Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2)
Part 1
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PAOLO PELLICCIONI
RACCONTO STORICO DI
F. D. GUERRAZZI.
VOLUME SECONDO.
Milano, Casa Editrice Italiana di M. Guigoni. Corso di Porta Nuova, N. 5. 1864.
Dritti di traduzione e riproduzione riservati.
NB. _Tutte le copie non munite della firma dell'editore verranno considerate come contraffatte._
Tip. Guigoni.
PAOLO PELLICCIONI.
CAPITOLO X.
Il re Guercino.
Paolo non si poteva volgere, e rivolgere fra tante rose, senza che da qualche pruno rimanesse punto; e sopratutto gli accese dentro (dove non so) un cotal senso di bruciore certa singolarissima fanciulla. Forse contribuì a mettergliela in grazia l'aspetto non pure diverso, ma contrario a quello di Violante: imperciocchè l'occhio nostro vagheggi alternare dal bianco al nero, donde avviene, che lo spirito tenendogli dietro si offra come lavorato a scacchi; e dacchè la Violante ornavano le chiome nere, ora piacquero a Paolo i capelli biondi di Tuda; pallida quella, questa candidissima e tinta in lieve vermiglio come pesca colorata appena dal sole; la spagnuola grave, la italiana leggera; l'una teneva gli occhi velati sotto le lunghe palpebre, l'altra dagli occhi tagliati a mandorla, e posti così in linea obliqua a mo' delle caprette, avventava facelle, anzi ad ora ad ora stringeva i nepitelli quasi per raccogliere quanto più potesse la virtù del fuoco, che di un tratto sbalestrava in giro su quanti le facevano intorno corona. Io non dirò, che passeggiando su pei prati ella non avrebbe curvato neanco i fiori, no certo, imperciocchè io creda che non piegato, ma tronco ella avrebbe i fiori e le piante se mai avveniva che ci caminasse sopra, pure moveva quei suoi brevi piedi presto presto, sicchè sembrava li tenesse sempre fermi, e i lembi delle vesti senza requie ventilati dietro scoppiettavano proprio nel modo, che i poeti antichi finsero dell'Iride quando si affrettava pei cieli a portare il messaggio degli Dei. -- Ma della cara creatura divino sopra modo il sorriso; io dirò troppo e male, ma dai suoi labbri scappava fuora un perpetuo nembo di amorini, come dai fiori prorompe l'effluvio odoroso. -- Farfalla tra le rose, e i giovani intorno a gara smanianti di agguantarla; ella poi, arte fosse o natura, nel fuggire non batteva lontano le ale, che così avrebbe tolto la speranza, bensì con vago errore, come appunto costuma la farfalla, da un cespo volava sopra un altro cespo, e lì posata pareva sfidasse i suoi persecutori.
Più veemente degli altri Paolo non le dava posa, e lui, come accade, più che gli altri fuggiva; forse era istinto; fatto sta, che quantunque gli oggetti e le sensazioni, così copiosamente mutabili, s'incalzassero nell'animo di lei, da parere più che altro un perpetuo _caleidoscopio_, -- quantunque tutto passasse per la sua mente serena come sommolo di brezza mattutina sul lago, che non turba, ma increspa le acque tanto, che brillantate dal sole, pare che esse rabbrividiscano di piacere, ella nondimanco ogni cosa avvertiva, di tutto pigliava nota, e al bisogno l'agile memoria glielo riponeva davanti lo spirito.
