Part 6
Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso, benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar, in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes, a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino, diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da letto. _Yo era el espanto de todos._ (Io ero lo spavento di tutti). — A dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse, più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845 per fare il corso di _segunda enseñansa_. Qui si dedicò con entusiasmo alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali, che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri, attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno nella _Escuela nacional de filosofia_, e d'allora in poi, non solo provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo, perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo. — Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854, all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada, gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: — Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche.... — Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco, non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore, l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando il suo discorso: — _Està destinado a reemplazar à todos nuestros grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja._ — E il pronostico s'è avverato.
Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà? È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire, che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune; e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte, dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa! le vie della Provvidenza sono infinite....
E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes, due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno? E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio? La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del norte....»
A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca d'uno Stato.
Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione, versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega; quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah! don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!
Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui, sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:
È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.
UN CARO PEDANTE
I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto _figlio_ invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive _toeletta_ invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma, che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un peccato che se ne perdesse la semenza.
Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera ammirazione.
La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora, a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche _francesismi_. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina, arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per trovare i vermi _improprietà_. Tutta la sua persona alta e magra, e incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo, e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera! — Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure. Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al libro.... Era mio!
Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale, quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita, puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli, le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita, le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola _cómpito_ cambi a poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo _utimare_ pervenga a pigliare il posto del verbo _exploiter_, sono due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della lingua.
Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto con un suo servitore il dialogo seguente:
— Tonio, il caffè.
— Ce lo porto.
— Che hai detto?
— Che ce lo porto.
— Hai gli otto giorni per cercarti un altro padrone, manigoldo.
Una volta, un suo conoscente, incontrandolo per via, gli disse: — Ho letto con molto _interesse_ il vostro articolo. — Non me ne importa un fico, — egli rispose, — e gli voltò le spalle.
Si diceva che una sera, in una conversazione, aveva dimostrato con un lungo ragionamento e colla massima serietà che un uomo capace di scrivere, — _al di là dei monti_, — invece di — _di là dai monti_, — messo al punto, sarebbe stato capacissimo di ammazzare a sangue freddo suo padre.
Fossero o non fossero vere queste cose, dopo averne sentite tante, mi venne il desiderio di conoscerlo. Prima, però, volli sapere precisamente che cosa pensasse dei fatti miei, benchè la scena accaduta dal libraio non mi lasciasse alcun dubbio consolante. Un amico comune lo interpellò e n'ebbe questa risposta: — Ditegli che per quel ch'è sentimento, non c'è male; ma che per quello che riguarda la lingua, scrive come un Seraceno.
Meno male! — pensai. — Ora, almeno, so a che paese appartengo, e qual è la _nazionalità_ di cui mi debbo spogliare.
Gli fui presentato; m'accolse cortesemente. Il discorso cadde subito sulla lingua. Gli domandai dei consigli. Sospirò, mi disse che i tempi eran tristi, che non v'era più amor di patria, che i bricconi avevan il mestolo in mano; le quali cose si riferivano unicamente alla lingua, e non alla politica, come potrebbe parere. Gli domandai quali degli scrittori del giorno, dei più illustri, s'intende, e toscani, avrei potuto seguire, in fatto di lingua, per non uscire dalla buona via; e glieli nominai uno dopo l'altro. — Il tale? — Per amor di Dio! — rispose; — che mi tocca di sentire! — Il tal altro? — Oh numi! Ci mancherebbe anche questa! — Tizio, dunque? — Oh povero figliuolo, che cosa le passa per il capo! — E qui prese a citarmi una lunga filza di francesismi, d'idiotismi, di neologismi, d'errori d'ogni natura, sfuggiti a quegli scrittori, usando con la maggior serietà tutte le espressioni che sogliono adoperarsi al proposito degli scapestrati e dei malfattori, come ad esempio: — Le pare che questo sia un procedere da galantuomo? — Non so il tale dei tali che fine farà. — Bisogna proprio aver perduto ogni pudore, ecc., — a tal segno che, sapendomi colpevole d'una gran parte degli errori di cui accusava quei valentuomini, ebbi un momento il timore che m'agguantasse per la cravatta e mi conducesse alla questura. — Ma chi dunque scrive italiano? — domandai. — Nessuno! gridò, alzando il bastone. — Vi sarà qualcuno che scrive con parole italiane, in lingua, frase per frase, italiana; ma il complesso dello scrivere, ma l'ordito, ma il processo del pensiero, per Dio, è francese! francese! francese! La pelle è nazionale, il sangue che circola sotto, è barbaro! Barbari tutti, italiani rinnegati, scrittori senza coscienza e senza cuore! Se ne persuada, giovinotto! E una verità vergognosa, ma è la verità, la verità, la verità! — In quel punto eravamo arrivati dinanzi alla porta di casa sua. —
Ma, — dissi io timidamente: — Alessandro Manzoni.... — Santissima Vergine! — esclamò turandosi le orecchie colle mani, e infilò la porta correndo.
