Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)

Part 2

Chapter 23,621 wordsPublic domain

Il conte Olivarez scrisse dispacci in Ispagna adoperandoci più fiele, che inchiostro, e non ce n'era mestiero, perchè Filippo intendeva scavalcare il Papa non mica avversando l'enormezze sacerdotali, all'opposto esagerandole: insomma esercitare dirimpetto alla Chiesa le parti, che tennero un dì i Profeti in faccia ai Leviti.

Qui porremo adesso la causa della controversia. Sisto fino dal 1588 aveva fatto stampare la Bibbia, volgata, e già per questo n'erano corse le novelle, le quali crebbero fuori di misura questo anno quando si seppe come, dopo volgarizzata in italiano, e stampata la Bibbia, con amplissima bolla avesse ordinato, che si pubblicasse: nè per dimostranze punto si rimetteva da quel suo fermo volere, anzi a cagione dei contrasti vie più incaponiva, conforme gli dettava la indole ritrosa; e a qualche cardinale, che s'industriava ritrarnelo, rispose sboccato: _lo abbiamo fatto per voi altri ignoranti che non intendete il latino_.

Siccome Sisto morì il ventisei agosto dell'anno seguente, prima che il suo disegno potesse avere compimento, i papi che gli tennero dietro non solo mandarono a monte la cosa, ma ordinarono o consentirono, che la si smentisse; però inefficacemente, conservandosi parecchie copie della medesima, ed una in particolare nella biblioteca medicea di San Lorenzo in Toscana, un'altra nell'Ambrosiana di Milano, e due in Ginevra. Quanto alla Bolla, il Gesuita Briego la vide, e ne porge testimonianza nei suoi Annali stampati a Parigi nel 1663.

Intorno alla Bibbia i papi apersero sempre giudizio poco parziale, per non dire nemico, e per ragioni in parte buone, e in parte no; nè mancarono, come sembra giusto, di quelli, che distinsero tra libro e libro, e dal vecchio il Testamento nuovo.

Un pontefice non sapeva capacitarsi, come un uomo dabbene si confidasse imparare qualche cosa di buono nelle prime storie della Genesi; a mo' di esempio nel peccato di Eva, e nella condanna a morte dell'universo genere umano, nel fratricidio di Caino, nella vita indecentissima del Patriarca Abramo, ed in quella troppo più biasimevole del Patriarca Lot, e via discorrendo; e veramente non giunsi mai a comprenderlo nè manco io.

Questa fu onestà, ma di simile erba ne cresce raro in Corte di Roma, dove il Vangelo recato in italiano si aborre, come quello, che, messo per falsariga sotto ai passi dei sacerdoti, ti mostra chiaro com'essi camminino a granchio. Quando poi, a cagione dei molti volgarizzamenti pubblicati dalle sette, ogni divieto fu visto riescire indarno, Roma mise mano a sua posta a volgarizzare la Bibbia a modo suo, e non potendo in quel modo avvantaggiarsi troppo, a infagottarla con glosse, e commenti per guisa, -- _che del no vi si fa ita_. -- Ciò, che dal Vangelo si vieta, dalla Chiesa permettasi, mentre per converso si concede da questa, quanto da quello si riprova. La Corte di Roma pretende chiarire il senso o la parola oscuri, e commette un errore e una insolenza; errore però che tutti capiscono aperto anche troppo; insolenza, conciossiachè appunti Cristo di non sapersi spiegare, il quale pure i concetti suoi predicava alle plebi, ai fanciulli, e alle donne; nè qui rimane la improntitudine di Roma, che più oltre arrisicandosi afferma che i fedeli tra la interpretazione sua e la lettera del Vangelo devano, sotto pena della eterna dannazione, attenersi a quello che s'insegna da lei, in ciò sovvenendola con la propria autorità, tra gli altri santi, santo Agostino, certo uomo d'ingegno, ma arruffato, e cervello balzano almeno da tre.