E più che degli altri ella si talentava farne strazio co' bottoni senza occhielli; un dì che ei le comparve dinanzi più azzimato del consueto con le calze di raso bianco squartate di velluto nero, e mantelletto pur nero foderato di seta bianca, ella ridendo gli disse, che le pareva il _babbo del Miserere_; il giorno dopo ei si vestì di velluto e seta colore di fuoco, nè gli toccò miglior ventura, perchè ella pronta lo proverbiava così: Cavaliere, voi mi parete l'emblema di Francesco I re di Francia, che faceva la Salamandra tra le fiamme col motto: -- ella arde sempre, e non abbrucia mai. -- L'uomo aitante che regge il feroce cavallo ha virtù da conquidere il cuore delle fanciulle, e nè anco questo valse a Paolo, però che Tuda consideratolo un pezzo mentre maneggiava un bucefalo romano[1] ruppe in questa puntura: -- non vi par nato proprio re dei butteri? -- Quando abbigliato da capitano le si mostrò improvviso per armi, e per oro smagliante, ella ridendo come pazza lo prese pel braccio, e: -- oh! bene, oh! stupendo, ella esclamò, se mai un dì mi sortiranno i cieli all'onore di esservi moglie, noi gireremo il mondo per farci vedere, e voi sarete il capitan Cardone, io Isabella: -- se lo sapeste potremmo provare il famoso duetto:
»De quien son estas tetiglias? »Del capitan Cardon: »Y la vida, y el corazon? »Del capitan Cardon[2].
Qui sebbene io non mi vanti come Zaccaria Verner per _grand maître d'amour_, tuttavolta mi permetto ammonire le donzelle, che quando si sono tolte ad uccellare per siffatta guisa un uomo, guardinsi bene di lasciarsi prendere, perchè alla meno trista l'amante proveranno cacciatore, che quello che piglia, o pela o spella, e poi mette ad arrostire dentro lo spiedo.
Se fosse amore la passione, che spingeva Paolo verso Tuda, per me non saprei, che chimico non fui mai, e non so se possa scomporsi amore: solo assicuro che questi dispetti arrovellandolo, vie più lo intabaccavano, come il poco vento accende, mentre il troppo spenge la fiamma. -- A questo amore della specie dei rabbiosi si aggiungeva la cupidità (per ordinario mi affermano che fanno ottima lega insieme), però che non pochi lasciti degl'illustri antenati per causa di maritare donzelle venissero a riunirsi in lei figliuola unica: onde con la ricchezza stabile, la quale mercè i suoi frutti mantiene la comodità e lo splendore delle famiglie, Paolo sperava gli si aprisse una via, in fondo alla quale non gli si mostrassero più corda, tanaglie e ruota; ingrata vista per tutti, anco pel Pelliccioni: di vero, il Cartouche diceva essere un brutto quarto d'ora quello che passava tra carnefice e condannato, e vado sicuro che tutti quelli che ebbero a provarlo non mi smentiranno.
Paolo non era presuntuoso per modo da non comprendere, che il primo ostacolo nello adempimento dei suoi disegni gli veniva da Tuda; ma poi l'era abbastanza da farsi sicuro di superarlo; e il suo specchio gli dava sempre ragione: nè in fin di conto la repugnanza della fanciulla poteva mettere in apprensione a cotesti tempi, che nelle famiglie ordinate col santo timore di Dio si usava dire: o saltare quella finestra o mangiare quella minestra; ovvero: maritarsi con cotesto uomo, o seppellirsi in convento: maggior pensiero davano i parenti della nobilissima casa Savelli, i quali si sarieno lasciati mettere in quattro pezzi, anzichè accettare per congiunto un uomo per lignaggio da meno di loro; e peggio poi, che non fosse al caso di sovvenirli di danaro, perchè tutti spiantati, ch'era un desío. Del padre di Tuda non si poteva far capitale alcuno perchè prodigo, e sebbene vecchio, nabissato negli amori volgari, e nei debiti: quanto al gioco, pareva binato con lui, però nè rispettabile nè rispettato; bene ostentava sopra la propria famiglia assoluta padronanza, e a sentirlo dire, i vecchi romani che avevano diritto di vendere i figliuoli sanguinolenti, e lo adoperavano, dirimpetto a lui non ci erano per nulla: perpetui gli ricorrevano sopra la bocca i vanti: -- il padrone sono io; e se non era io che ci metteva le mani non se ne sarebbe venuti mai a capo, e quando parlo io tutti hanno a chinare il capo, tutti, e abbiatelo per inteso. La sua consorte donna Clelia da prima gli dava su la voce, poi le bastò guardarlo aggrondata perchè ei si cacciasse la coda fra le gambe: ora non lo guardava nè manco, facendo dei suoi detti il conto medesimo del cigolío del vento che entrava pel buco della chiave nella stanza. Come se il caso ci si fosse messo a posta, su questo marchese Savello avevano balestrato il nome di Silla: e' par destino che quanto un dì fece piangere deva più tardi far ridere, per poi ricominciare il giro.
