Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)

Part 9

Chapter 93,829 wordsPublic domain

Sederono uno a lato dell'altro sopra il medesimo cespuglio; l'ora, il tempo e la dolce stagione piovevano un'estasi da inebriare le anime più rudi; e i sensi con divina alternativa venivano commossi, e blanditi dallo acuto odore dei gelsomini, e dal lene mormorío della fontana vicina; da prima tacquero come sopraffatti da passione, che non può manifestarsi con parole; se tale stato non cessasse, gli amanti rimarrebbero assorti nelle spire dello amore come a parecchie farfalle avviene di trovare la morte dentro il calice dei fiori: sfocaronsi in sospiri, poi l'indice della destra di Paolo si attentò scivolare lieve lieve su la vesta della Violante, in seguito ci si sostenne, di corto gli fecero compagnia il medio, l'anulare, alfine tutte le dita, e tutte erravano in cerca della mano amata, la quale si ritirava come chi è vago di lasciarsi agguantare, sicchè dopo qualche momento di esitanza si può dire in coscienza, che fu proprio ella, che si fece incontro alla prigione; e stretta strinse meno dell'altra gagliarda, ma pure forte assai. Da una parte e dall'altra le parole furono molte, tre quarti delle quali prive affatto di senso, e un quarto con poco, perchè le donne che se ne intendono affermino a spada tratta come amore quando ragiona non sia più amore. Io mi dispenso da riportarle, sicuro, che quale si sente adesso in _istato amoroso_ o si sentì un giorno, le immaginerà da sè: e quale non si trova disposto ad amare farebbe le stimate strabiliando come le si possano mettere insieme tante cianciafruscole: siccome poi le offese che amore arreca si sanano dallo amore con la cura dello Hanemann, vo' dire co' simili, quantunque in dose _allopatica_, così dieci, venti, cento baci su la mano della Violante seppellirono l'onta, che ci fece il primo bacio. E a Dio fosse piaciuto, che le parole di Paolo altro non sonassero che amorose capestrerie, ma egli vi tramezzò un mondo di panzane capaci di mettere in sospetto ogni fanciulla di poca levatura, nonchè la Violante quanto altra mai sagace, nelle cose però che non toccavano la sua vanità; ed ella gravemente le udiva, e chiesta del suo parere, gravemente rispondeva, non le sembrando vero di pompeggiare la copia di erudizione teologica e forense di cui come di altre parecchie ella aveva fatto tesoro: in grazia pertanto dei suoi consigli era stato ormai stabilito che Paolo partisse per Roma, dove, messi in pratica i partiti escogitati dalla donna dei suoi pensieri, sarebbe indi a breve tornato glorioso e trionfante a Napoli a stringere il sacro nodo. A questo punto Paolo riputò convenevole, che almeno non disdicesse, sigillare il contratto con una marca di cui sì largo dispensiere è amore, però scorrendole su su per la vita col braccio destro flessibile come la foglia di acanto, osservato da Callimaco intorno alla cesta soprammessa al tumulo della vergine di Corinto, trasse a sè la Violante, e alla sprovvista la baciò su la bocca.

Il soperchio, come accade, ruppe il coperchio: si rizzò su la gentildonna pari a vipera pesta, e respigendolo duramente esclamò:

-- Cavaliere, voi dimenticate, che veruno... assolutamente veruno deve essere ardito di baciare la figliuola del marchese don Valente Ayerba d'Arragona, dal suo legittimo consorte in fuori.

-- Gran mercede vi domando, signora, ma non credeva in coscienza di commettere peccato mortale se dopo avervi baciato mille volte la mano io mi attentava di baciarvi anco in bocca. Avrei giurato che mano e bocca fossero parti del medesimo corpo; voi mi avete chiarito dello errore.

-- Troppo ci corre, signor Duca, tra l'una cosa e l'altra, dacchè il bacio su la mano denoti riverenza, mentre sopra la bocca significa dominio, e possesso della persona amata. --

-- Ma fin qui non divisammo i modi, onde io possa salutarvi ad un punto amante e sposa?

-- E quando vi diventerò sposa voi riunirete il dominio dell'anima, che già vi siete acquistato, al possesso del corpo, il quale per ora resta intero presso di me. Lasciatemi... che l'ora si fa tarda, qualche servo potrebbe levarsi per tempo ad accudire alle faccende domestiche.

