Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)
Part 10
Intanto Tuda soccorreva la Maria con le dolci parole, che riboccavano da cuore appassionato davvero, e la veniva confortando con le carezze e coi baci; lei chiamava sorella e madre, lei unico rifugio che avesse nel mondo; e certo se lo affetto avesse virtù di sanare i malori, Maria sarebbe stata guarita in un attimo. Lungamente aspettato il cerusico venne, e comecchè trovasse la piaga invelenita, tuttavia non fu questa che lo mise in pensiero; egli si spaventò, a ragione, di una febbre acuta, la quale giudicò subito avere infiammato il sangue alla fanciulla così da lasciare ormai poca speranza di rimedio; ed in questa sfiducia si confermava udendo dove ed in quale stato si fosse rimasta la notte: forse adoperando subito partiti estremi avrebbe potuto salvarla, ma egli che semplice cerusico era si peritava; si fece a consultare la marchesa Clelia, e' fu mestieri aspettare; tornata a casa si mandò pel medico, e si perse altro tempo; quando il medico venne, il giorno volgeva a vespro: anch'egli ragguagliato per filo e per segno, sentito il polso, il cuore e le arterie delle tempia, speculato il volto rosso come fiamma, e fatte altre più ricerche, non seppe a qual santo votarsi: _tamen_ per onore della scienza e suo non bisognava mostrare essere corto a partiti; però ordinava al cerusico le cavasse sangue, non fosse altro, egli diceva, per _iscoprire marina_. Il sangue da prima stentò a spillare, poi prese a scorrere nero come lo inchiostro, e a mezza la operazione Maria declinato il capo cadde in deliquio; allora il medico fece cessare, ed ordinato, che le dessero quando risensava certi suoi elettuari, se ne andò promettendo avrebbe passato la inferma una notte tranquilla. Il salasso fece giusto lo effetto della poca acqua versata sopra la fiamma, la quale attutita appena divampa più veemente che mai, sicchè verso sera aggravandosi, come suole il morbo, si palesò il delirio. Vagellò la povera Maria quanto è lunga la notte, ora con maggiore, ora con minore impeto, e le visioni della sua fantasia furono sempre di mostri, che sorgono dall'acqua per divorare donzelle, o di demoni sbucati dalla terra per rapire anime: strano miscuglio di rimembranze dello Ariosto in cotesti tempi vulgatissimo in Italia, e di favole religiose; e a lei pareva toccassero sempre le parti di Ruggero, di Orlando, o dello Arcangiolo Michele; dai moti delle membra, dallo sguardo pugnace, dalla voce irrequieta a gridare minacce, assai chiaramente si veniva a conoscere, come le sembrasse combattere, ed in vero combatteva. -- Le sue parole queste: -- io la difendo contra tutti e sola; -- no -- vi ci romperete i denti e l'ugna.... mettetemi in pezzi, e ogni pezzo della mia carne diventerà un uomo armato a difenderla.... ahimè! Tuda mi sento rifinita.... Tuda salvati, che mi hanno piagato a morte! oh! oh! mi tengono le ginocchia sul petto, e la mano intorno al collo. -- E qui rantoli soffocati e sforzi ineffabili, come di colui, che messo di sotto si arrabatta a svincolarsi; e dopo molta agonía faceva sembianza di venirne a capo, sicchè con lena affannata e grondante sudore urlava: -- Tuda ritorna.... il nemico è vinto..... il diavolo morto mi sta sotto i piedi.... Ora sei sicura Tuda.... _alleluia! alleluia! osanna in excelsis_.
Tuda non si staccò mai dalla sponda del letto, e con qual cuore noi non sappiamo dire: tutta la sua anima stava riversata dentro i suoi occhi, ed i suoi occhi fissi senza pure battere palpebra nella faccia di Maria; i gridi e i moti di questa si riflettevano sopra la fronte di Tuda come baleni di luce sinistra. Intesa con tutte le potenze dell'anima e del corpo nella sorella inferma, se nel cavo della congiuntura si radunava umore, non cresceva in lacrima, o se coi labbri cominciava una preghiera finiva in bisbiglio confuso, imperciocchè le intenzioni di Tuda, per un istante svagate, si riappuntavano impetuose ed intense con tutta forza in Maria. Con vicenda strana ringorgando il sangue intorno al cuore di Tuda faceva sì che ella comparisse pallida come morta, mentre al contrario Maria tutta avvampata nel volto, con occhi micanti sembrava riboccare di vita.
