Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)

Part 5

Chapter 53,709 wordsPublic domain

Il padre Migali si partiva, certo un po' confuso, ma più che mai fermo a volerla spuntare; la confusione veniva dall'essersi figurata troppo facile la vittoria; però se di venirne a capo di punto in bianco non era riuscito, aveva riconosciuto la fortezza, e scoperto i punti deboli, onde poterla espugnare, i quali si riducevano a due, paura del Papa, e cupidità di averi; nel mentre che scendeva le scale distratto, allo svoltare nello androne urtò di forza nel marchese Silla, il quale, secondo il suo costume, camminava con frettolosi passi come se dovesse andare a mettere i consoli in palazzo. Al dolore del cozzo ognuno di loro in cuor suo mandò l'altro all'inferno, e stette a un pelo di traboccare in male parole; ma quando levato il viso si riconobbero, il Gesuita, stese le mani, disse:

-- Oh! _dulcissime rerum_, caro, ma caro cento volte caro quel mio marchese Silla.

L'altro, tastandosi il corno che il Gesuita gli aveva fatto nella fronte, rispose:

-- Amatissimo _in Christo frater_, va bene che voi vi sprofondiate a salire presto le scale del paradiso, ma bisognerebbe badaste più a scendere quelle del mio palazzo, e ciò moltissimo per amore del vostro collo, ed anco un po' per amore della mia povera fronte

«Che nuovi allori ormai nè merta o spera,»

come cantò il Poeta.

-- Marchese Silla, soggiunse il Padre ridendogli più degli occhi, che co' labbri: costituitevi in colpa; il peccatore siete voi; pensando ai fatti vostri io m'era svagato.

Il marchese naturalmente domandava il come, e il Padre trattolo giù sotto la scala, in luogo riposto, dopo essersi guardato sospettoso dintorno, gli espose, parte levando, e molti arabeschi aggiungendo di suo, il colloquio avuto con la marchesa Clelia; un capo di opera di stile loiolesco, a cui per dare degna conchiusione disse:

-- Capisco il mio torto; presento il rimprovero che sarete per farmi, e già me lo sono mosso io: doveva volgermi a voi, che siete capo di casa, e non impacciarmi con le rocche e coi fusi, ma con voi altri non si sa che pesci pigliare, imperciocchè la Marchesa ad ogni piè sospinto non rifiniva di dire anco a cui non lo vuol sapere che padrona è lei, e quello si fa da lei è tutto ben fatto.

-- Non è vero niente; il padrone sono io.

-- Gli è ciò che diceva a mia posta.

-- E mi par tempo di finirla, da farmi passare per uno zoccolo.

-- Su da pari vostro, chi pecora si fa il lupo se la mangia; mostrate i denti...

-- Nella ragazza ci ho la mia parte anch'io.

-- Così almeno giova credere. La legge parla chiaro «_pater est quem justae nuptiae demonstrant;_» la è una presunzione, ma _juris et de jure_, che equivale alla verità.

-- In casa mia comando io. Non gliela vuol dare, gliela darà... gliela darà...

-- Il cavaliere da splendido gentiluomo non intende vivere a spilluzzico... feste... balli... insomma bando alle malinconie....

-- Ma naturale... che colpa ho io se i peccati mortali troviamo, a lungo andare, più gustosi dei sacramenti.

-- Uh! bocca d'inferno, ve ne avete a confessare, sapete?

-- Non mancherò, e di farne altresì la penitenza; ma voi, padre Migali, dovete convenire che tra una bella cortigiana sbucciata pur ora, e la ventennale consorte ci corre quanto la messa piana e la messa cantata...

-- Non ne voglio sentire più, altrimenti mi danno di rimbalzo, -- e il Gesuita turandosi con le dita gli orecchi scappava via; giunto a qualche distanza aggiunse: -- fatevi valere, vè! ricordatevi, che non per nulla vi chiamate Silla, e che il cavaliere ha promesso, dopo conchiuso il matrimonio, pagarvi mille ducati di pensione al mese.

-- Posticipata, o anticipata?

-- Anticipata, che diavolo! anticipata s'intende.

-- Bisognerebbe che di botto mi pagasse un'annata almeno.

