Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2)

Part 11

Chapter 113,876 wordsPublic domain

Dopo molto spazio di tempo, così ordinando amici e parenti del Marchese, accorsi al caso, i servi scassinarono la porta, e muniti quale di cuscino e quale di materazzo furono sopra al Marchese, il quale tutto molle di sudore, ammaccato, ed in più luoghi lacero balbuziendo, e con le mani annaspando lasciò cadersi sopra la faccia; lo sostennero i famigli, e con pietosa cura lo trasportarono privo di sensi sul letto. Don Orazio, medico di casa, chiamato in fretta, arrivò tardi; costui godeva fama meritamente di medico egregio e di cervello balzano; fattosi presso allo infermo lo speculò da cima in fondo tre e quattro volte, ordinò gli narrassero a modo e a verso tutto il successo, e mentre gli astanti con maravigliosa ansietà aspettavano udire prescrizioni strane, egli si strinse a questo:

-- Signor Diego, avvertite di bagnare all'infermo lo tempie con l'acqua fredda, e mutategli spesso le pezzette: se ripiglia i sensi tranquillo non lo sturbate e lasciatelo in quiete; se all'opposto, state pronti a reggerlo e venite a chiamarmi -- e mosse per andarsene.

Allora fecergli calca intorno i parenti e gli amici industriandosi scalzare l'animo del medico circa la gravezza del male, e se si sarebbe guarito presto, e da che fosse derivato, frastornandolo con mille altre domande del pari indiscrete; ma il Medico se ne sbrigava rispondendo:

-- Dubito che la infermità abbia rimedio; tuttavolta non si sbigottiscano, però che le vostre nobili signorie non si accorgeranno forse che il Marchese durerà ammalato: ad ogni modo, le assicuro ch'egli non se ne accorgerà di certo.

-- Magnifico don Orazio, interrogava sommesso Diego il Medico, accompagnandolo come si costuma fino su le scale, se me lo potesse dire in quanti passi di acqua peschiamo col padrone, mi farebbe carità, sia per l'obbligo a cui sono tenuto come cristiano e leale famiglio verso il mio Signore, sia per provvedere, mi capisce, alle coserelle mie.

-- Capisco, signor Diego, capisco; prima dovevate dire per provvedere a me, poi al padrone; voi non siete stato sincero; non voglio dirvi niente.

-- Confesso che le cose mi erano uscite dal cervello arruffate, e la vostra signoria le ha messe in ordine; però io sinceramente mi sento attaccato al mio padrone: -- siamo invecchiati insieme.

-- Davvero?

E il buono spagnuolo si mise la mano sul petto e non rispose parola.

-- Or su! signor Diego, state di buono animo, che il Marchese non corre pericolo al mondo; fin qui egli fece i fatti suoi con tanto poco cervello, che io giudico, che continuerà a farli ugualmente bene senza punto.

-- La si spieghi, magnifico don Orazio, perchè io non mi ci raccapezzo....

-- E sì, che parmi avere parlato chiaro; vostro padrone è matto.

Dopo un piccolo spazio di tempo ad un fante di casa venne in capo di esclamare:

-- O il reverendo don Ignazio dove sia ito? -- E un altro: io non lo so. -- Un terzo aggiunse: ed io neppure. -- Fosse scappato dal buco della chiave? O dalla cappa del cammino? -- Ma s'era lui, proprio lui, che esorcizzava le streghe, come volete che di punto in bianco vi sia diventato fattucchiere e stregone? -- Non fa nè anco una grinza, Simoncino ha colto nel segno; lo avrà ammazzato il padrone; andiamo a vedere s'egli è morto o vivo. --

Andarono di conserva, e forse avrieno cercato, prima di trovarlo, un pezzo, dove don Ignazio co' suoi lagni non gli avesse attirati a sè; come diavolo potesse avere fatto a rannicchiarsi costà sotto non capivano; s'ingegnarono con diverse industrie a trarnelo, e non riuscirono; al fine gli levarono su di peso la credenza di dosso, e poi stirandogli ora il braccio, ora la gamba, tanto lo sgranchirono da tenersi ritto sopra la persona: reggendolo poi a manca e a destra sotto le ascelle, lo avviarono verso la porta per metterlo in bussola e trasportarlo alla canonica: però mentre ciondolava il capo come zucca pendente da un pergolato, e traeva dolorosi oimei, non mancò di ricordarsi dei ducati, e dire ai servi:

-- Fratelli in Cristo e figliuoli miei, mirate un po' se sono caduti in terra certi danari che Sua Eccellenza volle darmi per celebrarne un mortorio...