Così passarono due giorni, al terzo il medico arricciò il naso, strinse le labbra, e senza pronunziare verbo, dato una giravolta su i talloni, se ne andò diritto alle stanze della marchesa Clelia, alla presenza della quale ammesso, espose la salute della Maria sfidata; vedesse farla acconciare alla meglio dell'anima, dacchè di conoscenza non desse segno, nè lo avrebbe forse dato, avendo il morbo preso possesso del cervello; ma non essere questo ciò che maggiormente importava; procurasse ad ogni modo staccare di là la clarissima signora Tuda, che gli dava pensiero grande avendo vegliato sempre la inferma, e miracolo di bontà e di gagliardia non essersi riposata nè manco un momento; era da temersi che per la vigilia, la fatica, il digiuno, ed anco per la passione dell'animo non venisse cotesta bella e florida salute a guastarsi: ridotta in condizione malescia non impossibile le si attaccasse il morbo della Maria, di sua natura appiccaticcio, e tanto a sgravio della sua coscienza. -- Il Medico non lo disse a sordo, onde la marchesa Clelia, senza frapporre tempo in mezzo, in due salti fu in camera alla Maria: quivi guardatala alquanto, e sembrandole pur troppo, che il medico si apponesse, dopo averla compassionata così a mezza bocca per non parere, si trasse la figliuola sur un lettuccio, dove avendola presa per ambo le mani, col più soave accento, che per lei si potesse, cominciò a dire:
-- Figliuola mia, la vita e la morte stanno in mano di Dio, e sarebbe ribellione espressa ai voleri divini non rassegnarci. Tu hai fatto verso la Maria il debito di cristiana; e per somma bontà tu hai largamente soddisfatto all'obbligo di riconoscenza; imperocchè io vo' che tu ti capaciti bene, che a lei ancora come nata sopra i nostri poderi, e figlia di gente che da secoli mangia del nostro pane, stringeva pressantissimo il dovere di mostrarci al bisogno fedeltà. Questo mettiti in mente, che il padrone ha pure diritto di aspettarsi dal vassallo e dal servo il sacrifizio dal quale non si tira indietro il cane. Noi le procureremo onorevole sepoltura.... ne appagheremo l'anima con ogni maniera divozioni, a sua madre daremo tutte le vesti e gli ori che tu le donasti: al padre qualche cento di scudi, e dugento se vuoi, quantunque a questo numero non credo che saliranno le lagrime piante dal villano per la sua figliuola: adesso vieni, figliuola mia, lasciamo la morente alla cura delle donne e di Dio; si è fatto quanto si poteva per salvarla, ora la carità vuole, che ti pigli studio della tua salute. --
La Tuda ascoltò queste parole come trasognata; dentro gli occhi le si andavano formando grosse lacrime, le quali rimanevano poi come contenute dalle palpebre socchiuse; le ansava forte il petto, onde ad ora ad ora l'era mestiere rompere in profondo singulto, la parola crucciosa non trovava la via di formarsi distinta, sicchè per le labbra in sussulto passava come vento. Era chiaro che aborriva da favellare, ed ella avrebbe di sicuro taciuto se la marchesa Clelia reputando assenso il silenzio, non le avesse fatto forza per cavarla di là. Allora Tuda si drizzò ritirando di una strappata le sue dalle mani della Marchesa; e senza guardarla, con occhi lacrimosi e tuttavia privi di pianto, con voce tremula, e non dimanco feroce, così rispose:
-- Signora; se Maria non era in questo punto, adesso moglie di scellerato ladrone a me non sarebbe rimasto altro che a vivere di vergogna, e a morire di dolore. Voi tirata dalla vanità, dalla superbia e dalla avarizia non aborriste sagrificare la mia vita per soddisfare le passioni dei vostri anni senili: ella ha sagrificato la sua florida giovanezza... l'amore dello sposo che la bontà sua le avria procurato di animo pari... la speranza dei figli, delizia suprema al cuore di donna -- tutto ella ha dato per salvarmi dalla infamia e dalla disperazione. Signora... ormai, eccetto lei, io non conosco altra madre, altro padre, altro fratello, altro sangue: finchè viva, io non mi staccherò dal suo letto; morta poi, io farò quello che Dio saprà inspirarmi. --
La Marchesa rimase ad un punto attonita e spaventata dalle parole atroci e più dal torbido sembiante della Tuda; pure fra l'ira e l'amore, vincendo amore conforme è consueto in cuore di madre, procurava con nuovi discorsi raumiliarla:
-- Ma chi ha detto che Maria ne morirà? L'ho detto io? Eh! che vuoi tu figliuola? Chi ama teme; ed io, che amo questa povera Maria quanto te, ho temuto troppo. Ella guarirà... oh! guarirà senza altro, prima per grazia della Beatissima Vergine nostra avvocata, e poi per la virtù del medico Gravelloni, il quale è un portento di scienza. Pocanzi, egli proprio, mi assicurò, non esservi pericolo per ora; sicchè guarirà e noi le assegneremo la dote che merita, e tu le ammannirai le donora: Telesforo, il figliuolo di Anselmo, mio _uomo nero_, farebbe al caso; bel giovanotto, religioso, il padre non rifinisce mai di lodarlo. Dunque, cara, vieni a riconfortarti con un po' di cibo e di riposo... vieni... lo devi a me che ti amo tanto... e coteste parole dure non le avresti a dire... vieni, diletta mia... non fosse altro per tornare fra qualche ora più vispa... più lesta che mai a custodire la nostra cara Maria. --
E pigliatala per una manica si provò trarla seco non senza adoperarci un po' di sforzo, il quale per essere dolce non cessava di essere sforzo; allora accadde in Tuda come una trasfigurazione, i suoi occhi ribevute le lacrime mandarono baleni, e dalle labbra enfiate proruppe la voce procellosa:
-- Nessuno mi tocchi; di qua non mi staccherete che morta... lasciatemi con la mia sorella... lasciatemi per Dio! -- e le mani si cacciò tra i capelli intanto che co' piedi forte batteva la terra.
Lorenzo Sterne nella occasione che il suo zio Tobia ebbe a profferire un giuramento pari, immagina che l'Angiolo dell'accusa lo portasse alla Cancelleria del paradiso e quivi vergognando lo depositasse, sicchè l'Angiolo computista nel registrarlo su i libri vi lasciasse cadere sopra una lacrima che lo cancellò per sempre; se questo avvenisse anco pel sacramento di Tuda non so, questo altro poi so benissimo, che non è rammentare il nome di Dio invano quando si chiama testimone dei generosi detti, o dei magnanimi fatti: imperciocchè per quanto arriva la mia povera intelligenza, giudico che a lui piaccia trovarcisi presente per confermare la creatura negli alti propositi, conoscendo, come ella dopo i primi pensieri i quali inspirati dal divino entusiasmo l'accostano al cielo, giù giù declinando finisca coll'adagiarsi sul fango.
Così Tuda fu libera. -- Quel giorno stesso, verso il tramontare del sole, lo intendimento di Maria pari al naufrago che per uno istante ricomparisce sul cumulo delle acque, affrancatosi dal delirio splendè negli ultimi suoi raggi: di fatti con occhi consapevoli contemplata Tuda, e vistala oltre ogni credere grama le accennò accostarsele al letto, e con voce languida le favellò:
-- Tuda, piglia animo e vivi. La Provvidenza ha ordinato, che di due fiori usciti da uno stelo medesimo, uno tocco dal verme appassisca, l'altro invece cresca rigoglioso così che alla vita propria sembra avere aggiunto la vita del compagno, e come dei fiori anco dei frutti, degli animali, e di tutto. Quanto ci accade ti confermi nella fede che Dio vuole tu viva. Vivi dunque, fortunata, alla tenerezza di sposa ed alla gloria di madre: solo ti prego a non ti scordare di me, che ti amai tanto... però il mio nome rammentato in mezzo alle gioie domestiche (non posso presagirti dolori) non fare che ci passi sopra come un'ombra... così non voglio, e me ne avrei a male; rammentatemi come persona presente, che vi vede, vi ascolta, e piglia parte alle feste di casa... perchè l'anima mia vivrà... e non mi sarà negato di starti appresso in ispirito... certo non sarà per mia colpa se io vie via non mi mescolerò con l'aria che respirerà il tuo petto, e con la luce che beveranno i tuoi occhi. Se non domando troppo, anco ti pregherei, che alla prima figliuola che uscirà dal tuo grembo tu le ponessi nome Maria... ma no che io non domando troppo, perchè messo da parte che gli è nome della tua buona sorella, Maria si chiama la benedetta donna che per grande onoranza salutano refrigerio dei cuori desolati, rifugio di tutti gli afflitti... e quando la bambina ti chiederà con vaghezza infantile: perchè mi hai chiamato Maria? E tu dille: perchè tale ebbe nome una sorella che più di vivere fu lieta assai... assai di morire per me... Tuda, mi prometti dirglielo? Assicurami che glielo dirai...