Un giorno assistetti a un battibecco curioso tra lui e il più grosso dei _due fondatori della prosa borghese_, di cui parla il Carducci nella sua poesia l'_Italia in Campidoglio_. S'era negli uffizi di una Rivista mensile col Mamiani, il Berti ed altri barbari. Il nostro personaggio inveiva contro «lo scellerato vezzo» di usare i nomi propri senz'articolo. — Vi assicuro, — diceva, — che quando leggo _la casa di Manzoni_ o _la statua di Dupré_, non capisco.
— Andiamo, via, — gli rispose il prosatore borghese; — codesta è una esagerazione.
— Vi dico che non capisco!
— Vi sostengo che capite benissimo.
— Vi ripeto che non capisco! gridò il purista col viso acceso.
— Giuratelo! — urlò il _borghese_.
— Lo giuro, per Dio! — tuonò l'altro balzando in piedi, e picchiando un gran pugno sul tavolino.
— Avete giurato il falso! — ribattè il primo colla sua voce stentorea, in mezzo alle risa e al vocío generale, — e se mi sfidate, v'ammazzo senza pietà, perchè son sicuro che andate all'inferno!
Il povero purista ricadde spossato sulla seggiola, esclamando con voce fioca e gli occhi rivolti al cielo: — _La casa di Manzoni!_... Oh che gente! Oh che paese!
Un'altra sera entrò gravemente nella sala e disse con un accento di tristezza e di pietà, rivolgendo la parola a tutti: Bisognerebbe avvertire il Bonghi.
Tutti pensarono che fosse accaduta al Bonghi qualche disgrazia.
— Bisognerebbe, — continuò colla stessa gravità. — che se ne incaricasse un suo amico intimo. È una cosa che ormai passa tutti i limiti. Quell'uomo perde la testa.
— Ma che cos'è seguíto? domandarono tutti con ansietà.
Era seguíto che il Bonghi, in una delle sue rassegne politiche, aveva scritto _le fila dell'opposizione_ invece di _le file_. Tutti respirarono.
E di questi aneddoti ne potrei citare una cinquantina.
Con me, benchè mi tenesse in conto d'un buon diavolaccio, non potè mai fare la pace. Riconosceva i miei sforzi ed anco qualche progresso che avevo fatto dall'Arabia verso l'Italia; ma in fondo, per lui, ero sempre un Seraceno, e lo diceva ai miei amici, onorandomi di un: — Peccato! — e di un: — Forse, col tempo!... — che mi dava un po' di consolazione. Qualche volta, poichè era pedante, ma uomo di cuore, mi guardava fisso con un'espressione di benevolenza pietosa; pensava, credo, con rammarico, che io così giovane, ero già così miseramente traviato; prevedeva i dolori che m'aspettavano; si domandava che vita avrei trascinata, che razza di educazione avrei data ai miei figliuoli, che fine miserabile avrei fatta. Ma bastava che io gli domandassi improvvisamente: — _Cosa_ pensa? — perchè vedesse ricomparire sulla mia fronte il marchio inviso di Maometto, e mi guardasse come un'anima perduta.
Ora la semenza di questa specie di pedanti si va perdendo. In fatto di lingua, tutte le maniche s'allargano; i puristi più austeri transigono; gli stessi accademici della Crusca, e i migliori, si lasciano sfuggire parole e modi nuovi, e tengon dietro al movimento della lingua; i pedanti indietreggiano da ogni parte, incalzati dalla necessità e dalla critica; la legione s'è ridotta un drappello, la marea monta e li affoga. Eppure, sarebbe un peccato che rimanessero tutti affogati. Nella letteratura, la varietà è ricchezza. È bene che ci siano i demagoghi temerari e i reazionari arrabbiati. Questi Don Chisciotte del vocabolario che si slanciano a lancia in resta contro le parole, hanno il loro bello; questi carcerieri della lingua non sono inutili; la critica del microscopio può far del bene.
Oh mio buon pedante! non ti sdegnare contro di me, se ti cadranno sotto gli occhi queste pagine: io ti giuro sul Corano che non ebbi intenzione di offenderti. Io ti temo, ma t'amo, perchè nel tuo mondo di parole tu sei un artista, e sei un artista perchè ami, soffri e combatti. E prego il cielo che ti lasci lungo tempo ancora in questa valle di lagrime e di francesismi. E t'auguro che il buon sacerdote che ti assisterà nei tuoi ultimi momenti, ti parli correttamente la parola di Dio. E desidero che quando tu non sia più, tutti rammentino il tuo nome con affetto, nessuno con _interesse_; e che l'amico che scriverà la tua necrologia, non turbi il riposo delle tue ossa, dicendo che tu, su questa terra, hai fatto degnamente il tuo _cómpito_; ma proclami altamente che hai esercitato con onore il tuo ufficio. E chieggo a Dio come una grazia che se l'anima del Petruccelli della Gattina è destinata a salvarsi, egli la ponga in un altro cerchio del paradiso, perchè la tua felicità non sia turbata dal ridestarsi delle ire e dei dolori terreni. E così sia.
UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI
È male parlar di sè, e peggio scriverne; ma quando l'Io, invece d'essere lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente e con più garbo cose che riguardano altri e possono riuscire gradite a molti, mi pare che sia lecito di servirsene; e tanto più quando quest'_altri_ sia Alessandro Manzoni, e quell'_io_ tanto piccino da non poter neppure essere sospetto di vanità.
Lasciatemi dunque cominciare dal piccino.
Io ero in collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio professore di letteratura italiana, quando gli presentavo una poesia, mi permetteva di leggerla, se gli pareva che lo meritasse, in piena scuola; e i miei compagni solevano farla stampare a proprie spese, cosa di cui mi rimorde ancora la coscienza. Una delle prime poesie stampate fu un canto alla Polonia, ch'era in rivoluzione appunto in quell'anno; nel qual canto dicevo ira di Dio dello Czar e del Papa, e facevo una descrizione fantastica dell'isola di Caprera, assicurando che il sole vibrava su quell'isola i suoi più splendidi raggi e gli angeli la guardavano dall'alto con una viva simpatia.
Questo canto, concepito un giorno che il direttore m'avea messo a pane ed acqua, e composto quasi per intero nelle tenebre del Dormitorio, mi pareva allora una gran cosa; tanto che a un mio vicino di banco, il quale, dopo lettolo, mi aveva detto gravemente: — Questo canto resterà, — io, stringendogli la mano, avevo risposto con non minore gravità: — Speriamo. — In fine m'ero tanto montata la testa, che un bel giorno misi una fascia all'opuscoletto, stesi una lettera di accompagnamento, scrissi sulla busta e sulla fascia: — Al signor Alessandro Manzoni —, e buttai lettera e opuscolo, dopo esser stato un po' colla mano per aria, nella buca della posta.
Passa una settimana, passano quindici giorni, passa un mese; nessuna risposta. Non me ne meravigliai; sapevo che il Manzoni scriveva pochissimo; m'avevano detto che riceveva ogni giorno un monte di lettere e di libri; era naturalissimo che avesse buttato i miei versacci in un canto; non ci pensai più.
Un giorno, nel tempo della ricreazione, mentre facevo la ginnastica sulle parallele, il direttore mi chiama, corro, mi dà una lettera. Il carattere dell'indirizzo mi era sconosciuto. Guardo il bollo: — Milano — Chi può essere? Apro, leggo in capo alla prima pagina _Gentilissimo giovanetto_; volto, tutto il foglio è scritto; volto ancora, e vedo in fondo alla quarta pagina _Alessandro Manzoni_.
Come rimanessi non lo so dire. Sul primo momento mi s'imbarbugliò la vista e mi tremaron le ginocchia; poi rimasi qualche tempo immobile, guardando quella firma, che pareva s'ingrandisse e s'impicciolisse a vicenda, come per effetto d'una lente avvicinata e rimossa. Infine corsi in un angolo appartato del cortile e lessi.
Ah, mio Dio! Io non posso ricordar quella lettera senza un sentimento di mestizia. Riguardo ai consigli ch'io avevo avuto l'audacia di chiedere, c'era detto: — _Anch'io, nella prima gioventù, m'ero formato di scritti altrui un concetto dal quale, col crescer degli anni, ho dovuto detrarre. E non di meno non ho poi provato rammarico d'un errore che m'era stato occasione di voler bene anche ad uomini con cui non avevo alcuna conoscenza. Così spero che avverrà anche a lei riguardo a me e alla mia memoria._