Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)
Part 12
-- È morta; replicava don Valente.
-- E non lo contrasto, ma anco i morti devono comparire al giudizio, e per me metto pegno, che se voi citaste donna Violante, ella non si rimarrebbe dal comparirvi dinanzi...
-- Potrebbe darsi, ma ora state a sentire un po' me, don Alfonso; e così dicendo gli occhi del Marchese si schiarirono come se lo intelletto li riaccendesse della sua luce: io so troppo bene, che la mia sciagurata figliuola non è morta fisicamente, ma per me la tengo morta moralmente, e voi, ed altri non meno autorevoli di voi, bene potrete turbarmi il cervello già abbastanza stravolto, ma farmi mutare di proponimento voi non potrete. Voi per giudizio universale celebrano uomo pieno di dottrina, ed io l'ho creduto sempre a mia posta e lo credo, ma credo altresì che non tutta la scienza si comprenda nei libri, così vero questo, che io conosco a prova come voi non ci abbiate mai letto certo ricordo, il quale insegna così: -- tra carne e ugna non sia uom che ci pugna! --
Il Vicecancelliere rimase proprio su la botta; perse le staffe, e si sentì confuso non pensando manco per ombra, che un lucido intervallo avesse così alla sfuggita illuminato la mente del Marchese, onde mal sapendo che cosa si facesse o dicesse, con mille riverenze ed inchini, pregando venia se troppo si fosse inoltrato nelle faccende di sua eccellenza, uscì.
Riferito l'esito della pratica alla Violante, appena possiamo con parole significare quanto fastidio l'assalisse; certo grande l'era stato dolore udire come suo padre fosse dello intelletto infermo, ma a cento doppi più la trafiggeva il pensiero di saperlo adesso in ogni parte sano, e pure così inesorabile nell'odio contro di lei; combattuta da tanto spasimo l'assalsero fiere convulsioni, onde corsero per don Orazio, che informato del caso, non si fece aspettare; avendola rinvenuta a tale da mettere in grave apprensione, il medico dabbene la vegliò tutta la notte, la soccorse con cristiana carità, nè quinci si rimosse, finchè avendo la donna ripreso i sensi potè giudicare passato il pericolo: innanzi di accommiatarsi però volle sapere la causa ond'era venuto tanto sconcerto, la quale conosciuta, accertò la Violante, che il Giureconsulto aveva preso un granchio; pur troppo il marchese d'Ayerba aveva dato nei gerundii: perchè non si sarebbe mai indotto a credere che uomo cristiano e padre, se bene in cervello, avesse voluto chiudersi le orecchie per non sentire la voce del sangue; egli, che prestava allo infermo l'opera sua conosceva pur troppo com'ei fosse alienato di mente; avere già seco stesso disposto di tentare una prova per ricondurre il Marchese al consueto stato di salute; forse il meglio era procrastinarlo per un altro poco tempo, adesso volerlo anticipare per ismentire il Forense, il quale, secondo l'indole solita dei forensi più trista dei tre assi, altro non sapeva che pensare al male: gli farebbe toccare con mano se respingere da sè la sciagurata figliuola, se ridurre una povera creatura alla disperazione fosse lavoro da genitori sani, ovvero da scemi.
In questo proponimento del medico ci entrava non sappiamo in quale misura molta bontà di animo, ed altresì molta gara, miscuglio eterno di bene e di male che governa le menti dei mortali.
Presi pertanto gli opportuni concerti, il giorno dopo per tempo si fece a visitare il Marchese confidando trovarlo sempre a giacere, ma s'ingannò, che quegli fino dall'alba si era condotto a vegliare il feretro: non si rimase per questo, bensì mutate alcune parti del disegno, si presentò a don Valente ponendosegli allato quanto meglio potè leggero; gli parve assopito, epperò si mise con molta pazienza ad aspettare, ma dopo buono spazio di tempo avendo egli, tratto un lungo sospiro, aperti gli occhi, Orazio gli domandò:
-- Eccellenza, come si sente ella stamane?
Il Marchese lo sogguardò placido, ma non rispose niente.
-- Come abbiamo passato la notte?
Sempre silenzio; allora il Medico speculò il polso, e approfittandosi della pacatezza dello infermo gli pose la mano sul cuore, e poi tentennò il capo come se il sì e il no gli tenzonasse dentro; al fine parve deciso, imperciocchè assettatosi di faccia al Marchese prese a dire:
-- Eccellenza, questo suo stato addolora il Vicerè, i suoi nobili Colleghi e la famiglia desolatissima, e bisogna finirla.....
Soprastette alquanto, poi continuò; -- bisogna finirla, dacchè non occorra causa per continuarla... no... davvero non occorre causa ragionevole. Io comprendo ottimamente che la regina Giovanna (Dio abbia in gloria l'anima sua), la regina Giovanna ava di S. M. il Cattolico nostro re, vegliasse il capo del re Filippo suo consorte perchè era matta...[19]
Il Marchese intese il volto come persona che ascolti con attenzione, onde il Medico con voce alquanto più vibrata proseguiva: -- sicuro, era matta... la povera Signora; quantunque poi nella sua follìa occorresse connessione d'idee, conciossiachè estimando ella che il suo marito non fosse morto, bensì dormisse, non pativa, gelosissima com'era, che svegliandosi gli occhi di lui incontrassero altra faccia, eccetto la sua. Ora, come vede, vostra Eccellenza non è matto....
-- No, la Dio mercede, io non sono matto...
-- Per lo appunto era quello che diceva ancora io.
-- Nè la sua preclarissima figliuola, donna Violante, è morta...
-- Chi afferma, chi, che la mia figliuola non è morta?
-- Lo affermo io, che la so viva...
-- Non è vero...
-- È verissimo, perchè io l'ho veduta.
-- Già... lunga e distesa nel cataletto...
-- No signore, su ritta, e parlante, e smaniosa d'inginocchiarsi ai suoi piedi per domandarle perdono...
-- Giuro a Dio, voi mentite per la gola!
-- Giuro ai Santi che vostra Eccellenza è... in errore; ve l'affermo viva.
-- No, è morta...
-- Ed io vi dico ch'è viva...
-- Ma sì... ma sì ch'è morta... o non istà ella riposta qui dentro?
-- Qui dentro non ci è nulla...
E così dicendo il Medico dava una solenne spinta al catafalco mandando candelieri, torce, crocifisso, ghirlande, ogni cosa sossopra; rotolò la cassa per terra, e staccandosene il coperchio fece manifesto come fosse vuota. Al tempo stesso si udì fragorosamente aprire la porta di faccia, e fuori di quella prorompere donna Violante co' panni onde apparve vestita l'ultima volta, che si trovò con suo padre, e con passi concitati, le braccia supplichevoli, la voce piangolosa precipitarsi alle ginocchia del Marchese urlando disperatamente:
-- Perdono! Perdono!
Il Marchese d'Ayerba già si era ritto e tremava da capo alle piante; i denti batteva e gli occhi, e ansava come persona a cui venga mozzo il respiro, salvatico, e trasognato agitava le mani per grancire qualche cosa; al nuovo strepito, all'urlo, alla vista improvvisa, a mo' di stecchi gli si drizzarono sopra la fronte i capelli, e dopo avere in orribile guisa dilatate le palpebre, gli s'irrigidirono le membra, e cascò giù come corpo morto.
E per morto lo tenne anche Orazio, il quale smaniava quasi rampognando sè stesso:
-- Il troppo _amen_ mi ha guasto la messa... e te lo diceva l'arte, che la corda non era da tirarsi con mano atroce... su, don Diego, vediamo di adagiarlo sul tappeto... mettetegli sotto il capo il guanciale. Voi altri andate per le fasce e la catinella....
E siccome la Violante, a posta sua più morta che viva, andava domandando:
-- Ma l'avrò il suo perdono? Dovrò perdere il padre mio senza essere perdonata?
Il Medico rispondeva:
-- O signora mia, io temo forte, che il signor Marchese in questo mondo non aspetti più perdonare nè essere perdonato.
Il sangue spicciò vivido dalla vena, sicchè con quello ed altri argomenti il Marchese anco per questa volta fu restituito alla vita, però sembrava ci volesse fare piccola fermata; verso sera, mentre temeva il Medico si aggravasse il male, quasi la Natura avesse preso a compito di uccellarlo, lo infermo migliorò tanto da giudicarlo la dimane fuori di pericolo. Erano duri i nostri vecchi a morire. Tuttavia don Orazio, sia che a cotesto miglioramento non si fidasse, o come in malo odore intorno alle faccende della fede, procedesse cauto per non inciampare co' preti, ordinò si amministrassero allo infermo i sacramenti.
Pregato, andava don Alfonso Caraffa arcivescovo di Napoli, uomo provato dalle sventure, e per pietà riputatissimo, perocchè quel severo suo parente Paolo IV se lo fosse tenuto al fianco educandolo nel timor di Dio, le quali cose però non valsero a salvarlo dalla prigionia, nè dall'accusa, nè dalla condanna, travolto nella ruina dei suoi: venuto al letto dello infermo, da prima con parole soavi lo confortò a rassegnarsi, e a questo il Marchese di leggieri assentiva; dipoi aggiunse, che bisognava perdonare; e poichè l'altro pertinace accennava di no, egli rincalzando diceva: -- pensate, signor Marchese, che Cristo ordinava ai suoi discepoli perdonassero non sette, nè settanta, bensì settanta volte sette; ora voi ci ricuserete a perdonare una volta? E come un uomo mortale vorrà conservare odio immortale? Rammentatevi, che fra poche ore voi vi troverete davanti al Giudice eterno trepidante per una parola di perdono...
-- Se non mi vuole perdonare non me ne importa niente, io non perdono....
-- Non lo dite, figliuolo, cacciate via simili consigli, che vi suggerisce il demonio... Perdona Dio ch'è perfetto, e non vorrete voi, uomo pieno di colpe, di cui i peccati superano forse i minuti della vostra vita?...
-- Fo voto a Dio, voi mi oltraggiate...
-- Io non vi oltraggio, bensì vi ammonisco cristianamente, e vi raumilio...
-- Non intendo essere umiliato... io...
-- Aggiungete agli altri peccati anco quello della superbia per farvi più degno di comparire al cospetto del Demonio, che meritò appunto per la sua superbia, di re della luce, essere tramutato nel re delle tenebre; chinate la dura cervice innanzi a me...
-- A voi?
-- Sì, a me, che rappresento in terra il Creatore dell'universo...
-- Levatevi di qua; voi mi rappresentate sangue di omicidi della propria moglie, voi uscite dal ventre dove si fabbricano i calunniatori...
-- Marchese d'Ayerba, che dite voi?
-- Io dico, che tu sei un avanzo di corda, e di mannaia... -- Va a pregare pel tuo zio cardinale strozzato, o per l'altro di Palliano decapitato...
-- Il diavolo vi tenta... -- Marchese, il diavolo... e qui lo segnava divotamente, onde l'altro vie più indracato...
-- Va via... va pentiti per te... e prima rendi alla Camera apostolica i venticinquemila ducati che le hai rubato...[20]
All'atroce ingiuria il buono Arcivescovo vacillò come persona percossa sopra la testa, e sebbene d'indole mansueta, parve sostenere dentro di sè una lotta per prorompere, e forse lo faceva, se di repente don Diego avventandosi al Marchese non lo avesse chiuso nelle sue braccia, come dentro una morza, e don Orazio, pigliando lui per la veste, non lo tirava fuori della camera; imperciocchè il Marchese colto da impeto di frenesia, cacciati lungi da sè lenzuolo e coperta, spingeva le gambe ignude a terra dal letto, e con le pugna chiuse minacciava il cardinale. Tanta era la sua furia, così veemente l'accesso della frenesia di costui, che fu mestieri l'aita di parecchi servi a tenerlo fitto nel letto; le bende squarciaronsi, il sangue scorse a rivi, prima che, caduto in deliquio, il Medico potesse fasciarlo da capo; quando, indi a qualche giorno, potè articolare parola con un filo di voce talora ripeteva a sazietà: = no... no... non voglio perdonare; = e tal altra; = è morta... è morta... è morta...
E Paolo intanto, che faceva? Egli andava, veniva, consigliava, spendeva a larga mano moneta ricavata dalla vendita degli ultimi arnesi di pregio rimastigli, a modo del giocatore avventurava l'estremo scudo sopra l'estrema carta, e poichè lo stringeva la necessità di vincere, secondo il solito non vinse; tutte le sorti gli mostravano il viso dell'uomo d'arme; non gli approdò l'espediente del forense, che confidava nella insania del Marchese, gli riuscì fallito l'altro del Medico, che aveva fatto capitale sopra il ricuperato intelletto di lui. -- Quanto più metteva industria a districare il nodo, più gli si aggruppava fra le dita, e questa volta di filo di ferro.
La Violante lo voleva al lato, in pochi dì la sventura l'aveva ammansita, dacchè una prova o due di lei partoriscano maggior frutto che i quaresimali di quanti frati domenicani predicarono al mondo; umile, rimessa, proprio non pareva più quella, e quantunque la passione nell'animo suo avesse divampato al soffio della paura di perdere Paolo, e di tornargli incresciosa, ora ch'ei la vedeva reietta, e forse appunto in grazia di questa paura, con tutte le viscere adesso lo amava.
Però mirandolo aggirarsi torbido per la stanza, sovente lo chiamava a sè co' dolci nomi che suggerisce amore, e lo veniva ad ogni momento interrogando se l'amasse, se per lei sentisse quello che per lui sentiva ella, frequenza che, carissima sul primo ardore, appena rimette un po' del suo bollimento tu provi mortalmente uggiosa, e fa fuggire a tiro di ale amore di là donde egli saria partito di passo e tardo; lo supplicava le sedesse al fianco, lo blandiva, le chiome gli componeva, lo baciava, ed egli si lasciava fare, ed anco le corrispondeva, però che il cuore umano per salvatico che sia bisogna che alla carezza di donna amante acconsenta, ma intanto che Paolo con gli atti sta allato alla sua consorte, col pensiero vaga lontano da lei, e considera i fieri casi, che lo premono, e più da vicino lo tribola la stretta del non sapere come tirarsi innanzi domani, imperciocchè Ciriaco non meno confuso di lui gli avesse detto non avanzargli più nè anco uno scudo: mentre così internamente si rode, la mano candidissima della donna dalle chiome scendendo gli si posa sopra la guancia, e nel passaggio gli sfolgora gli occhi con un baleno di luce; egli allora spinto da subito moto gliel'acciuffa e cova con ardente sguardo le anella, che molte, e preziose ne ornavano le dita. Il bisogno fa l'uomo ladro, ed egli, che in onta ai sofismi della sua coscienza era stato ladro anco senza bisogno, sentiva ribollirsi dentro il sangue, sicchè stava lì lì per darle l'arraffata, quando la Violante inuzzolita da cotesto atto, che suppose vezzo, favellò:
-- O Paolo, con questa mano io ti detti il mio cuore...
Paolo rabbrividì come se fosse stato colto col furto addosso, e per nascondere il suo turbamento, altro non seppe che baciarle la mano quattro volte e sei, onde Violante vie più commossa:
-- Stringila, Paolo mio, stringila come testimonio di fede, che non ti verrà mai meno: possa io dire sempre così della tua! Se le cose e le persone noi teniamo care alla stregua di quello che ci costano, io comincio, cuore mio, a costarti molto, e pur troppo lo comprendo, sai? -- E tu pure, Paolo, e sallo Dio, tu pure mi costi. --
E l'altro incapace a dare risposta che gli paresse buona, baciava e ribaciava la mano, per lo che la donna uscì fuori con queste altre parole:
-- E' vi fu, e non ha molto tempo, un'ora in cui non ti bastò baciare la mano, ed io te ne feci rimprovero, dovrei adesso adirarmi teco perchè ti basta?
-- No, Violante, no, ma sarebbe da ingrati disprezzare la chiave dopo che vi aperse la porta del palazzo; -- e sì parlando l'abbracciò, e dopo averla baciata su la bocca, allegando certe sue scuse, toglieva commiato da lei; caso mai tardasse durante la notte, non istesse in pensiero, che doveva trattenersi a lungo con persona amica, la quale all'alba si partiva per Roma. Niente di questo era vero, ma in quel momento non si sentiva forte da dominare la burrasca scatenatagli dal diavolo nell'anima eccettochè fuggendo; Ciriaco, senza aspettare invito, gli tenne dietro secondo il solito. Chiuso in sè, senza dire parola, di tratto in tratto bifonchiando, Paolo si dilungò pel lido del mare, non avvertendo l'ora, nè la stagione. Arrestandosi allo improvviso, come se in cotesto punto risensasse, a voce alta esclamò:
-- Dove sono?
E Ciriaco fedele rispose:
-- Egli è un bel pezzo, che camminate su e giù come un cane, che abbia preso il fungo di levante; vedete; ci troviamo a Chiaia; e fo conto che se non sonò la mezzanotte, poco più abbia a stare.
-- Torniamcene a casa Ciriaco; dammi braccio; ma sai, che ci siamo messi in tale selceto, donde mi parrebbe miracolo cavarne le gambe a salvamento?
-- Pare anco a me, che abbiamo fatto un buco nell'acqua...
-- Capisco che le sono faccende, che col tempo si accomodano, ma per ora arrovello a trovare una via per uscire di angustie: danari...?
-- Nè anco un ducato...
-- Gioie...?
-- Quelle che vi procureranno i figliuoli quando ne avrete...
-- Tu che mi amasti sempre come fratello, Ciriaco, ora stillati il cervello, e consigliami un po', che pesci io mi abbia a pigliare?
-- Caro signor Paolo, che io vi ami come fratello e più, la è cosa, che si trova anco su i boccali di Montelupo, ma non mi sento al caso di consigliarvi: tuttavia, parlando secondo il cuore, non secondo il giudizio, mi sembra che qui a Napoli vi bisogni stare, perchè _in primis_ a Roma con Sisto V non tira vento per le nostre vele; e persone per salutarci non ci desiderano, e amministratori per renderci conto delle nostre sostanze non ci temono: qui, cotesto indemoniato di Marchese dovrà alfine dare la capata; la batterà fra mesi; forse tra settimane; ed una volta ito agli alberelli noi entriamo in possesso dei suoi beni: alla signora Violante, povera donna, che va intabaccata di voi come gatti in fregola, daremo ad intendere, che i pennati[21] volano, e co' panni nuovi rifaremo le stanghe, procurando, se ci è verso, di scampare quel maledetto nodo scorsoio, che non mi esce mai dalla fantasia...
-- E dálli con questo nodo scorsoio! Per guarirti della paura del capestro meriteresti che ti tagliassero la testa stanotte; come in premio di questo bel sermone meriteresti ch'io ti cacciassi capo fitto in mare; non ricordi che mentre il grano cresce l'asino muore?... Tu pure soventi volte lo hai rammentato a me?
-- È vero; ma che volete? non rovesciate la colpa addosso a me; ciò accade perchè proprio il mal panno non offre cimosa. Io mi sarei tagliato la mano, prima che chiudere di testa mia la porta del palazzo del Marchese, ma non so disobbedirvi; me lo diceva il cuore, che noi andavamo a metterci a sedere sopra i cavicchi con quei diavolii di finti ammazzamenti e andirivieni su e giù per la via...
-- Taci se non sai dirmi altro, danno fatto guado chiuso, e qui voglionci scudi non guai...
-- Se col mio cuore si potesse battere moneta, io vi direi pigliatevelo e conciatevelo; se la mia pelle fosse di ermellino, possa morire senza sacramenti se io non mi scorticherei per voi.
-- Se almeno fossimo al tempo in cui il diavolo comprava le anime!
-- Lasciamo stare questi tasti, Paolo, che non sappiamo come nè quando ci toccherà a morire; le disgrazie, diceva il venditore di orvietano, stanno sempre apparecchiate come le tavole degli osti; non ischerzate co' santi...
-- E chi rammenta santi? Mi sembra avere discorso del diavolo; pure sta quieto, Ciriaco, tante sono le anime le quali si danno _gratis_ al diavolo, che questi ormai non sa più dove ficcarle, ed io so di buon luogo, che ei pensa aprirne canova a rinvilìo. Se non mi capita meglio torneremo a Roma...
-- Dio ci scampi e liberi, ora che il vento schianta gli alberi saranno risparmiate le foglie? Vedete non ha potuto reggere il Mangone, il quale, dái dái, ebbe a trovarsi alla delizia di sentirsi attanagliato, arrotato, e per ultimo mazzolato qui in Mercato...
-- Storie vecchie, Ciriaco; da cotesto casaccio in poi è già trascorso un anno, e intanto è sorto Marco Sciarra nello Abruzzo, e seco va il fratello Luca che vale oro quanto pesa; nè papa Sisto con le sue bravate, nè questo don Giovanni di Zunica, comecchè d'accordo con Roma, la possono sgarare con esso loro, e bada, che li protegge a spada tratta il signore Alfonso Piccolomini da Venezia: insomma sembra a me, che ci avanzi stoppa per filare, e tu avresti a sapere che chi ha paura che le passere becchino non semina mai panico...
Mentre così, per divertire tetri presentimenti, alternano costoro colloqui in apparenza giocondi, ecco nella via Toledo comparire da lontano il chiarore di torce a vento. Chi sia che va a cotesta ora così? Certo qualche gran signore ha da essere; forse egli uscirà da festino, da nozze, o da battesimo: Paolo e Ciriaco per istinto di bandito, o per usanza vecchia si addopano al cantone, gli occhi tutti intesi, e gli orecchi; mano a mano che si accostava il lume essi videro un fiero barone di vesti sfarzoso, e di ordini cavallereschi, e di gioie, con infinito sussiego seduto dentro una lettiga parata di damasco bianco; lo precedevano di alcuni passi due staffieri, che portavano le torce, e due altri di forme da Morgante sostenevano la lettiga; tutti erano abbigliati ad una livrea celeste e argento. Appena Paolo se li vide venire da presso si volse a Ciriaco, e gli disse sommesso:
-- Mira! il diavolo protegge i suoi devoti, Dio fece trovare al patriarca Abramo un becco con le corna, a noi il diavolo mette innanzi un patrizio co' tosoni.... ti basta l'animo di dare dentro...?
-- Magari!
-- Che armi ti trovi addosso?
-- Il coltello. Non basta?
-- E' non ci ha da scialare; pure buttati addosso agli staffieri che portano le torce; agli altri penso io, e bada a spegnere subito le torce; caso mai ci dilungassimo l'uno dall'altro, nel buio ci riuniremo al grido di...
-- Maria.
-- Perchè Maria? Piuttosto Tuda...
-- No... Maria.
-- Ebbene, Maria, come vuoi...
Maria e Tuda per ambedue costoro nomi fatali. -- Poi ultimo avvertimento, che ormai il tempo non concedeva lunghe parole, per parte di Paolo fu:
-- Tu spoglia i servi, io il gentiluomo...
-- Ammazza l'orso e poi vendi la pelle, che dal fare al dire ci è che ire, disse Ciriaco; poi tratto il coltello gridò: su, addosso...
-- Addosso...
-- Signore vi raccomando l'anima mia! strillò un povero staffiere investito da Ciriaco con una coltellata nel cuore; cotesto misero si struggeva di voglia di tornare a casa per rivedere la moglie, la quale pure ieri gli aveva partorito il primo figliuolo, sicchè anco a costo di rilevarne dal padrone una carta di male parole, e forse qualche tristo fatto, allungava il passo, quasi intendesse vincere il palio; quando per avere precorso troppo gli toccava a fermarsi, od a tornare indietro, sudava acqua e sangue: ed ora dopo essersi accartocciato sulle selci della via come foglia esposta all'ardore del fuoco dà parecchi tratti, mano a mano più languidi, e con un soffio fumoso cessa sospirando:
-- Maria!...
Cotesto era il nome della moglie, che lo aspettava; quello del figliuolo non potè profferire o perchè gliene mancasse la balía, o perchè non glielo avesse anco imposto al battesimo.