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Part 9

Chapter 93,479 wordsPublic domain

Stiantar bombe (il _craquer_ dei francesi). — Stiantar bugie. — Stiantar spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare. — Dire delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni. — Fare delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè mamma (strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi, poco prima di morire, parlando della sua ultima opera, _Il secolo che muore_.

Graziosissima l'espressione: — _Dare una calcatella_, per rifiorire o esagerare una cosa detta da altri.

DIRE UNA COSA DI RITORNO, DI RIPICCO, DI RINTOPPO, DI RIMBECCO. — Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie, una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso, tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire, vomitare ira di Dio.

RIPAPPARSI UNO (per garrirlo acerbamente). Es.: _Nebbia, in presenza della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna vedere come se lo ripappa._

RIMPOLPETTARE. — Lo spiega l'esempio: _Non è padrona di aprir bocca quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano._

RIMBRONTOLARE (efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un beneficio o un favore fattogli. Es.: _Tizio mi regalò una volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le rimbrontoli._

RIFISCHIARE. — _Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a rifischiare ogni cosa al prefetto._ Quanto più efficace che il solito _riferire_ e _riportare_ che si può dire in cento sensi!

SPETTEGOLARE. — Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.: _Dopo essere stata là un'ora a spettegolare se ne andò._ — _Già io ti dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in casa delle vicine._

TIRAR SAGRATI, TIRAR MOCCOLI, ATTACCAR MOCCOLI, TIRAR GIÙ TUTTI I SANTI, ATTACCARLA A DIO E AL SANTI.

PARLARE COLLA BOCCA PICCINA (graziosissimo). — Per parlare timidamente. Es.: _Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi superiori parla colla bocca piccina._

STILLARE, PIOMBARE LE PAROLE, — per parlare lentamente, a stento.

SPICCICARE LE PAROLE. — Spiccarle. Si dice: _Non spiccica nulla, non spiccica parola_, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.

DISCORRERE FITTO O FITTO FITTO. — Presto e senza interruzione.

SFILAR LA CORONA. — Dir tutto senza riguardo.

SPIPPOLARE. — _Spappolarla_, per es., _tale e quale_. — Chiaro.

FATICARE, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime anche al verbo _Spaternostrare_, _Scoronciare_, ecc.

GONFIAR GLI ORECCHI A UNO. — Dirgli cose che non gli piacciono.

DARE SPAGO A UNO. — Fingere di secondarlo per farlo parlare e svelare l'animo suo.

MENARE A SPASSO UNO. — Aggirarlo con parole.

INFILARE GLI AGHI AL BUIO. — Parlare di ciò che non si conosce.

ALLUNGARE LA TELA. — Per allungare il discorso. Es.: _Per cinque minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la tela, gli voltai le spalle._

DARE UN TASTO. — Toccare un motto di qualche cosa. Es.: _Se vedo il prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda degli arresti di domenica._

FARSI DA ALTO. — Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo principio o alla lontana.

FARLA CASCAR D'ALTO. — Dare con parole a una cosa un'importanza maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più difficile, ecc., di quello che è.

INTONARLA TROPPO ALTA. — Si dice di chi comincia a parlare con un tuono che non può e non deve poi mantenere.

TIRARE A TRAVERSO. — Si dice di chi, disputando con noi, vuol torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la quistione dai suoi veri termini.

PARLARE PER COMPRARE. — (Chiaro).

ABBREVIARE IL TESTO. — Farla corta.

FARE UN DISCORSO CORTO. — Modo usatissimo in Toscana, quando nel contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e difinitiva. Es.: _S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar tanto_, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro qualcuno: _Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a levar di qui._

MOZZIAMOLA! — Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli Spagnuoli dicono graziosamente: — _Doblémos la hoja_ — pieghiamo la pagina.

LEVAR LE REPLICHE. — Lo spiega l'esempio: _Gli fece una di quelle filippiche che levano le repliche._

RIMANERE IN SECCO. — Si dice di quando a un tratto, a chi parla o scrive, mancano le parole o i concetti.

RIMANERE COLLA PAROLA IN ARIA. — (È chiaro). In senso affine intesi dire a un contadino toscano: _Per quanto si sforzasse a parlare, le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola._

AGGIUSTARE LE PAROLE IN BOCCA A UNO. — Insegnargli ciò che deve dire.

FAR PEDUCCIO A UNO. — Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.

PISSI PISSI, PISPILLORIA. — Strepito di voci che fanno molti uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: _Ogni tanto la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora colle sue amiche._

PISSIPISSARE. — Bisbigliare, far pissi pissi.