Donna Clelia universalmente celebravano arca di virtù: per me avrei voluto ammogliarmi piuttosto con la tramontana, che con lei, ma in vero ella era un impasto di buone e di ree qualità, con questa ragione, che le ree invecchiando diventarono pessime, e le buone si erano infortite. Amava la famiglia con tutti i nervi, ma più per superbia, che per altro, sopportando con acerbo animo la presente decadenza, e disposta a fare di ogni erba fascio per restaurarla nello antico splendore; aveva tentato prima la via del risparmio per rimetterla in fiore, e tale sperando, e via via assottigliando si era ridotta agli ultimi termini della miseria; accortasi poi, che mentr'ella badava al fuscello, il consorte Silla faceva falò del pagliaio, e che per avarizia veniva ad invilirsi la clarissima casa, mise tutto il suo cuore in certe liti, che agitava da dieci anni, e nel procurare nozze splendide ai figliuoli; il suo naturale rissoso crebbe d'ira, e con la usanza continua dei forensi imparò in certo modo a regolare la contesa, e mettere ordine alla tenzone: dopo la superbia, la cupidità, e la smania di contrastare veniva la divozione; ma se meriti questo nome il credere alle streghe, ai folletti, e non in Dio, anzi non sapere che si fosse, non rammentarlo nè manco, giudicatelo voi. Temeva il Papa, come si teme il diavolo, perchè ha potenza di fare il male; e si asteneva di rammentare ambedue proprio per sospetto gli comparissero davanti: presuntuosa, che Dio ve lo dica per me, sapeva ogni cosa, in tutto metteva il becco, era avvocata, medica, teologa, fattora in campagna, negoziatrice in città, nella conoscenza dell'arte araldica un portento; parlava copioso, e male, talora anco bene, eloquenza da legna verdi, dopo molto fumo un po' di fiamma: della sua curiosità non parlo, perchè la madre Eva trovando a possederne un grossissimo patrimonio, come donna imparziale, e perchè maggioraschi non costumavano allora, la lasciò _pro indiviso_ a tutte le sue figliuole. Ma come ella ha da parlare, così si paleserà da sè, senza ch'io perda il fiato a sostenere la parte di Cicerone delle figure di cera; però non posso tacere che la povera donna aveva un gran martello nel cuore dubitando di potere riuscire mai a calafatare la barca sdruscita della casa Savella, imperciocchè il marito cercava il male per medicina. Tuda certo era provveduta d'avanzo, ma quando le ragazze non portano un gancio nella destra, e un tizzo acceso nella mancina (il che significa che dalla casa onde escono per andare a marito esse razzolano quanto possono, e nella casa ov'entrano appiccano fuoco), il gancio nella diritta tengono sempre; e poi le sue nozze magnifiche, se pure le toccavano, non riuscivano di profitto alla casa; anzi all'opposto, scemandola dei legati dotali, le toglievano il credito, che sempre accompagna le famiglie in possesso di grandi sustanze, sia che le abbiano a rendere, ovvero a serbare. Circa a Marcantonio, anch'egli unico maschio, e colonna su cui si appoggiava tutta speranza e il gran nome Savelli, ci voleva un supremo sforzo di amore materno per isperare di cavarne costrutto; inane e sciapito come una zucca romana; egli era proprio nato sotto lo influsso della stella, che il Salvatore Rosa chiama _asinina_[3] e pare che a quei tempi remoti (e le male lingue perfidiano anco ai presenti) presiedesse alle nascite dei patrizi: checchè di ciò sia, se l'amore materno non le avesse posto un cuscino su gli occhi, donna Clelia con ben altra ragione che il Saccenti, avrebbe potuto volgere al suo gentile portato i versi famosi:
»O figlio grande e grosso, e bue davvero, »Che quindici anni fa ti misi al mondo.
