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Part 7

Chapter 73,763 wordsPublic domain

Riguardo alla poesia. — _Se le dicessi che i versi mi paiono senza difetti, sarei un adulatore; ma parlerei ugualmente contro il mio intimo sentimento se dicessi che non mi par di vederci il presagio d'un vero poeta. In mezzo a di que' difetti che col tempo si perdono, ci sento (non dia a queste parole altro valore che quello della più schietta sincerità) quelle virtù che col tempo si perfezionano e che nessun tempo può far acquistare._

Riguardo ai versi della poesia che accennavano al Papa: — ...._Religione e patria sono due gran verità, anzi, in diverso grado, due verità sante; e ogni verità può spiegar tutte le sue forze e usar tutte le sue difese senza insultarne un'altra. È vero che le persone sono naturalmente distinte dalle istituzioni, ma ci sono degli ordini di cose in cui gli oltraggi (parlo di oltraggi, non di ragionamenti, che, del resto, non sono materia di poesia) in cui, dico, gli oltraggi alle persone non possono non alterare il rispetto e la dignità della istituzione medesima_, ecc.

E infine v'era scritto: — «_Ho qui nel mio giardinetto un giovane melagrano che questa primavera ha portato molti fiori, i quali in parte sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti e il sano vigore di alcuni annunziano insieme che quest'alberetto è destinato a dar frutti copiosi e scelti._»

La lettera, ora che scrivo, è in un quadretto, e colui che dovrebb'essere il melagrano carico di frutti, la guarda con un misto di tenerezza e di rammarico, pensando alle sue splendide speranze dei sedici anni come a un bel sogno di tempi lontani.

La lettera fu per il collegio un grande avvenimento; il professore di letteratura la lesse nella scuola; fuori del collegio, gli amici volevano vederla; io non capivo più in me della contentezza; la rileggevo cento volte al giorno; me la dicevo a memoria; la notte sognavo che me l'avevan rubata; per istrada mi pareva che quei che mi passavano accanto si ammiccassero fra loro, come per dirsi: — Eccolo là; — a tavola facevo i bocconi piccini, in iscuola pigliavo degli atteggiamenti ispirati; in casa dei parenti sorridevo con una bonarietà affettata, per far vedere che, in fin dei conti, mi consideravo sempre come loro parente.

Quando si dice, le previsioni! Da quell'anno in poi non ho più scritto un verso altro che per onomastici di famiglia; non ho più avuto nemmeno la tentazione di scriverne; e sono ora profondamente persuaso che non sono nato per far dei versi. Chi me l'avesse detto allora, quando un prosatore mi pareva appena un uomo, e dicevo, leggendo il romanzo _I promessi sposi_: — Peccato che non sia in ottave!

Quattro anni dopo ero sottotenente di presidio a Pavia, con un battaglione del mio reggimento. Non avevo mai visto Milano. Una mattina, svegliandomi, mi viene il ticchio di farci una scappata. Ma, e il permesso? To', bella idea! Mi faccio mandar da casa la lettera del _melagrano_, la mostro al tenente-colonnello, e gli dico: — Vorrei andar a Milano a vedere il Manzoni. — Così feci; la lettera venne, la diedi al mio capitano e lo pregai di domandarmi il permesso. Il tenente-colonnello, quando intese, prima di vedere la lettera, lo scopo della mia gita, esclamò: — Oh! oh! nientemeno! — come per dire: — Ci vuol della faccia; — ma, visto ch'ebbe la lettera, accordò il permesso dicendo: — È un altro par di maniche; vada e ce ne porti notizie.

Partii la mattina seguente, era domenica, faceva un bellissimo tempo. Arrivato a Milano e sbarcato in non so che albergo vicino al duomo, domandai a un piccolo cameriere dove stesse di casa il Manzoni. — _El negoziant de mobil?_ — mi domandò alla sua volta. Ma che _negoziant de mobil_, — risposi; — il conte senatore scrittore Alessandro Manzoni. — Oh mi scusi! — esclamò il ragazzo arrossendo: — io credevo....; il senatore Alessandro Manzoni sta in piazza Belgiojoso; — e mi descrisse la casa. Era di buon'ora, scappai a vedere il Duomo, poi difilato in piazza Belgiojoso. Come mi battè il cuore quando vidi quella casa! Con che venerazione mi levai il chepì entrando nella stanzina del portinaio! Ma ahimè! Alessandro Manzoni era a Brusuglio. Salii subito in una carrozza e mi feci condurre a Brusuglio. Strada facendo pensavo alle prime parole da dirgli; alla maniera di baciargli la mano prima che avesse tempo di ritirarla, come sapevo che faceva sempre; al modo di tener la sciabola in sua presenza. Star davanti al Manzoni, pensavo, colla sciabola! Mi pareva che non andasse; l'avrei lasciata volentieri nella carrozza. Per la strada passavan contadine e contadini; mi parevan tutti visi di sante persone; in ogni vecchietta vedevo Agnese, in ogni giovane Renzo, in ogni bimbo Menico. Guardavo con insolito piacere quel cielo di Lombardia _così bello quand'è bello_, e quella campagna verde e tranquilla; i miei sentimenti e i miei pensieri, via via che mi avvicinavo, s'innalzavano; provavo quello che si prova salendo su per una montagna; mi pareva di respirare un'aria sempre più pura, e la mia mente si staccava dalla terra.

La carrozza si fermò dinanzi alla villa, scesi, entrai nel giardino, un servitore mi venne incontro a domandarmi chi cercavo. Glie lo dissi: mi guardò da capo a piedi, e mi rispose un _ma_, che voleva dire: — Non so se sarà ricevuto. — Allora gli mostrai la lettera, la prese e accennandomi che lo seguissi si diresse verso la porta d'una stanza a terreno, dove entrò, dopo avermi pregato d'aspettare un momento. M'appoggiai all'uscio e tesi l'orecchio. Dopo un momento sentii una voce tremola pronunziare lentamente queste parole: — _Gentilissimo giovanetto. Degl'incomodi abituali non m'hanno permesso di ringraziarla nel primo momento, come desideravo vivamente, dei versi ch'Ella m'ha fatto il favore d'inviarmi_.... — Qui la voce tacque, e subito dopo uscì il servitore, il quale mi fece riattraversare il giardino ed entrare in un salotto, dove mi lasciò solo dicendomi: — Ora viene.

Io stetti qualche minuto guardando la porta cogli occhi fissi, con tutta la persona immobile, respirando appena, come se fossi stato davanti a una macchina fotografica.

La porta s'aperse....

O miei benevoli amici e non amici, che mi avete detto tante volte e con tanta ragione, che il mio cuore è una spugna, che i miei occhi son due fontanelle di lagrime, che i miei soldati sono donnette e che tutte le righe dalle mie pagine sono come tanti rigagnoli che corrono al gran mare del pianto in cui morirò un giorno annegato, siate giusti; riconoscete che almeno questa volta io avevo diritto d'intenerirmi; confessate che anche voi altri vi sareste sentiti un leggero moto di convulsione alla gola; e allora mi farò animo e vi dirò che io, lungo come un granatiere, io, colla mia sciabola d'ordinanza e colle mie pompose spalline, io, quando il Manzoni comparve, gli corsi incontro, gli afferrai la mano e diedi in uno scroscio di pianto così improvviso, così violento e così sonoro, che quello di uno qualunque dei miei soldati sarebbe parso, al confronto, un vagito di bambino.

Il buon vecchio mise la sua mano sulla mia e mi disse con accento amorevole: — Vede.... cosa vuol dire avere un carattere così.... buono e.... ingenuo; si provano delle sensazioni.... violente; si rimetta, via.... si rimetta.