Il re Filippo, stizzito contro il Papa per l'oltraggio fatto al suo ambasciatore, pel diniego di favorire la lega promovendo segretamente Enrico di Navarra, che poi fu re di Francia, e per la inclinazione di Roma a comporre le faccende religiose nella Inghilterra, pigliò il pretesto della Bibbia per convocare il consiglio di Coscienza con la giunta di altri spettabili personaggi tenuti in conto di piissimi, perchè, consultato il negozio, risolvessero quanto doveva farsi. Il Consiglio, un po' per convinzione, e molto pel solito andazzo di piaggiare i potenti, rispose: potere Sua Maestà, anzi dovere in buona coscienza convocare un concilio generale di tutti i vescovi, e religiosi e graduati dei suoi regni; farlo prima intimare al Pontefice, e trovatolo pertinace a ributtarlo, lo citasse di comparire al Concilio, dal quale sarebbe stato deposto Sisto ed eletto un altro, dacchè costui incominciasse a sentire dell'eretico, mettendo a repentaglio la sposa di Cristo, la barca di San Pietro, e la veste inconsutile del Redentore, però che la Chiesa di Roma sia ad un punto una sposa, una veste e una barcaccia con altre più cose, che è proprio una diavoleria a dire ed a sentirsele dire.

A questo modo, in tempi miserabili troppo più di ora per errori, e per superstizione, i nostri vecchi politici pigliavano i preti con la rete di San Pietro, e li percotevano col calcio della croce; noi abbiamo disappreso l'arte, sicchè il prete si rannicchia dentro la religione, come il malfattore un dì nello asilo, donde questi il bargello, e l'altro cava l'intelletto umano. Quando i preti si tramutano in cani tu fa di ministrare loro bocconi dove invece di fungo di levante porrai precetti del santo Vangelo, e perchè tu ti conficchi bene dentro al cervello il mio insegnamento io te lo compendio così: _a prete cane, polpetta di Cristo_.

Il re Filippo avuta risoluzione del Consiglio, udito eziandio il parere del cardinale Toledo, che lo diede favorevole, mandò al conte Olivarez, perchè colto il destro di qualche pubblica solennità, consegnasse nelle mani di Sisto la intimazione di convocare un Concilio generale nella città di Siviglia per provvedere al servizio di Dio ed alla maggiore esaltazione della santa madre Chiesa cattolica.

Il destro non si fece aspettare, anzi venne anco troppo presto, perocchè al Papa saltò in testa di recarsi con solennissima cavalcata ad alloggiare per la prima volta nel suo nuovo palazzo di San Giovanni Laterano; ora Dio sa, se al conte Olivarez scottasse rifarsi dello smacco patito, ma dall'altro canto temeva gli accadesse come ai pifferi di montagna; sicchè: adagio a' ma' passi; -- diceva tra sè; per la quale cosa cominciò a fare grandi radunate in palazzo, di Spagnuoli dimoranti, o di passaggio a Roma, a indettarsi con soldati smessi perchè gli facessero spalla, e al bisogno tratte le armi nascoste lo difendessero; questi, ed altri apparecchi però non si poterono compire senza che taluno ne pigliasse lingua, in particolare il Frascatino, come ognuno può credere; da ciò accadeva, che papa Sisto sapesse per filo e per segno tutto quanto l'Ambasciatore non pure apprestava, ma immaginava.

La seconda festa di Natale del 1588 il sole si era fatto aspettare un po' troppo nel cielo di Roma, ed anco, affacciatosi su l'orizzonte, alcune nuvole parevano ostinate ad accompagnarlo, ma egli, distrigatosi dalle importune, prese a salire nella gloria dei suoi raggi come in un bel giorno di estate; l'aria tepida, il cielo sereno, il tempo e il luogo secondavano mirabilmente la solennità, che stava per celebrarsi; accorreva al Vaticano a frotta la gente per pigliarci parte, o solo per vederla; servi vestiti di gala, prelati, vescovi, cardinali, chi in piviale, chi in paludamento, chi in mantelletta; ondeggiava una marea di mitre, di cappelli rossi, di cappelli verdi, e soprattutto di mule, di chince coperte di gualdrappe cremisine, infioccate con isfoggio, e nappe di seta ciondoloni; da un'ora sonavano trombe e tamburi; alla fine un colpo di cannone dal Castello S. Angiolo annunziò la partenza del Papa dal Vaticano.