Tuda tra uno schianto di cuore ed un altro:
-- Oh! Oh! singhiozzava senza potere aggiungere parola. Alla morente parve cotesto suono affermativo, onde rischiarando di un tratto le tenebre della morte sospirò:
-- Adesso muoio contenta. --
E fu l'ultima parola, dacchè indi a poco il petto prese ad ansarle orribilmente profondo, e con frequenza, che andò di mano in mano diminuendo. Tuda seduta accanto al letto, poichè di reggersi in piedi non si sentiva più capace, ora con un ventaglio veniva a scacciare le mosche che, proterve ed impronte, camminavano traverso la fronte e su pei labbri di Maria, ed ora le asciugava il madore che incessante le gemeva da tutta la faccia; ed ora col cotone intinto nel moscato le umettava la bocca riarsa.
La distruzione proseguendo l'opera sua, ecco l'anelito si fa singulto, che a stento prorompe, e con miserabile angoscia dalla gola attenuata di Maria, gli occhi pigliano a mandare i lunghi getti di luce del lume che si spenge; allora una voce mite si fece sentire, che disse: -- Si scosti la creatura, Dio si avvicina. --
Tuda levò la faccia, e illuminata dai raggi del sole che tramontava, vide una testa di giovane sacerdote, quale per certo apparvero quelle degli Apostoli quando la fiammella dello spirito cadutaci sopra vi accese con la sapienza che non ha confino la carità e la fede. Come Dio avesse fatto piovere cotesto capo su le spalle di un prete, e a Roma, e' fu uno dei miracoli della sua onnipotenza, che noi dobbiamo studiarci di venerare, non già di comprendere. Dopo recitate le preghiere latine egli volse gli occhi dintorno e si tenne solo però, che agli assistenti venuto meno il cuore, si fossero appartati per piangere, e Tuda caduta su i ginocchi a piè del letto aveva nascosto il capo fra le coltri. Allora il giovane prete soggiunse:
-- Partiti in pace, anima cristiana; povera Maria, io ti ho veduto nascere e non doveva sopravviverti: un dì sperai esserti unito su questa terra, a Dio non piacque, ci troveremo uniti in paradiso: sia fatta la volontà di Dio. Ti assolvo dei tuoi peccati per debito del mio ministero, ma io ho fede che Dio aspetti l'anima tua per accrescerne la sua divina sostanza: partiti in pace anima cristiana, e impetraci che Dio alleggerisca il retaggio di colpa col quale tutti nasciamo e contro cui non basta la nostra poca virtù; anima benedetta, supplica il Signore che ne conceda tempi più copiosi di virtù, e meno pieni di tristizia...
Il braccio sinistro di Maria si rattrappa come pergamena esposta al soverchio ardore, e la mano si raggricchia per agguantarsi a qualche obietto, ma braccio e dita ad un tratto prosciolgonsi, la grossa lacrima raccolta nel cavo dell'occhio sinistro trabocca; con lungo respiro pare che ricerchi negl'intimi precordi ogni residuale spirito di vita, ed alitando poi la moribonda lo sospinge fuori.
In questo medesimo punto tramontava il sole; sicchè cessarono insieme l'ultimo raggio del sole nel cielo, e l'ultimo fiato di Maria sopra la terra.