-- Voi partite sdegnata, Violante?

-- E parvi, che io non abbia motivo di esserlo, quando miro passato ogni termine del rispetto dovuto da cavaliere a gentildonna...?

* * * * *

Traditore, tu sei morto!

Questo grido fu udito allo improvviso ferocemente urlato a poca distanza dai nostri innamorati, e subito dopo uno incioccare[14] di ferri, e una mano di persone assalite e assalitrici dalle porte sbatacchiate con violenza dentro il giardino del marchese.

Misericordia! Lasciatemi, che io ripari in casa... Incauta me! che feci mai?

-- Non vi movete, replicava Paolo, pure trattenendola con entrambe le mani -- voi potreste essere scoperta...

* * * * *

-- Sicario da trentadue al grano, impara meglio di colpire al cantone. To' piglia questa...

-- La è botta stantia; baratta quest'altra...

E così parando e ferendo levavano con lo schermire dei ferri, le imprecazioni, i vituperi, e le minaccie uno strepito da svegliare il paese dintorno un miglio. Dopo lunga battaglia, durante la quale, sembrò, che veruna delle parti arrivasse ad offendersi, s'intese un doloroso guaito, e subito dopo uno scherno feroce, che diceva:

-- Ah! cane da Dio, ti ha morso al fine il ferro?

-- Mi ha morso sì, e te ne pago in piombo.

Al lampo tiene dietro lo scoppio e allo scoppio un urlo supplicante Gesù e Maria, come chi ferito a morte si muoia.

* * * * *

La malarrivata gentildonna agitandosi convulsa nelle membra balbettò:

-- Non mi tenete... andatevene per amore di Dio...

-- Questo non farò mai, lasciarvi nel pericolo!

Pure ella barcollando trasse verso il palazzo, dove ora questa, ora quella delle sue tante finestre s'illuminava quasi Argo, che aprisse uno dopo l'altro i suoi cento occhi; a siffatta vista raunate tutte le sue virtù ella, smesso ogni sussiego, irruppe in corsa scomposta, ansiosa di arrivare prima che il padre, o i famigli fossero sul portone; le danno ale alle piante la paura e la superbia, pare che tocchi appena la terra, eccola a piè della gradinata, a due, a tre salisce gli scalini, -- ecco giunge alla porta, -- ecco ella è giunta.

È giunta, ma la imposta per ispinta di mano non cede. Caso o malizia, la porta fu chiusa... La Violante si sentì impietrire, e poco dopo con subita vicenda le caldane del sangue avvamparle il cervello; levò gli occhi e le parve, che i grifi sorreggenti l'arme gentilizia di casa sua si fossero trasformati in due Cherubini con la spada di fiamma nelle mani, e che brandendola minacciassero: per istrano gioco della fantasia uno di questi Cherubini le presentava sconvolta la faccia del padre suo, l'altra dell'ava, purissimo sangue spagnuolo, di cui il ritratto rigido gelava l'aria della sala, dove lo avevano appeso. Un mucchio di pensieri la trafissero a un tratto, ed uno più lacerante dell'altro; come spiegherebbe ella la sua presenza in cotesto luogo e in quell'ora? Perchè non si era coricata la notte? Perchè non deposte le vesti sfarzose del festino? Dove la superbia della marchesana d'Ayerba? Finti dunque i sensi severi, finto dunque lo zelo per la tutela dell'onore illibato? Lustre, ipocrisie tutte per aombrare i perduti costumi e le lussurie? Acerbo sentì frugarle addosso il giudizio delle genti, e lo scherno delle compagne che invidiando sopportavano molestamente la sua primazia! Quanto più sublime il grado al quale ella si era levata, tanto più ruinoso il tracollo; -- appena della sua reputazione si sarebbero trovati i minuzzoli. Non supplicò la terra, che si aprisse, ma se si fosse aperta l'avrebbe avuto a caro. -- E i morti nel giardino? Il cancello aperto? Le ferite, e il sangue? Chi avrebbe dissuaso le genti che la strage fosse per lei, e dalle sue libidini provocata? Chi altri eccetto lei aveva aperto il cancello? La sua ragione allo impeto di così fiere ondate rimase sommersa... già per di dentro alle porte udivansi gli schiamazzi dei famigli accorrenti, e già la stanghetta tratta ella sentiva stridere, o le pareva, quando ella fuori di sè, travolta dal terrore, avvilita strinse con moto disperato il polso di Paolo piuttostochè dicesse, mormorò: -- Fuggiamo! --

