Part 8
Quante volte vi piglia la tentazione di consigliare la lettura del _Vocabolario_ come farebbe un medico d'un medicinale! Quando voi, per esempio, che non sapete parlare il dialetto, o che vi siete intestati di non volerlo parlare, entrando in una casa di buona gente, vedete ragazzi fuggire, signorine turbarsi, e padre e madre, dopo aver tentato, a più riprese, ma invano, di farvi cambiare linguaggio, pigliar quasi il broncio, e lasciar languire la conversazione; quanto volontieri, all'uscire, consegnereste alla cameriera un biglietto di visita con su scritto, a modo di ricetta: _Vocabolario!_ E quando vi si presenta un giovanetto, del quale si narran meraviglie, laureato, autore di belle poesie, che cinguetta il francese, l'inglese, il tedesco, e che poi, messo al punto di dovervi raccontare in italiano, alla lesta, non so qual caso seguíto a lui, s'impenna, si ripiglia, non può dire quello che vuole, e butta fuori strafalcioni da pigliar con le molle, con che matto gusto, finito quello strazio, gli mormorereste nell'orecchio, a modo di pietoso confessore: _Vocabolario!_ — Finalmente se si potesse fare quello che un mio amico repubblicano desiderava; il quale, per gettare lo spavento in cuore ai partigiani della monarchia che gavazzano alle spese del povero popolo, avrebbe voluto che non so quale smisurato gigante immaginato da lui, lanciasse dall'Alpi a Siracusa un tale grido di disperazione, da far traballare le mura e andare in frantumi i vetri di tutti i palazzi d'Italia; sarebbe a desiderarsi che questo gigante, rizzatosi in mezzo a tante migliaia d'Italiani che non vogliono parlar la lingua propria, o la stroppiano, o l'appestano, o la castrano, o la svergognano, gridasse con tutta la forza dei suoi prodigiosi polmoni: — _Vocabolario_.
E poichè in questi giorni, — come intesi dire a un negoziante — tutto ciò che si scrive, anche in materia di letteratura, deve avere la sua «conclusione pratica» ne tirerò una anch'io da questo scritterello. E dirò come dice chiunque, ormai, che abbia tre lettere dell'alfabeto in testa, quando vuol mettere innanzi una proposta; se fossi Ministro della istruzione pubblica, dirò, metterei nel programma d'insegnamento per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa utile all'Italia, la lettura obbligatoria di tutto il _Vocabolario_ della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine d'ogni anno. «Come si dice in italiano questo? e quello? e quest'altro?» domande ragionevolissime da fare a uno studente che sappia tant'altre cose. Dicono: — C'è dei _Prontuari_! — Lavoro fatto, non ci credo; bisogna comprar la lingua col nostro santo inchiostro e d'altra parte i _Prontuari_ non contengon che nomi. Non c'è tempo! Vediamo: io ho il Fanfani in mano, ultima edizione, millesettecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, dieci pagine al giorno:
— Un anno.
Io continuo, e voi, ragazzi, seguite il mio consiglio: cominciate.
APPUNTI
Qualunque italiano non toscano, e specialmente un italiano delle provincie settentrionali, il quale si metta a leggere il vocabolario, si persuade fin dalle prime pagine di questa verità: che la lingua italiana generalmente parlata e scritta nelle sue provincie è tanto povera, — tanto scarsa, voglio dire, di vocaboli e di modi, — da doversi chiamare piuttosto una _mezza lingua_, che una lingua intera. Leggendo il vocabolario, infatti, si trovano centinaia e migliaia di vocaboli e di modi vivi, efficacissimi, d'un significato che non sapremmo rendere con altre parole; i quali nell'Italia settentrionale non si dicono e non si scrivono mai, o rarissimamente, come se fossero modi e vocaboli morti. È superfluo il dir la ragione di questo fatto, il quale è comune a tutte le lingue da per tutto dove si parla un dialetto. Ma non è inutile l'accennarlo e l'insistervi per dimostrare ai giovani dell'Italia settentrionale i quali si dánno allo studio della lingua italiana, come per prima cosa essi debbano cercare d'appropriarsi di questa lingua quella grandissima parte che loro manca, e della cui mancanza nulla ci può avvertire così prontamente e così utilmente come la lettura del vocabolario.
* * *
Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario del FANFANI.
APPICCICHINO. — Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia.
ATTACCHINO. — Più maligno, più pungente che _Attaccalite_.
ATTIZZINO. — Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dice _mettimale_ che non è la stessissima cosa.