Riferire per ordine la conversazione che seguì poi, se si può chiamar conversazione un dialogo nel quale uno dei due interlocutori dice appena quello che è indispensabile per dar appiglio all'altro di parlare, non saprei. Ricordo che mi domandò sorridendo: — E la poesia? — e che avendogli io risposto che l'avevo lasciata in disparte, mi disse: — Torneranno, torneranno i tempi per la poesia. — Ricordo che parlò della battaglia di Custoza e disse: — _Fracta virtus!_; che recitò due strofe di una canzonetta del Brofferio intitolata: _El baron d'Onea_, fermandosi al verso: _a sauta_, _a pista_, _a braia_, per non dire la parola licenziosa ch'è nel verso seguente; che parlò, richiesto ripetutamente, del _Cinque maggio_, dicendo che gli aveva suggerito di scrivere quell'ode sua madre, mentre egli, all'annunzio della morte di Napoleone, s'era messo a declamare dei versi del Monti; ode, soggiungeva, piena di latinismi e di francesismi, della quale era ben lontano, quando la scrisse, dal prevedere _quel po' di fortuna_ che aveva avuta in seguito; e m'indicò, se non sbaglio, il tavolino su cui l'aveva scritta. Su quel tavolino v'era il _Fior di memoria_ del Cantù, che gli diede occasione di parlare d'un suo nipotino, il quale comparve poco dopo. Dopo il nipotino comparve il suo figliuolo primogenito. — Vede, disse il Manzoni, che questo figliuolo è una terribile fede di battesimo e che non posso più fare il giovanotto. — A una cert'ora mi lasciò per andar a desinare, e io rimasi solo, e mi misi a studiare a memoria i quadri, i mobili, i libri; e mi stampai così bene ogni cosa nel capo, che ce l'ho ancora, e sarei in grado di fare un inventario appuntino di quel salotto, come ne ho poi fatto molte volte lo schizzo a penna nella stanza dell'uffiziale di picchetto e nel camerino del furiere. Quando tornò s'andò a fare un giro nel giardino. Ricordo ch'ero impacciato a camminare, che inciampavo nella sciabola, che parlavo senza garbo, che facevo delle domande scipite e che standogli così accanto quasi da toccarlo colle gomita, avevo non so che vergogna di esser più alto di lui di quasi tutta la testa, e cercavo di farmi piccino; e provavo poi un vivo dispetto vedendomi in quel modo tutto luccicante d'argento vicino a lui vestito modestissimamente, e mi rincresceva di non essermi infilato il cappotto; e guardandolo quando mi precedeva di alcuni passi che andava chino e lento sulle gambe mal ferme: — Ah caro vecchio, dicevo tra me, se potessi darti la mia salute e la mia forza, con che cuore te la darei, dovessi anche domandare l'_aspettativa per infermità non provenienti dal servizio_!

Venne finalmente l'ora d'andarsene; accommiatandomi, volli baciargli la mano; egli mi porse il viso e sentì forse l'umidità delle mie guance. — _Giuan, el legnn!_ — disse al suo cocchiere mentre uscivo; lo ringraziai accennandogli la carrozza che mi aspettava. Vidi, uscendo, le sue due belle nipoti, che forse avevano udito lo scroscio; attraversai il giardino facendo un gran strepito con quella maledetta sciabola che mi picchiava sulle gambe; e al momento di risalire in carrozza, voltandomi, lo vidi ancora fermo sulla porta che salutava col fazzoletto.

— Addio! — risposi in cuor mio, — addio, padre, maestro, amico; addio, santo consolatore; oh se fosse qui il mio reggimento e potessi farti presentare le armi!

E lo salutai militarmente, con tutte le regole, come avrei salutato un generale.

Arrivato a Milano, all'albergo, scrissi a casa una lettera di otto pagine nella quale dicevo che Milano m'era parsa la più bella città del mondo, che il Manzoni era un angelo e che io ero felice.

La sera tardi arrivai a Pavia, e rientrando in casa trovai parecchi amici sulla porta che mi domandarono tutti insieme: — Ebbene, l'hai visto? gli hai parlato?

— L'ho visto, gli ho parlato e l'ho anche baciato! risposi.

— Sentiamo, — gridarono tutti in coro, — siedi e racconta.

— Dirò tutto, — risposi; — ma lasciatemi fare un po' di prefazione. È male parlar di sè; ma quando l'Io, invece di esser lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente cose che riguardano altri e che possono riuscire gradite a molti....

— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque, come ti sei fatto ricevere?

— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro. Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio professore di letteratura....

Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde ancora la testa.

ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA

(per i ragazzi non toscani).

LA LETTURA DEL VOCABOLARIO

Lessi, non è molto, in uno scritto dedicato a Teofilo Gautier, il seguente periodo: — «Un giorno il Baudelaire gli domandò: — Come avete fatto per imparare a scrivere in questo modo? — E il Gautier rispose: — Ho studiato molto il vocabolario. — Si dice infatti ch'egli soleva leggere il vocabolario con molto diletto. — Legger queste parole, e veder come cadere un velo dinanzi ai miei occhi, e apparire un vocabolario, come il pugnale a Macbetto, in aria, volto di costa verso la mia mano, perchè l'afferrassi, fu un punto. Compresi, voglio dire, tutto ad un tratto, e per la prima volta, che leggere il _Vocabolario della lingua italiana_, leggerlo da capo a fondo, e rileggerlo, e postillarlo, e farne spogli, e continuare a leggerlo, per consuetudine, un po' tutti i giorni, è più che un bisogno, un dovere di coscienza, non solo per chi scrive, ma per qualunque cittadino il quale desideri di morire senza rimorsi. Mi rammento che al balenare di questa verità, mi vergognai di non averla scoperta prima (per conto mio, ben inteso, che del resto la scoperta ha le barbe); e che appuntando il dito contro il calamaio, come per incaricarlo di rappresentare un momento la mia persona, gli gridai: — Arrossisci! — Poi presi a snocciolargli le molte ragioni, per le quali credevo che dovesse arrossire: — che nessuno, cioè, può ragionevolmente credere d'avere studiato la lingua, se non s'è servito del mezzo più semplice, più spiccio e più sicuro di conoscerne, se non tutti, quasi tutti gli elementi, e che questo mezzo non è altro che il _Vocabolario_, il solo libro nel quale della lingua si può vedere tutta la ricchezza, e abbracciarne, per così dire, il complesso, con una qualche sicurezza, nella quale l'intelletto si riposi, e dalla quale proceda poi, con maggior ardimento, a studiare nei libri. Che studiar la lingua soltanto nei libri, ed anco solo nel popolo che la parla, è uno studiarla a caso, poichè nei libri non ce n'è che una parte, nè il popolo la parla tutta, tacendo pure della impossibilità, quando tutta la parlasse, di tutta raccoglierla; del che si ha una prova nel fatto, che non v'è alcuno il quale scorrendo del _Vocabolario_ solo una minima parte, non trovi un buon numero di vocaboli propri a significare oggetti o fatti, ch'egli non soltanto non ricordava, ma di cui non sopponeva nemmeno l'esistenza, e a cui sostituiva definizioni, paragoni, giri di parole. Che il fatto di non studiarsi tutto il _Vocabolario_ è cagione che un'infinità di cose non si dicano mai, nè si scrivano da nessuno e in nessun luogo, neppure in Toscana; non essendoci altra maniera, fuor di questa, di sapere come si dicano, quando occorre di dirle, se non facendo ricerche spesso lunghissime, qualche volta vane, sempre seccanti: onde si preferisce di lasciar correre. Che nella lingua scritta, ed anco nella parlata dalla gente colta, per ciò solo che non si studia il _Vocabolario_, c'è molto meno varietà di quanta ce ne protrebb'essere, essendosi ciascuno, a una certa età, formato un corredo di parole e di modi, che gli bastano ad esprimere quello che ordinariamente ha da dire, e che però non s'accresce più, salvo che per straordinarî bisogni; mentre colla lettura assidua del _Vocabolario_ faremmo ciascuno al nostro linguaggio buttare ogni giorno delle messe nuove, e potremmo dire ogni giorno qualcosa di più, e di questo lavoro di tutti s'arricchirebbe la comune lingua parlata e scritta. E altre molte ragioni trite e ritrite, ma non mai ripetute abbastanza, la conclusione delle quali fu che io m'ero ingannato fino allora nel considerare il _Vocabolario_ come un libro fatto soltanto per rispondere quand'era interrogato; ch'esso era invece un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarselo, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna.

Mi misi a leggere, cominciando dall'A, con grande ardore, e divorai in pochi giorni parecchie centinaia di pagine, tempestando i margini di note in modo da non lasciarli più vedere. Che volete? Il diletto che ci provai fa tale e tanto, che non potei resistere al desiderio di esprimerlo, e sospesa la lettura, tirai giù le linee seguenti.

Mi raffiguro una sala immensa, nella quale siano stati raccolti e schierati confusamente gli oggetti di cento Esposizioni universali. Attraversare di corsa questa sala dev'essere un piacere della natura di quello che si prova leggendo il _Vocabolario_. Voi trascorrete dalla città alla campagna, dal mare alla terra, dalla terra al cielo, dal cielo nelle viscere della terra, colla rapidità con cui trascorrerebbe la vostra immaginazione abbandonata ai suoi grilli. Accanto a un mobile di casa, vedete un'arma del medio evo, accanto all'arma un pesce raro, più in là una pianta asiatica, poi un ingegno meccanico, poi una pietra preziosa, poi un fiore, poi un edifizio, poi un tessuto. Trovate strumenti di tutte le arti, termini di tutte le scienze, vestimenti di tutti i popoli, usi di tutti i tempi, immagini di tutte le religioni. V'accompagna per la via un vocío continuo intercalato di proverbi, di bisticci, di frizzi plebei, di grida di meraviglia, d'insulti, di complimenti, di beffe, di saluti. Incontrate una folla di parole che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d'acciacchi, che brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti, spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobiluccie affettate; le sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa. E voi passate accanto all'une, senza guardarle, come persone di casa; all'altre fate un saluto in aria d'indifferenza; a queste correte incontro come a gente dimenticata, che si rifaccia viva; a quelle vi fermate innanzi un momento, per fissarvene in mente l'aspetto; e quale vi fa ravvedere d'un errore, quale vi dà un consiglio amichevole, quale vi accenna un fatto storico, quale vi espone una tradizione popolesca; e voi pensate, ridete, fantasticate, e imparate lingua, storia, morale, poesia, scienza, giuochi, mestieri finchè chiudete il libro storditi, come all'escir da una sala dove aveste veduto insieme un teatro, un mercato e un'accademia. Che si può trovare di più in un libro? Come si può negare che sia un libro incantevole? E quando si potrà dire d'averlo letto abbastanza?

Il Mantegazza nella sua _Fisiologia del piacere_ ha dimenticato il _Vocabolario_, ed è una dimenticanza che non gli si può perdonare. Mi ricordo d'un professore di matematica, ardentissimo della sua scienza, il quale, portate per la prima volta in scuola le Tavole dei logaritmi, chinò il viso sul libro fino a toccare il margine col mento, e agitando in alto le braccia tese esclamò con un accento d'inesprimibile soddisfazione: — Com'è dolce nuotare in questo oceano! — E così è dolce nuotare nel _Vocabolario_. Si va giù per le colonne come per la corrente d'un fiume, e le parole sono villette, piante e donnine schierate lungo la riva; ci si lascia andare, e si scivola placidamente, pensando a mille cose, come quando si scartabella un albo di paesaggi, e si canta. Il _Vocabolario_ è un libro fantastico. Si dice che la lettura delle _Mille e una notte_ desta nella mente un turbinío di immagini abbarbaglianti, che danno una specie di ebbrezza, seguíta da sogni deliziosi. Cinquanta pagine di _Vocabolario_ suscitano nella testa una folla d'immagini più fitta, più varia, più turbinosa, che quella delle _Mille e una notte_. Chiuso il libro, chiudo gli occhi, e vedo intorno a me una miriade di cose disparatissime, che girano e s'inseguono, spariscono e riappaiono, come un nuvolo di farfalle, produgendomi nella mente un tumulto piacevole, che mi dura anco nel sonno. Il _Vocabolario_ eccita i sensi.

E lasciando da parte i piaceri, e per farla anche un po' da pedante, quante cose insegna nel suo casalingo linguaggio e colla sua paterna bonarietà, quest'aureo libro! Col suo costante, semplice e severo definire e specificare ogni cosa, dà contorno e lume alle vostre idee; così che dopo la lettura d'un'ora, se vi mettete a scrivere, non vi pare che quello che pensate e il come lo esprimete siano mai abbastanza chiari e determinati, e non vi contentate più della prima forma, e finite poi col far meglio. Col descrivere minutamente quegl'infiniti oggetti, che noi sogliamo indicare aiutando la parola col gesto, senza riuscir mai a porgerne l'immagine a chi non li abbia veduti, ci esercita alla descrizione minuta, all'uso delle parole proprie, a quel lavoro di musaico della lingua, a quella lotta contro le piccole difficoltà, che gli scrittori di libri letterarî scansano quasi sempre fingendo di sdegnarla, ma in realtà perchè la temono. Poi, la curiosità è mezza scienza, e il _Vocabolario_ ci mette ad ogni passo una curiosità; leggendo sentite il bisogno d'aver accanto ora un botanico, ora un meccanico, ora un archeologo, ora uno storico, chè l'affollereste di domande; non l'avete? la curiosità resta, le domande si appuntano, alla prima occasione si faranno. E poi, parola e pensiero son gemelli della mente: quante faville vi accende nella testa il _Vocabolario_! Il Gautier diceva che ci son parole diamante, parole zaffiro, parole rubino, che non domandano che d'essere incastonate; si può dir di più; ci son parole che gettan l'idea d'un lavoro; parole che dánno la sveglia a mille pensieri che ci stavano come ravvolti e nascosti in un angolo della testa; parole che ci ravvivano la memoria di tutto un libro dimenticato. E infine la lettura del _Vocabolario_ fa l'effetto d'una lezione di modestia, perchè si può ben esser dotti, ma in ogni colonna si troverà sempre quella parola che ci fa dire: — Non sapevo! — e ci rende accorti d'una lacuna che avevamo nella mente. Molti lo dovrebbero leggere non foss'altro che per esercitarsi a tirare indietro, come la lumaca, le corna dell'orgoglio.

Ma non solamente è un libro ameno, utile e morale; il _Vocabolario_ si fa anco amare perchè è il libro più intimamente «nazionale» di tutta la letteratura; ci han lavorato tutti i secoli, ci abbiamo lavorato tutti; dotti, analfabeti, fanciulli; c'è un verso d'ogni poeta e un periodo d'ogni prosatore; ogni grande avvenimento ci ha lasciato un ricordo: c'è la storia della nostra lingua; vi si trovano le traccie della lotta secolare tra la lingua prima e lo spirito trasformatore del popolo; vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide, le risorte; è un vero campo di battaglia sul quale tutte le nostre provincie e tutte le nostre città hanno mandato soldati; è un libro tutto patria; il più nostro di tutti; si prova, a scorrerlo, quel piacere della proprietà che il Mantegazza annovera tra i più dolci; si gode a maneggiarlo come a palpare un mazzo di chiavi di casa nostra; a uno straniero che ci offendesse, daremmo sulla testa, in nome d'Italia, a preferenza d'ogni altro libro, questo; a volte ci si sente presi di vera tenerezza per lui; io gli batto la mano su, e gli dico; — Maestro, amico, consigliere, che sai tutto e rispondi a tutto ed a tutti, fido compagno degli studiosi, pedantone caro e glorioso, ti saluto! —