Queste le pedine con le quali a Paolo toccava giocare la sua partita, e non erano belle; nè alcun se ne persuase meglio di lui; però si pose tosto l'animo in quiete, fermo in questo, che in casa Savelli, se non vi si entrava per via del Vaticano, altro verso non ci era; ma la chiamata del Papa si faceva attendere tanto ch'ei già si dava al disperato; che il Cardinale lo avesse posto nel dimenticatoio non si poteva supporre, imperciocchè egli si studiasse ogni dì comparirgli davanti e salutarlo, e l'altro gli sorridesse cortese come uomo che veda persona grata; che se egli si asteneva di rammentargli il fatto suo, ciò operava, non perchè si peritasse, bensì un poco per superbia, ed un poco per non iscapitare di reputazione. All'ultimo venne lo staffiere, gli recò il foglio, lo aperse palpitante, e quando lesse, che il dì successivo il cardinale Alessandro lo avrebbe presentato al Papa, stette per rompere in pazzie, come saltare al palco, abbracciare lo staffiere, baciarlo, empirgli le tasche di monete, ed altre cotali, e pure (tanto esercitava impero sopra di sè) si contenne, e donato da gentiluomo lo staffiere, con molto sussiego lo accommiatò.
* * * * *
Dall'ultima volta che lo vedemmo, si direbbe, che non si fosse mutato; sempre ei tenevasi nè seduto, nè ritto alla estrema sponda del tavolino, con le braccia aperte e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, con ambo i piedi tesi e puntati sul pavimento, il capo sempre chino, gli occhi sempre chiusi, senonchè il colore della carne appariva più acceso, nè per quanto sforzo ci adoperasse giungeva a padroneggiare il turbamento che lo agitava. Paolo pertanto, introdotto alla presenza del Papa, appena entrato piegò il ginocchio a terra, nè Sisto lo avvertiva; giunto al mezzo della sala da capo inchinavasi senza che se ne addasse il Pontefice; all'ultimo, prosternatosi ai piedi, e curvo giù con la faccia al pavimento, glieli baciò!....
Gli baciò i piedi! Così costumava, e costumasi anco adesso nella Corte di Roma; dicono ponesse questo uso Adriano I; che levò dai tempi e dalle regioni dove il governo si definisce così: un solo, che squarta e scoia, e gli altri che si lasciano scoiare e squartare; di su superbia più che da demonii, di giù bassezza superiore a quella dei lumbrichi. -- I Papi potranno a ragione chiamarsi rappresentanti dei Faraoni di Egitto, dei Cosroe di Persia, dei tiranni insomma di Babilonia, o di Ninive, di Cristo non già. Se Cristo tornasse al mondo starebbe lontano da Roma per tema lo crocifiggessero una seconda volta; difatti la prima, in croce ce lo inchiodarono i preti.
Nel sentirsi baciare i piedi Sisto si riscosse e aperti gli occhi accennò a Paolo si levasse; mentr'ei si raddrizzava, gli sguardi di costoro incontraronsi acerbi ed ostili; nè veruno pareva dal suo canto volesse essere primo ad abbassarli; ma Paolo considerando avere fatto prova di coraggio sufficiente, nè tornargli conto sfidare il Papa mentre andava a sollecitare grazia da lui, gli declinò, e Sisto si compiacque aver vinto; se Paolo avesse tenuto sempre gli occhi dimessi ei non ci avrebbe avvertito, e se avvertito, reputato Paolo pusillanime e dappoco; ora però gli pareva averlo superato nella lotta degli occhi, nella quale talora si fa prova di maggiore prestanza, che non in quella delle braccia; nè s'ingannò; l'errore cadde in questo altro, ch'egli credè Paolo lo facesse per tema, ed invece lo mosse subdolo ingegno.
-- Dunque, con voce aspra, e che pure s'ingegnava rendere blanda, siete voi quel desso, che si vanta sterminare dai nostri Stati i banditi?
-- Beatissimo Padre, io non ho detto questo, bensì questo altro, i banditi essere una sozza e rea piaga d'Italia, impresa degna al pari di ogni altra attendere con ogni sforzo a guarirla; il cittadino da bene dovere porre in ciò opera, e consiglio; gloriosissimo vincere la prova, e non manco glorioso perderci la vita....