CICALINO. — È superfluo notare la differenza che corre fra questa parola e _cicalone_.
DONNINO. ES.: _Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio un donnino_ (Fanf.)
FARFALLINO. — Uomo volubile.
FICCHINO. — È quasi lo stesso che _Ficcanaso_; ma dicesi più specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a pranzi o a ritrovi, ecc.; mentre _Ficcanaso_ è chi si ficca per curiosità più che per altro.
FRUCCHINO (da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto, senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le mani gli appartengano gran fatto.
FRUGOLINO. — (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un ometto che non sta mai fermo.
GALOPPINO. — Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri.
GIRANDOLINO. — Lo stesso che Farfallino.
PERTICHINO. — Nel linguaggio teatrale si chiama _pertichino_ quel cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che è adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener bordone e far apparir meglio le parti principali. Si applica per analogia ad altre persone.
RABATTINO. — Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria masserizia.
STILLINO. — Lo stesso che _Rabattino_; ma dicesi anche di chi aguzza l'ingegno per riuscire in alcuna cosa; da _stillare_, trovare accortamente il modo di far checchessia; _stillo_, modo, via, ecc. ES.: _Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a dada questa gente._
TRITINO. — Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non potendoci arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di poco valore.
Quante volte, parlando e scrivendo, noi italiani del settentrione abbiamo bisogno di queste parole, e non le sapendo, o non avendole, come suol dirsi, alla mano, ne diciamo altre che non esprimono il nostro pensiero! Invece di _stillino_, per esempio, uomo ingegnoso; invece di _tritino_, vestito male; invece di _frugolino_, vivace; invece di _rabattino_, mestierante; invece di _appiccichino_, seccatore; parole generiche, adoperabili in mille casi, dalle quali il linguaggio non riceve nè colore nè garbo. L'_astratto_, come diceva il Manzoni, invece del _per l'appunto_.
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Si notino quest'altre, tolte pure dal dizionario del Fanfani.
AFFANNONE ALMANACCONE ARRUFFONE CABALONE CIABATTONE FACCENDONE FIUTONE FRACASSONE FRUGONE GIRANDOLONE LITIGONE LUMACONE IMPICCIONE MACHIONE NINNOLONE NOTTOLONE PIALLONE SBALLONE SCIALONE SCIOPERONE SGOMENTONE SINCERONE SOFFIONE STRONFIONE RIGIRONE TATTICONE TENTENNONE TRAFFICONE TRAPPOLONE VILUPPONE
Di queste trenta parole, ciascuna delle quali ha un significato distinto, intelligibile da qualunque italiano che le senta per la prima volta, quante sono usate, così parlando che scrivendo, dagli italiani settentrionali? Tutt'al più quattro o cinque. E che parole s'usano invece? Ci rifletta un momento un piemontese, un genovese o un lombardo, e riconoscerà che usa quasi sempre una perifrasi, o esprime la cosa con un gesto, o dice una parola la quale non rende che presso a poco il suo pensiero.
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Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una famiglia piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha appetito. — Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è che ho fatto uno _spuntino_ due ore fa. — Questa parola _spuntino_ destò uno stupore generale, e tutti mi guardarono come per domandarmi che diavolo avessi voluto dire. Io continuai: — In ogni modo bisogna che desini per non essere poi obbligato a fare un _ritocchino_ fra un paio d'ore. — Nuova meraviglia per questo misterioso _ritocchino_. — Del resto, soggiunsi, questo piatto è così squisito che vorrei pigliare ancora il _contentino_. — Terza meraviglia per il _contentino_.
Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole.
SPUNTINO, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)
RITOCCHINO, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)
CONTENTINO, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci piaccia, dopo che se n'è già mangiata la propria porzione. (Si dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)
Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle espressioni _mangiare prima del desinare_, _mangiare dopo_, _prendere ancora un boccone_ che erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il quale consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite solo perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si approvi o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra le espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho veduto, per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per dire in italiano quello che in francese si dice _foisonner_, in piemontese _fe foson_, in genovese _faa reo_, ecc.; una cosa che in famiglia occorre di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che sono veramente. Dicevano: _la tal cosa pare più abbondante di quello che è_, _della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede_, ecc. Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dice _far comparita_. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir male una cosa semplicissima, se può dirla con un _toscanismo_ di due parole?