-- Per l'anima di cui? Chiese don Diego che tornava in cotesto punto da accompagnare il Medico; e il Prete con la testa invasata in mal punto rispose:

-- Per l'anima della sua signora figliuola...

-- O Gesù benedetto! anche quest'altro è ammattito. Donna Violante, la Dio grazia, vive...

-- Vive sì... ma è morta... perchè capite... il mortorio non si può celebrare eccettochè ai morti.... _tamen_ anco ai vivi, purchè defunti _secundum intentionem_....

-- Povero don Ignazio, era tanto dotto! E adesso ammattito anco lui!...

-- E se non bastavano duecento ce ne avrebbe aggiunti altrettanti....

-- Vedete eh! notava il devoto don Diego, da un punto all'altro che cosa si diventa? Procuriamo pertanto starci lontani dal peccato.

-- Perchè dopo donna Violante la casa d'Ayerba rimaneva spenta.... continuava il Curato.

-- Levate su presto di casa questo uccello di malaugurio. -- Via il matto tristo... via.

Un febbricone da cavalli accompagnato da delirio assalse don Ignazio appena posto a giacere, e quanto fu lunga la notte sognò un mulinello di cataletti, di scudi e di legnate; ma le ossa rotte, anco cessato il sonno, gli rimasero addosso.

NOTA.

[17] _Mactador_ si chiama colui che ammazza il toro ficcandogli la spada tra una vertebra e l'altra sotto la nuca; deriva evidentemente dal latino; la nostra lingua non possiede questa parola con tale significato, possiede bensì il verbo _mattar_ co' significati di dare scacco matto e confondere: però a Portoferraio ho udito, che si dice _far mattanza_ quando si ammazza una quantità di tonni secondo la commissione del soprastante alla pesca, che chiamano _Rais_.

CAPITOLO VIII.

Sangue romano.

Aveva le costole in pezzi, si cimentava a sentirsele ridurre in tritoli peggio che mazzamurro, e nondimeno, assillato dal demonio dell'avarizia, don Ignazio come prima potè si condusse al palazzo del marchese d'Ayerba; barellava per via, pareva, che camminasse sopra brace accesa, torceva in isconcie guise la bocca come se masticasse fette di limone, o sorbisse aura di aceto, con gli occhi, con le spalle, con tutta la persona scontorcevasi, divincolavasi quasi colpito dal malore, che ha nome da santo Vito: e pur sempre coll'arco del pensiero teso ai dugento ducati perduti, un po' malediceva la sua rea fortuna, un po' quella sua smania di perfidiare, viziaccio vecchio per cui ne aveva rilevato più di un carpiccio delle buone, e sua madre lo rimproverò sovente dicendogli: Ignazio, tu cerchi il male come i medici. -- Ma ormai a naso tagliato non valgono occhiali; però tentiamo, se questo strappo si possa rammendare, e ne vale il pregio, perchè que' dugento ducati... e largheggiava fino a trecento... poh! meriterei proprio la frusta su l'asino.... ma poniamo solo dugento, farebbero proprio la mano di Dio. --

Queste ed altre tattere nel suo cervello almanaccando, costui arrancava verso il palazzo del Marchese, dove giunto levò di sè le meraviglie tra i servi, i quali lo credevano all'olio santo; non mancarono cotesti tristi di dargli la soia, ma così sottile, che costui, comunque maliziato quanto un famiglio degli Otto, non se ne accorse; -- e poichè dopo alquante parole egli chiese vedere don Valente, risposergli, crederlo difficile, tuttavia ne farebbero motto a don Diego; aspettasse in anticamera. Siccome di aspettare in anticamera così crudo crudo egli non si era mai sentito dire in faccia, massime di proprio moto dai servi, argomentò e bene, che insolentendo la ciurma, il pilota non reggesse più il timone. Non avendo don Diego trovato da opporre impedimento, anzi reputando che potesse giovare, si fece incontro al Parroco, e lo condusse al cospetto del suo padrone; don Ignazio pensò rinvenire il Marchese giacente in letto, ma anch'egli cadde in errore, dacchè spalancati all'improvviso gli usci della sala gli comparve dinanzi. --

