Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)

Part 6

Chapter 63,941 wordsPublic domain

Nè una sola, bensì due passioni tenevano adesso agitata la mente di Paolo, il rimorso e la paura. Certo, rimorso e paura; anco le campane, le quali pure sono di bronzo, provano l'azione del caldo e del gelo, nè il cuore nostro, per duro che diventi, supererà mai il bronzo, e forse chi sa cotesto era l'estremo crepuscolo di bontà che si abbuiava in quel tristo; comunque sia, io faccio caselle per appormi che non possiedo il filo dei laberinti del cuore umano, e nonostante io mi ci avventuro con ispessezza soverchia come con inanità; bisogna smettere, e a questo io mi propongo d'ora innanzi attenermi; però mi basti esporre, che Paolo sentiva paura e rimorso; rimorso di avere forse morta, e certo sospinta innanzi tempo a morire, Maria; paura che Ciriaco agguardandola non le venisse a scoprire sopra la faccia alcun segno rivelatore della sua codarda ferocia. Malvagie passioni in vero, ma che pure avevano virtù di tenerlo agitato a quel mo', che l'acqua arzente quanto è più ria, peggiore ebbrezza cagiona.

-- Ma voi, come se in cotesto punto lo percotesse la vista di Paolo, ma voi come non siete partito con gli altri? --

Paolo si fece per la vergogna vermiglio fino alla radice dei capelli, nè dove fosse stato più chiaro nella caverna avrebbe potuto celare il suo turbamento a Ciriaco; improvvido di quello che gli usciva di bocca, così a strappi ebbe a rispondergli:

-- Io? -- Non poteva darmi pace, che Maria.... certo Maria..... sì, davvero Maria rimanesse insepolta all'oltraggio delle volpi e dei lupi. --

Queste parole vinsero il cuore di Ciriaco, e tanto più le credette sincere, quanto che la stessa esitanza nel profferirle gli dessero prova di passione, onde rilevatosi si abbandonò nelle braccia di Paolo, sfogandosi in lacrime. Appena si fu un po' quieto, questi, al quale coceva avacciarsi, disse:

-- Or bè, Ciriaco mio, seppelliamo la povera Maria e pensiamo ai casi nostri.

Ciriaco rassegnato andò per la zappa e per la pala, ed ei zappando, e Paolo cavando la terra, presto ebbero scavato la fossa; allora Paolo si fece da capo al cadavere, e dopo avergli velato il volto con un panno, lo prese sotto le ascelle, Ciriaco pei piedi, e lo calarono nella fossa; e dacchè questi dopo avere commesso alla terra il corpo della sventurata non dava segno di vita, Paolo, presa la pala, cominciò a coprirla; quando ebbe finito, battendo la terra col piatto del ferro, disse:

-- Povera Maria, riposa in pace!

Ciriaco si chinò su la fossa e la baciò dal lato ove Maria riposava il capo, esclamando con ineffabile affetto:

-- Almeno la terra che cuopre la tua santa faccia porti la impronta di un bacio! --

Trascorsi alcuni istanti Paolo favellò:

-- Orsù Ciriaco, poco avanza della notte, e ci bisogna mettere le gambe in capo se vogliamo salvarci; piglia l'accetta e cammina in su, fin dove il fesso del monte si allarga meno, giusto al punto del salto della capra; là squadra un pino dei più alti, la grossezza non preme, e comincia tagliarlo al piede; io mi sbrigo di una mia faccenda e ti vengo dietro.

