Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)

Part 6

Chapter 63,843 wordsPublic domain

Il Cardinale faceva greppo, ed in suo cuore avrebbe desiderato trovarsi lungi di là sentendo imminente una procella coniugale dove gli pareva la dignità sua scapiterebbe; e s'ingannò, imperciochè la Marchesa non riottosa, ma blanda e pacata, tuttavolta sicura a mo' dei domatori di belve (e i lettori sanno che il Marchese Silla bestia forse era, non però belva), si accostò al Marchese, e presolo per mano, lo trasse da parte. Che gli disse? Come lo incantò? Furono più i cenni, che le parole, pure entrambi pochi. Il volto del Marchese si tramutò, quasi il sole, rotte le nuvole, allo improvviso lo avesse vestito di luce; e saltellante e festoso si recò a baciare le mani al Cardinale con parole burlescamente servili, professandosegli sviscerato e schiavo; per suo servizio si sarebbe fatto arrotare, squartare, attanagliare e mazzolare, con le altre varianti allo estremo supplizio, accettissime al Vicario di Gesù Redentore. Certo anco la viltà opera i suoi miracoli, e sel sapeva il Cardinale, tuttavia superarono anco quello che ei sperava o temeva da questa miserissima fra le infermità umane. Ecco quello che vinse il Marchese.

-- Silla, noi siamo rovinati....

-- Clelia!

-- Tuda non possiamo più tenere in casa; noi ormai siamo ridotti a vivere sopra la sua dote.

-- Dunque non maritiamola come avevamo stabilito.

-- Dunque maritiamola.

-- Io non capisco, Clelia.

-- Ecco; la dote di Tuda butta diecimila scudi di entrata.

-- Diecimilacinquecento.

-- Diecimilacinquecento. I beni che ci litighiamo co' Massimi di Santa Prassede si estimano capaci da quindici a ventimila scudi di rendita.

-- Sicuro! ed anco avvantaggiati.

-- Ora il Cardinale, se concediamo Tuda al cavaliere Pelliccioni, nobilissimo e ricchissimo gentiluomo, e in grazia di Sua Santità, promette e si obbliga darci vinta la causa.

-- Oh! allora è un altro paio di maniche.

-- Il marchesino sarà provveduto di ufficio da pari suo e non ci costerà più un baiocco.

-- Allora muta il caso.

-- E potremo rilevare lo splendore della casa nostra.

-- Allora ciò aggrava notabilmente.

-- E alle tue spese, sebbene da vecchio matto, peccatore, e impenitente, procurerò di provvedere...

-- Prima i debiti...

-- Prima i debiti.

-- Cioè non prima, insieme, perchè i creditori mi pungono peggio delle vespe.

-- E sommano questi debiti?

-- Io credo a una... die... a una do...oo...zzina di mila scudi.

-- Saranno anco venti, perchè non conti Aronne ebreo.

-- Quello si può far buttare nel Tevere....

-- Con Sisto in trono?

-- Gli si dà un acconto, e per buttarlo nel Tevere si aspetta alla sede vacante.

-- Dunque Tuda ha da pigliare, o non ha da pigliare il cavaliere?

-- Come non l'ha da pigliare? Lo ha da pigliare benissimo. Eh! quando mi ci metto io, tu sai che non si scatta di un pelo.... -- tu sai che tale fu sempre il mio proponimento, eri stata tu, che mi avevi fatto mutare.

A questo modo fu conchiuso il matrimonio di Tuda. Napoleone soleva dire «che il danaro ai nobili spiantati faceva ufficio di concime sopra le terre magre;» ei s'ingannava; se la pecunia male acquistata vuolsi considerare per fimo, le palate di scudi su la nobile ciurma gli è letame sopra letame; piastriccio di vituperio vecchio col vituperio nuovo.

Per maggiore strazio la Marchesa commise al consorte con voce alta e solenne:

-- Orsù Marchese, piacciavi andare pel Marchesino e condurlo qui, dacchè come erede di casa la regola vuole sia informato di tutto, e pronunzi il proprio consenso: inoltre ci potrebbe somministrare qualche buon consiglio, essendo giovane di svegliato ingegno e di dottrina non comune. --

Il Marchese andò, e la prima persona, che gli occorse aprendo l'uscio, fu il padre gesuita Migali piantato lì per sentinella, il quale subito impronto ricominciava:

-- Mio riverito padrone colendissimo, per amore delle cinque piaghe di Gesù pensateci bene.