E non lo disse a sordo; imperciocchè appena le volò la parola dalle labbra Paolo la sollevasse nelle braccia, e quinci a precipizio la togliesse. Quando un poco di calma fu tornata in cotest'anima combattuta non aveva più luogo a rimedio; il dado era tratto, il Rubicone passato. Paolo la condusse a casa sua, senonchè ella sul punto di varcare la soglia riscotendosi domandò:

-- Dove mi menate voi, signor Duca?

-- Nella vostra casa e mia, signora consorte.

-- Tale non vi sono fin qui... Cavaliere, se quanto in questa funestissima notte mi è successo avvenne per colpa vostra, Dio vi rimeriti a misura delle opere; se caso, sia maledetta l'ora in cui non pure il decoro di nobile donna, bensì la modestia di donzella vereconda dimenticai. La soglia di casa vostra non passerò mai se prima non potrò dirvi legittimo marito.

-- Violante, se non siete anco mia sposa, voi non me lo potete appuntare a colpa; però ora e sempre siete e sarete padrona dei miei pensieri, dei miei voleri, dell'anima mia. Quanto piace a voi, a me piace: dove desiderate essere condotta?

Ella allora indicò la casa di certa femmina, che aveva usanza nel palazzo paterno, dove quasi ogni dì recava agrumi e frutti dalla prossima campagna, e l'era parso che le avesse posto un gran bene. Colà Paolo la condusse senza indugio, e quivi confortatala a nudrirsi, ella ricusò, scusandosi col dire: che non lo poteva fare; solo pregava quiete, e accommiatando Paolo gli raccomandava procurasse con tutti i nervi operare sì che, ottenute le necessarie dispense, potessero sollecitamente congiungersi in santo matrimonio; imperciocchè ella non avrebbe mai ardito presentarsi al marchese d'Ayerba suo signor padre per implorare perdono, se non fregiata dei titoli di sposa e di duchessa. Paolo rispose non dubitasse; premergli questa cura, quanto a lei; e se possibile fosse, anco di più, e diceva il vero.

* * * * *

I servi del Marchese desti dallo strepito delle voci e delle armi erano accorsi alla porta del palazzo, quivi aspettando il padrone, che ordinasse quanto si avessero a fare; ma il Marchese, sia che non giudicasse il caso di grande momento, o sia, che perdesse tempo ad azzimarsi per non comparire scomposto dinanzi alla famiglia, non veniva, onde il maggiordomo tolto il carico sopra di sè schiuse le imposte, e insieme con gli altri si dette a rivilicare pel giardino: splendea la luna in pieno: recavano i servi in copia torce e doppieri, con infinita diligenza ogni luogo cercarono, ogni cosa rimuginarono, ma non morti rinvennero nè feriti, anzi neppure traccia di sangue; il cancello del giardino chiuso, fuori per la via non pesto il terreno; non sapevano darsi pace, nè argomentando apporsi a cosa che sembrasse vera; taluno disse, che qualche sguaiato aveva forse mosso cotesto rumore per rompere il sonno dei vicini, e parve che la imbroccasse; però mandando la malora e il malanno a quei tristi tornarono a casa, dove trovarono a mezze scale il Marchese d'Ayerba in corsaletto con la spada ignuda nelle mani, a destra e a sinistra magnificamente illuminato da due famigli che reggevano torcie di cera bianca. Egli stette; udì il rapporto del maggiordomo con gravità pari, o poco diversa da quella con la quale Filippo II deve avere inteso la relazione della battaglia di San Quintino; poi pensato alquanto, con voce e modi imperatorii disse:

-- _Buena noche, hijos, volvemos a la cama_[15].

Però egli non tornò a giacersi, se prima, messa in un canto la spada, non salì alle stanze della sua signora figliuola; ed avendone trovati chiusi gli usciali raschiò lieve lieve lo sportello per tentare se la Violante dormisse, dacchè veruno gli rispondeva, come se tanto non gli bastasse prese con sottile voce a chiamarla traverso il foro della toppa; non udendo persona gli parve potersene stare sicuro, onde partendo di là esclamava:

-- Gioventù e innocenza legano l'asino a buona caviglia...