-- Ne parleremo... aggiusteremo di corto i vostri desiderii... e questo il padre Migali disse a voce alta, poi aggiunse languido: -- nel miglior modo possibile; -- ma al marchese Silla non arrivarono scolpite che le prime parole, ond'egli tempestando saliva la scale di tratto in tratto ripetendo:

-- Non gliela vuol dare... oh! gliela darà... gliela darà.

* * * * *

Il marchese Silla entrato nello studio di donna Clelia _ex abrupto_ come l'esordio della prima Catilinaria, la trovò co' libri dell'amministrazione davanti facendo conti; levati appena gli occhi ella lo vide, e senza salutarlo tornò a computare; ad ora ad ora postasi la penna fra le labbra la Marchesa contava, o riscontrava la puntualità del calcolo mettendosi uno dopo l'altro i diti sul naso. Il Marchese passeggia e gestisce come per mantenersi agitato il sangue, allo improvviso si ferma e dice:

-- Clarissima donna Clelia nostra consorte, siamo stati informati come un degno ecclesiastico, che noi onoriamo della nostra estimazione, venne qui a proporvi certo partito accettevolissimo per accasare la nostra figliuola Tuda; voi, signora consorte, commetteste colpa assai grave, e oltraggio del tutto riprovevole alla nostra autorità, quando avocaste a voi simile negozio obliando, o sprezzando la nostra competenza. --

La Marchesa gli vibrò una occhiata di scancio, e non aperse bocca; il Marchese con un po' meno di abbrivo continuava:

-- Nè qui si fermò la petulanza vostra, che presumeste farvi arbitra della bontà del partito, e su due piedi, senza consultare noi, _pater familiae_, e per giunta della figliuola per presunzione _juris et de jure_, senza considerazione, come senza cortesia, lo ributtaste, e ciò con iscapito grande, e sto per dire infamia del nostro credito. Ora se per natura di femmina è consueto, che dove si allenti un poco la briglia ella trasmodi, giudizio e decenza impongono all'uomo, richiamando le cose ai principii, tolga via gli umori viziati e ripigli la propria autorità. --

A questo punto la Marchesa tornò a guardare il marito, e parve volere prorompere, ma tentennato il capo, riprese la penna e il conteggiare interrotto. Il Marchese tramontando sempre aggiunge:

-- Tutto qui a catafascio, manca il governo della casa, se ne oscura lo splendore, per miseria diventiamo contennendi; noi tenuti a stecchetto così che diventiamo favola della gente. Ora bisogna che per noi si rimandi il cercatore dei frati di San Giovanni di Dio, ora non possiamo sovvenire di pecunia il Camarlingo dei padri Agostiniani del riscatto; l'altro ieri vennero a sollecitarci invano di aiuto per la Confraternita di maritare donzelle; stamane il cuor nostro s'infranse di amarezza avendo a rifiutare pochi scudi, perchè una misera peccatrice, ritrattasi dalla via della perdizione, su quella della salute s'incamminasse...

La Marchesa non potè più stare ferma alle mosse, si levò silenziosa, ed appressatasi a certo stipo, l'aperse, ne cavò fuori qualche oggetto, che chiuse nella mano; ciò fatto volse il passo verso il marchese Silla (che omai si pentiva di essersi messo a quel cimento), e mostratagli una collana, la quale usavano in cotesti tempi portare i gentiluomini intorno al collo, gli favellò:

-- Per levare la donna dal peccato dategli questa vostra collana che per sottrarvi alla infamia ho riscattato stamani dalla cortigiana.

-- Clelia!... Marchesa!...

-- Se maritiamo Tuda noi restiamo quasi privi di sostentamento in casa.

-- A questo non aveva pensato...

-- Il Cavaliere per ora non possiede fondi, nè acquistò tanta autorità da poterci sovvenire con danari, o col credito in Corte. -- Se vestite lui rimanete spogliato voi.

-- La è chiara come l'acqua.

-- Promesse ve ne farà a cantara, ma poi come le soda? = Chi del suo si spodesta dagli un maglio su la testa! =

-- Dagliene due. Mia cara, mia degna Clelia, voi siete la provvidenza di questa casa, voi misericordiosa, voi divina...

-- Che cosa diavolo fate?

-- Mi butto in ginocchio davanti a voi per ottenere l'assoluzione dei peccati.