-- San Grisostomo Boccadoro non potria favellare di meglio. Adesso esponeteci bene e succinto che volete da noi? Volete essere capitano dei Micheletti? Volete che vi sieno sottoposti i bargelli di campagna e di città?
-- Santità, sono cavaliere romano.
-- Ma il buon cittadino non deve porre in opera ogni suo consiglio, e ogni sforzo per sterminare questa razza di vipere? Voi lo diceste pur dianzi....
-- Ogni consiglio e ogni opera degna di cavaliere romano.
-- Ch'è questo? Non basta, non ha da bastare l'onore di servire lo Stato? Non parvi a bastanza nobile il grado? Noi che possiamo tutto, non potremo per avventura nobilitarlo?
-- Santità, sono cavaliere romano. --
Sisto, dubitando che coteste parole contenessero una puntura allo antico suo stato, aggrondò le sopracciglia in molto orribile maniera, e gli occhi suoi mandarono faville, ma Paolo che le aveva dette senza maligna intenzione non si accorse del turbine, onde il Papa fatta la prova e la riprova del granchio preso, cesse il sospetto, ripigliando con accento benevolo:
-- O sentiamo un po' di che vorreste voi essere creato capitano?
-- Dei cavalleggeri.
-- Ma di questi non è proprio ufficio perseguitare banditi.
-- E loro si conferisce.
-- Ma adesso lo tiene il signor Paolo Ghisliero nipote di Papa Pio V....
-- E gli si leva.
-- Voi siete spiccio, voi.
-- Furono tardi Cesare ed Alessandro.
-- Noi siamo ministri di un Dio di pace, e il paragone con questi eroi del paganesimo non corre.
-- E non pertanto costretti alla guerra per la difesa del proprio patrimonio, e chi aspetta la guerra spesso la fa male, e sempre alla sprovvista. Chi assalisce in tempo, ho inteso dire, da cui se ne intende, che alla più trista la impatta; e poi le arti della pace hanno forse men pregio di quelle della guerra? E vostra Santità emulò la magnificenza antica con le cuntazioni di Fabio, o con gli ardori di Marcello? Vorrei sapere un po' se Sisto regna da un secolo sopra la cattedra di San Pietro? --
O lode! chiunque sortì dalla natura orecchie, forza è che ti ceda; se il porfido sentisse, io penso che non si sarebbe perduta l'arte di lavorarlo; nè per mia opinione importa lo intelletto, o poco, dacchè anco gli enti che da noi si appellano irragionevoli si lascino pigliare dai suoni geniali: le stesse balene si sentono commovere dalle blandizie della musica, onde sollevano il capo fuori delle acque per intendere meglio; di che prevalendosi i pescatori le sfolgorano co' moschetti tra un occhio e l'altro e le ammazzano, ora io giudico i suoni partoriscano nelle bestie l'effetto della lode sopra gli uomini. Si conosceva espresso, che Sisto anco fisicamente si deliziava alla piaggeria di Paolo; vado convinto, che se fosse stato buio si sarebbe vista la pelle pontificia corruscare di getti fosforici come da quella dei gatti stropicciati sul groppone. -- Però Sisto non era terreno da piantarci vigna, e delibati appena alquanti sorsi di laude, all'improvviso interrogò:
-- Orsù adesso sentiamo con quali argomenti voi vi augurate fare opera buona contro i banditi.
-- Santità, io innanzi tratto supplico di non arrecarsi delle mie parole, e quando sonassero temerarie piaccia condonarle alla ignoranza.
-- Dite franco, che ove non entra malizia, quivi non può essere offesa.
-- Dunque se è lecito paragonare le cose grandissime con le piccole, anzi le sacre con le profane, io credo che quando possediamo fede salda, e proposito deliberato, la capacità venga col maestrato o con lo ufficio; però come sopra lo eletto papa scende lo Spirito Santo e lo spira a cose sempre divine, così sul preposto alla milizia scende dall'alto una forza, che gli schiara lo intelletto, e gl'ingagliardisce le mani.
-- Tutto questo io lodo come ottimamente pensato, ma se da questi in fuori non avete altri moccoli, voi ne andrete a letto al buio, e da me non isperate nè uno scudo, nè un uomo.
-- Vostra Santità mi darà uomini, e mi darà scudi.
