Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)

Part 13

Chapter 133,637 wordsPublic domain

Paolo, brandita appena la spada, vide i due seggettieri scappare vilissimamente abbandonando il padrone, il quale sguizzò fuori con singolare prestezza, e tratto a sua posta la spada, si mise su la parata: qui cominciò un duello nelle regole, ora schiarito dalle torce, ed ora, pel subito eclissarsi di quelle, sepolto nel buio; nè stette guari, che gli schermidori conobbero l'un l'altro nella pratica delle armi spertissimo; onde presero a combattersi con molto riguardo; certo lo svantaggio pendeva dalla parte dello assalito, però che la sua spada cinta al fianco per pompa, di lunghezza e di costola non sopportasse paragone con l'altra, molto più che veniva trattata da mano di ferro; cosicchè tra per questo difetto della spada e la sorpresa dell'animo, il cavaliere stava su le parate come persona, che si chiamerebbe arcicontenta a cavarsi d'impiccio. Dal lato di Paolo s'instava con furia premendogli finirla, ma appunto per questa furia s'impigliava non ritirando dalla sua superiorità tutto il profitto che avrebbe potuto; il gioco procedeva netto, chè non ci era luogo a finte, o a botte arrischiate per tema di smarrire il ferro, e trovarsi poi quando uomo se l'aspettava meno una stoccata nel mezzo del petto. Deve dirsi a onore del cavaliere assalito, che sebbene non sapesse rendersi capace dello assalto inopinato, non gli parendo avere nimicizia con veruno, e non potendo in mille apporsi per trovare la causa che moveva l'assalitore, tuttavia egli, mirando il suo avversario solo, non volle interrogarlo per chiarire se lo avesse tolto in iscambio; molto meno chiamare per aiuto; proprio da _idalgo_ a tre peli: però nonostante simili acutezze di puntiglio, che soglionsi appellare _cavalleresche_, e se si qualificassero _bestiali_, non sembra che ne potesse impermalire la gente, lo assalito dava indietro per levarsi vie via di misura; e non gli valse, che qualche sdrucio nel braccio e nella coscia lo ebbe a patire; così di passo in passo si trovò con le spalle alla porta di un palazzo, e ormai lontano dal luogo dove ardevano le torce. Ora o che tratti allo strepito dell'armi avessero aperto l'uscio per di dentro, o per inavvertenza fosso rimasto socchiuso, la imposta cesse; però il cavaliere accortosi, in meno che non balena, del destro il quale gli porgeva la fortuna, entrato nello androne, buttò via la spada e, con quanto gli avanzava forza nelle mani, sbatacchiò la porta in faccia a Paolo. Costui non era uomo da perdere tempo in querele; appena nelle strette prorompeva in una imprecazione, e via; si ritrasse dunque con celeri passi chiamando ad alta voce _Maria_, sebbene non si potesse dar pace come Ciriaco, a seconda del comando, avesse trascurato di spegnere le torce; ma presto gli tremò il cuore, quando intese con flebile voce rispondersi: _Maria_: precipitati i passi, ecco, spariti bussola e staffieri, mira giacersi in terra un morto e un moribondo: questi Ciriaco.

Il caso era avvenuto nel modo che dirò: mentre Ciriaco attendeva a cavare il coltello dal petto allo staffiere, che dopo averci penetrato fino al manico si trovò preso tra le costole, l'altro staffiere pronto ed audace, accostatosegli di fianco gli spinse con ambe le mani la torcia a vento dentro la faccia pigliando di mira l'occhio sinistro. Terribile l'urto e la ferita, la quale subito si fece oltre ogni immaginativa spasimosa a cagione del bitume ardente rimasto ingrommato intorno alla tempia e alla gota; mugliando peggio di uomo messo al tormento, Ciriaco lasciò cadersi di mano il coltello aggirandosi sopra di sè come cane che si morda la coda; e lo staffiere, che lo mirò concio a quel modo, raccolse il pugnale, e così in fretta in fretta gli appiccò un paio di coltellate nella pancia da farci passare l'anima in carrozza. Ciriaco cadde a sua posta esclamando, Maria, e lo staffiere corso dietro ai portantini li ricondusse sul posto a pigliare la seggetta, nè udendo poi chiamare per aiuto o rumore di ferro, riputò, che il padrone si fosse riparato correndo a casa; per la quale cosa non volendosi trovare alle peste con la Corte, che era tale prunaio allora, nè troppo se ne differenzia adesso, che chi ci entra non ci esce senza lasciarci almanco qualche bioccolo di lana, insieme ai compagni pigliò il puleggio.

