Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)
Part 3
-- Non possiamo, e ti chiarisco. Tu saprai come il signore Alfonso, e Sciarra, e il conte di Ascoli sieno entrati grossi in campagna; chi ha seicento, chi cinquecento uomini, la più parte cavalli; chi ne ha meno se ne tira dietro dugento. La Spagna paga, e questi sono ducati spagnuoli -- e qui Paolo mostrò la tasca che gli pendeva al fianco. -- Comandamento è che ci teniamo bene edificati i contadini, e quanto loro chiediamo paghiamo; certo questo non quadra con le nostre regole, e prima di farci l'uso cascheremo qualche volta in fallo, ma col tempo e la pazienza ne verrai a capo anco tu; e si vuole eziandio lasciare che vadano pei fatti loro i mercanti e i passeggeri, stringendoci ad assalire le terre e i castelli, insomma mutare forma alla guerra; invece di moverla ai privati pigliarla con lo stato, col Papa...
-- Per me mi confesso uomo grosso, pure non mi entra come tu la conti; prima il nostro mestiere in certo modo era cosa di famiglia, ma di ora in poi aiuteremo quei di fuori a legare quei di dentro, e della fune ne avanzerà sempre per impiccarci quando non avranno più bisogno di noi; ora io capisco, che la è ubbia, ma mi pare che sentirmi impiccato da corda spagnuola mi abbia a dolere più che se fosse una brava fune italiana.
-- Secondo i gusti; ma il nodo giace qui, che non ci avanza scelta, però che i capitani la vogliono a questa maniera, e tu comprendi, che tra il signor Alfonso, lo Sciarra, Battistella, il Conte e gli altri dal lato manco, e Sisto e il Ghisiliero dal lato destro, nè tu, nè io possiamo durare; necessità non ha legge; tiriamo innanzi e qualche santo aiuterà.
-- Io non ci vedo chiaro, aggiunse il Guercino con ambedue le mani pigliandosi il capo; e Paolo:
-- Lucrezia, che è donna di governo ed ha sentito tutto, dica la sua; per me sto al suo giudizio.
-- Di' la tua, tu donna femmina.
-- Ho a dire la mia? Guercino pare trattenga lo scrupolo, che i ducati non escano da buona fonte, io sto peritosa di qualche tranello, che ci covi sotto. Al Guercino dico: ricorda di quello imperatore, me lo hai tu stesso raccontato a veglia, cui il figliuolo rinfacciava cavare i quattrini dal balzello dei pisciatoi; ei gli mise sotto al naso un ducato domandandogli: che odore ha? -- I quattrini non hanno odore, chiappali da qualunque parte ti vengano; meno che dal diavolo perchè si mutano in zolfo: a me poi dico: che questo bel figliuolo ci voglia menare alla mazza io non lo credo se prima Cristo non si fa luterano, e caso mai ci si scoprisse traditore, can mai non mi morse che non volli del suo pelo. --
Lucrezia dava il tratto alla bilancia, e la lega fu convenuta: il Guercino però senza dire il numero dei suoi propose a Paolo se ne tornasse dond'era venuto, ed ottenesse dai caporioni un trenta di cavalli, e munizioni da guerra di che pativa difetto. La verità era ch'ei si trovava al verde di tutto, e Paolo gli cascò addosso come la Provvidenza, almeno così la pensava Lucrezia, la quale aveva già detto al Guercino, che se l'andava di quel passo anco una settimana, bisognava dare spesa al cervello e sciogliere la banda; di che il Guercino accorato buttava fuori sospiri da parere un bufalo, che muglia quando è in amore.
Paolo pertanto facendo il fagnone ricercò il Guercino se intendeva mandare egli trenta fanti per i cavalli: qui ricominciarono le ambagi, perchè se ei li mandasse tutti s'indeboliva per modo da rimanere agevolmente oppresso; se all'incontro concedeva menassero i cavalli trenta uomini della banda di Paolo, egli era lo stesso che mettersi alla sua discrezione; nè al santo intendeva fidarsi se prima non avesse fatto il miracolo, tenendo per regola di governo che in terra di ladri si vuole camminare con la valigia davanti: però come quando si possiedono mezzo cervello e mezzo cuore, o la necessità ce gli dimezza, si apprese alla via mezzana, mandò dieci fanti dei suoi, e ciò anco fece per iscoprire marina; di ragioni per condursi così ne addusse un mucchio, a cui sempre più ne aggiungeva alla stregua che quelle addotte gli parevano grulle e la gaglioffaggine loro aumentava a braccia quadre. Per ultimo fu stabilito che i dieci fanti s'incavallerebbero, e recherebbero a mano dieci cavalli; in tutto venti; di quei di Paolo ne verrebbero dieci, i quali pure menerebbero dieci cavalli e su questi le munizioni che potrebbero portare; e così fu fatto.