-- Io? Alla prova.
-- Alla prova: ecco sono tornati a nabissare il patrimonio di San Pietro in un groppo Sacripante, Battistella, il Piccolomini, il Conte di Ascoli, il prete Guercino...[4]
-- Al corpo di Dio! urlò Sisto V trasformandosi in belva inferocita, pur troppo; finchè piaggiando la Spagna nimicava la Francia, tutti mi porgevano la mano a snidare questa infamia di banditi, onta dei governi, e gravezza dei popoli; adesso che, considerando io come se la Francia non viene in Italia a bilanciare la Spagna, di qui a tre anni anco lo Spirito Santo è forza che diventi a marcio dispetto spagnuolo, m'industrio tenermi bene edificato Enrico di Borbone, il quale, sebbene francese, e per giunta nato in Guascogna, mi pare marmo da scolpirci un re, ecco tutti mi danno addosso, i vecchi banditi mi aizzano contro, altri ne aggiungono, gli forniscono di armi e di danari: da ogni castello piovono vittovaglie nelle caverne, anzi le nobili donne con le gentilesche mani non aborrono apprestar loro manicaretti, e pasticci[5]. Che se questo fastidio mi capitasse per la parte del Re cattolico, e dei suoi vicerè, che Dio tutti sprofondi giù nello inferno, sarebbe ostico ma non insopportabile; ora poi quelli che mi fanno più guerra sono principi italiani, sangue latino, che, dopo avere dominato tutto il mondo, adesso mutare servitù reputano signoria. Sì, viva Dio, sì gl'italiani principi non hanno core che loro basti ad altro, che ad ammazzarsi per mutare padrone: asini, ai quali, quando invece di barili si sentono carichi di corbelli, e' sembra essere diventati Cesari, che salgono il Campidoglio.
-- Io chiedo umilmente perdono, ma mi sembra che i principi italiani si affrettino ad operare quello che dopo molte ambagi si troverà costretta a fare anco la Chiesa; il partito dei principi forse procurerà loro un amico, quello della Chiesa le frutterà certo due nemici. Per durare non bisognerebbe assottigliarsi il cerebro a fine di vivere fra la incudine e il martello, bensì rafforzare le mani e liberarsi da ambedue.
-- Ah! pur troppo, ma come posso io tanto, se uno sciagurato, un prete ardisce chiamarsi _Re della Campagna_, e mandarmi a sfidare fin nel Campidoglio? Ora non sono anni un perfido ladrone chiamato Venanzio Tombesi... avete mai sentito parlare del Tombesi?
-- Sì, Santità, al mio ritorno in patria qualche cosa ne ho sentito parlare.
-- Costui mi riferirono essere giovane, e manieroso; aggiungevano falso il nome, e senz'altro sotto quello nascondersi qualche lontano germoglio dei Metelli, e degli Scipioni, a cui par bello da padri eroi discendere banditi; procurammo che non crescesse la vipera, e Dio aiutando, vi riuscimmo; egli ci concesse la grazia di farci toccare con queste mani quel capo scellerato mozzo dal busto, che esponemmo a terrore del popolo.
-- Vostra Santità toccò proprio con le sue benedette mani il capo mozzo del bandito Tombesi?
-- Certo, e con la devozione stessa con la quale tocco le reliquie dei santi Pietro e Paolo; nè vi paia grave, imperciocchè i principi non possano provvedere alla prosperità dei popoli soggetti, senonchè in due modi: o procurando il bene, od estirpando il male; ora atteso le scarse facoltà nostre, e la molta malizia degli uomini, riesce, a noi che regniamo, più agevole torre via il male, che operare il bene.
-- E se non è temeraria la domanda, chi fu l'avventurato che portò a Vostra Santità la testa del Tombasi?
-- Tombesi non Tombasi; e' fu una perla di Bargello, giovane anch'egli, di buona famiglia, di buoni studi, e credo fosse stato in seminario; pieno di timore di Dio, e di noi. -- Il dabbene giovane si era preso lo impegno di portarci anco quella di prete Guercino, e invece.... invece questo scomunicato ... questo maledetto da Dio ci ha mandato la sua.
-- Di quale?