_Heu! quantum mutatus ab illo_: il tempo con un colpo di falce frullana gli aveva levato dieci anni di stianto; le carni flosce gli cascavano giù come impazienti di restare più oltre attaccate alle ossa; e di livide si erano convertite in cenerine, colore sopra tutti prediletto dalla morte; pure non fu il Marchese che gli recava maggiormente stupore; maraviglia, stizza e paura gli fece l'aspetto del salone convertito in cappella mortuaria, e ciò per consiglio del Medico, il quale, comecchè con poca speranza, volle provare se non contrastando la mania del Marchese, anzi secondandola, potesse raddrizzargli lo intelletto. Andava la sala, parata di gramaglia, intorno piena di cartelli ove ricorrevano le più strane inscrizioni, parto della mente travolta del misero uomo, sebbene e' fosse più che verosimile, come nello stato ordinario di salute non avrebbe saputo fare di meglio. Una presso a poco diceva: _il Padre eterno avendo fatto la rassegna degli angioli, trovò che uno di loro aveva disertato dalla bandiera dei cieli, allora chiamò a sè la signora Violante mia figliuola per riempire il posto vuoto:_ -- un'altra: _le stelle dispettando, che gli uomini intendessero a contemplare gli occhi della illustrissima marchesa d'Ayerba con più svisceratezza, che i raggi loro tanto vantati, glieli hanno spenti in sempiterna notte... le astiose!_ -- Sentite questa: _I dottori di santa madre chiesa mandorno a chiamare per espresso la nobile erede dei marchesi d'Ayerba, la sapientissima donna Violante, per risolvere un punto di teologia, ma se aspettano per licenziarla ad apprendere quanto ella può loro insegnare, ormai si prevede, che non calerà più dal paradiso, -- orgoglio ad un punto ed ambascia dell'eccelso suo genitore_. -- Tanto basti, e tutto questo dettato in parole spagnuole così strepitose da parere che sonassero il tamburo. Così è, ogni popolo ha il suo debole; gli Spagnuoli trovano gusto a lanciare campanili all'aria, e lo ha notato il _Brantôme_, che ha dettato un libro di _rodomontate spagnuole_; se gli Spagnuoli raccogliessero quelle dei Francesi ne compilerebbero due; ma provvidenza volle, che ognuno vedesse il vizio dello amico, il proprio no, donde, la immaginativa di Plutarco che il mondo fosse una processione in tondo dove ognuno portava i suoi difetti scritti sopra un cartello appeso dopo le spalle. --

Ma quello che più strinse don Ignazio di affanno, e' fu la vista di un catafalco in mezzo della sala, coperto di velluto con belle frange di oro, la ghirlanda di fiori, e il crocifisso di argento sopra; di argento parimente i candelabri intorno, ed il suo bravo scheletro da piedi; niente insomma mancava, anzi ci s'incontravano di più parecchie urnette di argento sopra i gradini del feretro, dove ardevano timiami fuori dell'usato deliziosi a sentirsi. Don Valente se ne stava seduto accanto al catafalco sur un seggiolone foderato di velluto nero cosparso di lagrime di argento; teneva i gomiti appoggiati ai braccioli, e le mani con le dita conserte, chiusi gli occhi, la faccia china sul petto, le gambe altresì incrociate, e non diceva motto, non faceva atto, sembrava nè anco alitasse: pareva, secondo il detto di Cosimo il vecchio dei Medici, ei si avvezzasse a morire.