Il conte Olivarez, avvertito che il Papa sarebbe passato dinanzi al suo palazzo, stava ad aspettarlo col corsaletto addosso, ricinto dintorno da Spagnuoli, e munito in modo da sostenere qualunque assalto: egli guardava quanto poteva stendersi la vista, ostentando baldanza, e tuttavolta dai moti incerti appariva perplesso; si conosceva ottimamente lui presentire il pericolo, ma avere ormai deliberato affrontarlo; di un tratto ecco accostarglisi Frascatino all'orecchio, e bisbigliargli non so che parole concitate, le quali ebbero virtù di far passare su la faccia dello spagnuolo quanti ha colori l'arco baleno; subito dopo si trasse indietro con molta fretta come se negozi gravi lo chiamassero altrove, e più non comparve fuori.

La cagione del caso non istette guari manifestarsi, però che, passati che furono gli ufficiali della Corte, le famiglie dei maggiorenti, gli ecclesiastici tutti, mentre dopo i cardinali attendevasi seguitasse il Papa, fu visto un drappello di sbirri col moschetto inarcato, e subito dopo dietro mastro Gigolo sommo carnefice di Roma (che meno di dodici non ne tenne mai papa Sisto solo in città), alle spalle del boia altri sbirri, e birri poi; in tutto trecento e più; all'ultimo il Papa con al fianco il Governatore di Roma. Le parole susurrate dal Frascatino nell'orecchio al conte Olivarez ci venne riferito poi che furono queste od altre cotali.

-- Magnifico, badi di non si precipitare per quanto amore porta a Dio, però che Sisto viene oltre con un nugolo di sbirri e il boia in mezzo, a cui proprio con questi miei orecchi ho sentito dire: -- Gigolo, caso mai uno si attentasse accostarmi con fogli in mano, o senza, fallo pigliare e strozzamelo lì, per lì, senza badare ad altro, fosse anco imperatore, re, cardinale, ambasciatore, il mio stesso nipote; bada bene, se non istrangoli lui, io strangolo te. Adesso andiamo. _Te Deum laudamus_.... -- ed ha intonato il _Teddeo_.

Il Papa fino al palazzo di Spagna procedè a capo chino come uomo in balía di pensieri molesti, quando poi lo mirò sgombro di gente, e si fu accertato non ci si trovare l'ambasciatore, lo raddrizzò baldanzoso. Di fatti, parola detta e sasso lanciato non si possono più tirare indietro, e Sisto non era uomo da ritirarsi, tuttavia quell'essersi omai messo per le sue parole tra l'uscio e il muro a farsi strangolare proprio su gli occhi l'oratore di S. M. Cattolica, era cosa, che un po' di scrupolo lo metteva anco a lui: ed ora gli pareva, che un grosso peso gli fosse cascato giù dalle spalle: mentre pertanto vibrava qua e là gli occhi a mo' di lingua di vipera, gli venne fatto vedere Angelotto, il bargello di campagna, a cui aveva commosso la cura di dare la caccia ai banditi. Fortuna volle, che gli occhi del bargello s'incontrassero in quelli del Papa, ond'ei se ne sentì quasi affascinato, sicchè impietrito senza pur movere un passo attese, che un camerario di Sisto andasse a dirgli per parte di sua Santità facesse di trovarsi al palazzo di San Giovanni Laterano dopo la cavalcata, al quale comando egli, comecchè trepidante, obbedendo, appena venne al cospetto di Sisto si gettò giù di sfascio in ginocchioni implorando a mani giunte mercè.

Il Papa, senza fare le viste di accorgersi dell'agonia di cotesto sciagurato, gli domandò:

-- Chi sei?

E l'altro batteva i denti non sapendo spiccicare parola; ma il Papa da capo:

-- Chi sei ti dico? Chi sei?

E Angelotto zitto.

-- Parla in tua malora; chi sei?

-- Beatissimo Padre....