-- Andate là, pecorone.

-- Grazia vostra, Marchesa, grazia vostra.

-- Ed o vorreste dare Tuda a cotesto spiantato?

-- E come insisteva a spuntarla! Quel frate... frate

e per non dir di più, dirò... beato!

Non l'avrà di certo, dovessero mettermi in pezzi, non l'avrà; in casa mia comando io....

* * * * *

Quando la mattina di poi incontrò il padre Migali che lo posteggiava, guardatolo di traverso gli gridò:

-- È inutile che gittiate il fiato; il vostro cavaliere non avrà Tuda...

-- Come! Come!

-- Dovessero mettermi in pezzi non l'avrà, e non l'avrà, il padrone sono io... in casa mia comando io...

-- Voi siete un pecorone...

-- Questo me lo ha detto anco la signora Clelia, e con più diritto di voi, ma il vostro Cavaliere non avrà la Tuda... e non la può avere; -- e scappò via temendo non potere resistere alle esortazioni, o alle rampogne del frate.

* * * * *

Il padre Migali veramente non aveva creduto, che il Marchese gli fosse per dare ausilio d'importanza, ma tra aspettarci poco o veruno aiuto da una persona, e trovarcela avversa per la vita la è faccenda che avventa; quindi il Gesuita stizzito s'inviperì a rompere gli ostacoli: per la quale cosa ristrettosi col Pelliccioni presero a ventilare con lunga considerazione le vie per arrivare al fine proposto, e dopo avere stacciata per bene ogni cosa decisero, che la chiave della volta essendo il Cardinale da Montalto, a lui bisognava raccomandarsi, lui scaldare, e per lui sgararla.

-- Innanzi tratto, mi capite, figliuolo, ammoniva il Padre, bisognerà guadagnarci amici intorno al Cardinale perchè ci servano, e perchè non ci disservano; la Corte qui fa per impresa chiave di oro e chiave di argento.

-- Ci aveva pensato.

-- Mi avanza il crederlo, tanto vi ho sperimentato previdente e sagace.

-- E sono ito più oltre....

-- Voi camminate co' trampoli...

-- E già mi resi parziali il segretario, il cameriere e il fratello della Marchesa...

-- Oh! badate alle frecce di san Sebastiano, che maestri arcatori sono qui in Roma.

-- Io li pago a raccolta; chi dà subito, dà due volte, e talora nè anco tre bastano, che allora chi ha da farti servizio torna ad ogni po' sul chiedere. La speranza non presenta confine, o glielo dà sempre largo il desiderio di chi spera; la ricompensa come limitata comparisce sempre minore dell'aspettativa anco quando l'avarizia del donante non la tosi; e poi voglia soddisfatta e stomaco sazio vogliono riposo. Al segretario ho promesso mezza annata della paga dell'ufficio che mi verrà concesso, agli altri un quarto per uno.

-- Cavaliere, esclamò il padre Migali gittando le braccia al collo di Paolo come uomo innamorato, rendetevi Gesuita: io metto pegno che diventerete Generale dell'Ordine.

-- Una cosa alla volta; ora vo' Tuda.

* * * * *

Il cardinale Alessandro, trafitto come un barbero con le perette in casa e fuori, prese il negozio a petto, e ragguagliato punto per punto di ogni cosa, instituita sottile indagine di quanto giovasse, e di quanto o non giovava o noceva, un bel dì salito in carrozza si recò al palazzo Savelli. -- Batteva per appunto mezzogiorno quando pose il piè su la soglia del portone, e quinci inviò due staffieri innanzi a sè per annunziare la Marchesa Clelia della sua visita.

La Marchesa colta così alla sprovvista rimase trasecolata; non sapeva se dovesse andare a incontrarlo in capo alla scala, ovvero sopra la soglia della stanza; se attenderlo di piè fermo dove si trovava, ovvero farlo aspettare tanto, che potesse mutare veste e mettersi a sedere sul seggio marchionale sotto il baldacchino. Intanto ch'ella avviluppandosi in mezzo tante ambagi non sapeva risolversi, fu sollevata la portiera della sala e comparve il cardinale Alessandro[10].