RIBOBOLARE. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia nasconderlo con riboboli. — _Il P. è un buon prosatore; ma per quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più._

PARLARE COLLE SESTE. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca, disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.

TIRAR SU LE CALZE A UNO. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto, ecc., ecc.

A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc., di modi come _cascar l'asino_, _levar le gambe_, _tirar su le calze_, _tagliar le calze_, _essere agli sgoccioli_, _uscir per il rotto della cuffia_, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono, adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che «scegliere per un congresso una città piccola come Lucca _è un voler metter l'asino a cavallo_: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè _gli bolle a mala pena la pentola per sè e per i suoi_, ecc.,» io sento, non in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta mancato a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori, fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero volentieri in qualche sua pagina le parole _porcheria, me ne impipo_, ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in specie nel dialogo, si possa o debba dir _cosa_ invece di _che cosa_ o _che_; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti, faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolari _cosa_ in vece di _che_ o _che cosa_, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase e qualche volta tutto un periodo, si scriva _gli_ invece di _loro_; ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece di _vidi Maria e le dissi_, si debba scrivere _vidi Maria e gli dissi_. Così pure il dire eternamente _lui_ per _egli_, _lei_ per _essa_, _loro per essi_, anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è anche contrario all'uso della Toscana, dove _egli_, _essa_, _essi_ non sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata, l'affettazione, la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia grammaticale del _che cosa_ e dell'_egli_, si crei un'altra tirannia del _lui_ e del _cosa_, che, in una parola, dopo aver smessa la parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè ragionevole.

* * *

Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono raccogliere intorno al soggetto _Ritratti_, solo dal piccolo vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire dilettevole.

_Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato — secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo — ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca — che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallo come un rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione, ecc._

_Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone — un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc._

_Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita — rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini — con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un vero reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un crostino senza burro — una ricetta da lussuria, come si dice di persona che non solo non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc._

_Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una mastiona — un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un bel pezzo di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle forme — pulita come un dado — sana come una lasca — soda come una pina — una donnina minutina — gentilina — una cosolina — un pepino — una bazzina — un viso di solletico — che ha un'ideina di buona — che ha un'ideina che piace — che è l'idea della grazia — che è una gentilezza — a cui ridon prima gli occhi che la bocca, ecc._

_Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso, muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc._

_Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello scemo — che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di quel che si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna senza moccolo, ecc._

_Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba — un'anima bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un uomo che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone, l'osso del vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il rasoio a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto — bravo come un lampo — bugiardo come un gallo — ecc._

_Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un uomo di stocco — un uomo a tutta tempera — un uomo rotto al mondo — un uomo tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio — un uomo di ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi — un uomo tutto Gesù e Madonna — un mammamia — un santificetur — un sacco di disdette, ecc._

Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente, vien opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni momento; eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi tutta lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa lingua, il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali.

* * *

Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna a parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in grado d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori di cui s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco di dieci o di dodici, parlare con una meravigliosa disinvoltura un italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il loro dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi da sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un gran numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano alla lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando negli anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente alle lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o di dieci.

Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti:

«Ho veduto Tizio, e _ci_ dissi che _alla sera_, in casa, noi giuochiamo, e che _saressimo_ contenti che non ci mancasse nè _egli_, nè suo fratello. _Ci_ dissi che i libri che m'aveva imprestati mi _hanno piaciuto_, e gliene _chiamai_ degli altri, particolarmente quello dell'X, stampato _del_ 1873, che è il romanzo _il_ più bello che si possa immaginare. Lo ebbi, se non _mi sbaglio_, tre anni fa, lo lessi d'un fiato, ed _ho ritornato_ a leggerlo, ecc.»

E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si lasciano sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese.

Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si riferiscono a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento che si può ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si finisce col trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che colma quasi tutte le lacune della nostra mente.

GIOCARE A TAMBURELLO. — Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla palla.

GIOCARE A RIMPIATTINO, A RIMPIATTARELLI. — Gioco nel quale uno si rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.

GIOCARE A RIPIGLINO. — Gioco così detto dal ripigliar col dorso della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie figure.

GIOCARE A GUANCIALE D'ORO. — Gioco in cui uno posa il capo in grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo che non possa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.

GIOCARE A SCALDAMANE. — Gioco che si fa accordandosi in più a porre le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.

GIOCARE A TOCCAPOMA. — Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in mezzo a quest'effetto, ecc.

