Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)

Part 8

Chapter 83,577 wordsPublic domain

Qui mi valsi della parola _riportare_ nel senso di richiamarti a mente, o tornare a rappresentarti la idea di una cosa: nei Vocabolari non trovai attribuito simile significato a questa parola, bensì nella canzone su la Gatta di Francesco Coppetta gentiluomo perugino, assai valoroso poeta del secolo decimoquinto:

_«Se per casa giocondo al par di lei_ _«Qualche Gattino almeno mi restasse,_ _«Che me la_ riportasse _«Nello andar, nella voce, al volto, e ai panni_.

CAPITOLO SESTO.

Nuove contradizioni.

Non gli sovvenendo partito migliore, Paolo alla stracca continuava i colloquii notturni con la Violante, la quale ogni sera se ne pentiva, ogni sera prometteva di non peccar mai più, ed ogni sera spasimava rinnovare il dolce peccato: anzi, quanto più Paolo si uggisce, ella si accalora, e sovente lo rimorchia co' motti pel suo tardo comparire, e per le sollecite partenze, ed egli o non si scusa, o se ne scusa appena, onde la donna chiama come per soccorso la consueta superbia, ma questa male risponde, e ad ogni istante più pigra; così il piagato a morte, pel sangue che suo malgrado gli sfugge, sente di momento in momento farglisi grave il braccio. Voi fanciulle, che leggete, state in cervello che, come vedete, appena nato si fa gigante Amore.

Per la festa di San Valente, secondo il costume della casa nobilissima Ayerba di Arragona, si celebrò messa solenne nella cappella del palazzo, e s'imbandirono mense; tenne dietro il festino dove alternaronsi balli, colloquii e preziosi rinfreschi. La Violante, comecchè presuntuosissima essendo, si reputasse nella danza uguale a Tersicore, o giù di lì, pure capiva, che in fatto di dottrina poi e di facondia:

Potea dar trenta, e la caccia sul piede:

quindi con l'arte arguta, in cui le donne valgono la mano di Dio, raccolse intorno al luogo dove sedeva il padre suo le dame, i cavalieri e i magistrati più illustri, i quali di breve presero a favellare sopra argomenti a quei tempi delizia delle Corti, ed oggi capaci di far dormire ritti qualunque gli ascoltasse. Dopo avere parlato degli uffici del perfetto gentiluomo, e degli altri troppo più meritorii della gentildonna, non so nemmeno io come di punto in bianco venissero in ballo i due Bruti, Giunio e Marco; e la quistione cadde intorno al giudizio, che si aveva a profferire sul primo quando ammazzò i figliuoli, e sul secondo quando partecipava alla strage del padre. -- Il marchese Valente sentenziava:

-- Io aprirò schietto l'animo mio; quantunque comprenda ottimamente come ciò non possa accadere senza mettere a repentaglio la mia reputazione: ora il mio intelletto arriva a capire, che uomini senza religione, che tali furono i gentili tutti perchè non battezzati, possano levare a cielo Giunio Bruto per avere messo a morte i figliuoli, ma non so darmi pace, che lo levino a cielo scrittori cattolici, sudditi di S. M.; e per di più gentiluomini.

-- Anzi, notava Don Emanuele della Scalera presidente della regia camera della Summaria, nè anco Plutarco, a mio parere, va immune da biasimo, imperciocchè egli vivesse ai tempi dello imperatore Domiziano, e siccome bisogna distinguere tra i gentili prima la venuta di Gesù Cristo redentore, e i gentili che vennero dopo, così per questi non vi ha salute, non potendo allegare ignoranza. Il sole era già comparso, e se tennero ostinati gli occhi chiusi alla luce, peggio per loro.

-- Certo, soggiunse il marchese Valente, verranno tempi in cui la gente rimarrà sbigottita a considerare come ai giorni nostri così durasse pervertito il giudizio, che Giunio Bruto si tenesse in conto di eroe, i figliuoli di colpevoli, mentre è chiaro che costui si fece ribelle, ed i figliuoli da perfetti gentiluomini serbassero fede al legittimo loro sovrano.