-- A che ho io da pensare, mio carissimo?

-- Al matrimonio di donna Tuda... dolcissimo mio.

-- Io ci ho pensato, amabilissimo padre.

-- Dunque gliela volete dare, o non gliela volete dare?

-- Chi?

-- Donna Tuda al cavaliere Pelliccioni.

-- E chi gliel'ha negata?

-- Mi pareva....

-- Vi è parso male...

-- E pure avrei scommesso che vostra signoria illustrissima....

-- La vostra signoria reverendissima avrebbe perduto la scommessa.

-- Allora ci sarà cascato equivoco (insinuò il Gesuita, il quale avendo sbirciato così di straforo la cappa rossa del Cardinale cominciò ad accorgersi della ragia) -- perchè....

-- O piuttosto gli anni vi resero le campane grosse.

-- Giusto! sarà come dice lei signoria, colpa delle campane grosse.

-- Dacchè se avessi detto no, proprio di no, voi sapete....

-- Ch'era più agevole smovere l'obelisco di papa Sisto che voi....

-- Già, per lo appunto; quando dico una cosa....

-- La è come se fosse incisa nel porfido.

-- Io vado pel Marchesino nostro figliuolo: attendetemi un istante; in quattro salti ritorno; e se vi piace, e vi piacerà di certo, v'introdurrò in sala perchè siate presente alla concessione di Tuda per legittima sposa al vostro Beniamino cavaliere Pelliccioni.

E sì partì; il Gesuita gli sputò dietro, a modino però, ond'ei non se ne accorgesse, e poi chinata la faccia disse:

-- Signore! Questi dunque i successori degli antichi Romani? Valeva il pregio di salire tanto alto per avere poi a tracollare sì basso. --

Il marchese Silla si trattenne più che non avrebbe voluto, perchè ebbe a far lavare le mani e il viso al figliuolo intento a lavorare mortaletti e razzi sua delizia: entrò dondolando il capo come una zucca mossa dal vento; la imbecillità mettendogli le sue mani in capo per battezzarlo marchese gli aveva schiacciato la fronte, e fatti schizzare fuori gli occhi, la quale cosa riunita alla obesità precoce, e alla giogaia, gli davano proprio la fisonomia del bue. Baciò la mano alla Marchesa, che non giunse a fargli capire, che doveva innanzi baciarla al Cardinale; a questo poichè l'ebbe agguardato un pezzo volse un saluto melenso, per ultimo incatricchiate[11] le dita delle mani, tranne i pollici che girava uno intorno all'altro si buttò là come cosa balorda: se non che la madre con mal piglio lo guardò, e acerbamente chiamatolo gli espose con parlare succinto quanto era avvenuto, interrogandolo del suo consenso. Il giovane che teneva lo spirito distratto altrove, forse al volo delle mosche copioso là dentro, quando la madre ebbe finito rispose:

-- Eh? --

La povera signora sudava acqua e sangue: temendo peggio, chiesta ed ottenuta licenza lo trasse da parte, e agguantatolo pel petto non senza squassarlo di tratto in tratto per farlo stare attento, lo rese capace di che si trattasse. La madre giungeva a mettere una notizia dentro cotesto nobile cervello a un dipresso come i nostri giandarmi mettono in prigione un borsaiolo. Quando le parve ammaestrato lo lasciò ire, ed egli allora con le braccia tese lungo le coscie, a mo' degl'idoli egiziani, tutto di un fiato disse:

-- La signora Marchesa mia madre, ch'è qui, mi ha detto, che devo dire liberamente di sì... e tacque.

-- Sul matrimonio proposto di mia sorella Tuda col cavaliere Paolo Pelliccioni -- suggeriva donna Clelia.