Don Ignazio aveva appreso a non fidarsi a cotesta bonaccia, simile al villano di Salerno, il quale rifuggiva commettersi in balía delle chete acque del golfo di Napoli dopo il naufragio dei fichi, però si adoperava dalla lontana di richiamare per via di rumori l'attenzione del mentecatto, e tante ne pensò, e tante ne fece, che per maledetta saetta e' fu mestieri, che il Marchese aprisse gli occhi: conseguito questo primo vantaggio il Parroco prese ad alzarsi, ad abbassarsi, a coccoveggiare meglio, che su la gruccia non costumi la civetta, e non approdò, chè il Marchese teneva pese e scure le pupille sopra di lui non altramente, che fossero palle di piombo. Allora don Ignazio si appressò risoluto, e con parole pietose in suono dolcissimo predicò un lungo sermone, dove toccava un poco di tutto, del cielo, e della terra, dello inferno, del purgatorio, e del paradiso, sopra i sette sacramenti fece parecchie ricerche come il sonatore arguto passaggi e fughe su la tastiera del gravicembalo; e favellando della penitenza, insistè molto intorno la utilità della confessione, buona di estate e meglio d'inverno, tentando di metterne la voglia nel Marchese, e così tratto quel primo dado appiccare lo addentellato a faccende più utili; quando capitò la eucaristia si slargò un miglio su la virtù delle messe; e su quella delle elemosine disse cose da farne strabiliare i cani; tra le altre, che quale praticava la elemosina non aveva mestieri di lavarsi nè anco le mani e il viso, perchè la elemosina pensava a tenere netto così il di dentro come il di fuori, e citò san Cipriano[18]: certo, ella fu predica tra le belle bellissima e da disgradarne le più famose, almeno lo affermò poi don Diego, che ritto sopra la porta ebbe la ventura di sentirla intiera; ed hassi a credere, che avrebbe smosso il Marchese, se non che toccandolo si accorse com'ei fosse caduto in profondissimo letargo. Non ci fu rimedio, don Ignazio ebbe a lasciarlo alla rovescia della mignatta, che questa casca quando è pinza di sangue, mentr'egli tornossene alla canonica vuoto di fiato. Don Diego lo accompagnò fino a capo di scala, e quivi sul punto di pigliare commiato da lui gli disse:

-- Reverendo, oggi abbiamo sperimento di cosa, che stimo di grande utilità per la salute dell'illustrissimo signor Marchese.

-- E quale? rispose il Parroco, levando la faccia rischiarata da un filo di speranza; io davvero non ce la so vedere...

-- Domando mille volte perdono, vostra signoria ha potuto di per sè sincerarsene, il suo discorso conciliò nel signor Marchese un sonno profondo....

Don Ignazio reputandosi uccellato, vibrò gli occhi rabbiosi contro l'onesto cameriere, imprecando perchè non possedessero la virtù del basilisco per poterlo stecchire sul tiro, ma la faccia di don Diego così apparve ingenuamente sincera, così atrocemente benevola, che la speranza del parroco, la quale si reggeva con grande stento a galla, si sommerse allora nel mare dell'amarezza, e più non mise il capo fuori.

* * * * *

La passione, che prima levò la cresta nell'anima di donna Violante al rapporto dell'accoglienza ricevuta dal suo messo al palazzo del padre, fu l'ira, la quale le persuase a tenersi oggimai chiusa in sè, ed attendere che la venissero a cercare; ma presto sgonfiò per aprire il varco alla paura, e questa di mano in mano così si estese, e mise radice in cuor suo, che indi a un'ora la donna tutta raumiliata con mano tremante scrisse la seconda lettera piena di tenerezza verso il padre, e indusse, comecchè restío, il messaggiero a portarla di nuovo; il quale infatti la portò, nè ebbe a provare il brutto tiro, che gli avevano minacciato, ma neppure tornò con buone nuove, però, che don Diego, presa la lettera gli dicesse con sembianza umana, il padrone per allora non trovarsi al caso di leggerla; quanto prima gli capitasse il destro l'avrebbe consegnata, e dove al signor Marchese piacesse darle riscontro, sarebbe stato pensiero suo di farla consegnare a casa la Duchessa; le quali parole in buon latino significavano ch'egli non andasse a pigliarla; nondimanco l'onesto cameriere si era informato della salute di donna Violante, certo un cotal poco alla trista, ma per quanto sembrava non mica per manco dì affetto, bensì per paura, come persona che si versi in cosa proibita, e che risaputa poi potrebbe recargli danno.

Quante volte in coteste ore di passione la Violante si affacciò alla finestra! quante in ogni lontano passeggere sperò il messo desiderato, che tardi camminando vide poi col gemito del cuore trapassare oltre senza pure avvertire a lei che aveva la morte dipinta sopra la faccia! Immaginando ora, che un famiglio pedestre avesse mosso dal palazzo del Marchese per portarle la lettera, si mise a noverarne i passi: e giunse per fino, non potendo reggere allo spasimo cocente, a lanciarsi giù per le scale irrompendo senza consiglio nel mezzo della via. Nulla!... nulla!