-- Con inestimabile tenerezza io lessi già in Plinio, osservò Don Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia, e non senza commozione rammento, che il giorno della morte del re Pirro i capi delle vittime furono visti leccare il proprio sangue su le bipenni, che gli avevano recisi in testimonianza dell'ossequio dovuto alla regia autorità.

-- Già, riprese il vice-cancelliere del Collegio dei Dottori Alfonso Crivella, questo si legge nel medesimo libro, dove Plinio ci fa sapere, che le leggi delle dodici Tavole vietavano alle donne di radersi la barba.

-- Riesce doloroso a pensare, così metteva il becco in molle la Violante, che i bovi e i montoni sentano maggiore rispetto alla autorità regia degli uomini. Quando prima andrò a Roma io intendo commettere la incisione del capo della vittima lambente la scure che gliel'ha reciso, sulla corniola, e vo' portarla sempre in dito per ricordo del rispetto che ogni leale gentiluomo ha da professare verso il suo signore e padrone.

-- Nobiltà obbliga, favellò il Cespedes, però non si deve razionalmente mettere in dubbio, che ella non sappia compire il suo debito, senza esempio o conforti; lodo nondimanco il pensiero, avvertendo, però, per tutti noi, massime per voi signora, essere le precauzioni inutili.

-- Magari, che come per voi fosse per altri, continuò la Violante; ma io mi ricordo la sentenza di Sua Maestà Ferdinando il cattolico, il quale sovente andava ammonendo come, per giudicare del vino, non bastasse informarci donde veniva, bensì sapere eziandio se nello sciaguattare avesse dato la volta. Guardimi Dio di turbare la pace delle ossa del signor Contestabile di Borbone che adesso riposano in Gaeta, ma s'ei camminasse sempre diritto nella via della perfetta nobiltà vel dica il buon marchese di Villena, il quale, dopochè lo ebbe albergato per obbedienza allo imperatore Carlo V di gloriosa memoria, appiccò il fuoco al palazzo. Difatti la stanza di un ribelle al suo Re non poteva più accogliere un idalgo spagnuolo. Concludiamo dunque: Giunio Bruto si deve bandire ribelle e parricida, all'opposto se i figliuoli avessero ammazzato lui, gli saluteremmo oggi eroi della lealtà, e come santi li venereremmo sopra gli altari.

-- Mia signora figliuola, _est modus in rebus_, voi mi parete un zinzino abbrivata.

-- Guai ai tepidi, che trovano troppo l'ossequio per l'autorità! Esclamava il regio cappellano Cespedes levando il dito, e poi ripigliava: giovami fare avvertire in questo punto, che i capi delle vittime, bovi fossero o vitelle, leccando il sangue sopra la bipenne sacerdotale attestassero piuttosto devozione al sacerdozio, che alla monarchia, però concedo, che subito dopo Dio viene il re.

-- Ma la chiave della volta, prosegue la Violante, sta nel conservare illibata la chiarezza del sangue; dalla quale cosa come retta sequela ne deriva quest'altra, che dove restasse bene dimostrato, che Giulio Cesare contaminasse i natali di Marco Bruto in grazia dello illecito commercio con la madre di lui, bene e dirittamente questi avrebbe vendicato l'oltraggio fatto al sangue trafiggendogli il cuore....

-- _Est modus in rebus_, signora figliuola, interruppe spaventato il marchese di Ayerba.

-- _Sano modo; sano modo_; non potè astenersi di replicare a precipizio il cappellano regio Don Giovanni Cespedes.

-- No, illustrissimo signor padre, no, reverendo Don Giovanni, l'altra invasata continuava, non bisogna pigliare il male per medicina; fuoco e ferro ci vogliono contro le ree passioni, e i turpi fatti del secolo, ed anco non bastano; se san Domenico, se fra Gaspero Juglar, e il canonico Pedro Arbues di Epila non erano, a quest'ora i nobili reami di Castiglia e di Arragona rimarrebbero deturpati da giudei, da saraceni e da marrani.