-- Ella rimase attonita, e visibilmente tramutossi in viso; il Cardinale non se ne accorse, o finse, e con leggiadra disinvoltura accostato alla Marchesa, assai cortesemente la salutò, ned ella, riavutasi tosto, si rimase addietro, chè manierosa era molto, nè disgradava il suo nobile lignaggio; e poichè il Cardinale le aveva porto la mano, ella non ricusò la sua, e si rimasero così impalmati; anzi il Cardinale a disegno trattenne la destra di donna Clelia, la quale di tratto in tratto sogguardando, intanto che si alternavano le cerimonie, per ultimo, quasi forzato dalla contemplazione della sua bellezza, disse:

-- Signora Clelia, ce ne rallegriamo con voi; voi avete una mano da disgradarne Giunone...

E veramente appariva venusta; delle grazie antiche, avanzava questa una, a lei carissima come tavola di naufragio che le pendeva inevitabile sul capo, e se ne faceva onore come messere Amerigo del falco rimastogli in casa unico bene della passata fortuna: ella si compiacque della lode (qual donna non si compiace di essere lodata? E quale uomo altresì può resistere?), sorrise alquanto; come un crepuscolo di rossore le apparve sul sommo delle gote e si sentì vie più disposta ad ascoltare con diletto il Cardinale.

-- Signora Marchesa, questi rispose tenendole sempre presa la mano; noi aborriamo per indole le rivolture di parole, le quali repugnano poi al procedere leale che vuolsi adoperare tra gentiluomini. La nobiltà impone i suoi doveri, e non pochi... e per altra parte sarebbe tempo perso mettersi sul sottile con voi, che tutto il mondo conosce per la più saputa e prudente matrona che viva in Roma...

La mano della Marchesa dava un paio di scosse elettriche a quella del Cardinale, che dopo breve pausa continuò:

-- Per la quale cosa senza tante ambagi noi vi diciamo espresso, che ci siamo mossi per negoziare con voi le nozze della clarissima donna Geltruda vostra figliuola...

Qui scoppiò dalla destra della Marchesa un fascio di faville elettriche; e il Cardinale di seguito:

-- E per non tenervi in asso, vi diremo alla ricisa, che la chiediamo pel cavaliere Paolo Pelliccioni...

La mano di donna Clelia diventò marmorea, ed anco su la faccia parve le passasse un'ombra, ma il Cardinale pronto a rincalzare.

-- Lo sappiamo, repugna alla vostra tenerezza materna maritare la fanciulla in età così fresca; ma su questo pigliate conforto dallo esempio; donna Cammilla nostra nobilissima zia non ha dubitato di consentire andassero a nozze le sue figliuole, nostre cugine, in età non disforme da quella della vostra... e Sua Santità non ha trovato a ridire; all'opposto con prontezza approvò...

La mano riprese languida gli spiriti vitali: quanto a viso, donna Clelia pareva se lo fosse fatto di vetro: e il Cardinale prosegue:

-- Prima cura di nobil gente è quella di avvisare con diligenza che l'inclito sangue non traligni, noi sappiamo che voi in questo procedete rigidi, e noi in fede di gentiluomo vi approviamo; potremo però dirvi, che ci hanno nel mondo contatti che nobilitano come ce ne ha altri i quali santificano; così l'uomo chiamato dal Papa in cappella, o fatto sedere alla propria mensa, o tenuto al sacro fonte, di sua natura diventa nobile; ma comprendiamo come questo potrebbe non bastarvi, e quindi noi ci proponiamo procurarci le prove della nobiltà del cavaliere Pelliccioni, che noi insieme esamineremo a bello agio. --

E la mano non diceva niente.

-- Rispetto a sostanze, noi considerando il magnifico palazzo quasi rifabbricato di pianta, la copia delle preziose masserizie radunatevi dentro, la famiglia, le livree, e i cavalli, non meno che il traino di vita superiore al consueto dei gentiluomini, e quasi principesco, dobbiamo giudicare che molte abbiano ad essere le ricchezze del cavaliere Pelliccioni; certo in Italia, per quanto conosciamo noi, non possiede feudi, ma egli dice, che non bisogna precipitare la vendita delle sue terre in America, e ci sembra non senza ragione...

E la mano era fredda.