-- È andata in pace, -- susurrò il prete, e chinatosi un poco, le chiuse le palpebre e la baciò in fronte; poscia piegando alquanto la persona gli venne fatto vedere Tuda, la quale, bianca ed impietrita, si accostava al letto; nè egli si vergognò, perchè la stessa Innocenza avrebbe potuto contemplare cotesto bacio senza farsi velo delle mani agli occhi: cotesti baci valgono una preghiera, anzi sono la estrema manifestazione dell'anima, dopo esaurita la preghiera; solo non potendone più, il prete accennava barellare; la Tuda gli porse le braccia ed egli vi si lasciò cadere, per modo che l'uno appoggiando il capo sopra la spalla dell'altro piansero. Supremo artefice di uguaglianza e di fraternità, il dolore!
* * * * *
Avendo la Tuda fatto sapere al marchese Silla sua ferma volontà essere, che la Maria nei sepolcri di casa si riponesse, la famiglia si accolse a consulta, dove la Marchesa contrastando al pio desiderio della figliuola, come quello che avrebbe partorito pessimo esempio, e non mai più inteso, ebbe a sentirsi a rispondere dal marito, che quanto a questo egli non ci vedeva ostacolo, imperciocchè la madre della signora Marchesa sua consorte l'avesse sgarata a far seppellire nelle tombe della famiglia il cocchiere di casa, da lei tenuto caro quanto il marito e i figliuoli e più. La Marchesa gli avventò una occhiata da basilisco, ma egli la ricevè con tale beata tranquillità, con siffatta ingenua mansuetudine, che la Marchesa anco per quella prova convinta, che il marchese Silla non si poteva riscattare dallo influsso del montone, per non fare peggio cessò dalla perfidia.
La Tuda sovvenuta dalle donne di casa lavò diligentemente il corpo di Maria, con preziosi odori lo profumò; i capelli come meglio potè con la opera del calamistro le compose in ricci minuti (però che la povera figliuola per nascondere meglio il suo sesso, senza un rammarico, anzi senza pure avvertire che fosse sacrifizio, si era tosata le lunghe chiome) e poi le mise addosso la vesta bianca trapunta di oro, con la quale ella doveva andare a nozze; le acconciò il velo, tra le mani le pose il crocifisso di oro; e poi fiori da per tutto, e dei più belli e rari che la stagione porgesse: avrebbe voluto trasportarla nella sua stanza, e sul proprio letto adagiarla: non lo potendo ottenere senza scomporre lo assettamento, mise sovrapposte sul solaio parecchie materasse, e ricopertele di tappeto di velluto vermiglio, quivi la depose. Quanti trovaronsi candelieri in casa tanti ne furono portati in cotesta stanza trasformata in cappella ardente. Agguardando sottile ogni minutezza, parve a Tuda che le federe dei guanciali scomparissero, onde chiese e volle le più belle che fossero in casa guarnite di trina che costava un occhio; per ultimo, allorchè le parve non ci fosse altro da aggiungere, nè da correggere, si assettò sul pavimento recitando preghiere. Era pietà vedere la morta giovane, e pure non dava minore stretta al cuore la vista della viva: veruno ardiva frastornarla, perchè si danno dolori che sono più paurosi a toccarsi dell'arca del Signore. Declinando il dì vennero i falegnami per la cassa, e Tuda scosso alcune volte il capo sorse, e dopo esaminata la cassa, la foderò di un lenzuolo; forte e animosa prese la morta sotto le ascelle, intanto che due donne la tennero pei piedi, e la deposero dentro la cassa, tolto uno dei guanciali con la ricca fodera, glielo sottopose al capo; ciò fatto le ripiegò sopra i lembi del lenzuolo che sopravanzavano dai lati; e qui Tuda fu vista balenare, ma stesa una mano al muro si resse; quando poi i falegnami, colto il destro, soprammisero il coperchio alla cassa, e presero a conficcarla con picchi aspri ed assordanti, girò sopra sè stessa come paleo, e prima che si potesse sovvenire percosse in terra. Appena però sentì mettersi le mani su la persona rinvenne, e da sè si rimise in piedi puntando il braccio tremulo sul pavimento:
-- Non è nulla.... è passato, aggiunse e si allestì per seguitare la bara nella Cappella di casa sua, fondata in certo monastero di Cappuccine ai giorni nostri soppresso. -- Quantunque i Conventi esercitino la empia virtù d'inaridire il cuore, tuttavia talune femmine ne possiedono in tanta copia da avanzarne a qualunque prova: e le altre vergognando di sentirsi il seno vuoto, quanto più possono celano questa miseria: per la quale cosa la Priora con tutto il capitolo volle assistere al funerale. Alla Tuda fu concesso facilmente di entrare nel coro, dove stette genuflessa finchè durò l'uffizio, il quale finito si mise dietro alle Cappuccine, e siccome su la soglia della porta del Convento la Priora mitemente le disse:
-- Figliuola, voi non siete delle nostre.