-- Su, di' l'ultima.

-- Ma se troppo bene vostra Santità mi conosce... io sono Angelotto....

-- Angelotto chi?

-- Il bargello di campagna....

-- Non è vero; se tu fossi il bargello di campagna non ti basterebbe il fiato di passeggiare, come ti attenti in città; incatenate questo bugiardo, mettetelo in prigione, intantochè mandiamo a chiarire se il bargello di campagna si trovi al suo posto...

Qual fu detto, tal fu fatto; ed ormai dai più il bargello si teneva per ispacciato; anzi taluno bisbigliava sommesso: -- l'animale carnivoro ha fame di carne; si vedeva aperto, che per Sisto senza sangue non sarebbe passato il giorno. Angelotto paga per l'Olivarez, un bargello per un conte -- Gigolo si può contentare.

Chi avesse scommesso un baiocco contro uno scudo, che Angelotto la scapolerebbe, non avria trovato chi tenesse il gioco per coscienza di rubargli a man salva lo scudo, e s'ingannava; perchè Sisto, trovandosi cotesto dì dolce di sangue a cagione del caso successo, contento della paura del bargello, e cavandone argomento di scede e di riso, dopo cena, lo fece condurre da capo in sua presenza, dove gli tenne questo discorso.

-- Ci hanno riferito come tu senta insuperabile repugnanza a morire, ed hai torto, perchè a questo pettine dobbiamo tutti arrivare, e noi al pari di te, quantunque portiamo il _regna-mundi_, insegna della potestà su tutti i potenti della terra; inoltre ti avremmo munito della nostra apostolica benedizione, per la quale ti troveresti in certo modo condotto quasi a mezzo il cammino del paradiso: ma via, ognuno ha i suoi gusti, e tu hai quello di non voler morire impiccato. Peccato!... proprio peccato! che per la forca parevi nato a posta. Un giorno ti pentirai esserti lasciata scappare di mano così degna occasione. Vivi dunque che noi te lo vogliamo concedere; però ogni peccato merita penitenza, e tu lo commettesti grosso, dacchè, recandoti in città, mentre noi ti paghiamo per vigilare la campagna, tu ci mangiavi il pane a tradimento, nè qui sta tutto il male; il peggio noi lo troviamo qui dentro, che intanto tu cessi il tuo ufficio, chi sa i banditi quante ruberie hanno fatto, quanti incendi appiccati, quante vite spente, e tu ci devi conto di queste rapine, di queste fiamme e di questi omicidi....

E siccome la voce di Sisto mano a mano che s'inferociva nel dire diventava tonante, il misero bargello cadde con la faccia sul pavimento: allora il Papa con suono più blando riprese:

-- Orsù, se ti perdoniamo la vita, quanto ci darai tu?

-- Tutto... tutto....

-- Noi non vogliamo tutto; per riscatto della tua vita ci contentiamo di una mezza dozzina di teste di banditi, le quali procurerai di farci recapitare in capo ad otto giorni qui in San Giovanni Laterano.

-- Una dozzina..... due dozzine.... rispondeva il bargello trasognato, senonchè Sisto dandogli su la voce soggiunse:

-- Zitto là: mi bastano sei, anzi una sola, a patto che questa sia di Venanzio Tombasi, che mi è di pruno dentro agli occhi, se dai sei capi di banditi ordinarii, o se dal capo solo del Tombasi tu farai maggiore lavoro, noi te lo porremo a credito, e per ogni testa ti daremo la mancia. Adesso vattene, e di' a questi vassallacci di Romani, che se la salsa di mannaie valesse a procurarci buono appetito, gioverebbe eziandio alla migliore digestione: quello che consola è il pensiero, che per un poco di sangue corrotto buttato via, se ne risparmi molto e buono ed innocente; il medico pietoso fa la piaga puzzolente, ed è proverbio vecchio: ci fu consegnata la Chiesa spelonca di ladroni, e, se Cristo ci dà vita, la lasceremo tale, che ogni uomo ci possa vivere in pace all'ombra del suo fico e della sua vigna.