-- Per me, anco a costo di offendere la modestia della nobilissima signora Violante, saltò su a dire il vecchio principe della Riccia, il quale mirava gratificarsi la ricca erede per farla sposa del suo primogenito conte di Montoro, dichiaro espresso, che, quando ella parla, mi sembra proprio di leggere un capitolo dell'Apocalisse.

Il Cespedes, cui parve soverchia la dose, si affrettò di riprendere: -- lasciamo l'ispirato evangelista di Patmo, ma egli è certo, che le sentenze della signora Violante valgono tanto oro di coppella. --

Udito ciò, immaginate voi, se la prosunzione della donna ruppe gli argini, onde proseguiva a sfringuellare.

-- Dopo il re hassi a reverire la nobiltà, e procurare di conservarla diligentemente inalterata; queste le colonne su le quali tutto l'UMANO consorzio si appoggia; le macchie fatte alla nobiltà sono di quelle che tutte le acque dell'oceano non lavano. Per mio avviso, come il corpo del poeta fiorentino Dante Alighieri fu condannato al fuoco, meriterebbe essere arso il suo libro se non lo salvasse la estimazione nella quale teneva la nobiltà, e lo abbominio lodevolissimo di vederla alterata; di fatto egli da pari suo ammonisce così:

Sempre la confusion delle persone Principio fu del mal della cittade Siccome il cibo al corpo a cui si appone.

Dio ha creato i nobili, ed ha creato i plebei, ora è chiaro come confonderli insieme sia contradire alla natura, anzi peggio, un rinnegare Dio.

-- E non fa punto impressione a vostra signoria, interrogò con sottile sogghigno il vicecancelliere Crivella, che Gesù Cristo nostro Redentore, potendo scegliersi a padre il più glorioso uomo della terra, si pigliasse un falegname?

-- Possibile mai, rimbeccava la Violante, che una cima di letterato come don Alfonso abbia messo nel dimenticatoio, che Maria madre di Gesù scendeva in linea diritta dal re David, e per padre egli avesse nientemeno che lo Spirito Santo?... Vorrei un po', che mi si dicesse dallo illustrissimo signor Don Alfonso, se può darsi nobiltà più sublime di questa.

-- Disgraziato me! Il cervello davvero mi viaggiava pel paese dei Digesti, riprese beffardo il vicecancelliere.

-- E poi chi sa che in Giudea a cotesti tempi, falegname non fosse titolo di nobiltà....

-- Veramente questo....

-- Voglio dire al modo ordinato in Tartaria da Tamerlano, che volle le grandi dignità della Corte portassero sul berrettone le insegne delle arti esercitate dai loro antenati, onde chi mostrava un mestolo, chi una vanga, tal altro un martello, ovvero una cazzuola.

-- Tuttavolta, insisteva il perfidioso Crivella, rimarrebbe fermo che qualcheduno dei suoi maggiori fosse artigiano.

-- Qualcheduno di sicuro, osservò il marchese Valente: Messere Domineddio dichiarò espresso a nostro padre Adamo: tu _lavorerai_ e ad Eva nostra madre....

-- Certo le sacre carte non possono mentire, interruppe Violante, e nondimanco, se io avessi a giudicarne, opinerei, che la condanna del Signore contro Adamo rassomigliasse a quella, che il re talora pronunzia contro un gentiluomo, la quale non si conduce mica all'atto, bensì pago della mortificazione o gliela muta in altra non obbrobriosa, o gli fa grazia intera. Forse anco, chi sa? può avergli concesso dopo un po' di tempo di condurre a opera gli angioli. --

Le strampalate e le sublimi cose questo possiedono comune fra loro, che entrambe percotendo altamente il pensiero, ne sospendono per un attimo la facoltà per irrompere poi a irridere senza fine le prime, e levare a cielo le seconde; così appunto avvenne alla donna nostra, la quale, fingendosi che l'ammirazione avesse costretto al silenzio la lode, quinci si ritrasse radiante come sazia di palme, e passando dinanzi a Paolo che se ne stava torbido in disparte, gli vibrò uno sguardo da abbarbagliarlo, senonchè egli si stette sempre aggrondato, ed ella così di sbieco lo interrogò:

-- Perchè sì mesto il signor Duca stasera?