GIOCARE A SCARICABARILI. — Gioco che si fa da due soli, i quali si volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le braccia, s'alzano a vicenda.

GIOCAR DI PEDINA. — Premersi coi piedi sotto la tavola.

GIOCARE A NOCINO. — Gioco nel quale si fanno alcune castelline di noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il tiratore, tante ne vince.

FARE ALLE COMARUCCIE. — Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo che una delle bambine l'abbia messo al mondo; la quale bambina riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere.

FARE A PAPPACECI. — Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro all'aria e li ricevono colla bocca.

FARE A GINOCCHINO. — Dicesi di due che essendo accanto si urtano l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altro _giocar di pedina_, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e d'una donna.

FARE LE TENEBRE. — Il battere che suol farsi con mazze sulle panche delle chiese per gli uffici della settimana santa.

FARE LE BIZZE, FARE LE FURIE. — Si dice dei ragazzi, ed è chiaro.

FAR GREPPO. — Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando vogliono cominciare a piangere.

SBATACCHIARSI. — Si dice (oltre che per atti di dolore disperato) dei bambini quando fanno le furie.

SMOCCICARE. — Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo: _Tirar su_, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini quando lo fanno: _Tira su e serba a Pasqua._

AVER LA LUCIA. — Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal sonno, non possono tenere gli occhi aperti.

FARE I LUCCICONI. — Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore, e che quasi si vorrebbero celare.

FARE LE COCCHE. — Battere una mano aperta sull'altra serrata per segno di beffa.

FARE UN MANICHETTO. — Si dice di mettere una mano nella snodatura dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e d'ingiuria.

DARE IL CONGONE. — Atto di scherno che si fa battendo i pugni chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote gonfiate a questo fine.

DARE UN LECCHINO. — Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio, che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di saliva, battendolo sul viso dell'altro.

FARE IL LINGUINO. — Mostrare la punta della lingua tenendola stretta fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è fatto da bambini o da adulti.

SONARE LA FURFANTINA. — La furfantina è un concerto di fischi, urli e varii suoni fatti con la bocca, che si fa dai ragazzi per ischerno d'alcuno.

FARE LA SASSAIUOLA. — Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.: _Quei maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la sassaiuola._

MARINARE LA SCUOLA. — Non andarvi.

BUCARE LA SCUOLA. — Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi.

BATTERE LE GAZZETTE. — Avere gran freddo.

PORTARE A CAVALLUCCIO. — Portare altrui sulle spalle con una gamba di qua e una di là del collo.

PORTARE A PREDELLINO. — Si dice quando due, intrecciate fra loro le mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere.

PORTARE A BARELLA. — Dicono i fanciulli del prender uno per le braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo.

SCENDERE A SCORTICACULO. — Scendere strascinandosi sul deretano.

ALZARE DI SOPPESO UN BAMBINO. — Alzarlo con la sola forza delle braccia.

FARE GAMBETTA. — Attraversare un piede tra le gambe d'un altro mentre cammina o s'agita, per farlo cadere.

DORMIRE A GOMITELLO. — Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino col capo appoggiato sul gomito.

FARE IL PIZZICORINO. — Fare il sollecito.

PRENDERE PER IL GANASCINO. — Stringere la gota tra l'indice e il medio piegato indietro.

DARE I MONNINI (concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: — _Non fu mai gelatina senza_.... e qui si fermò; e il chierico subito disse, per mostrar che sapeva la sentenza: _senza alloro_: e l'altro ribattè: — _Voi siete il maggior bue che vada in coro._

FARE IL GROPPO O METTERE IL TETTO. — Si dice di un ragazzo che ha finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto: _non cresce nè crepa_.

FIGLIUOL DI GRAZIA, FIGLIUOL DI VEZZI. — Si dice il bambino prediletto della famiglia.

TROTTOLINO. — Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi.

GNAULINO. — Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.: _Ha un par di gnaulini che non le danno un momento di bene._ Da _gnaulare_ (miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini. _Frignare_ significa piangere interrottamente sforzandosi di rattenersi.

UN SACCHETTINO DI VIZII. — (Chiaro).

MALESTRO. — Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla quale sostituiscono malamente _monelleria_, _scappatella_, ecc. _Malestro_ si dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi, come romper piatti, bicchieri e simili. Es.: _Ragazzi, badate di non far malestri._ (F.)

NINNARE. — Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli. Dice il Giusti:

E lo accostava, al seno e lo ninnava Con baci e baci come fosse suo.

SPOPPARE. — Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si dice _bambino spoppato_, _ecc._