Fosse morto il padre suo? E perchè? Ma sappiamo noi le più volte, perchè si muoia? E quanto la passione picchi forte sopra un'anima, e quanto un'anima possa resistere all'urto della passione? -- No, questo non era, però che non avrebbero mancato di venirglielo a dire, e di corsa: _non rimaneva lei erede?_ Ah! troppo di leggieri ella aveva creduto il suo genitore placabile.... egli chiuso nella sua severità la respingeva, e chi avrebbe ella posto adesso tra mezzo a raumiliarlo con mansuete parole? Essa aveva atteso a farsi obbedire, ed anco temere dai famigli, a farsi amare non aveva pensato mai... chi avrebbe creduto, che un dì potesse avere bisogno anco di loro! Reietta dal padre come non sarebbe stata giudicata enorme la sua colpa? Compassione finta, ed anco vera, motti acerbi, o benigni, tutto stava per cascarle addosso come calce viva. Senza credito, priva di aderenze, lacera nella fama, _povera!_... chi sa che da un punto all'altro non la pigliasse in fastidio quell'uomo stesso, il quale pure l'aveva condotta a tale stremo? E questo pensiero proprio le strisciò sul cuore ghiaccio come la serpe; rimase disfatta la misera donna; invano richiamava intorno a sè le sue virtù, ed anco i suoi vizi; -- vizi e virtù erano disertati da lei; non ardiva levare la faccia verso Paolo, il quale appariva rado, si tratteneva poco, e passeggiava su e giù per la stanza senza fare motto. La natura l'era stata avara di lacrime, o l'acerba educazione gliele aveva inaridite dalle sorgenti; pigre le diventarono le membra, peso il capo, gli occhi gravi, e inetta al sonno, prepotente la occupava la voglia di dormire; un altro, ch'io dirò demonio, le si era cacciato addosso, lo sbadiglio irrefrenato e continuo: di assenzio si volgeva per lei la prima luna del matrimonio, e non bene ancora compito il quarto dì! Verso sera come se rompesse la maligna incantagione, ella si sentì capace di prendere qualche partito, ma così rinvenne il suo spirito spossato, così il suo cuore giù in terra, che non seppe ricorrere ad altro che a replicare una lettera a suo padre, mettendola dentro ad altra che mandò a don Diego. Questa era un miscuglio di superbia vecchia e di umiltà nuova, pregava a un punto e comandava, e non sapeva imporre compassione nè rispetto; col padre poi i molti affetti, rotto l'argine, traboccavano, e gli diceva: «per quanto amore portava alle cinque piaghe di Gesù e ai sette dolori della beatissima Vergine le permettesse di condursi ai suoi piedi per sentire le sue discolpe: avrebbe fatto toccargli con mano come se immune di peccato ella non era, la fortuna avversa, o il demonio che fosse, essercisi messo tra mezzo per ispingere lei improvvida dentro un abisso di guai; temeraria per la sua parte la speranza del perdono, nondimanco volere sentire pronunziare dalla sua bocca la condanna; avrebbe acconsentito ad ogni pena più fiera, rassegnata a tutto, purchè la salvasse dalla vergogna: a questo pensasse, che sangue suo era quello che le scorreva dentro le vene: nè potersi lei coprire d'infamia senza che alla nobilissima casa d'Ayerba ne venisse macchia non cancellabile mai.»

Don Diego o per abito di riverenza o per bontà di animo non si accorse dei fumi intempestivi di donna Violante, o se pure se ne accorse non li curò, e presa la penna stette un pezzo in forse se avesse, o no a risponderle; al fine ci si dispose, ed ammonì con parole succinte la sciagurata Signora, come senza giovare a lei, e con rovina certa di sè avrebbe porta la lettera al Marchese suo padre; nè lo stato di salute nel quale egli si versava adesso avrebbe conceduto speranza di esito profittevole; piuttostochè lettere gioverebbero l'autorità e l'esortazioni di personaggi, i quali per costume dal Marchese fossero tenuti in pregio: si attenesse a questo consiglio; e andasse persuasa, intorno al padre suo stare persone che dei suoi affanni si affliggevano; nè per loro si sarebbe rimasto di fare officio, che le tornasse in benefizio.