-- Anzi sono, la Tuda rispose, e con voi ho deliberato vivere e morire, se pure non mi tenete indegna di avermi per figliuola. --
A questo modo la Tuda entrò in Convento, nè valsero disperazioni, nè pianti a quinci removerla: non parola amara le sfuggiva mai dalle labbra, non suono concitato, mite sempre, e tranquilla: una volta, incalzandola troppo la madre, ella tremante per tutte le membra favellò:
-- Signora Marchesa, parmi avervi già detto come io mi consideri da lungo tempo orfana, epperò mancando io di padre e di madre sopra questa terra, non mi contrastate di pormi sotto il patrocinio del Padre di tutti, ch'è nel cielo. --
Colà come aveva statuito ella visse, e morì. A Roma la salutarono eroina, e nei sonetti che composero nella solennità della sua vestizione, la paragonarono a Sofonisba, ad Artemisia, e a non so quale altra, abborracciando cose da farne strabiliare i cani. La mia storia la lascia alla porta del Convento, e poi se mostrassi genio di volerci entrare mi caccerebbero via, ed a ragione, perchè nei Monasteri di donne si pratica la clausura: però credo, che ci traesse la vita in opere di pietà, ed irrimediabilmente mesta. Così ordinò la natura, e a cui non intende pare strano; i casi truci percotono assai più profondamente le anime liete, e tenere, che le lugubri, e le forti; in ogni dove comparisce il contrasto; e per ragione di forza, che io dirò dinamica e morale, le donne massimamente si mostrano vaghe di vedere feriti, spenti a ghiado, e supplizi, o udirne raccontare, od anco descriverli sia con lingua, sia con penna, mentre uomini truculentissimi si piacquero nelle immagini della vita pastorale da disgradarne il più gentile degli Arcadi. Robespierre educava tortorelle, e le metteva in dono alle fanciulle con lettere da vincere in tenerezza il sonetto della cara anima del Petrarca:
A piè dei colli ove la bella vesta,
con quello, che seguita.
* * * * *
Nè io porrò fine a questa storia se prima non vi abbia dato contezza del misero Marchese di Ayerba: costui da parecchio tempo sembrava caduto in demenza; susurra spesso parole senza costrutto; diventato infingardo la più parte del dì logora a letto; suo principale, o piuttosto unico studio quello di chiappare mosche a volo, e scapezzatele co' denti mirarle andar via senza testa. Quando la nuova del miserabile caso avvenuto alla Violante arrivò a Napoli, e ne rimase ragguagliato il popolo, i servi di casa Ayerba o perchè ne sentissero affanno, o piuttosto, come credo, per alleviare la noia, di frequente ne ragionavano fra loro. Adesso accadde, che alcuni di essi vigilando il Marchese, nè di lui prendendosi sospetto come quello, che riputavano affatto imbecille, cadessero a favellare della successa immanità. Se la sicurezza loro non era, e avessero posto mente al Marchese, si sarieno rimasti, imperciocchè udito ch'egli ebbe profferire il nome della sua figliuola si tramutò visibilmente in faccia, ed appuntò le orecchie per non perdere verbo. Raccolta la notizia dolorosa, la pazzia del Marchese, a guisa di fuoco sbraciato, di malinconica ridivenne furente, ignudo saltò fuori dal letto, ed, abbrancato un candeliere, ed agitandole come se fosse un coltello, fece le viste di precipitare giù dalle scale. Con urli salvatici gridava:
-- Dove sei traditore? Rendimi la mia figliuola... Violante... Oh! la mia figliuola... nessuno mi tenga... io vo' cavargli il cuore. --