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Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o parlando, delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase di cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli esprimono con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parola _golino_, per esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando gli dico: — _il tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice aperti._ — Se non so che ci sia la parola _ingozzatura_, non m'accorgo di fare una lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura, — _Gli diedi un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo feci scendere fin sulle spalle_, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a studiare la lingua, come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti; vedremo quante lacune ci son nel nostro parlare e nel nostro scrivere, quante superfluità, quante improprietà, quante pedanterie, quanta miseria!
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Il miglior mezzo di studiare il vocabolario mi par quello di cavarne un altro piccolo vocabolario per nostro uso, raggruppando intorno a un certo numero di soggetti generali tutte le parole e tutti i modi che ci sembrano degni di nota. Una scorsa data poi di tratto in tratto a queste note ravviva maggior quantità di lingua nella memoria che non la lettura di dieci libri. Estraggo, per esempio, dai miei appunti sul vocabolario del Fanfani, una parte di quello che riguarda il _mangiare_ e il _bere_.
_Sulla maniera di mangiare._
MANGIARE A DESCO MOLLE. — Mangiare a tavola sparecchiata.
MANGIARE A BATTISCARPA. — Senza apparecchiare, in fretta e stando in piedi.
MANGIARE A SCAPPA E FUGGI. — In fretta.
MACINARE A MULINO SECCO. — Mangiare senza bere.
MANGIARE COLL'IMBUTO. — Mangiare in fretta e senza masticare.
_Espressioni comiche per indicare il mangiar molto o ingordamente._
_Diluviare_ — _Scuffiare_ — _Pacchiare_ — _Taffiare_ — _Sgranocchiare_ — _Spolparsi_, per es., _un tacchino_ — _Mangiare a scoppiacorpo_ — _Dar ripiego_ (Es.: Egli è una gola che darebbe ripiego a quanto v'ha in un refettorio di frati. F.) — _Ungere il dente, sbattere il dente, far ballare il dente, far ballare il mento_ — _Gonfiar l'otre — Levarsi le crespe di su la pancia_ — _Fare una mangiataccia_ — _Fare una spanciata_ — _Farsi una buona satolla di qualche cosa_ — _Far dei bocconi che paiono giuramenti falsi_ — _Impippiarsi, ingubbiarsi d'una cosa_.
FAR RIALTO. — Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunemente _far festa_ od altro.
BOCCONCINO DELLA CREANZA. — Il _morceau honteur_ dei francesi.
TORNAGUSTO. — Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare, ecc.
_Fame._
UZZOLO. — appetito intenso.
ALLAMPANARE, ALLUPARE, ARRABBIARE DALLA FAME.
FAR LE FILA SOPRA UN PIATTO. — Guardarlo con avidità grande.
FAR LE VOLTE DEL LEONE. — Aspettare passeggiando. (F.) L'intesi dire efficacissimamente in Toscana a proposito del passeggiare che si fa in una stanza quando s'ha appetito e s'aspetta che vengano a dire ch'è in tavola.
PELATINA. — Malore che viene alle bestie, le quali pelatesi, non mangiano; onde per ironía, quando si vede uno che mangia molto, si dice che _debbe aver la pelatina_. (F.)
_Del bere._
COLMATURA. — La parte del liquido che riempie il vaso, la quale rimane sopra l'orlo. (F.) Ho inteso dire molte volte: _il di più o quello che sporge!_
CULACCINO. — L'avanzo del vino che occupa il fondo del bicchiere.
FAR SPRACCHE. — Quel suono che si fa stringendo e riaprendo la bocca con forza quando s'è bevuto del vino generoso. (F.)
FAR LA ZUPPA SEGRETA (graziosissimo). Bere colla bocca piena.
BERE A SCIACQUABUDELLA. — Ber vino a digiuno.
BERE A GARGANELLA. — Bere senza accostare il vaso alle labbra.
BERE A GORGATE.
SBICCHIERARE. — Vendere il vino a bicchieri. Es.: _Barile con quella bottega s'è arricchito. Compra tutto vino eccellente, e benchè lo paghi caro, sbicchierando come fa, ci guadagna il doppio._ (F.)
_Ubbriachezza._
_Prendere una sbornia_ — _Prendere una bertuccia_ — _Prendere una colta_ — _Prendere una briaca_ — _Prender l'orso_ — _Perder l'alfabeto_ — _Perder l'erre_ — _Essere in bernecche_ — _Essere in cimberli_ — _Fare i gattini_ (pure del dialetto piemontese), _o fare la ricevuta_, per vomitare — _Alzare la gloria_, bere soverchio — _Essere una gola d'acquaio_, essere un beone — _Essere un briachella_, aver l'abitudine d'ubbriacarsi leggermente.
