le chiavi delle varie porte, da prima ripose il cavallo fumante per sudore nella stalla, poi s'intromise cauto nella casa; girando gli occhi scorse lume in cucina, ed avviatosi costà rinvenne Renzo, che dormiva chinato il capo su le braccia dinanzi ad una tavola: lo percosse sopra la spalla e quegli desto allo improvviso mise un grido, guardando con occhi strabuzzati la figura comparsagli. Paolo posto il dito su la bocca gli ordinò tacere:
-- Sono io, che temi poltrone?
-- Ah! mi sognava in questo punto, che il Diavolo mi portava via.
-- Quello che si differisce non si perde. La Marchesa dov'è?
-- Nella sua stanza.
-- Levati, e sta di guardia accanto alla porta; per rumori che tu ascolti non aprire, non andartene, non moverti. Guai a te se manchi! --
Si mise su per le scale; la prima salì difilato; alla seconda prese a battergli violentemente il cuore, e gli parve strano: si trattenne per ricomporsi in capo al pianerottolo, dove cavato il pugnale se lo nascose nella manica: per ultimo entrò. Buia la prima camera, e la seconda; dal foro del serrame alla terza usciva un filo di luce; colà dentro la Violante: aperse piano, e sporto il capo vide la donna genuflessa davanti la immagine della Madonna dei sette dolori. O Madonna, quante mai le tue devote! E grandi, anzi ineffabili furono i tuoi dolori, e nondimanco per molte infelici a dura prova non parvero troppi.
La povera Violante così stava allora sprofondata nella preghiera, che non intese aprire l'uscio; in quel punto era immobile da sembrare cosa inanimata, però porgevano testimonio della smania che l'aveva fieramente commossa le vesti scinte, ed il volume dei capelli nerissimi sciolti giù su le spalle e pel volto.
Egli rimase fermo a mezza stanza con gli occhi chiusi e la mano stretta a pugno appoggiata alla fronte. Qualche demonio lo teneva certo per la catena al piede. Di tratto la Violante con un gran sospiro levò il capo, e forte squassandolo respinse i capelli dal volto su le spalle; aggiungendo poi a cotesto moto l'atto delle mani se gli spartisce meglio su la fronte, e se gli lega intorno alla nuca: magnifici capelli in verità!