Con l'oro si aprono anco le porte del paradiso, così almeno scriveva nelle sue memorie Cristofano Colombo, cattolico, apostolico, romano a prova di bombarda; pensate se a Napoli, ed a cotesti tempi si vincessero le coscienze dei preti, epperò non badando a danaro Paolo ottenne in un baleno la dispensa delle tre denunzie in chiesa, mercè testimonianza dello stato libero degli sposi fatta da quei due fiori di galantuomo Ciriaco e Renzo, non meno che la facoltà di congiungerli nel santo matrimonio _delegata_ al parroco della Chiesa di Santo Antonio prossima alla casa dove aveva preso asilo la Violante.

Però, quantunque Paolo ci si sbracciasse dintorno, non potè mettere in assetto tutte le faccende prima del vespero; ito verso sera alla stanza di Violante la rinvenne fuor di misura trista, ma all'ansio domandare se le difficoltà degli sponsali fossero state spianate, sentendosi rispondere affermativamente, parve serenarsi alcun poco; nè per nulla volle cedere alle istanze, che affettuose le moveva Paolo, di differire la celebrazione degli sponsali il giorno successivo, punto trattenendola il pensiero, che per quella sera bisognava passarsi della messa del congiunto. Il parroco colto a soqquadro non sapeva che pesci pigliare, ma dagli accenti, dai modi, e più dalla insolenza reputandole persone qualificate, e dall'altra parte lette e rilette le carte, avendole rinvenute a modo e a verso, co' suoi bravi sigilli arcivescovili in regola si strinse nelle spalle, e giudicò, che gatta ci covava, onde si profferse parato. -- La cerimonia si compì senza accidenti; solo notarono, ch'entrati in chiesa gli sposi, un raggio rosso di fuoco passando orizzontale alla porta maggiore tinse per alcuni minuti in sangue il Cristo, il sacerdote e i capi dei coniugi, e quando sparve il lume delle lampade appese attorno l'altare, il vermiglio sanguigno mutò ad un tratto in pallore di morto; anco tra una parola e l'altra bisbigliata dal prete si udiva l'onda del prossimo torrente, che, rotta dai sassi, parea che piangesse; prima che i devoti raccolti in chiesa rispondessero _amen_ all'ultimo _oremus_ del parroco, una civetta traversando per le finestre mandò fuori tre volte l'odiato grido, quasi urlando: _sventura! sventura!_ Violante uscì barellando, col cuore chiuso, la testa intronata, e le fu forza per temperarne l'arsura appoggiare la fronte alla soglia della Chiesa; tolto alcun refrigerio dal fresco della pietra, se ne staccò mormorando:

-- Santissima vergine, abbiate misericordia di me!

E non ben ferma in piè subito dopo inciampando in uno dei cipressi, i quali piantati attorno alla Chiesa più che altro le davano sembianza di Camposanto, ebbe a traboccare: la sostenne sollecito Paolo, ed ella lo guardò fiso in volto, e poi con tutte le sue potenze dell'anima e del corpo, contrastando invano, ella a forza proruppe in iscoppio di pianto. Povera donna! La penitenza già superava il peccato.[16]

NOTE.

[14] _Incioccare_, _incioccamento_. Questa voce non è registrata, e vale strepito di arme percosse. Insieme a molte altre del pari non raccolte mirala nello stupendo volgarizzamento di _Dafni e Cloe_ per Annibale Caro, p. 67.

[15] Buona notte, figliuoli, torniamo a letto.

[16] Affinchè veruno dei lettori meno perito dei costumi dei tempi in cui io pongo questo racconto mi appunti di esagerazione pei colori, che adopero nel tratteggiare i miei personaggi, ricordo solo due fatti a chiarire quanta fosse l'albagia degli Spagnuoli.