BEVERIA. — Il ber molto. Fare una beveria.
COMBIBBIA. — Bevuta fatta con altri nell'osteria.
Certo che non tutti questi vocaboli e modi sono dell'uso comune neppure in Toscana, nè tutti sono da adoperarsi a occhi chiusi. Ma nel prendere appunti sul vocabolario, è meglio largheggiare che essere scarsi, poichè non v'è parola oziosa o poco usata o antipatica, — poichè anche in fatto di lingua ci sono le antipatie, — la quale adoperata in un certo senso o in un certo punto, particolarmente nel linguaggio faceto, non acquisti un'efficacia singolarissima, purchè, come diceva il Giusti, si sappia buttar là in modo da non far sospettare che si sia cercata col lumicino. E proviene appunto da non conoscere o dal non aver pronte sulle labbra che uno scarsissimo numero di espressioni, la difficoltà che incontrano i non toscani a celiare con grazia o raccontare barzellette e far descrizioni burlesche in modo da far ridere. Perchè se la cosa che hanno da dire non è per sè stessa comicissima, poco possono aggiungerle per mezzo della lingua. Vediamo per l'opposto che quando raccontano nel loro dialetto cose per sè stesse quasi punto ridicole, le fanno riuscire tali, solo coll'adoperare certi vocaboli e modi particolari che eccitano il riso.
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Par strano, ma è vero: per i non toscani, massime dell'Italia settentrionale, uno dei maggiori impedimenti a scrivere e a parlar bene è la paura del proprio dialetto. Per paura, infatti, di lasciarsi scappare degli idiotismi, bandiscono scrupolosamente dall'italiano tutte le espressioni del vernacolo, delle quali molte, letteralmente tradotte, sarebbero italianissime; e ciò facendo, durano una fatica doppia, e parlano una lingua stentata, leccata e senza vita. Per citare degli esempi, ho visto una volta un piemontese arrossire di vergogna perchè credeva di aver detto un grossolano piemontesismo coll'espressione: — Il tal libro, di cui m'avevan detto tanto male, lo lessi, e non _mi parre il diacolo_: — ossia non mi parve tanto cattivo quanto si diceva; modo usatissimo nel dialetto piemontese. — Bell'italiano — soggiunse con ironia. — Perchè mai? — gli osservai. — _non mi parve il diavolo_, _non è il diavolo_, _non sarà poi il diavolo_, lo scrisse Giuseppe Giusti. — Non lo volle credere e gli dovetti far vedere il libro. Un'altra volta scandolezzai un genovese dicendo in italiano: — _So assai se il tale dei tali sia venuto_ — Alto là! — mi gridò — la colgo in flagrante genovesismo. Il suo _so assai_ è il nostro _so assae_ pretto sputato. — Misi sotto gli occhi anche a lui le prose del Giusti dove trovò due o tre _so assai_ che lo fecero rimanere a bocca aperta. E potrei citare mille altre espressioni che fanno rizzare i capelli a tutti coloro i quali a furia di scrupoli, di paure, di pedanterie, si son fatti una lingua italiana compassata, rigida, plumbea, che non è più una lingua. In Toscana, per esempio, si domanda a un libraio: — Quanto _fate_ codesto libro? — Nove su dieci italiani delle provincie settentrionali, dovendo fare quella domanda, ficcano un prudente _pagare_ in mezzo alle parole _fate_ e _codesto_, perchè per loro _fare un libro_, in questo caso, è un'espressione assurda, e l'altra, invece, è intera, esatta, a prova di martello. Per la stessa ragione non dicono mai _nel momento ch'egli usciva_, ma _nel momento nel quale o in cui_; non _il luogo dove o per dove_, ma _il luogo nel quale o per il quale_; non _guardai se passasse qualcuno_, ma _guardai per vedere se passasse qualcuno_, ecc. Ciò che il Giusti chiamava argutamente _parlare e scrivere colle seste_.
* * *
Per spiegar meglio il modo che, secondo me, si dovrebbe tenere nel prendere appunti sul vocabolario, mi pare utile addurre ancora alcuni esempi. Leggendo il vocabolario, credetti opportuno di notare tutti i seguenti modi e vocaboli che si riferiscono a commercio, affari, denaro, ecc., perchè m'accorsi, leggendoli, che sebbene fossero necessarî per dire per l'appunto quelle date cose, non li avevo mai adoperati perchè in parte non li sapevo, e in parte non m'erano abbastanza fitti nella mente da averli pronti sulla bocca o sulla punta della penna parlando o scrivendo.