Alla voce di Maria Ciriaco risensa, che ormai il suo spirito cominciava a vaneggiare, e vinto dallo spasimo della morte vicina, con debile voce chiamato a sè Paolo così gli disse:

-- Signor Paolo, bisogna che cessiamo di fare cammino insieme; chinatevi, che la lena mi manca, e se la vita per isbaglio prende qualcheduno dei fori, che mi hanno aperto più del bisogno, temo che non potrò raccomandarvi quanto importa che operiate.

-- Sta di buon animo, ti caricherò su le spalle, e a casa ti medicheremo per modo, che tornerai saldo meglio di prima.

-- No, Paolo, non ci perdiamo dietro alle farfalle: codesto che voi dite non può effettuarsi, primo perchè sarebbe tempo perso; secondo perchè tanto sangue mi sgorga, che non lo potendo rattenere, lascerebbe la traccia sopra la via; terzo, se v'imbatteste nella Corte mentre me non aiutate in nulla, voi perdereste senza pro; quarto, quando non morissi, come sento che fra pochi minuti morirò, la qualità di taluna delle mie ferite ci servirebbe di spia; altre ragioni ho in serbo, e ve le potrei esporre, ma nella mia condizione di moribondo chiedo in grazia di passarmene.

-- Se la morte fosse cosa, io la vorrei strozzare...

-- E se si potesse io vi darei una mano; ma la morte non è cosa, quantunque disfaccia tutte le cose, però bisogna sopportarla in santa pace. Alle faccende dell'anima ho rimediato alla meglio da me stesso, ma non credo avere mosso troppi passi verso Maria, piuttosto confido, che Maria potrà farne troppo più verso me, e così sia. Ora pestate su la torcia e spegnetela, dacchè quanto vi consiglierò adesso, al chiaro non si potrebbe compire... e... e credo difficilmente si compirà anco al buio... Bene: qui, più vicino, qui, se fra due minuti sarò morto... se no vivo, pigliate il coltello, e tagliatemi netto la testa, che porterete con voi; domani trovando il mio tronco decollato non potranno riconoscerlo... ci avevate pensato?

-- Ci ho pensato...

Passarono alcuni secondi, e si saria creduto che la notte a cagione della maligna virtù di queste parole di Paolo: ci ho pensato, si fosse fatta più buia.

-- Ci avevate pensato! riprese Ciriaco; va bene: spogliatemi la livrea, e dentro a lei avvolterete la mia testa... a questo avevate pensato?

Paolo non rispose: quel cuore di ferro, comprese che al suo primo: _ci ho pensato_, non che altri, il diavolo doveva avere fatto la pelle di oca: e l'altro proseguiva:

-- Avvertite a cavarmi anco la camicia, perchè Maria ci aveva trapunto in cifra il mio nome, e questa marca potrebbe dare indizio al bargello, e metterlo sopra le vostre traccie... a questo avevate pensato?

Silenzio, e tenebre: Ciriaco, ripreso fiato, con un filo di voce continuò:

-- Tagliandomi il capo, badate non vi caschi l'abitino: se lo lasciaste per terra, guai! che dentro, oltre l'orazione alla Madonna della Neve e l'altra per san Niccola, ci si hanno a trovare due anelli, uno col mio nome, e l'altro col suo... di Maria... e questo voi non potevate avere pensato...

E ormai quasi con parole indistinte aggiunse:

-- Nella cantina del palazzo, sotto alla botte grande, voi troverete bella e scavata una fossa; -- ed io ce la zappai nel presagio di nasconderci la roba... lì seppellite il capo del vostro Ciriaco, del vostro fratello, che tanto vi volle bene, e al quale voi non ne voleste punto... punto.

Due ore dopo la mezzanotte, Paolo, diligentemente azzimato, tutto odoroso d'acqua di fiore d'arancio, e lieto come la Violante non l'aveva visto mai, entrò nella camera di lei che lo attendeva senza trovare posa sopra le piume; accostatosi al letto egli si recò sul braccio manco il bel capo della sua donna, che l'ansietà aveva colorito oltre il consueto; e più lo rendeva mirabile il volume dei capelli nerissimi sciolti per le spalle e pel seno che palpitava di ardore ormai dalla religione fatto sacro. Anco ai giorni che in cielo regnava Giove, lo Imeneo, dio decente e sviscerato a spada tratta delle cose condotte in regola, avrebbe coperto con le sue ali il seguito di cotesto incontro nuziale, onde quanto non ne corre maggiore l'obbligo a noi presso cui il matrimonio, dopo di essersi sentito venerare per santo, e mêzzo fino alla camicia di acqua benedetta, venne assunto al fastigio di uno dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. Però dinanzi alla cortina abbassata del letto noi inchiniamo verecondi la testa; solo diciamo, che donna Violante, rapita di sentirsi così stupendamente fuori del presagio ed oltre ogni aspettativa amata, dimentica dei mali presenti, improvvida dei futuri, s'inebriò di amori.

La mattina fu trovato un cadavere senza capo, e ignudo; per un'ora, se ne fece un gran dire; dopo due meno; a mezzo giorno non se ne parlava più; lavata e spazzata la strada, la gente prese a passarci secondo il solito, chi traeva per curiosità a mirare il luogo dov'era accaduto il fatto, ci trovava per lo appunto sopra una fruttaiola, che vendeva ciliege ai fanciulli; uno dei quali credendo che ne fosse cascata una, si chinò a raccattarla, e se la cacciò in bocca per tema gli fosse contrastata dai compagni, ma subito dopo facendo greppo la sputò come cosa abominevole; i fanciulli accortisi dello sbaglio gli dettero la baia con urli, e con fischi, a cui per via di perorazione aggiunsero anco qualche sassata; il ghiotto garzone aveva scambiato per una ciliegia un brandello di carne del povero Ciriaco.

NOTE.

[18] Ecco il passo di santo Cecilio Cipriano estratto dal primo Sermone, ch'egli dettò intorno alla elemosina, volgarizzato da Annibale Caro -- «perciocchè essendo tassati i suoi discepoli, che mangiassero _senza prima lavarsi le mani_, Cristo rispose dicendo: colui che ha fatto quello ch'è di dentro, ha fatto medesimamente quello ch'è di fuori; fate delle _elemosine, e con questo vi laverete ogni cosa_...»

[19] La storia della follia della regina Giovanna madre dello imperatore Carlo V è così piena di passione, che merita essere da me riportata, da altri letta. Esaminate le Storie stampate del _Mariana_, e le manoscritte del _Bernaldez_ gli Annali stampati del _Zurita_, e i Manoscritti del _Carbajal_, le Opere di _Pietro Martire_, la Vita del Ximenes del _Robles_, i moderni storici _Robertson_ nella Vita di Carlo V, ed il _Prescott_ nella Storia del Regno di Ferdinando e Isabella, possiamo affermare per vero che:

Giovanna, durante la malattia del marito, non si allontanò per preghiera nè per istanza dal letto di lui, quantunque nel sesto mese di gravidanza. Spirato che fu Filippo, ella non versò lacrima, nè profferì querela; tutta compresa nel suo dolore, proseguì a vegliarlo con la medesima tenera sollecitudine come se fosse anco vivo, e benchè al fine lo lasciasse seppellire, lo fece poi cavare dalla tomba, e riporre nel suo appartamento. Colà fu deposto sopra un letto di Stato in isplendido arnese, ed avendo ella da alcuni frati inteso certa leggenda di un re, il quale morto, era risuscitato in capo a quattordici anni, stava con gli occhi intenti sul cadavere, aspettando il momento felice della sua risurrezione. Nè questa strana affezione pel marito andava immune dalla acerba gelosia con la quale lo aveva proseguito vivo, dacchè vietò sempre alle fantesche si accostassero al letto dov'egli giaceva e a qualunque altra donna entrare nello appartamento, e piuttosto di permetterne lo ingresso ad una levatrice, sebbene avvertissero sceglierla di età matura, si sgravò della principessa Carlotta assistita dalle sole persone di servizio. -- Essendosi verso la fine di Decembre decisa la regina Giovanna di lasciare Burgos per trasportare il corpo del marito a Granata, giusta la sua ultima volontà, ella volle prima di partire contemplarlo, nè dal fiero spettacolo poterono punto removerla i suoi Consiglieri, nè i frati del monastero di Miraflores, i quali considerando come le opposizioni loro eccitassero la sua frenesia, ebbero per la meno trista a soddisfarla. Tolto il corpo dal sepolcro ne apersero le due casse di piombo e di legno, e videro come, nonostante l'avessero imbalsamato, egli serbasse appena la traccia della sua prima condizione; la regina con le proprie mani lo stazzonò senza versare una lagrima; dopo che da lei era stato scoperto infedele, ed una donna fiamminga averle rapito il cuore del marito, ella non pianse più. Il corpo fu posto sopra un magnifico carro tirato da quattro cavalli, andandogli dietro un lungo codazzo di ecclesiastici, e di nobili, i quali lasciarono la città insieme con la regina la notte del 20 Decembre. Giovanna viaggiava la notte adducendone per ragione: «che una vedova, la quale abbia perduto il _sole della sua anima_, non deve esporsi alla luce del giorno.» Quando poi fermavasi il corpo del suo defunto marito veniva depositato in qualche chiesa, o monastero, dove si celebrava l'ufficio funebre come se Filippo fosse morto pure allora, e guardie armate vigilavano il feretro, a fine principalmente d'impedire che qualunque donna profanasse il luogo con la sua presenza. -- In altro viaggio a piccola distanza da Torquemada ella ordinò, che il cadavere fosse portato nel chiostro di certo convento; credeva che lo abitassero frati, ma quando seppe che ci albergavano monache, presa da orrore, fece senza porre tempo frammezzo trasferirlo in campo aperto: quivi ella si accampò circondata da tutto il suo seguito, fatto prima aprire la cassa per riscontrare lo stato del cadavere; il vento essendosi levato gagliardo spense le torce, onde passarono la intera notte a ciel sereno, nel buio, e al freddo.

[20] Nella inopia di libri in questo paese non ho potuto rintracciare chi fosse l'arcivescovo di Napoli nel 1588. Bene scartabellando su i libri trovo un Bartolommeo _Chiaccarello_, che scrisse un libro _de Archiepiscopis Neapolitanis_, ma sì vattelo a pesca: potrei andarmene fino a Napoli a riscontrarlo nelle Biblioteche; e ci andrei se da un lato non mi trattenesse il pensiero che per un arcivescovo non vale il pregio mettersi in viaggio, e il Lamarmora, che nonostante la mia medaglia di deputato, parmi civile e militare a bastanza da cacciarmi nel Castello dell'Uovo con somma esultanza di tutti i Napolitani, come non mancherebbero scrivere i Giornali ministeriali. Alfonso Caraffa sembra che alla morte dello zio Pontefice contasse appena quindici anni, e arrivò ai ventiquattro non bene compiti: «il cardinale di Napoli, giovane di regolati costumi, pieno di umiltà e modestia, non si partiva mai dal fianco del Papa, intanto che molti il biasimavano: quasi che col tenere sempre rinchiuso seco questo giovanetto, che non passava l'età di quindici anni ed era anco di complessione delicata, senza dargli adito a ricrearsi, potesse manifestamente pregiudicare alla sua salute, e ridurlo a termine di qualche perniciosa abitudine, come l'esito dimostrò, essendo il Cardinale pochi anni vissuto dopo il Papa, e morto appena allo arrivare del venticinquesimo anno.» _Guerra degli Spagnuoli contro Papa Paolo IV_ di PIETRO NORES, C. 4. Ora Paolo essendo morto il 18 agosto 1559, il Cardinale Alfonso gli tenne dietro nel 27 Agosto 1565. -- Tanto avverto perchè o non mi appuntino di anacronismo, o avvertano questo essere stato per me volontario fallo. Circa poi ai rinfacci, che gli muove il Marchese d'Ayerba pur troppo veri, ce gli attesta la storia. Al duca di Palliano tagliarono il capo per avere fatto strangolare la moglie Violante Garlonia rea di adulterio con Marcello Capece, e il cardinale Alfonso strozzarono come complice di questo delitto: però non fu il solo, ed altri imputarono misfatti così all'uno come all'altro, che non importa discorrere; narrasi, che la prima corda messa intorno al collo del cardinale Alfonso nello strozzarlo si ruppe, e fu mestieri adoperarci la seconda; su di ciò uno _elegante spirito_, scrive il Summonte, compose il seguente distico:

_Extinxit laqueus vix te Caraffa secundus,_ _Tanto enim sceleri, non satis unus erat._

(Te appena uccise il secondo capestro, o Caraffa, però che a tanta colpa non ne bastasse un solo).

E pure Pio V, che dicono _santo_, dichiarò nulla la sentenza, la morte ingiusta, i processi falsificati, e il fiscale, che fabbricò il processo, quasi pubblico ladrone dannò alla forca. Come si chiamava cotesto fiscale? Si chiamava _Palantieri_, ma non monta: I FISCALI SONO IN TUTTI I TEMPI TUTTA UNA COSA, FANGO E SANGUE. Don Antonio marchese di Montebello scampò a Napoli, il figliuolo cardinale Alfonso non volle o non potè fuggire, e fu prima sostenuto in Castello e poi condannato in centomila scudi da pagarsi dentro certo tempo, e questo per tante gioie che non si poterono rinvenire dopo la morte dello zio. I Cardinali non potendo altro fare, mossi dalla sventura, e dalla bontà del giovane, si collettarono raccogliendo diecimila scudi, i quali posero nella Camera apostolica per liberarlo, e di più molti fra loro sodarono per lui chi in quattro, chi in cinque, e chi in diecimila scudi, fra i quali Santa Fiora, e Farnese. Il Papa, secondo il costume di cui regge perverso, studioso di dare alla soverchieria sembianza di generosità, gli rimetteva venticinquemila scudi; ma non per tanto lasciava il Cardinale libero di uscire di Roma, onde il Marchese suo padre, venduta una delle sue terre, lo riscattò; ed egli, uscito dalla città funesta alla sua famiglia, si ridusse a Napoli, dove visse e morì onorato, e compianto dall'universale.

Aggiunta. Per le ragioni allegate dissuaso di recarmi a Napoli alla pesca di un Vescovo ci spedii una lettera, alla quale un dotto ecclesiastico fece la seguente risposta: «non si è trovato il _Chiaccherello_, bensì nella Biblioteca di San Domenico maggiore il _Parascandolo_, donde si cavano le seguenti notizie. Annibale da Capua dei duchi di Termoli patrizio napolitano successe al beato Cardinale di Arezzo nella Chiesa di Napoli che governò dal 1578 al 1596; reputato solenne giureconsulto, Gregorio XIII prima lo creò referendario di Segnatura e prelato domestico; poi nel 1576 nunzio straordinario allo Imperatore Rodolfo II, e quindi alla Repubblica di Venezia. Sisto V lo spedì nunzio apostolico co' poteri di legato _a latere_ a Stefano _Battory_, poi alla Dieta polacca. Nel 1595 convocò a Napoli il sinodo diocesano per la riforma dei costumi del clero e del popolo;» il restante delle laudi si legge nel suo epitaffio ch'è lungo lungo. Questa notizia essendo giunta tardi, non ho mutato nulla; _j'ai fait mon siège_ esclamai come lo storico Vertot, e non rimossi dal posto il Caraffa, perchè dava ad ogni modo saggio degli uomini e dei tempi.