I dieci di Paolo e gli altri del Guercino tornarono vestiti tutti di un'assisa, e portarono vesti per gli altri venti; onde subito nacque tafferuglio tra la gente del Guercino, perchè ognuno pretendeva essere primo vestito e incavallato; nè egli trovava via a metterli d'accordo, anzi aggiungeva legna al fuoco, perciocchè preso dalla stizza incominciò a bestemmiare come un turco e a mescere minaccie, ingiurie e pugni; la sarebbe finita per la peggio, se Paolo, cacciatosi fra mezzo non gli avesse acquetati con la promessa di assettarli tutti alla medesima maniera, tale essendo la intenzione del signor duca di Montemarciano, sotto gli ordini del quale avevano a stare. Quando poi volle mettersi a cena fu trovato come non solo mancassero le munizioni da guerra, ma delle vittovaglie altresì si patisse difetto: gli altri brontolarono, Paolo si contentò osservare come la colpa era di Lucrezia che forse si peritava a palesargli la presente strettezza. Alla quale accusa Lucrezia oppose, che quanto a lei non sarebbe stata sul puntiglio, perocchè ormai fossero diventati tutti una sola famiglia; se ci cadde fallo, errò prete Guercino che mulinava sempre pensieri da cavaliere con la borsa da cappuccino. E siccome pareva che il Guercino inasprito non se ne sarebbe rimasto, Paolo troncò le parole dichiarando: che i ragionari non crescevano la cena, bensì la sete; per quella sera si facesse alla meglio, nel dì seguente avrebbero tolta la rivinta. -- Si accomodarono per dormire come poterono; il Guercino non trascurò mettere le sentinelle; nè Paolo fece sembiante di accorgersi ch'egli dopo essersi ristretto a colloquio co' suoi più fidati, questi, fingendo vigilare per tutti, esclusero i suoi dalle guardie, sotto pretesto che, stracchi dal cammino, abbisognassero di riposo.
Il Guercino si vergognava dirlo, anzi pure pensarlo, e nondimanco aveva paura: una strana inquietudine gli si era cacciata addosso, nè avrebbe saputo chiarirne la ragione; tanto è, uno sgomento nuovo gli faceva cascare il cuore e gli troncava le braccia; si stese su la paglia con la Lucrezia allato, e prese sonno; ma indi a breve si rizzò a sedere co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, con la manca brancicando la Lucrezia e con la destra tastandosi il collo; i detti suoi piuttosto grugniti, che favellati sonavano:
-- Sei tu? Proprio tu, Lucrezia? Benedetto il Signore, mi pareva, che mi stesse al fianco per confortarmi il cappuccino... sarà per un'altra volta; così mi sono sentito stringere il collo, che me n'è rimasto il _rastio_ fin dentro la gola... dopo questa prova quando faranno per davvero, poco più mi toccherà a penare... io credo.
-- Dormi in pace, Guercino, che Lucrezia veglia. --
La mattina misero in consulta se quinci avessero a partire o se ridurvi anco la restante squadra di Paolo; al Guercino pareva mal sicuro il primo partito, nè gli piaceva il secondo, e, come suol dirsi, nicchiava.
-- Senti, gli disse Paolo, io ti leggo dentro, tu non ci vai di buone gambe; chi ha fatto il carro lo può disfare, rimanti; ti dono i cavalli, le munizioni e ogni altra cosa; ti ho consigliato da amico, mi sono comportato da fratello, ora ingegnati come puoi, che così col tuo fidarti e non ti fidare ci rovineremmo ambedue e con noi questa gente dabbene, che ci seguita...
-- No; mi fido... io considero... perchè capisci, giova più un moccolo davanti, che una torcia di dietro.