-- Sul matrimonio proposto di mia sorella Tuda col cavaliere Paolo Pelliccioni -- ripetè il Marchesino. --

Per poco la gravità cardinalizia non iscappava di mano al cardinale Alessandro, ma il Gesuita maligno, aggiungendo alla carezza della mano la carezza della voce, diceva:

-- Bravo, Marchesino, bravo, da _pari suo, lei non poteva fare di meglio_. Donna Clelia, mi congratulo con voi; Marchese Silla, qui non ci entra miscuglio, gli è proprio vostro figliuolo nato e sputato. --

Adesso toccava la volta a Tuda; non già per assentire. Al consenso di lei, alla prova della nobiltà di Paolo ora pensavano quanto al primo uomo, che piantò carote: la era chiamata per udire stabilito il suo matrimonio, nella guisa che si legge la sentenza al condannato. La udì la donzella a occhi bassi, e scolorata in viso; poi levò la faccia e guardò attorno vogliosa d'indovinare quali fossero le passioni che agitavano in quel momento le creature che le facevano corona; e fu come rassegnare i sette peccati mortali con la melensaggine per giunta: non proferì parola, ma pensò che Dio tiene luogo di padre e di madre, e rimase confortata nella fiducia, che la Provvidenza non la lascerebbe in abbandono: allora le tornarono il vermiglio su le guancie, il sorriso ai labbri, e:

-- Quello che hanno disposto di me, ella disse con atto leggiadro, i miei amorosi genitori, e questi prudentissimi personaggi che si pigliano sollecitudine di me inesperta fanciulla, senza dubbio è ben fatto. Se non trovo parole più degne, non me lo appuntino a sconoscenza, bensì al turbamento naturale a gentil donzella colta alla sprovvista da nuova così improvvisa, nè mi reputino zotica se tolgo da loro commiato per quietare la mia agitazione. --

Da ogni lato scoppiarono altissimi encomii alla bella Tuda; e furono tanti da disgradarne le litanie della Madonna; sopra il suo capo versarono blandizie e carezze come fiori su quello della vittima prima di sacrificarla.

NOTE.

[9] Lupos interficiendi, _id est_, corporalem vitam haereticis auferendi.

[10] _Il Cardinale di Montalto Alessandro Peretti nipote di Sisto V._

Ma tornando alla mia narrazione. Sforza era il più antico diacono. Dopo lui seguiva il cardinale Peretti col titolo di Montalto, ch'era prima il titolo usato da papa Sisto suo zio. Era di quindici anni appena quando il zio l'aveva promosso al cardinalato. Per essere di età così tenera, egli non aveva quasi alcuna partecipazione del governo, e per conseguenza nè anco dell'invidia e dell'odio, che resta per l'ordinario in quei nipoti, i quali o per lunghezza di tempo o per eccesso d'autorità sono stati nel supremo luogo del ministerio appresso i loro zii. Rimasto dunque Montalto con l'officio di vice-cancelliere vacato in tempo di Sisto per la morte del cardinale Alessandro Farnese, e con altre larghissime entrate ecclesiastiche, abitava egli nel palazzo amplissimo della vice-cancelleria, e vi si tratteneva con una delle più numerose famiglie, e più splendide che allora si vedessero in Roma. Aveva egli più del rozzo che dell'amabile nell'aspetto; grave di portamento nella persona, e quasi non meno di comunicazione eziandio ne' costumi: ritenuto assai di parole, e pieno di certa esteriore malinconia, che da molti era giudicata piuttosto una sua interiore alterigia; e quantunque nelle conversazioni domestiche egli si mostrasse poi molto cortese e trattabile, nondimeno e la sua propria ritiratezza e l'uso ch'egli aveva pigliato di convertire quasi interamente il giorno in notte e la notte in giorno, rendevano sopra modo difficile il trattar seco, e rendevano insieme lui stesso tanto alieno maggiormente dallo stare sul negozio, al quale per sua natura poco inclinava. Ma in ogni modo era gran Cardinale, grandemente stimato nella corte di Roma, e fuori di essa da tutti i Principi e dal Gran Duca di Toscana Ferdinando in particolare, che aveva deposto il cardinalato in tempo di Sisto V, e riteneva sempre un'affettuosa e costante amicizia col nipote Montalto. Facevanlo maggiormente stimare tanto più le sue parentele sì strette con tutti i Principi, e con tutti due i capi delle due case Colonna ed Orsina. Amava egli sommamente la musica, e manteneva in casa virtuosi in quella professione eccellentissimi. Era grand'elemosiniere. Fabbricava una religiosa chiesa alla religione de' Teatini. Mostravasi liberale in ogni altra più nobil forma, e veniva commendato singolarmente in una qualità che spesso in Roma si desidera, e di rado si trova, cioè che egli fosse verace, e che sempre religiosamente osservasse quello che promettesse. E certo pochi altri nipoti, che siano rimasti in elevata fortuna, avranno avuto quel non so che di grande in sè stesso, che non si può bene esprimere, come l'ebbe il cardinale Montalto, e non meno di lui anco il principe suo fratello. E soleva dire la duchessa di Sessa, donna di raro ingegno, e lungamente versata in Roma, che l'uno e l'altro di loro pareva nato grande, e non divenuto. -- _Estratto_ dalle Memorie del Cardinale Bentivoglio, lib. I, p. 90.

