Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)

Part 11

Chapter 112,224 wordsPublic domain

A stento lo ricondussero a letto senza perderlo di occhio un momento, e da quel dì in poi per vicenda singolarissima la pazzia tornata furiosa gli concedeva lucidi intervalli; sicchè ora con abbastanza discorso ragionava, e poi di punto in bianco da seduto si metteva bocconi sul letto; in cotesto atto aggrappa un guanciale come se fosse un uomo ed ei lo grancisse pel collo; seco lui si dibatte, finchè all'ultimo se lo caccia sotto, con le ginocchia lo pesta, lo straccia a morsi, e con la destra che ei si finge armata di stile lo ficca, e lo rificca tanto che rifinito si lascia ire in bagno di sudore. Durante certo lucido intervallo mandò per un maestro dei buoni, e gli commise una figura a mo' dei modelli di cui si servono i pittori e gli scultori, così vivo e preciso glielo descrisse, che dopo non poche mende, potè raffigurargli parlante la sembianza del Pelliccioni; nulla fu omesso perchè l'inganno paresse realtà, nè gli occhi di vetro, nè la pelle dipinta, nè i capelli naturali, ed i peli; il medesimo si dica per ogni altra parte dello abbigliamento; ordinò eziandio per quanto o temessero il suo sdegno, o stimassero la sua grazia gli procurassero un pugnale, ed anco questo egli potè avere, bensì spuntato, e senza taglio. A questa guisa venuto in possesso del simulacro e del coltello parve contento; quantunque durante il giorno si mostrasse torbido, tuttavia non ruppe in ismanie, e parve voler passare la notte tranquilla, perchè appena coricato prese sonno, ma non andò guari che un tremito fitto gli si mise per le membra, poi si agitò convulso dibattendosi co' nervi tesi, e sbadigliando forte da fendersi la bocca: di repente salta fuori dalle coltri, co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, in mano stringe il coltello, e traendo dolorosi guai si slancia sopra la immagine del Pelliccioni, l'acciuffa alla gola, l'atterra, e replicando l'usato costume con le ginocchia sul petto la pesta; col coltello la ferisce, co' morsi la straccia.

Allo improvviso fu visto, con paura dei famigli infinita rimanersi, con la mano armata di ferro in alto, immobili il capo, gli occhi, la bocca, tutta insomma la persona: gli furono attorno per levargli dalle mani il simulacro, e il pugnale, e riportarlo sul letto; e di ciò fu niente, imperciocchè provassero i suoi nervi rattratti più duri del ferro. Lo aveva percosso la trucissima delle infermità umane, la catalessia; non trovarono altro modo per istaccarlo di là che segare il modello sotto e sopra la mano manca con la quale ei lo teneva grancito, onde gli ebbe a rimanere un tronco di collo in mano; a quel modo aggranchiato lo misero su i materassi; dove, l'arte medica affaticandosi invano, dopo alcuni dì moriva d'inedia.

* * * * *

Questo è il fine della lamentevole storia di donna Violante d'Ayerba e del cavaliere Paolo Pelliccioni.

O voi, tra le mie care leggitrici, che non mi avete lasciato a mezzo del mio racconto doloroso,

e capriccio ed affanno, Non che compassïon avete inteso,

se a caso mai vi pigliasse vaghezza di chiedermi: _cui bonum_, qual costrutto ci è egli da cavare dal vostro libro, Messere? Io ve lo dirò, perchè voi lo sapete, io sono tutto vostro, e non iscrivo lettera, la quale (almanco secondo la estimativa mia) non deva ridondare in grandissimo vostro benefizio. Ora lasciando da parte le altre utilità richiamo il vostro giudizio principalmente sopra di tre.

In prima (mi astengo dallo adoperare _innanzi tratto_ perchè questo avverbio me lo ha consumato il signor Sella a Torino nella sua relazione su le finanze del Regno, e così Dio volesse ch'egli avesse logorato l'avverbio _innanzi tratto_ soltanto!) in prima dunque se questa mia storia valesse ad aggiungere un filo solo alla trama di odio che voi avete ordita contro le turpezze e le infamie della corte Romana, dove il prete si vanta cittadino del cielo per calpestare ogni affetto di famiglia e di patria sopra la terra, già sarebbe un bel guadagno, nè voi vorreste appuntarmi di avere sciupato inchiostro e tempo; ma vi ha di più.

Conciossiachè in secondo luogo qui si faccia manifesto come getti profonde le radici nel cuor del popolo amore, o sia che l'obietto di quello ne compaia degno, ovvero indegno. Il popolo certo preferisce palesare la passione, che lo scalda con atti laudabili di mano, o d'ingegno, ma non si tira indietro nè anco dai feroci. Guardimi Dio da commendare, anzi nè da scusare siffatti procedimenti; solo avverto, come nel cuore del popolo non trovi mai penuria di passione; ferro, e fuoco sempre, ora sta al fabbro buono o tristo cavarne un vomere per romperne la terra, od un coltello per romperne le viscere all'uomo. Ma nè Dio, nè uomo arriveranno mai a trarre cosa che valga da quei meschini, dai moderati, nel seno dei quali rovistando, i meno tristi arnesi che tu ci possa trovare sono un Abbaco, una Coda di volpe ed un Orecchio di coniglio.