-- Or bè: se in questa selva non hai trovato da nudrire te e la tua banda, come ci procureremo la vettovaglia per due?
-- E' parla come Marco Tullio, il bel figliuolo, osservò Lucrezia.
-- E poi oggi o domani bisogna pure che usciamo: anco i frati se non mandassero fuori i cercatori morirebbero di stento.
-- Questo è chiaro -- esclamarono parecchi banditi d'intorno.
-- E il coltello se non si adopera arrugginisce; e leva leva, ogni gran monte scema, di qui il bisogno di tenere le mani perpetuamente in faccende: ora dà retta, Guercino, vien via senza gingillarti; andiamo a unirci col grosso della mia banda, che sta a cinque miglia quinci oltre a buona guardia in una masseria sotto Renzo mio luogotenente: riposáti e nudriti, verso vespro io proporrei andassimo ad assalire Mentana castello di Latino Orsini, dove se ci capiterà di giungere alla sprovvista, io fo conto di averlo a man salva...
-- E poi a Roma -- irridendo disse il Guercino.
-- E poi a Roma -- riprese in atto superbo Paolo; da cosa nasce cosa, e sappi che da un legno medesimo sono cavati i banditi e gli eroi; la differenza sta qui, che i primi sono piccini, i secondi grossi.
-- Andiamo... e il diavolo dica _amen_ al tuo _credo_. --
La impresa riuscì a capello; i terrazzani del castello Mentana ebbero di catti a salvare le persone, lasciando le robe e perfino i cibi al fuoco per la cena. La Lucrezia, presa stanza al palazzo dell'Orsino, dette mano ad apparecchiare proprio un banchetto per le feste; rovistò dalle soffitte alle cantine, accese un fuoco da arrostire anco il castello; chi strozzava, chi pelava, altri spillava il vino, trovarono torce, accesero lucerne; anzi per maggior decoro appesero festoni di mortella. Ogni cosa ormai essendo posta in ordine non si aspettava più che Paolo e il Guercino, i quali andavano attorno a mettere le guardie: da un momento all'altro si teneva per sicuro sarebbero comparsi insieme, ma non accadde così, che il Guercino si mostrò primo e solo. Egli da principio camminò di conserva con Paolo attendendo giusto a mettere le sentinelle, senonchè presto si accorse avere fatto conquisto troppo grande per poterlo guardare, come con sicurezza tenere, molto più che la massima parte dei banditi si era dispersa a foraggiare, e a commettere certe altre taccherelle le quali riesce più facile vietare con parole, che impedire co' fatti; onde di un tratto quasi noiato il Guercino si rimase a mezzo e scrollando le spalle disse:
-- Che monta pigliarsi tante scese di testa? quello che deve accadere accadrà; s'è vero, che senza la volontà di Dio un capello solo non possa cascare dal capo dell'uomo, è vero altresì, che non gli si può nè anco aggiungere. -- Paolo, fa tu, che io me ne vado a cena. --
Paolo si strigò in quattro battute, e corse a gambe dove lo tiravano la luce viva di tante lucerne, e di tante legna accese, che pareva un falò; le canzoni una dopo l'altra si rincorrevano come baccanti scapigliate, e motti giocondi piovevano giù come lacrime di San Lorenzo nelle notti della prima metà di Agosto. Il Guercino sedè in capo alla mensa quasi a posto di onore, Paolo in fondo e Lucrezia in mezzo per tagliare le carni e distribuire le vivande. I convitati non osservarono regola nè misura, in breve la cena diventò stravizzo, correva vino la mensa; e sotto la mensa vi erano pozzanghere; chi si abbracciava, chi si mordeva, ognuno il suo vicino blandiva, scongiurava, o vituperava, secondochè la fantasia alterata glielo veniva raffigurando o per innamorata, o per cappuccino, o per carnefice. Il Guercino aveva mangiato per due e bevuto per quattro: pareva avesse voluto annegare i tristi presentimenti nel vino: di vero la stolida sua vanità pigliando in lui il sopravvento ad ogni altra cura, di un tratto si leva barellando: la manca mano puntella sopra la tavola, con la destra alza il bicchiere e grida:
-- Alla prossima morte del porcaio della Marca; viva prete Guercino re della campagna... viva me!