Paolo, scotendo il capo come chi volesse gittare lontano un pensiero molesto, rispose:

-- Mia signora, se avete comandi a darmi io parto domani per Roma....

Se ci fosse il prisma per iscomporre gli affetti compresi nelle parole come ce ne ha uno per distinguere i colori nella luce, non sette, ma settanta ci sarebbe occorso di notare passioni in ciò che proruppe fuori dalle labbra della Violante; dava la pinta il sospetto, avvampava l'ira, l'amore alternavasi, e la gelosia, con supremo sforzo contendeva la superbia, ma la piena ruppe, ed ella non potè trattenersi da dire:

-- Sarebbe fellonia di cavaliere villano, nè voi la commetterete; tra un'ora vi attendo. --

Paolo di corto prese commiato, e quantunque omai vivesse privo di speranza di arrivare al fine dei suoi disegni sopra la Violante, tuttavia avendo di lunga mano ammanito ogni suo arnese, in breve l'ebbe rimesso in punto. Non prevenne l'ora per non parere premuroso, nè si fece attendere per non mostrare dispregio; arrivò preciso, e tocche appena le corde della chitarra, la imposta della finestra prese a stridere su i cardini. La luna nella sua pienezza schiariva tutto il palazzo del marchese Ayerba, e parte della strada; l'altro lato stava sepolto nelle tenebre; però colà dove raggiava la luna un amante avrebbe potuto leggere la lettera della sua innamorata per quanto lunga ella fosse, e il carattere fitto; tutto altro però, fuorchè lo amante, avrebbe insaccato la lettera per leggersela a grande agio a casa.

Illuminata dalla luce della luna compariva intera la maestosa persona della Violante, la quale, o per disegno, o impedita dal turbamento, venne vestita delle vesti sfarzose onde fu ammirata dagli uomini, ed invidiata dalle donne al festino; appena ella scorse Paolo, con voce tremula gli favellò:

-- Signor Duca... Paolo... a sorte vi avrebbe tocco qualche sventura domestica? Per caso la madre, od altro caro vostro si trova in pericolo? ditemelo... non me lo celate... voi sapete come e quanto dei vostri dolori io mi appassioni. --

E queste furono le parole più tenere che le volarono dai labbri dopo che la sua fortuna le aveva messo davanti il cavaliere; il quale tra iroso e querulo rispose:

-- Sì certo, la sventura mi ha colto, e la maggiore che io sapessi immaginare, o che io valga a patire; sventura a cui non mi aspettava, ed anco attesa non mi sarebbe bastato l'animo di resistere. Pazienza! nacqui infelice.... e contro i decreti della Provvidenza non vi ha riparo....

-- Paolo, per quanto amore portate a Dio, non mi tenete sì a lungo su la ruota.... parlate.

-- Ed ella vuole che parli come se non la sapesse, come se da lei non si partisse! Qual posso sentire sventura io, che non muova da voi?

-- Io! Chiaritemi questo dubbio angoscioso... ma perchè vi partite Paolo? Paolo dove andate?...

Paolo di botto si era staccato dalla finestra e con frettolosi passi ridottosi nell'ombra dall'opposto lato della via, dove si rannicchiò nel vano di un portone, e di corto si fece palese la causa ond'ei si mosse, imperciocchè un cittadino venne a passare in cotesta tarda ora di notte, sia che s'incamminasse a casa, sia che ne uscisse; appena passato, Paolo tornò alla posta, dove la Violante più smaniosa di prima proseguiva:

-- Orsù via, Duca.... mio caro Paolo, apritemi senza ambage l'animo vostro....