Dalle oneste parole di don Diego ritrasse la Violante un cotal poco di consolazione, e si rimproverò di non essersi mostrata con esso lui più cortese; ruminando poi le cose avvertite nella lettera, quantunque parecchie le rimanessero oscure, tuttavia deliberò attenersi ai ricordi del buon famiglio; al quale effetto, avutane licenza dal novello sposo, ella si fece a ricercare, nelle persone che avevano usanza in casa sua, quelle, che le sembrava procedessero a lei più parziali; innanzi tratto ricorse il suo pensiero a don Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia e confidò che, dove questi avesse preso a perorare la sua causa, ella poteva consolarsi col detto _cosa ragionata per via va_, pur questa speranza non ispuntò fiore, imperciocchè il segretario di don Giovanni veramente l'accolse con un sobbisso di cerimonie, ma informato del fine ond'ella veniva, prese a schermarsi allegando che non sapeva se sua reverenza fosse uscita di casa, andrebbe a vedere; quindi a poco di ritorno l'accertava, che per faccende di premura lo aveva mandato a chiamare monsignore arcivescovo cardinale, e la bugía gli camminava su per la faccia come una mosca.

La Violante scese le scale della Canonica col cuore stretto incolpando la fortuna che proprio non ci aveva colpa, mentre il guaio veniva dal prete, che allora non si credeva, o s'ignorava fosse senza viscere, mentre adesso si crede e si conosce anco troppo; dopo scese le scale del prete si erpicò per quelle del Giudice, e le parve duro; molto più che avendo posta ogni sua speranza nel prete, giudicava perduto ogni altro passo. Certo il Vicecancelliero Alfonso Crivella, secondo la sua indole brusca, le favellò parole acerbe, taluna anco di strazio, ma vista allibire la donna come panno lavato, smise ogni durezza, tuttavia la chiarì del misero stato in cui adesso si ritrovava ridotto, a cagione del suo trascorso, il Marchese; aggiunse nutrirsi poca speranza di guarigione; e per riparare la maggiore ruina, forse il meglio era così, dacchè come alienato di mente non avrebbe potuto privarla della eredità delle sue sostanze: ormai che il male era fatto si sarebbe ingegnato di rattopparla alla meno trista; e siccome la Violante piangendo protestava, che avrebbe preferito le mille volte ramingare pel mondo nuda, e mendica, che vivere nell'auge dell'opulenza a costo della infelicità paterna; egli stecchito rispose, che tutte le secchie tirate su dal pozzo gocciolavano, e tutte le donne commesso il peccato piangevano; ma poi più benigno osservò, che a lei come figliuola, e giovane, toccava dire così, e a lui come vecchio, e pratico della natura umana apparteneva giudicare a modo suo; nondimanco stesse di buono animo, che il bandolo di questa matassa arruffata, in un modo o nell'altro lo avrebbe saputo trovare. Nè l'uomo dabbene mise tempo fra mezzo, facendo fondamento non mica nella tenerezza del Marchese, e neppure nel suo giudizio; tutt'altro, egli si assicurava nella compita pazzia di quello, imperciocchè in simile caso per lui si sarebbe procurato gli ponessero il curatore, e per simil guisa mettere in sesto le faccende. Introdotto don Crivella al Marchese, secondo l'uso lo salutò, e quegli duro; lo richiese come si sentisse, e l'altro più duro che mai; si allargò in propositi, che conosceva per abitudine molto caldeggiati da don Valente, e fu fiato perso; egli era lo stesso che favellare al muro: al Vicecancelliero pareva ormai di trovarsi a cavallo; però non volle, nè ragionevolmente poteva omettere il tasto della figliuola, disse conveniente perdonarle il fallo involontario. A tali parole, come se per queste sole gli rimanesse l'udito, il Marchese rispose pacato: -- è morta.

-- Sicuro, rispondeva l'altro, non ci ha dubbio, ella è morta, tuttavolta mi parrebbe più giusto ascoltare le sue discolpe che, contraffacendo ogni _ius_ così divino come umano, condannarla senza sentirla prima in esame.