-- Viva Papa Sisto lo sterminatore dei banditi.
A questo urlo, che a squarcia gola cacciò fuori Paolo, in un bacchio baleno due uomini agguantarono di dietro per le braccia il Guercino, e lo atterrarono; nove porte, chè tante ne aveva la sala, si aprirono con fracasso e si rovesciò dentro un nugolo di micheletti armati di archibugi. Al Guercino parve uscisse ad un punto il vino dal capo, e la baldanza dallo spirito; sporta la faccia livida, agguardando Paolo con occhi trucemente lucidi, queste parole mandò fuori dalle labbra grommose di vino:
-- Solite cose; io il solito venduto, tu il solito Giuda; badati dal solito fico: -- traditore! non ti puoi nè manco vantare di avere immaginato qualche cosa di nuovo...
-- Ammazzatelo! -- Schiamazzava Paolo. -- Ammazzatelo!
-- Non si può movere -- è inutile.
-- Ammazzatelo per Dio! -- Strepitava Paolo pestando i piedi.
-- E si ha ad ammazzare davvero?
-- Ma sì, ma sì, ma sì. --
Allora uno sbirro trasse un gran fendente sul capo al Guercino, il quale ebbe virtù di spaccarglielo fino al mento, sicchè stramazzando col capo innanzi sopra la mensa, il cervello gli si versò dal cranio come il sale dalla saliera rovesciata.
-- Bel figliuolo, l'ultima pietanza della cena è questa?
-- Della cena non so, della tua vita sì se tu vorrai gustarla.
-- Ho da morire anch'io?
-- Che faresti nel mondo senza il tuo marito prete?
-- Priva così di sagramenti?
-- Te li amministrerà prete Guercino intanto che sarete in viaggio per lo inferno.
-- Tu sei troppo ingrato, ma non importa; io ti fui amica, e non mi sento senza rimorso di avere condotto il povero Guercino al macello. Di me sia quello che piace alla santissima Vergine, solo ti chiedo tu mi faccia una grazia; io vorrei confidarti un segreto che forse potrà giovare anco a te...
-- Non vo' saperne di segreti io, ammazzate anco lei. --
Ammazzare così una donna legata, che si mostrava quieta, nè rompeva in vituperii e in furori, parve strano anco per uno sbirro; sicchè la gente balenava; allora Paolo, come colui che aveva buone ragioni perchè la Lucrezia favellasse poco, le si accostò meno acerbamente dicendo:
-- Non ti perdere di animo, la tua morte non è mica decisa, e il santo Padre potrebbe nella sua misericordia graziarti; sentiamo un po' il gran segreto che hai in corpo. Di' su...
-- Accostati, che se non ti parlo sommesso, il mio sarà segreto da panico, che ogni uccello ne beccola... anco più qua... ecco il segreto...
Azzannò l'orecchio, e strettolo ferocissimamente prese a dimenare con furioso impeto il capo a mo' di mastino che tenga co' denti la bufala. Urlava Paolo:
-- Maledetta strega... lascia ire... ahi! lascia... al corpo di Dio ti fendo il cuore... ahi! ahi! --
E l'altra peggio, sicchè Paolo cavato il coltello dalla tasca delle brache incominciò a tirare giù colpi da disperato: percoteva in pieno, ficcandone la lama fino al manico, non per ciò la donna lasciava presa; la gente di Paolo vedendolo infellonito menar botte da rompere il muro si peritava aiutarlo; all'ultimo colta in mezzo al cuore Lucrezia cadde, ma stringendo fra i denti un brandello di orecchio del suo nemico. --
La presa del castello e' fu postura ordita fra Paolo e il barone Latino Orsino fautore di Sisto; la gente che sbalzò fuori al termine della cena, fino dalla mattina si era nascosta nei sotterranei del castello; nè Paolo si tenne contento alle morti del Guercino e della Lucrezia, bensì fece ammazzare senza misericordia tutti quelli i quali sospettò potessero avere odore della sua condizione antica di bandito. I meriti nuovi non avrieno presso Sisto saldato le colpe antiche, in simili casi ei solea sdebitarsi con messe e suffragi; generoso fino a spiantarsi nell'altro mondo, in questo egli era duro ad esigere. --
Quando Paolo con una benda di seta nera intorno al capo si presentò al Pontefice con la testa mozza di prete Guercino accomodata dentro a un paniero nuovo sopra ramelle di rosmarino, come si costuma portare le lepri morte perchè le si mantengano fresche, levò devotamente le mani al cielo ringraziando Dio; poi nella veemenza dello affetto disse non so che parole di coronare Paolo in Campidoglio come aveva fatto Pio V a Marcantonio Colonna dopo la battaglia di Lepanto: e poichè il Cardinale di Montalto prudentemente lo persuase a meglio ponderare la cosa, volle che portassero subito duemila scudi, e datili a Cesare disse, che li pigliasse non mica per compenso della opera egregia condotta a fine, bensì perchè gli spendesse a farsene onore co' suoi compagni: al resto si provvederebbe presto con la sua pienissima soddisfazione. --
Mandato quindi per l'orafo di corte, Sisto gli commise una corona di rame dorato; se gliela portasse prima che finisse il dì gli darebbe con le sue benedette mani, oltre la sua buona grazia, venti scudi d'oro, se no gli farebbe dare dalle mani di Gigolo due tratti di corda; e siccome l'orafo accennava volere favellare forse per dirgli in tanta angustia di tempo impossibile contentarlo, il Papa mettendosi l'indice della manca lungo il naso, e con la destra accennandogli la porta, lo licenzia. --
Il giorno successivo la testa mozza del prete Guercino comparve incoronata fitta su di un palo sul ponte di Castello Sant'Angiolo.
NOTE.
[1] Bucefalo non è, come universalmente si crede, e Plinio afferma, nome proprio del cavallo di Alessandro Magno; anco prima bucefalo chiamavasi presso i Tessali una razza di cavalli distinta per capo largo a modo di bove. Il cavallo di Marco Aurelio nel Campidoglio è _bucefalo_, ed i Romani gli amano così; all'opposto piacciono agli Spagnuoli quelli con la testa di montone, _de carnero_, che tra noi chiamansi volgarmente montonati.
[2] Specie di opera buffa che correva per la Italia a quei tempi in istrazio degli Spagnuoli. Il duo si prolunga a sazietà; i versetti qui posti in bocca al capitano Cardone significano: Di chi sono queste mammelle? La vita e il cuore? Donna Isabella naturalmente risponde: del capitano Cardone.
[3]
Par che asinina stella a voi predomini, E somaro, e castron si sien congiunti.
_La Musica._
[4] Non dopo la morte, bensì sei mesi avanti la morte di Sisto V i banditi tornarono a infestare Roma = i fuoriusciti corrono fino sopra le porte di Roma = Dispacci del 17 marzo, 7, 28 aprile, 2 giugno, 21 luglio 1590 dell'oratore Alberto Badoero al Senato.
[5] Ma quello ch'è peggio, chè di più essere stati trovati diversi muli carichi di pasticci, et altre cose da vivere, da vestire che andavano di qua ad essi fuoriusciti, il Governatore di Roma ha avuto in mano una carrozza mandata al Piccolomini con denari, archibusi e polvere da un ambasciatore residente a questa Corte per il che si conosce, che sono costoro altamente favoriti e per ciò non sarà facile scacciarli come si credeva da prima. = Dispaccio di Alberto Badoero oratore veneto del 24 novembre 1390. Egli è vero che Sisto era morto, ma il Mutinelli osserva bene, che atteso il conclave e il breve pontificato di Urbano VII si può dire che simili casi accadessero subito dopo la morte di Sisto, e però fossero conseguenza del suo pontificato, e conferma quanto il Ranke scrisse nell'op. cit. nel n. 3, l. 6.
Sisto finchè visse d'accordo co' suoi vicini potè venire a capo dei banditi, ma quando questo accordo cessò, e a Venezia e in Toscana si accolsero opinioni diverse a quelli di Napoli e di Milano, quando il Papa parve esitare a qual partito appigliarsi, diventato sospetto a tutti ebbe a trovarsi di nuovo lacero dai banditi.
[6] Perchè i lettori abbiano un po' d'idea di quello che fossero e ardissero i banditi in cotesti tempi, considerino quanto si legge nel dispaccio dell'oratore veneziano residente a Roma, Lorenzo Priuli 16 gennaio 1584: vien detto che già pochi giorni quel famoso fuoruscito, nominato il _prete Guercino_, scrivesse una polizza a Monsignor Odescalco, domandandogli 500 ducati, minacciandolo, se non li mandava, di fare gran danno alli suoi casali et al suo bestiame. Questo prelato andò dal Papa, et gli mostrò la polizza et Sua Santità ordinò che il portatore fosse retento, et posto in galera. Il _prete_ tornò a scrivergli un'altra polizza, per la quale dimandò che gli restituisse il suo huomo, altrimenti minacciandolo di farlo ammazzare con cento pugnalate, che non saprebbe da chi, et abbrugiarli tutti li suoi casali, et ammazzarli tutti li suoi bestiami. Ritornò il prelato dal Papa afflittissimo pregando Sua Santità a restituirgli il pregione, poichè non vedeva altro rimedio ai suoi danni. Sua Santità intenerita, et mossa dal pericolo del prelato gli restituì l'huomo, con il qual mezzo si è poi fatto tanto amico del Guercino, ch'è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era già ordinata assolvendolo Sua Santità da 44 omicidii commessi. Et mentre si faceva l'espeditione, è venuta nova, che il ribaldo ha ammazzato quattro suoi inimici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco che non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine et la indignità grande et non sa rimediarle.
[7] Parole proprie di Sisto.
[8] Questo caso occorre narrato dal P. Tempesti nella Vita di Sisto V, lib. II, p. 189.
CAPITOLO XI.
La Marchesa dopo pranzo, e la Marchesa innanzi pranzo.
Dopo avere fatto reverenza al Papa, presso cui rinvenne il Cardinale di Montalto, Paolo se ne andò difilato al convento dei Gesuiti a visitare il suo diletto padre Migali; se da questo, e da tutti gli altri così professi come novizi degl'incoli del collegio di Gesù, Paolo ricevesse accoglienze più che cordiali svisceratissime, si crederà di leggeri quando si consideri che gli uomini inclinano per natura a soffiare nella vela gonfia dal vento della fortuna; e poi i Gesuiti vecchi salivano in isperanza di ottenere per mezzo di questo loro protetto, una volta arrampicato in alto, favori e comodità infinite; nei giovani, sboglientito assai, pure durava l'entusiasmo per le cose belle, o che paiono tali; onde ai cervelli loro, pieni degli studi dei classici latini, Paolo si veniva offerendo come un Dio, che domi Pitoni, o semideo trionfatore d'Idre, e di Minotauri; alla più trista come un Giulio Cesare, e un Alessandro Magno. Gli piovvero addosso esametri e pentametri, sonetti, canzoni, odi, e perfino acrostici; le monache lo mandarono a presentare di paniere di brigidini, di Gesù bambini, e di _abitini_. Sopra tutto abitini, però che allora attribuissero in Italia a cotesti amuleti una oltrapotente virtù... Perchè ho io scritto allora? Forse ieri non vidi qui in casa mia un frate mirabile per vecchiezza e per laidume con la stola al collo, gli occhiali sul naso, e il libro in mano intimare lo sfratto dai cavoli ai bruci, e i contadini d'intorno composti a diversi atti di devozione? E mentre io appoggiato con la spalla ad un grosso olmo contemplava mestamente il caso, il frate levati gli occhi mi scorse, e vibratomi quasi uno sguardo di sfida sopra gli occhiali disse queste parole: -- figliuoli, io ho fatto la parte mia, ora tocca a voi fare la vostra; quanto a me non ho omesso una virgola, e la orazione non può fallire; se la non riesce, la colpa è vostra; e' vorrà dire, che non avrete avuto fede, perchè vedete, con la fede potreste dire a cotesto albero là (ed accennava appunto l'olmo a cui mi appoggiava io) -- parti, e l'albero subito partirà per andarsene in altro luogo. -- Tanto disse co' labbri, col cuore aggiungeva di certo: -- voi credete di cantare il vespro all'errore, e non siete nè manco a mattutino. -- O ragione, vero ebreo errante della umanità, allorchè sarai giunta al termine del tuo cammino ti troverai entrata nel secolo immortale; quando anco tu arrivassi al tuo plenilunio, i raggi usciranno da te peggio che indarno, perchè allora l'universo sarà fatto tomba del genere umano!
* * * * *