Qui volto agli astanti, acceso in volto, con grande forza esclamò:

-- _In matutino interficiebam omnes peccatores terrae, ut disperderem de civitate Domini omnes operantes iniquitatem_[6]. -- Per ultimo, con gesto imperatorio, ordinava al bargello:

-- Ora alzati, e vattene. --

NOTE.

[1] Esempio di questo stile è il celebre testamento di Filippo II ovvero istruzioni a Filippo III; quivi occorrono cose degne di essere lette da principi, e da popoli, e dacchè i principi paiono di siffatte letture talentarsi poco, giova metterle spesso sotto agli occhi dei popoli. Filippo II, parricida del suo figliuolo, promotore della Inquisizione, carnefice dei Paesi Bassi, divorato dai pidocchi, così lasciava scritto al suo successore: «Principe, vedendomi giunto alla fine del tempo ordinato dal cielo alla mia dominazione sopra la terra, come voi ai primi anni della vostra... ho pensato, che sarei accusato, e ripreso di poca prudenza, di discernimento, o di difetto di cura e di amore verso di voi, se vi lasciassi (giovane ed inesperto come siete) tanti grandi regni, stati, terre e signorie in retaggio senza darvi nel tempo stesso precetti, avvisi e consigli, che una infinità di esperienze, pene, fatiche, disegni, e pretensioni (la più parte _inutili_) mi hanno fatto conoscere (ma troppo tardi) per il bene mio, dei miei popoli, e dei miei vicini essere necessarie per il buon governo dei popoli, di cui un giorno bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al quale _sotterfugi e cavilli non giovano_, conoscendo le inclinazioni, i disegni e i pensieri segreti degli uomini... tanti dolori ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato di _supplizio_ a me stesso... onde io prego Dio, che dalla terra mi chiami al cielo, usando meco quella misericordia, ch'io ed i miei non usammo a tanti popoli, che ce ne richiedevano, e lo prego eziandio che gli piaccia contentarsi delle mie pene crudeli e acuti dolori presenti, per espiazione delle mie colpe passate.» ARTAUD DE MONTOR, _Storia dei Papi_, vol. I, p. 409.

[2] Per la coratella di Dio.

[3] Carlo V nel suo ritiro a San Giusto aveva menato seco certi fanciulli, i quali, fatti educare diligentemente nella musica, accompagnavano col canto i riti a cui egli assisteva con mirabile devozione; però nè la santità del luogo, nè le cerimonie solenni, nè la sua pietà tanto potevano tenerlo che, udendo stonarne qualcheduno, non lo rampognasse a voce alta così: «_hijo de puta, bermejo, o otre nombre semejante_» avverte il SANDOVAL, _Hist. de Carlos V_. Il costume del Lanzichenecco ripigliava il sopravvento.

[4] Come il duca di Alva per poco non pigliava Roma, puoi leggere nella _Guerra di Roma_ dell'ANDREA, e nella _Guerra fra Filippo II e Paolo IV_, scritta dal NORES, e stampata nell'_Archivio storico_.

[5] La passione del Figlio di Dio, e quella che mi partorì.

[6] Sul mattino ammazzerò tutti i peccatori della terra per disperdere dalla città di Dio tutti quelli che operano iniquità.

CAPITOLO SECONDO.

Paolo Pelliccioni.

Come e perchè le terre della Chiesa fossero le peggio governate tra le altre italiche, le quali pure erano rette pessimamente, sarebbe discorso lungo: basti tanto, che chi piglia iniquo, mal può dominare onesto, ed arraffando in compagnia bisogna sopportare il complice ladro, o strozzarlo; di vero, quante volte gliene capitava il destro, la Chiesa non si tirò indietro da strozzare, ma spesso trovò chi non ci si accomodava, e allora, messa in un canto la fune, riprese l'aspersorio. Di molti tirannelli minori della Romagna, e della Umbria, la Chiesa venne a capo, di altri no, come sarebbe a dire Colonnesi e Orsini, che le furono perpetui calci nella gola.