-- Però, messa da banda ogni altra aspettativa, l'ufficio che sta per conferirgli il Pontefice, unito alla dote... Che vi sentite Marchesa? M'inganno, o tremate?

-- Degnatevi continuare, illustrissimo; io patisco di brividi, ma passano subito.

-- Comprendiamo, Marchesa, comprendiamo; la dote pagata, casa vostra va a trovarsi in angustie... Però, madonna, parvi dovere essere noi così poco studiosi della nobiltà da pretendere che lignaggi illustri come il vostro decadano? Siamo usi a rispettare la nostra nobiltà nell'altrui. Voi avete una lite in piedi? --

La mano della Marchesa proruppe un groppo di faville elettriche, e la ritrasse a sè con veemenza per adoperarla nei gesti.

-- Pur troppo! Ella esclamava, e da quanti anni! Una voragine, uno abisso dei beni di casa Savella! Non bastando a sopperire alla spesa di sportule ai giudici, di onorarii agli avvocati, di mancie ai sollecitatori, famigli, cancellieri, cursori, apparitori, insomma un nuvolo di cavallette, ho alienato i miei beni parafernali, e manomesso la dote... il marchese Silla nabissa dall'altra parte... io mi affatico a rimontare il fiume, ma la corrente mi sopraffà, e ormai mi cascano le braccia... voi...

-- Noi abbiamo pensato a questo. Ordineremo vi spediscano la causa; i feudi che verrete a ricuperare buttano un quattordicimila scudi di entrata; amministrando voi con la ordinaria prestanza vostra, di leggeri ne ricaverete diciotto e venti; la dote di donna Geltruda tra beni stabili e contanti va a diecimila e cinquecento scudi di rendita calcolato il decennio, dunque voi guadagnate un sette, o un dieci di mila scudi oltre la grazia di Sua Santità. --

Madonna Clelia pareva, ed era trasfigurata, il bel vermiglio di cui s'imporpora la vergine quando prima intende favellarsi di amore le giocondava le gote, gli occhi alacri e micanti come quelli che appunta il divino intelletto negli abissi della natura per iscoprire i suoi segreti o gli ha scoperti. Per soverchio gaudio non sapeva snodare parole; innanzi che parlasse l'era mestiero sfocare la intensità dello affetto; intanto ch'ella si sboglienta, concedetemi che in quattro battute io vi metta davanti una considerazione.

Ai tempi nostri si arriccerebbero le chiome per orrore ai sacerdoti della giustizia se alcuno si attentasse intimarli a pronunziare sentenze pro o contro la vita o la roba altrui; così rispettando cotesta sacra religione loro non vi ha persona, la quale ordini al giudice: spogliami questo, ammazzami quell'altro; mai no; solo nelle faccende criminali si procura inviare sul mattino i soldati convertiti in carnefici a finire quelli che liberissimamente i giudici a mezzodì condannano, e nelle faccende del mio e del tuo i potenti osano raccomandare solo, che si affrettino a spedire il negozio. Certo il giudice interpretando, come veruno si ha da supporre che solleciti una trave a cascargli sul capo, o la mannaia sul collo, pronunzia la sentenza in pro del raccomandato; ma in questo qual colpa ci ha il potente? Il peccato è tutto dei giudici; errore di giudizio, non già di cuore, che senza scarto quanti sono possiedono santissimo... e circa ad intelletto sappiamo come labile nei figli di Adamo: chi sta su la fossa piange il morto. A me piacerebbe vedere le porte dello inferno, e quelle dell'anima umana aperte a due sportelli, ma gli è voglia salvatica, almeno tale sentono i gesuiti e i moderati, i quali predicano che la decenza è la virtù del vizio; non so se abbiano trovato essi l'aforismo, che la Ipocrisia è omaggio della colpa alla virtù; se non lo trovarono essi meritavano averlo inventato. Basta a questa gente che il pudore abbia preso alloggio su la guancia destra, e la verecondia sopra la guancia sinistra, donde movendosi vengano a rinnovare su la punta del naso, come sopra l'altare della Ipocrisia, i divini connubii: in altra parte pudore e verecondia pesano e incomodano.

La Marchesa avendo pensato a quello che doveva rispondere favellò:

-- Illustrissimo, a me tocca ripetere ciò che la sacerdotessa di Delfo ebbe a dire ad Alessandro Magno di cui portate degnamente il nome: figliuolo mio, voi siete invincibile.