[11] Voce dell'uso, che suona appunto incastrare una cosa dentro l'altra.

CAPITOLO XII.

La sorella Maria.

Tutti dunque erano contenti; il Papa e il Cardinale nepote, perchè senza tirare fuori uno scudo si tenevano bene edificato il Pelliccioni da cui si ripromettevano _mirabilia_ per la dispersione dei banditi; quanto ai meriti vecchi, Roma fissa alla utilità presente ed alla futura, della passata poco studio si piglia: ed ella respirò sempre la ingratitudine come l'aria; per lei Giano cessò non pure essere Dio, bensì divenne demonio per infinite cause, massime per quella delle due faccie, una delle quali mira avanti, l'altra indietro. Roma addietro non mira mai; almanco per dare. Certo per via di simile aspetto i Massimi ne venivano a patire, ma oltrechè la grandine su qualche campo bisogna che scoppii, dai Massimi lì per lì non ci era da temere, nè da sperare nulla; capitando il caso di avere a gratificarseli non mancava gente a cui fare la pelle; e fu pratica costante della Curia Romana colmare una fossa cavandone accanto un'altra. -- Di Paolo non si parla nè manco; in coteste sue nozze presentiva che lo avrebbero preceduto al talamo le Furie con la teda di Amore: avanti lo tirava il fato; vedeva rosso, se di sangue o di fiamme non bastava a distinguere; ma se sangue, non sempre il sangue di Abele grida vendetta al cospetto di Dio, e se fiamme, traverso al fuoco si salvarono parecchi, e senza miracolo. Al padre Migali sembrava toccare il cielo col dito, e siccome nella mente pertinace del Gesuita non ci ha superba altezza a cui non presuma giungere, e travagliando irrequieto non giunga, mulinava in cuor suo diventare confessore di Sisto decrepito, e allora che non avrebbe ardito o potuto egli, maneggiando a sua posta una volontà di ferro accompagnata da una mente fatta per decrepitezza imbecille? Arridevano al marchese Silla l'accerto di commettere nuovi debiti, e con essi insanire nelle lascivie, prurigine inciprignita dalla vanità e dalla impotenza senile; anco nella Siberia del cervello del Marchesino così di scancio era penetrato un barlume di compiacimento; a modo suo però e a mille miglia lontano dai presagi materni, imperciocchè mentre il cuore di donna Clelia esultava nella speranza di contemplare il suo portato capitano di gente eletta, magistrato supremo e gonfaloniere della Chiesa, più modesto il Marchesino tripudia nell'estasi di lavorare una girandola grande come quella di San Pietro, di sonare le campane a doppio, di servire la messa, ed anco, -- gaudio ineffabile! -- egli medesimo cantarla.

-- Donna Clelia poi era fuori di sè; aveva gittato via la mantiglia, il collare, e per poco non ispogliava la veste e le gonnelle; soffiava, smaniava, non poteva quietare nella medesima posizione un momento; si asciugava il sudore; insomma un qualche Dio o un qualche Diavolo l'agitavano a modo di Pitia. Di un tratto agguantato di forza il braccio del marchese Silla, di qua e di là lo sbatacchia; poi fermatasi in secco con atteggiamento tragico esclama:

-- Vincemmo!

-- Chi abbiamo vinto? domanda il Marchese.

-- Mirate, noi li calchiamo sotto i piedi.

-- Clelia, sotto i nostri piedi io non ci vedo che mattoni, e più i rotti che i sani....

-- Noi ci abbiamo i Massimi... Ah! l'ho sgarata alla fine;... non sentite, Silla, la contentezza ineffabile di pestare una volta chi ci tenne tanto tempo sotto i piedi?

-- Ma io non mi sono sentito pestare da alcuno... anzi con Fabio Massimi c'incontriamo spesso in geniali ritrovi, e con Gabriello talora giochiamo al lanzichenecco.