Oltre a ciò le Corti forestiere, e la Curia stessa romana, trovarono il conto loro a considerare, e a permettere, considerassero Roma terra neutra, dove ognuno era padrone un po'. Di qui i palagi, le vigne, gli studi, le chiese, che ogni nazione ci fondava, e ci manteneva; di qui le immunità, i privilegi, ed altri di questa ragione diritti; di qui per ultimo gli asili da prima limitati alla casa dello ambasciatore, e poi di mano a mano estesi alle contrade circostanti, vero semenzaio di banditi.

Di tratto in tratto veniva fuori qualche Pontefice, il quale, o come tenero dell'autorità sua, o preso da giustissima ira, dava opera a far sì che la infamia cessasse, onde all'improvviso nasceva un grande arruffa arraffa di malviventi, ed uno scatenio di chiavistelli, e un gran menare di penne di giudici su pei fogli, e un grande stirare di corda dei carnefici giù dalle forche; ma gli erano proprio i trotti dell'asino, conciossiachè i Papi, per ordinario vecchi e cagionevoli, indi a poco si straccassero, o se tuttavia verdi di età, sprofondandosi nelle delizie, od in vizii altri più rei, rimettevano il primitivo ardore; e poi le femmine aggiravano, le bardasse abbindolavano, i nipoti barattavano, tutti arcavano, sicchè in mezzo a cotesto diluvio di fraudi e di corruzioni, non ci era arca di Noè che conducesse a salvamento.

Arrogi a questo, che per ordinario gli avversari del Papa defunto eleggevano il nuovo, e poichè costume della parte che prevale, fu e sarà sempre dare in testa a quanto l'altra parte volle ed operò, così il Papa novello si faceva coscienza di buttare all'aria di pianta il governo del suo antecessore.

Un altro impedimento per governare meno alla trista veniva allora, e viene anco adesso, dagl'intrighi degli oratori, i quali tentando sempre di tirare il Papa dalla parte loro, da prima andavano con le buone, e non riuscendo, per ultimo si mettevano su le cattive seminando triboli sotto i passi di lui, la quale cosa a cotesti tempi riusciva meglio di adesso per avere stanza in Italia Spagnuoli e Francesi, nè si ristavano i minori potentati, e siccome la guerra palese non si poteva fare, come quella che era pericolosa, tanto più si raddoppiava la occulta con lo scatenare nugoli di banditi su le terre della Chiesa, che le nabissavano con i latrocini, gli omicidi, gl'incendi, e con ogni altro modo ruine.

Però il subito arrovellarsi contro i banditi non partoriva frutto, dacchè medicata la piaga, durando il vizio, presto tornasse a inciprignirsi, ed il consorzio umano da coteste sfuriate non venendo a sentirne un bene al mondo le considerava vane beccherie e feroci.

Papa Sisto pubblicando la dichiarazione degl'inquisitori contro i banditi, e provvedendo, che la fosse diligentemente osservata, in breve ebbe sgombre le terre di Roma dalla infamia dei banditi, ma e' non fu per molto, che egli prevalse su prete Guercino, il quale si faceva chiamare «re della campagna,» imperciocchè su gli ultimi mesi di sua vita venuto in iscrezio con Milano e con Napoli rivide scorrazzare per la Maremma il Sacripante, il Piccolomini nelle Romagne, Battistella nella campagna di Roma; e gli furono trafitte nel cuore, dacchè toccasse con mano come costoro, piuttosto che a rubare, venissero a sparnazzare danaro; le monete portavano per insegna i lioni, e le torri; la più parte doppioni di Spagna: osservavano le ordinanze, drappellavano bandiere, avevano il _suono_, battevano il tamburo, fino su le porte di Roma trascorrevano; le milizie conoscendo che ai banditi facevano spalle potentati troppo più gagliardi che il Papa non fosse, come sicuri di uscire a capo rotto, andavano di male gambe a combatterli.

Ma per ora la bisogna camminava altrimenti; tutto piegava dinanzi alla volontà del Papa, il quale procedeva acceso a conseguire il nome di trionfatore dei banditi, quanto potrieno esserlo stati Scipione dei Cartaginesi, o Cesare dei Galli.