_Ecce ancilla Domini fiat voluntas Dei._

-- Adesso però avete a fare qualche cosa di più in pro di queste nozze.

-- Quale, illustrissimo?

-- Condurre a consentirle anco il Marchese.

-- Contenta io, contenti tutti.

-- E pure vi ha chi ne dubita.

-- In casa qui, oltre il mio, non si conosce altro volere...

* * * * *

Il marchese Silla in quel mentre tornava a casa; inquieto e guardingo volgeva gli occhi intorno a sè, pauroso, che da qualche canto gli si avventasse addosso un creditore; ma creditori non incontrò, bensì il perfidioso Gesuita, il quale pari al ragnatelo che dal suo buco si saetta addosso alla mosca, cadde su le spalle al Marchese quando meno l'attendeva, e:

-- Ma pensateci, illustrissimo signor Marchese, una seconda volta; gli è proprio un negozio di oro; mi stanno alle costole i Massimi, ma voi sapete quale e quanta la mia parzialità per la clarissima casa vostra....

-- Reverendo, lasciatemi in pace; io sono di ferro, io..., e saliva a due a due gli scalini per sottrarsi alla persecuzione; il Gesuita implacabile dietro anch'egli accavalciando con iscosci smisurati senza curare il pericolo di rompersi il naso su le scale, impedito com'era dalla gonnella; e con lena affannata singhiozzava:

-- Affare di oro... me ne va il sangue a catinelle...

-- È inutile... potreste smovere innanzi l'obelisco di papa Sisto, che me...

-- Credete, Marchese... voi buttate la fortuna fuori di finestra...

-- Tanto meglio, qualcheduno la troverà per la strada.

-- La clarissima... sembra... si spera... oro... oro... affare d'oro!

-- Che clarissima, o non clarissima, il padrone sono io: quante volte ve l'ho a cantare... le mie parole s'incidono da sè nel porfido...

E giunto in capo di scala scappava, scappava come uno starnotto per sottrarsi al cane del cacciatore sotto le ale della madre. La starna madre era la moglie. Aperse l'uscio il Marchese, e sporse il capo mentre il Cardinale e la Marchesa alternavano fra loro i discorsi riferiti testè; nè lo avvertirono punto, sprofondati com'erano nel negozio che gli occupava:

* * * * *

-- Vi domando perdono, Marchesa, ma vi ha chi ne dubita.

-- Non sanno quello che abbacano; il mio marito ha da fare a modo mio; chi si ribella guai! io punisco i recalcitranti a mo' di papa Sisto.

-- Grazia della ruota pel povero Marchese! Tanto è, vi ripeto averci persona, che teme trovare intoppo nel marchese Silla; ei si ostina a sostenere, che i matrimoni in casa li vuole negoziare egli.

-- Il Marchese è un somaro....

-- Oh! somaro? non lo avrei mai creduto....

-- I figliuoli gli ho fatti io, non egli.

-- Su questo non troverete chi vi dia torto....

-- Noi (la Marchesa disse proprio _noi_) non possiamo senza amarezza sentire com'altri dubiti della nostra assoluta facoltà di provvedere alla sorte dei nostri figliuoli.

-- Meglio così: noi abbiamo fede nel vostro valore. Roma, il sacro Collegio, e il Papa, in fede di gentiluomo, stanno a contemplare gli effetti della vostra virtù, e già gli odo applaudire, e dichiararvi degna degli onori del Campidoglio. --

Detto questo il Cardinale si drizzava in piè ostentando certo suo fare pomposo, e pieno di dignità: veramente la bella impresa aveva sostenuto costui; con menzogne, piaggerie, ingiustizie, e non si dice il peggio, era giunto a infatuare il cervello, e indurire il cuore di una meschina, la quale si atteggiava a gladiatore combattente contro la propria famiglia.

* * * * *

-- Se voi siete la madre...

La Marchesa e il Cardinale percossi di un tratto da queste parole si voltarono quasi atterriti, e videro la faccia scorrucciata del Marchese....

-- Se voi siete la madre, io sono il padre; se per voi sta la natura, per me sta la legge, ed io intendo e voglio maritare la figliuola a modo mio.