-- Ahimè! donna per me cara e funesta, poichè mi sforzate a dire, io vi confesserò come per mille prove mi sia fatto manifesto, che voi non mi amate....

-- O santa Teresa benedetta! non vi amo io?

-- No.... no... ve lo dico con le lagrime agli occhi, soggiunse Paolo piagnucolando -- ma pur troppo la mia rea fortuna vuole così.

-- Come mai, Duca, potete sospettare questo? Non vi ho preferito io a tutti gli altri miei pretendenti? Non mostrai la mia parzialità per voi in guisa, che ne corrono le novelle, ed oggimai sono usi a considerarci come promessi per fede? Le mille volte non vi accertai, e torno ad assicurarvi adesso, che tosto voi sarete in grado di chiedermi al mio signor padre, voi non avrete presso di lui migliore avvocato di me? Qui consentii a ricevervi.... qui vi parlai.... e vi parlo.... o che volete di più da me?

-- Questo gli è quanto basta, e ce ne avanza per procurarsi un marito, non già per appagare un cuore amante quale si professa il mio. L'amore traverso questa inferrata mi si presenta come uccello infermo dentro la gabbia; infermo sì, che s'ei si sentisse gagliardo, si avventerebbe contro gli odiati ferri a rischio di rompercisi l'ale; ora so bene, che taluno amore, a mo' della rondine, al mutare della stagione rivolge altrove il volo, ma egli è uccello pellegrino, mentre l'usignolo innamorato della rosa non muta stanza e pure non sa cantare che a cielo aperto, e dondolando su la verde frasca.... Ora qual pegno mi deste voi, Violante, di credere al fervido e rispettoso amor mio? Appena un bacio a malincuore sofferto sopra la mano prigioniera? Quando confondemmo insieme i nostri sospiri? Come io commisi in voi, cuore del cuore mio, i secreti palpiti dell'anima, e come a me voi commetteste i vostri? Noi sembriamo piuttosto legati dalla catena del Corsaro che da vincolo di spontaneo affetto a istanza nostra tessuto dalle mani di Amore....

Qui da capo s'interrompe Paolo, e guadagna sollecitamente l'ombra, udendo il passo di persone, che movono a cotesta volta: come di fatto avvenne.

-- Uditemi Paolo, riprese la Violante quando il Pelliccioni, tornata deserta la strada, si riaccostò alla finestra; voi avete a diventarmi marito; ora io so che quanto la donna dona all'amante, ella sottrae a quella dote di decoro, che per lei si deve portare intatta al consorte. Non vi dolga la Violante fanciulla severa per averla a sperimentare poi moglie incontaminata.

-- Mia dolce signora, a voi sembra ragionare dirittamente, mentre per mio giudizio persona si attenterebbe ingiuriarvi peggio, che voi non facciate, perchè viva Dio! e' sembra, che voi non abbiate fede nella vostra virtù; di vero o che virtù sono elleno queste che per difendersi hanno mestieri di porte, o di inferriate? Virtù paurose, Violante mia, virtù codarde, virtù che si confessano impotenti a resistere dove non sieno riparate. Quando stava a studio, udii da certo mio maestro raccontare come gli Spartani, a verun patto consentissero munirsi di muraglia, giudicando il petto ignudo il migliore dei ripari a cui basta l'anima, e però furono tra tutti i Greci giudicati fortissimi....

-- Il decoro di gentildonna... l'onore illibato di famiglia mi percotono la mente, Paolo, e il puro sangue castigliano, che per tanto ordine di avi scese nelle mie vene.