Ciriaco, senza profferire parola, s'incamminò al luogo disegnato. Ora diremo perchè Paolo rimanesse; egli, come sovente accade tra i ladri, si era finto generoso co' compagni per rubare meglio, e vergognando, dopo aver sostenuto la parte di eroe, in faccia a Ciriaco svelarsi di subito farabutto plebeo, senza avvertire quello che dicesse gli uscì prima di bocca il tratto pietoso, il quale esercitò tanta virtù sul cuore di Ciriaco, ed ora aborriva fargli conoscere la causa vera del suo ritorno. Egli prese in fretta a scavare in un angolo, ed in breve scoperse un forzierino, che aprì, e trattene fuori quante gioie vi stavano chiuse se le rovesciò nelle tasche; d'altro non s'impadroniva, o gli mancasse il tempo a frugare, o non fossero cose da trasportarsi con agevolezza e sicuro. -- Compito ciò, raggiunse Ciriaco, che tirava giù colpi da disperato; sovvenendolo Paolo, di corto atterrarono il pino, e con poche accettate l' ebbero spoglio dei rami, allora strascinaronlo sul ciglione, dove dopo averlo con molta fatica drizzato, di una spinta abbatteronlo sopra la sponda opposta; l'albero, percosso il sasso, ne levò le scheggie, e saltellò parecchie volte; quando stette fermo lo rincalzarono con terra, e pietre, offerendo a questo modo il passo sopra l'abisso. Veramente il ponte era fatto, ma veruno, a meno che non facesse professione di funambulo, si sarebbe arrisicato traversarlo di giorno; figuratevi un po' se di notte; ma i nostri personaggi erano usi a sciogliere bene altri nodi; per la quale cosa Ciriaco, piegatosi col petto sotto alle costole sul trave, allargò il braccio destro abbrancandosi forte con la mano diritta, poi con la manca spinse di scancìo, e adagio adagio il suo corpo scorreva traverso il pino, che non fu piccola fatica.

Paolo, sotto colore di agguantare fermo il trave, nel mentre che con ambedue le mani lo teneva, e Ciriaco stava ciondoloni sul precipizio, andava almanaccando tra sè:

-- Lo butto giù, o non lo butto? -- Se lo butto non reco meco traccia del passato; cessa ogni sospetto di testimonianza, chè non ritornano i morti.... Se non lo butto, posso contare di aver quattro braccia invece di due, e tutto da sè non si può compire...., e poi a disfarmene sono sempre a tempo..... A tempo!.... Sempre speriamo così, e non succede mai: costui sembra che patisca di tenerume, e caso mai s'intoppi in qualche sgualdrina, che gli tiri su le calze, è capace a svertare peggio di un vaglio; ora se le forche di Roma non mi vanno a sangue, molto meno mi gustano le napolitane..... dunque mi torna conto a disfarmene. -- E già stava per dare di un urto nell'arbore; senonchè di repente ritirata la destra si diede di un picchio nella fronte. -- Cristo! esclamò, per poco ch'io non la faceva marchiana....... e, se butto giù il trave, come passerò io. -- Ciriaco è una coppa d'oro; l'amico della mia puerizia: -- poi a voce alta: -- bada a non avacciarti, Ciriaco.... fa per bene....

-- Signor Paolo.... mi trovo quasi in cima... ecco... io sono passato. --

-- Sia ringraziato Dio! Adesso tieni fermo il trave per me..... guarda di reggere forte, sai...

Passarono entrambi, e di leggieri si ridussero in salvo; il Diavolo, che aveva dipanato per essi un grosso gomitolo, calumò loro quanto spago potevano desiderare. Anco i compagni trassero diciotto con tre assi seguitando a puntino gli ammaestramenti di Paolo: accolti a braccia quadre nei monasteri, taluno si rimase in cucina, ed altri salì in pulpito, e celebrò messa, ed ebbe fama di dottrina non meno che di pietà; però sì gli uni che gli altri affaticarono dentro quei muri la pazienza di Dio due cotanti più, che nelle foreste, imperciocchè non solo vi portassero tutti i sette peccati mortali, ma, vivendo co' monaci, impararono l'ottavo, che è l'ipocrisia, la quale insegna a vestire da virtù il peccato, che fuori spaventa per la sua bruttezza, o si patisce perchè composto di eleganza, mentre solo in Chiesa sanno convertirlo in santo, metterlo sotto il baldacchino, accendergli i moccoli ai piedi, ed esporlo all'adorazione dei fedeli.

NOTE.

[8] Pilato adunque avendo udito queste parole, menò fuori Gesù, e si pose a sedere sul tribunale nel luogo detto _Gabbata_. -- _Evangelo_ di S. Giovanni, c. XIX, n. 13.

[9] E il Centurione, veduto ciò ch'era avvenuto, glorificò Dio, dicendo: veramente questo uomo era giusto. _Evangelo_ di S. Luca, c. XXIII, n. 47.

[10] Ma essi gli fecer forza, dicendo: rimani con noi, perciocchè si fa sera, e il giorno è già declinato. Egli dunque entrò nello _albergo_ per rimanere con loro. -- E, quando si fu messo a tavola con loro, prese il pane, e fece la benedizione, e, rottolo, lo distribuì loro. -- E gli occhi loro furono aperti, _e lo riconobbero_. -- _Evangelo_ di S. Luca, c. XXIV, n. 29, 30 e 31.