In terzo luogo, e questo fie ciò che meglio importi a voi, io ho inteso avvertirvi, o fanciulle, che non vi lasciate inconsulto scapparvi di mano il vostro cuore: badate, ch'egli è maggiore tesoro, che voi per avventura non immaginate; in lui stanno riposti non pure la fama e la contentezza vostre, bensì ancora la dignità dei figli, la gloria della famiglia e la salute della patria; chè famiglia vera senza patria non ha luogo, nè viceversa. Buoni i consigli paterni, e buoni eziandio i materni, ma voi, non il padre nè la madre vostri, avete a vivere finchè vi basti la vita con l'uomo che sceglierete a marito. Però prima che la passione vi vinca, sottomettendo il talento al giudizio, cercate di qual lignaggio esca il garzone che incontrò grazia agli occhi vostri, e quali i suoi parenti, e poi del genio, della indole, degli studi e dei costumi di lui. Non ingannate e non vi lasciate ingannare, chè il matrimonio non dà campo a disdire la bestia in virtù dei vizi redibitori. Se avete qualche avvocato in casa... (-- chi è sì gramo adesso che non abbia almeno un paio di avvocati e di cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro in casa --) fatevi spiegare vizi redibitori che sieno. Strappate la benda allo Amore, lasciatela alla Fortuna, la fiamma accesa dalla fiaccola di Amore bendato, il più delle volte mirai mantenuta all'ultimo da quella delle Furie. Se pertanto gli esempi di questa lamentevole storia valessero a ritenere dal nabissarsi, o meglio a fare felice una sola di voi, care e buone fanciulle, non istimerei il mio libro dettato invano.

Solo vi prego a perdonarmi se qualche volta vi ho fatto paura; in ammenda del fallo vi prometto giocondarvi, come meglio potrò, un'altra volta.

Ecco, voi potete conoscere, come spiacente di torre commiato da voi, io mi vada gingillando; orsù animo! Addio fanciulle, amate i vostri innamorati, ed anco un po' il vostro scrittore, che talora vi si mostrava acerbo soltanto per rendervi degne della Libertà e della Patria.

NOTE.

[12] _Caso funesto della Violante Garlonia duchessa di Paliano._

In questi ultimi tempi, e non prima dello sdegno di Paolo IV, scoprì Marcello Capece l'ardentissimo amore che portava a Violante Garlonia, moglie del duca di Paliano. O questa passione cominciasse pur allora, o fosse passione antica, e non palesata se non quando la solitudine della Duchessa e la lontananza del marito diede, con la comodità di scoprirsi, maggior speranza di espugnare la sua costanza, certo è che ella, vinta finalmente dalla propria e dall'altrui fragilità, invitata dall'occasione, persuasa dai prieghi dell'amante, e irritata dai torti fattile dal Duca, che fino nel proprio letto non si era astenuto di condurre più volte le concubine, cadde in quell'errore, nel quale molte altre, e di maggior grido e di maggior titolo che ella non era, sono cadute, e forse cadono giornalmente. Ma le favorite dalla fortuna, involte nella varietà de' suoi accidenti, passano sconosciute, e l'altre miseramente abbandonate e tradite, restano esposte all'infamia e al castigo. Poco goderono questi amanti de' loro amori; perciocchè scoperti da Diana Brancaccia, dama favorita della Duchessa, furono colti insieme, e colti in atti molto prossimi al più vietato. Marcello, subito preso, si condusse nelle carceri di Soriano, dove allora era il Duca; e la Duchessa lasciata sotto strettissima custodia. Ebbe speranza e pensiero il Duca, o per coprire l'ignominia, per non essere astretto a por mano ad estremi rigori, far apparire esteriormente, che Marcello fosse stato ritenuto per altro; e preso pretesto d'alcuni rospi, che qualche mese prima fu osservato ch'egli comprava a gran prezzo, l'accusò ch'egli aveva tentato d'avvelenarlo. Ma troppo era il vero delitto pubblico; e se cosa alcuna mancava per confermarlo e divulgarlo maggiormente, fu la prigionia di lui, e la ritenzione della Duchessa, anco avanti la quale n'era il cardinale Caraffa stato avvertito dal cardinale Bellai, e si dolse col Duca che glie l'avesse celato sì lungo tempo. Risoluto dunque di lavar questa macchia (come pare a' grandi di poter fare) col sangue dell'adultero, chiamato il conte d'Alife fratello della Duchessa, e un Giovanni Auso Toraldo, essi tre esaminarono sopra il particolare dell'adultero Marcello, e gli costituirono a fronte la Brancaccia, e altre dame della madre del Duca. Negò nel principio costantemente; ma legato alla fune, confessò il delitto, e di esso puntualmente narrò tutte le circostanze, le quali non è necessario riferir qui. Udita il Duca la confessione di Marcello, disse: Scrivi tutto questo di tua propria mano. Ma, per lo timore della vicina morte, per esser la mano più allora offesa dalla fune, alla quale era stata legata, non potè scrivere, se non queste poche parole: Sì, ch'io sono traditore del mio Signore: sì, ch'io gli ho tolto l'onore. La qual scrittura il Duca avuta nelle mani, e lettala, si accostò a lui; e con tre colpi di pugnale il tolse di vita, e il cadavere fece gettare in una cloaca alla prigione contigua. Rappresentato il successo dal cardinale di Napoli al Papa, non disse altro, se non: e della Duchessa che si è fatto? Il che interpretarono alcuni, che avesse detto, quasi per soggiungere: Perchè non si toglie di vita essa ancora? Ma in questo il Duca andò differendo, perchè la Duchessa era gravida, con tutto che la madre e le sue donne l'assicurassero, che non poteva esser gravida di lui; computato il tempo che si era separato da lei, e gl'indicii del principio e del progresso della gravidanza. Ma morto il Papa, non sapendo il Duca che pensieri potesse avere il successore, accelerò la resoluzione, e l'esegui prima che i cardinali entrassero in conclave: tanto più che Silvio Giozzi, famigliare del Cardinale, gli scrisse ch'egli stava seco molto turbato per questa dilazione: e che se non si risolveva di levarsi prestamente quest'infamia d'attorno, protestava non voler più ingerirsi ne' suoi interessi, nè aiutarlo in conclave, nè col nuovo Papa. Aggiunse nuovo stimolo, l'essersi scoperto che la Duchessa, non ostante le continue guardie che le stavano attorno, fece sapere a Marc'Antonio Colonna, che se trovava modo di liberarla, ella gli avrebbe dato il marito nelle mani, o vivo o morto.

Risoluto dunque di non interporvi più indugio, mandò due giorni prima, cioè a' 28 d'agosto, il capitano Vico de' Nobili a Gallese, per assistere al fatto, acciò non seguisse novità alcuna: e ai 30 sopraggiunse don Leonardo di Cardine, parente del Duca, e don Ferrante Garlonio conte d'Aliffe, fratello della Duchessa, perchè l'uccidessero, come fecero il medesimo giorno. Annunciata alla Duchessa la mattina la morte, volle confessarsi e udir messa: poi accostandosele questi due, e conoscendo esser giunta l'ora, domandò: Evvi ordine del Duca perch'io mora? Gli rispose don Leonardo: Sì, signora. E la Duchessa soggiunse: Mostratemelo. Ed essendole mostrato, don Leonardo, senza dar luogo ad altre repliche, le strinse le mani, tra le quali teneva un Crocifisso, e il fratello la strangolò. _Storia della Guerra di Paolo IV_ di PIETRO NORES, p. 27.

[13] _Bardamentare_ significa mettere la barda, armatura di cuoio cotto, o di lamine di ferro o di rame con la quale coprivansi le groppe, il collo e il petto degli uomini di armi: però ai dì nostri non denota più cosa che costumi. Insellare, e imbrigliare dichiarano atti distinti, e manca un vocabolo che li comprenda collettivamente. Io mi valgo della parola _arnesare_, ma non la cavo dall'_harnacher_ francese derivato a sua posta dallo _haerness_ tedesco, bensì dal vivo parlare del popolo; e dallo _arnese_, che il Grassi con gli esempi del _Davila_ e del _Cinuzzi_ dimostra essere termine collettivo per significare tutto ciò che serve ad imbrigliare, insellare, bardamentare e guernire un cavallo così da tiro come da sella. Il medesimo Autore alla parola _arnesato_, con l'autorità di _Pace di Certaldo_, c'insegna com'ella denoti _guarnito di arnese_: quindi mi parve spediente accogliere il verbo _arnesare_. A mettere questa nota mi muove il pensiero, che non potendo io giovare alla mia Patria in nulla, almeno per me non si faccia strazio del suo bello idioma come senza verecondia costumano adesso alti e bassi furfanti, massime Giornalisti:

degni, che Circe li tenga in pastura.

[14] Trabanti, a _trabea_: soldati dalle larghe brache, un di guardia degl'imperatori di Allemagna soltanto, poi introdotti nelle altre Corti, in ispecie nella pontificia.

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

INDICE

CAPITOLO X. Il re Guercino _Pag._ 5 » XI. La Marchesa dopo pranzo, e la Marchesa innanzi pranzo » 71 » XII. La sorella Maria » 131

* * * * *

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (d'Alife/d'Aliffe, bugia/bugía e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.