-- E che? signora, questo tesoro commesso a me uomo della vostra elezione temereste per avventura contaminato? -- E allora cui sceglieste voi? E voglio darvi anco vinta, che potesse in me, vinto dal desio, sorgere qualche affetto, il quale fosse meno che riverente, e credete voi che la maestà della vostra sembianza non valesse a frenarlo? Potrei, signora, perdonare la offesa fatta a me, ma a voi non posso. E notate, che oltre le ragioni di un cuore infiammato, che gli angioli contempleranno senza scandalizzarsi davvero, io ho bisogno di esporvi a lungo la mia condizione, e le risposte di Roma, e la minaccia di perdere un fideicommisso legato al patto di condurre in matrimonio certa parente lontana cui non conosco, anzi non udii fin qui ricordare nè manco; ora come possa farsi questo, stando a ragionare con lo struggimento, che taluno sopravvenga, e la vostra reputazione ne riporti il più piccolo smacco, lascio che il vostro buon giudizio consideri; andate per la chiave del giardino, porgetemela; venite sotto il boschetto dei lauri; quivi ragioneremo di amore, o se più vi piace di negozi, perchè, se ai casi nostri non provvediamo da noi, certo veruno ci penserà....

E non attese risposta, che per la terza volta riparò all'ombra, e quivi stette più a lungo del solito, perchè non apparve anima viva, ed egli rimase buona pezza a scredere di avere udito romore, onde, quando si ravvicinò al balcone, la Violante avvertiva:

-- Parmi non sia passata persona...

-- No, persona, ma importa abbondare di cautela però che il vostro decoro io tenga caro più della pupilla degli occhi, ed oggimai spetti a voi come a me.

-- Paolo, disse Violante tremando a verga, sicchè i denti le battevano come pel ribrezzo della quartana, Paolo, pigliate... ecco la chiave... Dio mi abbia nella sua santa custodia.

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Quando il sole ascende i cieli come un tiranno di oriente sul barbarico trono, e il raggio inverecondo diffonde a rivelare le più lontane come le più secrete cose, quando la canzone della mietitura corre scapigliata quasi baccante per la campagna, e i motti protervi della vendemmia incoronata di pampini eccitanti alla voluttà si succedono a modo di grosse gocciole annunziatrici della prossima pioggia, quando uomini e donne arrotano gli occhi provocando lascivie come il soldato la spada chiamando battaglia, allora riesce facile alla donna gentile torcere altrove lo sguardo, ed arruffarsi all'assalto salvatico mosso al suo pudore, e se taluna casca in balía altrui, ciò avviene come alla Menade dipinta in Ercolano, la quale furiando pei balzi del Citerone precipita resupina fra le braccia del Satiro, mentre la Ninfa fugge la persecuzione anco del Dio, e come Siringa antepone essere mutata in canna, e Dafne in lauro anzichè diventare preda di Pane, e di Febo. Per lo contrario havvi un'ora traditrice, la quale possiede virtù di vincere i cuori più duri; e questa è l'ora in cui la brezza notturna, rasentando i camposanti, ne raccoglie le care ricordanze e i mesti affetti per passare poi sopra le labbra dello amante e insinuartisi nel cuore sotto sembianza di malinconia, mentre di un tratto si rivela amore. O Dio! chi resiste a quell'ora? Infinite voci della natura mescendosi insieme spandono pel creato un bisbiglio di amore e di dolore; le stelle paiono anime di vergini morte immature che piangano la speranza perduta, e preghino per la cara creatura che lasciarono in terra; la luna stessa non più vergine acerba apparisce come donna innamorata, che si accosta di soppiatto tutta tremante a baciare la prima volta Endimione; la famiglia dei fiori celebra a sua posta divini imenei, e nei silenzi della notte si fecondano alternandosi aure di profumo. -- Mira i cipressi dei cimiteri che tentennano le cime al venticello della mezzanotte, non ti par egli che spasimanti di amore si adoperino anch'essi a baciarsi, e a susurrarsi i misteri dei sepolcri -- la genesi portentosa degli enti che si moltiplicano dentro la fossa, la quale noi giudichiamo fine di ogni cosa creata? Fanciulle tenere, salvatevi da cotesta ora, voi non ci potrete reggere; non presumete di voi, ch'ella vinse uomini e Dei; l'amore in quel punto è irresistibile, però che non rida, ma gema.

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