Il marchese di Varambone, reggendo pel re di Spagna l'Artois, fu vinto e fatto prigioniero dal maresciallo di Byron; istando allora, perchè a norma delle leggi di guerra gli s'imponesse la taglia, per potersi riscattare lo tassarono a 30,000 scudi; udito ciò egli ruppe in querimonie infinite, protestando, che si sarebbe lasciato piuttosto morire prigione, che approvare così indegno apprezzamento di sè; il maresciallo di Byron, dopo avergli fatto umilissime scuse, lo pregò, che da per sè si mettesse il riscatto, ed egli ringraziando lo portò fino a 50,000 scudi. -- Ecco il secondo:

Certi campagnuoli lombardi essendo entrati nel palazzo di don Gabrio Serbelloni, governatore di Milano pel re di Spagna, videro un tratto comparire un uomo vestito di nero portante sopra un cuscino di velluto rosso trinato di oro un gran vaso di argento, intorno al quale camminavano quattro staffieri in abito di gala, con torce di cera bianca accese in mano. I campagnuoli immaginando, che per lo meno, fosse il Santissimo, si genuflessero devotamente cavandosi il cappello, ma se restassero trasecolati sel pensi il lettore quando seppero, che il vaso era pieno di minestra per l'eccelso don Gabrio Serbelloni governatore di Milano.

CAPITOLO VII.

È morta.

Il cameriere del marchese Valente d'Ayerba sta da parecchio tempo col capo in su, e gli occhi intenti al campanello, che gli annunzia la chiamata del suo signore; -- forse con pari anelito l'astronomo specola la costellazione subietto dei pertinaci suoi studi; ma il sonno del Marchese, scompigliato dal caso della notte, si prolunga al di là del consueto. Al fine lo squillo argentino ruppe i silenzi del palazzo, e il cameriere accorse in fretta, seco recando le solite cose, una guantiera stragrande ed un lume velato.

Appena aperto l'uscio della camera del marchese, don Diego, cameriere e maggiordomo, gli augurò il buon giorno con l'accompagnatura dei titoli dovuti al suo signore e padrone, e non gli fu risposto: gli domandò eziandio come avesse riposato, e come si sentisse dopo il disturbo avuto, ed anco a cotesto il Marchese si tacque: d'altronde il fante sembrava avvezzo a quei modi cortesi, imperciocchè senza punto scomporsi egli spiegò un tovagliolino damascato, e sopra vi mise la guantiera, e un ciotolone, ambi di argento; la ciotola piena di cioccolatte, delizia degli Spagnuoli ed anco degl'Italiani a cotesti tempi, nei quali se ne abusò in modo da generare corruzione del sangue, ed anco demenza, infermità, che affrettarono la morte di Carlo V, e del suo figliuolo Filippo II. Il Marchese non sorbì, ma bevve avidissimamente, e riposto il ciotolone sopra la guantiera si ributtò giù sbadigliando; il cameriere rimboccava il lenzuolo, rincalzava il letto, ed augurato il buon riposo se ne usciva in punta di piedi.

Passata un'altra ora, il campanello tornò a squillare, e il cameriere di botto cascato a canto al letto aiutò il Marchese a levarsi, a condurre a fine le mondizie squisitissime della persona, e ad acconciarsi delle vesti sfoggiate, che i gentiluomini, massime spagnuoli, usavano per grandigia a quei tempi: ciò fatto scese giù nel tinello dove chiese se la sua signora figliuola fosse anco comparsa, ed essendogli risposto negativamente, prese a favellare svogliato del caso della notte scorsa logorando molta ora in discorsi che di palo andavano in frasca, proprio per ammazzare la tetra noia. -- Facendosi tardi è dubbio se il suo cuore voglioso di vedere la figlia gli rammentasse l'asciolvere ritardato, o piuttosto lo stomaco per tanto tempo negletto gli richiamasse alla mente la figliuola, il certo è che adesso un cotal poco impazientito interrogava i famigli:

-- Che faccende ha tra mano la marchesa nostra figliuola, che stamattina non si vede ancora?

-- Eccellenza, il cameriere replicava, a noi non è concesso salire alle stanze della signora Marchesa senza chiamata di lei, od ordine di vostra Eccellenza....

-- Andate, Diego, ed avvisate la marchesa nostra figliuola, che aspettiamo i suoi comandi per mettere in tavola....