CAPITOLO QUARTO.

La donna superba.

Sul principio dell'anno 1589 comparve a Napoli un cavaliere romano giovane, a maraviglia bello, sfarzoso di vesti, di famiglia e di cavalli; chi avesse avuto usanza con Paolo Pelliccioni avria giurato, che fosse desso, senonchè i capelli e i baffi di questo nerissimi, un certo fare alla grande, il suono della voce un po' diverso dal comune potevano metterlo in dubbio; di vero, si diceva, ch'egli venisse dai lontani paesi delle Indie, ma non si sapeva con sicurezza se orientali od occidentali; aggiungevano pel suo grande valore essere salito in grazia di un Kan, o Mammalucco, o Pretegianni, che fosse, il quale prepostolo a, non so nè manco io, quante centinaia di migliaia di cavalieri, aveva riportato strepitose vittorie sopra i signori emuli, esteso il dominio su milioni e milioni di popoli, e messo nel museo reale trentadue sacca di teste di principi ribelli; dopo sì stupendi gesti il Kan o Mammalucco di che si è detto, mancando di prole maschile, avergli profferto in moglie la sua unica figliuola, la quale si era per modo intabaccata del cavaliere, che per poco, vinta d'amore, non si buttava sommersa in mare con un sasso al collo, cercando refrigerio all'arsura onde avvampava; e non dispiaceva nè anco a lui, perchè veramente sembrava un occhio di sole; ma, siccome mettevano per condizione ch'ei si avesse a far turco e circoncidersi, egli, da vero _indalgo_ cristiano, essendo disposto anzi a ricevere il martirio, che a rinnegare la fede, notte tempo spulezzò con solo un cavallo, dei tanti suoi tesori solo portando seco parte delle gemme, le quali pure si pregiavano un tesoro capace di comprare qualunque grossissimo reame della Cristianità.

Se sopra questa trama dalle comari ci trapuntassero rabeschi, pensatelo voi, per guisa, che le gentildonne ne andavano in visibilio; e, dove appariva, fanciulle e maritate traevano a mirarlo come formiche al grano, comecchè nei sembianti fingessero non vederlo o scansarlo; che le vergognose del Camposanto non occorrono solo a Pisa, nè sempre dipinte, e questo ha la barba bianca; ma tanto è, donne, diplomatici e preti, quantunque le furberie loro abbiano messo il tallo, non sanno buttarle da un canto; le monache poi facevano grappolo dietro le grate, e tutte lo avrebbero voluto per santo attaccato al muro; udita una volta la storia dei suoi casi esse piangevano, con mani giunte e pietosi occhi contemplavano il cielo, ardevano, gelavano, massime quando sentivano il pericolo che aveva corso di restare circonciso.

I preti tenevano il bordone, anzi rincaravano la posta, dacchè il cavaliere non mancava mai alla messa ogni giorno, a' vespri, a' tridui, alle novene, alle processioni, insomma alle svariate rappresentanze cattoliche, nelle quali a quei tempi entrava tutta la religione, e poi le mani di lui stillavano proprio il balsamo delle elemosine. Gli uomini, a parlare giusto, non lo amavano gran fatto, taluno ancora lo guardava a stracciasacco, pure co' modi cortesi, le parole oneste, gli offici servizievoli egli parte ammansiva e parte si rendeva benevoli.

Tra le tante gentili damigelle di cui la città di Napoli va sempre smaltata come un giardino di fiori, o smagliante come l'emisfero di stelle (il lettore può scegliere tra questi due paragoni quello che meglio gli gusta), alcuni credevano ch'egli avesse posto gli occhi sopra Donna Violante di Ayerba, della quale questo diremo per ora, che tanto si mostrava superba, che per comune opinione si giudicò, se si fosse trovata con Lucifero a entrare in palazzo, questi cavandosi il cappello le avrebbe detto: -- _passi eccellenza!_