-- Già per voi tutte le gioie, tutti gli affanni a me. A me vedermi comparire dinanzi, ogni volta io vado a messa, la odiata marchesa Lucrezia (e pare lo faccia a posta e lo fa di certo), e porgermi l'acqua santa con tale un sussiego, che se non fosse la reverenza del luogo sacro, la schiafferei, e con tale un sorriso che mi taglia la carne sottile come un vetro. A me sentirmi accanto, a piè dello altare sotto la Madonna del Carmine, cotesta superba femmina intonare il _Tantum ergo_ con voce squillante dove si sente chiara la iattanza: la _patrona della cappella sono io_! Tanto e tanto ho pregato, che la beata Vergine del Rosario mi ha esaudito..... una volta nella vita godrò di mirarti umiliata..... abbasserai una volta gli occhi davanti a me..... orgogliosa..... superba....

-- Ma Clelia, non vi scarmanate; la marchesa Lucrezia tanto non è qui, e non vi può ascoltare...

-- Va, Silla di gesso, prorompe la marchesa Clelia, e datagli una strappata, scaraventa il povero Marchese lontano da sè, e poi gli muove con la mano aperta incontro un passo: -- voi avete rubato tutto quanto vi trovate addosso; avete rubato l'acqua del santo battesimo perchè siete il peggior cristiano che io conosca... -- Il Marchese dava indietro un passo, e la Marchesa ne spingeva un altro gridando sempre: -- voi avete rubato il titolo di Marchese, perchè un da poco pari a voi non visse mai al mondo. -- Qui il Marchese un secondo passo indietro, e la Marchesa un secondo passo avanti urlando tuttavia: -- avete rubato il sangue perchè non vi si squaglia all'ira, allo sdegno, all'odio, al disprezzo. --

Il povero marchese Silla, cacciato di passo in passo, si era ridotto in un canto, e colà pari al cervo inseguito, piegava il capo dandosi per vinto; nè qui si arresterebbero i punti di paragone tra il nobile marito e il cervo anch'egli bestia nobile; al maggiore bisogno, mentre sgomento volge attorno lo sguardo mira prossimo un uscio aperto, e reputandolo grazia di Dio si rannicchia, si fa piccino, e rasentando lungo la parete sguscia dalla porta susurrando:

-- Che demonio di moglie! --

Nel punto stesso donna Clelia esclamava:

-- Che imbecille di marito! --

E avevano ragione tutti e due.

Quanto a Tuda non aveva ella dichiarato essere contenta? O almanco repugnanza suprema non oppose ella? E tanto bastava, anzi anche meno, conciossiachè, già lo notammo, le donne contassero nulla allora e poco adesso; nè a torto. Le donne contrattavansi, e tuttavia contrattansi come giovenche in fiera; conchiuso il negozio il venditore mette la cavezza in mano al compratore, il quale te la mena al presepio o al macello, senza rimedio di vizii redibitori. Ch'è la donna ond'abbia a consultarsi? Ella è la compagna alla vita dell'uomo, parte dei suoi dolori e delle sue gioie, madre dei suoi figliuoli, corona o vituperio della famiglia, contentezza o disperazione, angiolo o demonio; un nonnulla, vedete, ch'è proprio inutile consultare. I matrimoni fatti senza amore duravano senza fedeltà, o si troncavano con morte sanguinosa; non sempre, ma ora qui ora là, a spizzico, e quasi mai per rovello di amore tradito, o per ferocia di gelosia; le più volte per puntiglio o per nobilea offesa, sicchè ad armare la mano del marito più ardenti i fratelli o i prossimi congiunti delle mogli infedeli. Dei tempi che descrivo esempi infelicemente illustri Isabella Orsina, Eleonora di Toledo, e la meno nota Violante Garlonica[12].

Ecco com'era Tuda contenta.

Fiduciosa nella Provvidenza ella la chiamò in suo soccorso, sicura che le avrebbe risposto pronta e fedele quasi un'eco; ma dal cielo non mosse consiglio, nè angiolo; durante il giorno il sole continuò ad irradiare immoto le vite e le morti, le colpe molte e le virtù poche dei figliuoli degli uomini, nella notte le stelle e la luna non si rimasero da ridere un riso di demenza sopra le miserie della umanità: Tuda stette sbigottita; in breve sentì arruffarlesi lo intelletto e il cuore: per ultimo proruppe. Terribili sono le procelle delle anime che non provarono mai la sventura, appunto come nei climi fortunati l'uragano imperversa con violenza suprema. Guai al naviglio che incontra su i mari! Dopo averlo travolto sopra la superficie delle acque a modo di spuma, come spuma lo disperde, anime e corpi. Le immense foreste spariscono, e piante secolari e tronchi vanno in volta peggio che foglie, il male è sempre ministrato alla stregua del bene; avventurosi i miseri!