Dopo avere chinato il dorso ad arco, Diego lo raddrizzò per andare, senonchè in quel punto si scontrava in altro servo entrato con impeto nella stanza cozzando molto aspramente insieme, ed è verosimile, che si sarebbero per lo meno barattati un diluvio di vituperi, perchè se Diego era molto addentro la grazia del Marchese padre, Ciccillo credeva la Marchesa figliuola lo tenesse caro se non più, almeno quanto il pappagallo che le aveva mandato da Cuba il conte suo zio: ubbie di servi! Ciccillo portava una lettera in mano, e dopo avere riferito, che il messaggero insisteva si consegnasse subito come d'importanza suprema, e subito le si rispondesse, si ostinava a volerla egli medesimo porre nella destra del Marchese; ma l'altro si mise a contrastare, essendo questo ufficio suo, nè potersi a patto alcuno sofferire che dalle mani ignude di un servo trapassassero lettera o roba altra qualunque in quelle di un _idalgo_ spagnuolo; Ciccillo stava in procinto di rispondere per le rime, quando il Marchese troncò la lite ordinando a costui porgesse la lettera a Diego, e se ne andasse. Diego rimasto vittorioso, tolto un bacile di argento vi depose sopra la lettera e la presentò trionfante al Marchese. Questi con gravità la prese, la spiegò adagio, e si accinse a leggerla tenendola con ambe le mani levata davanti agli occhi.

-- Beata Vergine dei sette dolori, signor Marchese, si sente male? Casca per Dio! vuol ella che io la sorregga?

-- Mi reggo da me... -- balbutiva vacillando il fiero Marchese.

-- No, che non si regge... casca.... Aiuto! Soccorso!....

Il Marchese di Ayerba pure tanto ebbe impero sopra di sè da fare cenno col dito a Diego, che tacesse, e poi giù di fascio gli si abbandonò fra le braccia tramortito. Con molta fatica, perocchè egli fosse della persona membruto molto e pingue, don Diego lo strascinava sopra un seggiolone dove lo adagiò col capo pendente giù su le spalle e le mani lungo i braccioli: avrebbe voluto chiamare pel medico o almanco pel barbiere che gli aprisse la vena, ma il Marchese aveva ordinato il silenzio, e succedesse quello che voleva succedere, suo primo dovere era obbedire; però confortavalo a sperare, che mal di gocciola non avesse ad essere, la bocca a modo e a verso, comecchè le labbra apparissero tinte in colore di vinaccia, e il volto bianco come panno lavato; lo spruzzò con l'acqua fresca, non gli sovvenendo lì per lì altro rimedio, e non istette guari che il Marchese con un grossissimo sospiro ebbe ripreso i sensi.

Allora Diego lo richiese da capo come si sentisse, e quegli non rispose; se dovesse chiamar gente, e il Marchese negò, il quale di un tratto ponendosi la mano alla fronte parve volesse ricondurci qualche pensiero sfuggito, e gli riuscì, da che balenando negli occhi esclamava:

-- La lettera! Dov'è ita la lettera?

Diego vistala in terra mosse per raccoglierla, ma lo tenne il Marchese, il quale si provò a levarsi, senonchè mancandogli la lena, a malincuore ne lasciava la cura al cameriere; riavutala se la pose sotto il farsetto, e rimastosi alquanto sopra pensiero, al fine così favellò:

-- Diego, torniamo in camera, dove mi spoglierete questi abiti e mi vestirete di nero.

-- Come piace alla Eccellenza vostra.

Poichè tutto questo fu fatto senza che nè un motto nè un cenno si alternassero cotesti due, il Marchese ruppe il silenzio dicendo:

-- Diego, mala nuova vi annunzio, la mia signora figliuola marchesa Violante è morta.

-- Come morta? Non può essere..... non.....

-- Chetatevi.... Me lo ha scritto ella stessa.

Diego guardò il suo padrone trasecolato, ma egli, grave sempre e composto, soggiunse:

-- Andate, signor Diego, raccogliete la famiglia giù nella sala grande; ho da parlarle; recatevi dopo dal parroco di nostra Donna del Carmine, e ditegli che per cosa di somma importanza favorisca quanto prima potrà di venirmi a trovare...

-- Sarà servita, Eccellenza, e al messaggere che risposta ho a dare?

-- Qual messaggere?

-- Quegli che ha portato la lettera....

-- Ah! sì, la lettera, disse il Marchese; e recatesi ambo le mani alla fronte se la tenne alcun poco stretta, poi alquanto se la stropicciò; per ultimo soggiunse:

-- Dategli una archibugiata nel petto.

-- Sarà servita, Eccellenza.

* * * * *