Nè, se la Violante andava a' versi di lui, pareva che egli piacesse meno alla Violante, argomentandolo i popolani da questo, che ogni volta ella compariva alla Chiesa del Carmine, ecco il cavaliere dietro come la rocca al fuso, dicevano le donne; e gli uomini, come San Rocco e il cane; nè basta: quantunque Gesù Cristo con la sua santa bocca abbia insegnato gli uomini tutti esser uguali, e i preti lo predichino dai pulpiti, e gli altri uomini fuori dei pulpiti, pure e' si dice così per dire, perchè nè in vita, nè in morte, nè in chiesa, nè fuori, gli uomini ti appariranno uguali; e per non andare lontano, mira, alla Violante di Ayerba, appena tocca del piè la soglia della chiesa del Carmine, le occorre affaccendato il sagrestano con seggiolone, e cuscino, mentre il plebeo o sta ritto o s'inginocchia sul marmo; quanto alla morte, popolo e letame, a carrate si buttano là in terra, mentre il Beniamino della fortuna ha la sua brava cassa e sepoltura in chiesa, e l'inventario, a guisa di epitaffio, delle virtù che possedeva, e delle altre che non possedeva, inciso nel marmo sopra la sua testa........ Voi mi tentennate del capo.....; lo so quello che mi volete dire: che monta questo? -- Certo dopo morti simili novelle non arrecano caldo nè freddo, ed una di queste lapidi panegiriche vid'io, or fa due dì, adattata per predella colà dove il tacerne è onesto; ma tutte questo prelibatezze lusingano la nostra superbia in vita, e, come ognuno può conoscere, ci dispongono a quel senso di benevolenza universale, che darà l'ultima mano di vernice al nostro perfezionamento civile, politico, religioso, e metto punto. --

Quantunque la Violante fosse religiosissima gentildonna e specchio vero di carità fraterna a modo suo, avrebbe prima toccato la pancia della vipera che la mano di una popolesca, o di un popolano, i quali le avessero offerto l'acqua benedetta; e taluno che ci si provò fu lasciato con le dita ritte in su come gli spunzoni di un cancello di villa; al contrario quando gliel'aveva offerta il cavaliere, magari s'ella l'aveva accettata! Da principio parve nicchiare, ma e' fu per parere, perchè poi stese a furia la destra, dalla paura che il gentiluomo ritirasse la sua; sicuro! ella aveva abbassato gli occhi, e la verecondia talora costuma così; ma più sovente l'anima semplicetta che sa nulla, non avendo cosa meno che pura da celare, non piglia vergogna di ciò che manifesta, mentre la passione, abbassando le palpebre su le pupille, lo fa a modo dello amore, il quale con la mano ripara la fiaccola, o per tema gliela spenga il vento, o per meglio nasconderne il fuoco. Ed una volta donna Violante sdrucciolò peggio, almeno così giudicarono unanimi tutte le sue amiche, quando lo seppero: e' fu che un giorno entrando in chiesa, dopo avere ella vibrato lo sguardo innanzi, e dopo averlo storto obliquo con isforzo da restarne stramba per tutta la vita per iscoprire il cavaliere, e non lo vedendo, colta da impazienza, prese a tentennare rigida a destra, e a manca, pari ad arbore di nave in burrasca: all'ultimo non si potendo più tenere... oh fallo! che non varranno a stingere tutte le acque del regno di Napoli! ella si voltò verso la porta di chiesa a mirare se giungeva. -- Commesso appena l'atto bieco, se ne accorse, e se ne pentì, secondo il solito quando non lo poteva più dirittamente emendare. Allora tanto più si attaccò a ripararlo storto, onde dardeggiava due occhiatacce che parvero saetto, e parole da mettere i brividi addosso al povero morino affricano, che correggendole lo strascico se ne stava lì impalato secondo il solito.

-- Perchè mi tiri dietro lo strascico, che Dio ti mandi la mal'ora e il malanno?

-- Comandi?

Ed ella con labbra tumide.

-- Perchè mi hai fatto voltare tirandomi lo strascico?

Il morino da capo non intendendo come trasognato ripeteva:

-- Comandi vostra signoria?

-- Comando, tu vada al diavolo che ti porti....

E fingendo un grandissimo rovello per sempre più colorire la cosa, tornata a casa, tante seppe contarne a danno della povera creatura, che fattogli prima toccare un carpiccio di bastonate persuase il padre a rivenderlo a un muratore che lo mise a servire da manovale, dove inassueto portando pesi eccessivi alle forze, morì di corto per isfiancamento di cuore.

I gentiluomini anzichè cavare le induzioni di chiesa le desumevano dalla Corte, essendo loro parso gran caso, e veramente era, che nell'ultimo festino di Don Giovanni Zuniga conte di Miranda vicerè di Napoli, donna Violante avesse quasi la intera notte ballato col cavaliere romano, e verso lui fosse comparsa non meno pieghevole della persona, che co' modi, consentendo a riporre la propria destra nella destra di lui: nè con minore maraviglia notarono com'ei la conducesse al posto, mentre con gli altri si mostrava rigida, e intirizzita al pari degli orologi di legno.

Chi afferma voce di popolo voce di Dio, e chi la moltitudine fucina di menzogna; una parte e l'altra secondo i casi ha ragione: adesso poi non solo il popolo indovinava, ma i ferri erano caldi più che non supponeva.

Declinava una limpidissima notte di luglio, notte gioconda per gli astri infiniti che paiono tremare di voluttà, notte vocale che d'innumeri suoni ne compone uno solo, dove ogni uomo distingue la voce, che più desía la sua anima inebriata di amore o dolore. Chi è che tema spettri per queste tenui tenebre? Le Lamie vengono esse col vento che porta l'odore del gelsomino? o la Strega può cavalcare per lo emisfero sopra un raggio della stella di Venere? Lo stesso Rimorso sente assopire le sue vipere alla mesta letizia della notte d'Italia; la notte fra noi, massime a Napoli, esulta festosa come colei, che con le discrete tenebre vela l'imeneo dello Amore con la Natura.

Lo strepito dei passi dell'uomo si fa ogni ora più rado; una dopo l'altra si chiudono le finestre; la prima, e la seconda volta passò la corte, e, non avendo trovato persona disposta a turbare cotesto sereno dono di Dio, ci è da mettere pegno che se ne andrà a dormire senza venire la terza... ecco non si ode più rumore di cosa animata, se togli a quando a quando l'ululo di qualche cane lontano e lo stridere sottile del grillo cantaiolo... silenzio! m'inganno... e' doveva essere così; non tutti dormono, nè possono dormire in queste notti; a modo che adesso le cardenie, le magnolie, e le bolcamerie dagli aperti calici spandono il tesoro dei più eletti profumi, i cuori innamorati esalano i più cocenti desii... sta bene! precede un soave arpeggio di corde, perchè l'armonia guida sempre per mano l'amore pudibondo.

Accostiamoci alla finestra munita di ferrata, che ascolteremo il colloquio di amore di Paolo Pelliccioni e della Violante D'Ayerba; solo noto, che per quanto ci affrettiamo non giungeremo a tempo per sentirlo incominciare; di fatti Paolo ora dice:

-- Faccio voto a Dio, che per quanti paesi abbia corso, e visto popoli (e prego vostra signoria, a credere, che ne ho visti e corsi molti così del vecchio come del nuovo mondo), non mi è occorsa gentil donna divina al pari di voi. Arrivai fino in Golconda, vissi un tempo nei monti del Caucaso; colà vidi le bellissime fra le Georgiane, e le Circasse, e _voto a Dios_ le sono belle da fare venire le lacrime agli occhi, e pure non mi sembrarono degne di reggere nè manco lo strascico a vostra signoria; costumano in cotesti paesi paragonare quelle portentose creature ai fiori, alle farfalle, alle stelle, al sole, alla luna... io, signora, non oso paragonarvi a nulla; tutto conosco minore alle vostre bellezze... e mi dichiaro pronto a sostenerlo con lancia e spada, a piedi come a cavallo contro chiunque presumesse smentirlo. Però non trovando modo di paragone degno alle vostre mirifiche bellezze mi contento adorare e tacere.

-- Cavaliere, rispose con sussiego la Violante, e con un cotale suono di voce arrotato, io non posso come vorrei palesare la mia gratitudine a Vostra Signoria, perchè, considerato come merita, il vostro discorso, trovo ch'ei pecca in quattro punti; primo, voi avete rammentato due volte il nome di Dio invano, e questo quanto sconvenga a cavaliere cresciuto in grembo di santa madre Chiesa, lascio, che avvertita, la vostra Signoria giudichi da sè: secondamente, quantunque le parole vostre lusinghino il mio cuore, tuttavia come cristiana e cattolica non posso astenermi da ammonirvi essere peccato, e peccato grave glorificare la creatura, quando anco questa creatura fossi io: terzamente, signor cavaliere, mettetevi la mano su la coscienza, e ditemi in grazia se nelle vostre parole non ci entra per lo meno un quarto di piaggeria; forse più: per ultimo, non vi posso nascondere, nè devo, che quel mulinarvi nel cervello femmine saracine, e turche, e mettere la mia immagine in mezzo con quella di loro, non mi sembra cosa di che io mi abbia a tenere onorata.

-- Santa Prudenziana non avrebbe potuto favellare parole nè più pie, nè più gravi di quello che abbia fatto Vostra Signoria; e, comecchè la condanna dalla vostra bocca mi tornerebbe gradita quanto l'assoluzione o poco meno, pure io imploro dalla vostra giustizia licenza per difendermi; e se la giustizia si trovasse corta, aggiuntatevi un po' della vostra cortesia, la quale vado convinto arriverà a qualunque sterminata lunghezza.

-- Parlate, cavaliere, noi ve lo concediamo.

-- Signora: si legge nel decalogo: tu non rammenterai il nome di Dio invano; e va bene, ma chi potrà dire, che io lo ricordi indarno quando lo chiamo in testimonio della vostra bellezza? Voi, signora, vi appellaste alla mia coscienza; permettete, che a mia volta io mi richiami alla vostra. Quanto alla glorificazione della donna, signora, valga il vero, il nostro Signore quale scopo si propose egli nella creazione della femmina? Non ho mestiero d'inventarlo io, dacchè egli volle palesarcelo: egli ebbe in mente di compire l'uomo, insomma di farlo perfetto; nè poteva Dio presentarlo di dono più sublime, dacchè corre fama credibile, che dapprima voleva donargli una stella, ma ci pensò meglio e gli largì la donna. Chi mai, chi mai, domando perdono se mi scaldo, potrà appuntarmi di glorificare la donna, quando il Re dell'universo la elesse figlia, e madre sopra la terra e pari alla sua gloria nei cieli? Rispetto a piaggeria, io respingo risoluto l'accusa da me, e allego a prova della mia innocenza testimoni superiori ad ogni eccezione, quali sono i vostri specchi, tutti i laghi dei vostri giardini, ogni cosa lucida dentro la quale vostra Signoria voglia far grazia di effigiare la propria immagine; che se non vi piace accettarli come testimoni, orsù, condannateli per miei complici, e sono contento. Ah! signora, se non temessi avventurarmi troppo, io direi come la soverchia modestia talora sia superbia. In un punto dubiterei se dovessi chiamarmi in colpa, ed è lo avere messo la Vostra Signoria in confronto con le monsulmane, e le saracine; ma dopochè i reverendi padri Gesuiti si conducono in coteste regioni per pescare quelle anime alla fede cattolica, così io anco qui mi penso giustificato; ad ogni modo in questa parte mi rimetto nel vostro savio intendimento.

-- Cavaliere, mi accorgo tardi, che troppa è la vostra sapienza, ond'io possa senza taccia d'incauta continuare la disputa con voi; concedete, finchè ne ho tempo, ch'io mi ripari alla riva; e tuttavia, confessandomi vinta, io vi dichiaro, che non mi sento persuasa nè anco a mezzo.

-- Avrei guadagnato un altro quarto; affrettatevi a pentirvi, perchè, voi lo sapete, la incredulità è il peccato che offende massimamente Dio. E adesso, potrò senza tremore offerire un mazzetto di gelsomini alla mia signora? Si presentano gigli, e viole alla Madonna santissima dei sette dolori, e non gli sdegna, per quanto io sappia, se offerti divotamente: ora io mi dichiaro indegno sì, ma insuperabile divoto alla bellezza divina della signoria vostra illustrissima...

-- Ma Cavaliere... Cavaliere, sono queste parole che possano intendersi da me senza offesa della nostra santa religione...?

-- _Por las cuentas[11] de mi rosario_, santo Ignazio di Loiola non si bandì cavaliere di Nostra Signora, madre di Dio? Forse si legge, che la Madonna se ne arrecasse? Ovvero gli dicesse: -- cavaliere, statevi a vostra posta a casa, che la nostra purità non ha mestiere di essere provata con cappa e con spada?

-- Certo non ho letto in verun libro che questo gli dicesse la Madonna, ma santo Ignazio non ardeva per la beatissima Vergine madre di Dio del medesimo amore, che voi, signor Principe... ditemi, in grazia, siete principe... o duca?