Perchè la fronte di Niobe commuove così profondo il tuo cuore? Certo cotesta curva è divina, ma altri simulacri la possiedono stupenda più di lei: ella ti commuove perchè sublime di accusa e di minaccia contro la Forza onnipossente, davanti la quale uomini di bronzo piegano pari ai giunchi. La fronte di Tuda così soave si volta in arco, che la Natura dopo averla piegata con le sue proprie mani, sembrava che contenta della opera vi avesse impresso un bacio, stella di gaiezza divina: adesso l'astro era impallidito; ombre succedevano ad ombre quasi nuvole traverso il disco della luna; e gli occhi suoi ella appuntava pugnaci contro il cielo, nel modo stesso che gli Sciti ci vibravano gli strali. Abbandonato il bel corpo, genuflessa, con le braccia pendenti e le mani intrecciate agitava pensieri turbinosi e molesti; tuttavia non definiti; di un tratto cantando con celere curva un uccello traversa e passa via; allora ella pensò allo arcano potente che dà all'uccello il volo, il canto, la libertà dello spazio e lo studio del nido, e al cacciatore il piombo che gli tronca a un punto il volo, il canto e il dolce amore del nido; e pensò eziandio alla vita non supplicata da lei, e concessa insieme a tanta dote di giocondità con la insidia di fargliela scontare più amara; le parvero, come sono, fisime di sacerdoti parabolani, la pazienza figlia dello impossibile convincimento, che quanto la Provvidenza manda è ordinato a fine di bene; imperciocchè onde avviene che ciò non si rimanga chiarito? E se il sacerdote contrappone essere lo umano intelletto imbecille, e senza presumere troppo, doversi stare contento al _quia_, ella rispondeva in cuor suo: e perchè non dilatava il Creatore il mio spirito? Egli tagliava dalla pezza onde nessuno gli reggeva le mani per tenersi al largo. Da capo il prete la tambussava con parole inani: vuolci fede. E fede sia, rispondeva ella; dove la si compera? Non si vende, nè si compra la fede. Dove dimora ella perchè mi vi possa condurre in pellegrinaggio? Alberga in alto, allato a Dio, nè con piè mortale si viaggia laggiù. Ma almeno dite con quali opere, con quali supplicazioni si acquista? Non valgono opere nè preghiere, è grazia gratis data che scende dal cielo sopra cui lo aspetta meno, e sopra cui meno la merita. Dio vi confonda, parabolani, che vi attentate ridurre a scienza l'assurdo. Quando cesserete, o nefari, giocare co' cervelli umani come se fossero aliossi. -- E del vaneggiare lungo la conclusione era: meglio morire; l'anima mia è un atomo, però di diamante, che nè anco la macina del fato vale a stritolare; aperta alla vita una porta, alla morte infinite; in questo, e in questo solo veramente misericordioso Dio. --

Di siffatti pensieri parte uscì dalle labbra di Tuda vestita di parole, altra no; questi che succedono ella favellava con voce piena d'inestimabile amarezza:

-- Maria; il sole arrivato a mezzogiorno da ogni lato ci avvampa co' suoi raggi, è tempo partirci di sotto agli arbori che non danno più ombra; la sorgente qui non manda più stilla, nel pozzo vuoto tu cali la secchia invano, vieni, portiamo altrove le nostre tende. --

E Maria, che fin lì troppo diversa dagl'importuni amici di Giobbe aveva tentato consolare Tuda col pio silenzio e l'aspetto benigno, rispondeva:

-- Tuda di poca fede, perchè hai dubitato?

-- Non dubito, bensì provo; fino a ieri tenuta cara quasi pupilla degli occhi, oggi con vicenda brutale mi si fa manifesto, come l'amor materno non proceda meco disforme all'amore del villano pel ciacco; lo ingrassa per ammazzarlo; custodita dianzi come una gioia ora buttata là per giunta, ad aggiustare la misura, a pareggiare la soma all'asino...

-- Qualche santo aiuterà...