[21] Pietro Aretino incomincia la satira a Cosimo I col verso:

Al tempo che volavano i _pennati_.

CAPITOLO IX.

Il Cardinale.

Finchè ebbero speranza di ridurlo a granaio, a taverna, o in uso altro più vile, lo tennero sodo più che grappa impiombata; quando poi furono intimati in virtù della legge _ne urbs ruinis deturpetur_ a reggerlo co' puntelli, gli ebrei, che ci avevano prestato su danari ad ipoteca, consegnarono il palazzo dei Pelliccioni in mano degli Edili, i quali, per evitare che diventasse una macía, secondo il buon giudizio, che governa ordinariamente i partiti municipali di tutto il mondo, lo trasmisero nelle mani della Distruzione.

I dominatori, che sanno l'arte, gli oppressori genuini non entrano di straforo nei paesi a mo' delle volpi nei vigneti per piluccare i grappoli, bensì di coloni per pestarli dentro ai tini; di fatti i capitani stranieri quando s'immisero nelle città italiche portarono la lancia in resta ferma sopra la coscia; adesso quando vi s'insinuano, adoperano altresì la lancia, ma quella con la quale _giostrò Giuda_[22]; onde i primi violentando solo i corpi poterono esserne cacciati, i secondi corrompendo le anime non poterono, o tardi, o male.

La Distruzione poi prese possesso del palazzo Pelliccioni in modo conveniente alla maestà sua; calcando col piè grave la gradinata del palazzo ne ruppe gli scalini, coi gomiti scantonò i pilastri della porta, ed, appena introdotta, di una capata sfonda il soffitto dello androne: quivi gli alunni di Giulio Romano avevano molto maestrevolmente dipinto la battaglia dei Titani contro Giove: adesso di cotesti formidabili figliuoli della terra tu non miravi altro che un mucchio di gambe tronche e di piedi, nè Giove era intero, bensì scemo della testa, e il suo folgore privo di saetta ciondolava come il cordone umbellicale di qualche altra divinità piovuta di fresco dal cielo. Il Byron, preso dagli azzurri sereni dello empireo di oriente, afferma lassù, in fondo in fondo di quelli contemplarsi Dio, ed anco nel cielo dello androne dei Pelliccioni, finchè rimase intero, fece il Saturnio temuta mostra di sè; ma adesso che la Distruzione lo aveva sfondato, se ci addentravi lo sguardo, vedevi una tela di ragnatelo ordita per chiappare le mosche: anco i Numi stanno in potestà della Distruzione.

Per quanto fossero ampie le camere, e le sale, la fiera Ospite non aveva trovato luogo capace per sè; onde dopo avere spaccato i muri si arrampicava sul tetto; il palazzo vinto dall'immane peso per molte crepe pareva ridere nella guisa, che il gladiatore ferito a morte nel diaframma rideva. Seduta sul letto come re sul trono la Distruzione avendoci incontrati altri Dii dette subito mano a manometterli non solo, ma altresì a norma della ragione di stato renderli contennendi e vili; chè a Marte tolse via il naso e la spada; a Venere troncò la mano, che pittori e scultori effigiano distesa a parare la sua nudità; nè su questo si poteva in coscienza dare torto alla Distruzione; però che o importava alla buona morale velare parte del corpo di Venere, e allora a che ipocrisia sì fatta dopo averla scolpita o dipinta come uscì fuori dal mare? Cotesta mano, in cotesto luogo, pareva messa proprio con la intenzione medesima con la quale sopra i crocicchi drizzano i cartelli; cioè per insegnare la strada e:

Mi mostrano la via, che al ciel conduce,

disse messer Francesco Petrarca canonico di Padova, ma lo disse del cuore non già degli occhi di madonna Laura, non della mano, la quale, secondo quello ch'ei ci vuole dare ad intendere, non gl'insegnò mai nulla -- quindi, o velisi la Venere come quella di Coo o la si lasci ignuda schietta come l'altra di Gnido. La Venere di Firenze è Venere da Gesuiti[23].