METTER SU BOTTEGA. — Rizzare una bottega, un negozio.
STIRACCHIARE IL PREZZO. (È chiaro).
SALIRE. — Per rincarare. Es.; _Quest'anno i tartufi son saliti alle stelle_. (F.)
RINCARARE.
Il pane è rincarato. Rincarare la pigione. Il rincaro del cotone.
Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente colla solita lungaggine _il pane è divenuto caro_, invece di _è rincarato_, e _l'aumento di prezzo del cotone_, invece del _rincaro del cotone_.
RINVILIO. — Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo i _Promessi Sposi_, sostituì a _diminuzione di prezzo_, e che ora si comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.: _C'è stato un gran rinvilio nell'olio._
RIBASSO. — Es.: _Il cotone_ HA FATTO _un ribasso_. Gli scrupolosi direbbero: _C'è stato un ribasso nel cotone._
RICHIESTA. — Una tal mercanzia ha molta richiesta.
RIENTRARE. — Il popolo e i venditori, in Toscana, dicono _rientrarci_ per _ripigliare il costo_ con guadagno onesto vendendo una data mercanzia, Es.: _A volere che ci rientri, quel drappo bisogna che lo venda otto lire il braccio._ — _A tre lire non posso darglielo: non ci rientro._ (F.)
RIENTRO. — Entrata, _rinfranco_ di denari o d'altro, meglio che _risorsa_. Es.: _Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio di 100 lire al mese._ (F.)
VANTAGGIARE ALCUNO. — Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel vendere. (F.)
STARE A SPORTELLO. — Dicono gli artefici quando in alcuni giorni di mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma tengono solamente aperto lo sportello. (F.)
SPURGHI. — Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.)
RIPARARE. — Si dice _non ripara_ di una persona che non è sufficiente a secondare le richieste infinite che le vengono fatte; di un mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia ed ha sempre il banco assediato dai compratori. Es.: _Mise su quella bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non ripara._ (F.)
COMPRARE COGLI OCCHIALI DI PANNO. — Senza esaminare quello che si compra.
SERVIRSI _da_ UN TAL NEGOZIANTE. — Modo scansato da moltissimi per timore che non sia di _buon italiano_.
STARE SU UN QUATTRINO, SU UNA LIRA. — Lo spiega l'esempio: _Che credi ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e vattene._ (F.)
QUEL FONDACO _va_ SOTTO IL NOME DEL TALE.
IN QUELLA IMPRESA GLI CI _andarono_ DIECI MILA LIRE.
RIGIRARE I DENARI. — Utilizzare onestamente _un piccolo corpo di denari_. Es.: _Ho pochi quattrini; ma mio fratello che ha pratica di negozi me li rigira bene._
RIGIRARSELA. — _Non son ricco, ma me la son sempre rigirata bene._
IL SUO INCHIOSTRO CORRE PER TUTTO. — Dicesi d'un negoziante la cui firma sia tenuta buona in tutte le piazze. E a chi non abbia credito: _Il tuo inchiostro non tinge o non corre._
PUZZARE D'INCHIOSTRO. — Si dice di un abito o di altra cosa non ancora pagata nella bottega dove si è presa, _e dove è già accesa la partita del debito_. (F.)
PRENDERE UNA COSA A CHIODO. — Senza pagarla subito.
MANGIARSI IL GUADAGNO IN ERBA. — Consumare ciò che si guadagna prima di riscuoterlo. (F.)
DANARI GIUSTIFICATI. — Danari spesi in cosa che li vale. (F.)
DENARI SECCHI. — Danari morti.
TIRARE LA PAGA. — Per _riscuoterla_.
VIVERE SUL LAVORO. (È chiaro).
LAVORARE O FARE SOPRA DI SÈ. — Si dice degli artefici che non stanno con altri, ma esercitano la loro arte da per sè a loro pro e danno.
TIRARE UN GRAN DADO. — Avere una gran sorte.
FARE UN BUON TRUCCO. — Aver buona fortuna in una cosa.
GLI È VENUTA LA GUAZZA. — Si dice di chi ha trovato una buona fonte di guadagno.
GLI È BALZATA LA PALLA SUL GUANTO.
TROVARE UNA BELLA VIGNA. — Trovare facile e pronto utile (o piacere) in alcuna cosa.
SUCCHIELLARE UNA BELLA CARTA. — Essere in procinto di avere una qualche buona ventura. Ecc., ecc.
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Per citare un altro esempio, c'è intorno al _parlare_ un gran numero di vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per paura, non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo.