Part 5
— Sul serio? — io continuai. — Le dirò ben altro. Me lo permette?... Che vuole?... Provo un gran piacere a rammentare quel tempo che fu il più tempestoso della mia adolescenza. La cosa era giunta al punto, che quando, in casa mia, sentivo pronunziare il suo nome, scappavo in un'altra stanza col viso rosso come una melagrana. Studiavo in una stanzina con mio fratello maggiore, il quale di tratto in tratto mi diceva: — Ma la vuoi finire coi tuoi sospiri, che mi sembri un innamorato del Metastasio? — Non studiavo più, ero distratto. Una notte sentii mio padre che parlando di me domandava sottovoce a mia madre: — Hai notato nessun cambiamento, da un tempo in qua, nelle sue maniere? E un'altra più curiosa. Il professore d'italiano ci diede da fare una composizione a tema libero; io scelsi l'_Innamorato_ e scrissi una tale scempiaggine che fece ridere tutta la scuola e mi coprì di vergogna. Si figuri che fra le altre frasi, c'era questa: _La testa dell'innamorato è un'urna di lagrime e di sospiri_.... A poco a poco, m'ero ridotto al segno che arrossivo passando davanti alla sua casa, incontrando le signore che vedevo al teatro con lei, udendo pronunziare una parola che rammentasse alla lontana il suo nome. Quando vedevo comparir lei in fondo a una strada, mi pigliava un tremito alle gambe, e scantonavo; se non ero più in tempo a scantonare, mi cacciavo in una bottega; se non potevo cacciarmi in una bottega, tornavo indietro. Era un terrore. E ogni sera m'andavo a rinfocolare al teatro e facevo peggio. Mi passò fin per la mente di indirizzarle una lettera, di scrivere qualche cosa col carbone sui muri delle sue scale, di gettarle un mazzo di fiori da un tetto, di travestirmi e andar a portar legna in casa sua. Infine, vuol che le dica tutto, signora? Lei mi deve essere molto riconoscente perchè parecchie sere, tornando dal teatro tutto commosso, esaltato, mezzo fuori di me, e non sapendo come sfogarmi altrimenti, pregai per lei con un fervore che.... se ne avessi messo la metà a prepararmi agli esami, non m'avrebbero rimandato.
La signora rise di nuovo coprendosi il viso col ventaglio, e disse: — Ed io che non mi sono mai avvista di nulla! È strano!... Ma è proprio tutto vero?... — e sempre sorridendo, ma con una curiosità, se posso dir così, più raccolta e più seria, mi domandò: — E dopo? e si rimise in atto di ascoltare.
— Dopo, — io ricominciai — .... venne il peggio. Verso la fine del carnevale cominciò a frequentare il suo palco quello che fu poi suo marito. Lo vuol credere, signora? Ancora adesso, dopo tanti anni, provo un sentimento di compassione per me quando penso a quello che ho sofferto in quei giorni. Le prime volte che intesi dire intorno a me al teatro: — Eh! pare che il nodo si stringa! — Pare che sia un matrimonio bell'e fatto! ecc., — creda che, benchè fossi un ragazzo, mi son sentito agghiacciare il sangue. Ogni sorriso, ogni parola a bassa voce che loro si scambiavano, mi era una stilettata al cuore. Che so io? mi pareva d'esser tradito. A lei.... perdonavo. Lui.... bisogna pure che io dica tutta la verità.... l'odiavo con tutte le forze dell'anima. Lo vedevo per tutto. Lo sognavo, era il mio incubo. Volevo sfidarlo. Lo guardavo di sbieco. Un giorno, per la strada, se n'accorse, senza capirne il perchè, naturalmente; e si fermò a guardarmi; io abbassai gli occhi e tirai dritto. Infine corse la voce del suo prossimo matrimonio. Ne fui desolato. Non può farsi un'idea di quello che mi passava per l'anima. Pensavo di andare a qualche finestra, sulla strada dove lui passava, e di lasciargli cader sulla testa una grossa pietra. Mi proponevo di andarmi a gettare a suoi piedi e supplicarla per amor di Dio di non sposarlo se non voleva vedermi morto. Mi venne in mente di farmi frate, di fuggire in Svizzera, di diventare uno di quegli uomini terribili dei romanzi che hanno un perpetuo sorriso mefistofelico sulla faccia di marmo. Addio latino! Addio studî! Passavo ore intere nel cortile di casa mia a martirizzare le lucertole e i vermi; un giorno m'incisi una mano colle forbici e per poco non svenni vedendo spicciare il sangue; una sera rubai una bottiglia di vino nella dispensa e m'ubbriacai come un facchino in un ripostiglio di mobili vecchi, al buio.... Venne finalmente quel giorno terribile.... La sera, la banda della guardia nazionale suonò sotto le sue finestre. Da casa mia si sentiva la musica. Ero avvilito, angosciato, disperato. Mi venne l'idea d'uccidermi. Scesi nel giardino con una corda e m'avvicinai a un albero.... ma mi mancò il coraggio. Allora mi misi a piangere, mi buttai in terra, e stetti tutta la sera là, solo, al buio, accovacciato come un cane, con la mia corda fra le mani, pensando a lei, e chiamandola di tratto in tratto per nome, fin che la banda cessò di suonare ed io corsi a casa a gettarmi nelle braccia di mia madre, alla quale confidai ogni cosa. Mia madre fece le grandi meraviglie, rise, mi consolò, mi condusse a letto, mi diede la buona notte ridendo, e per parecchi giorni, di tratto in tratto, continuò a guardarmi fisso, poi a baciarmi ed a ridere ancora. Il giorno dopo lei partì con suo marito e non ho più avuto la fortuna di vederla. Ecco la storia del mio amore, cara signora. Ho aspettato quattordici anni a raccontargliela: spero che non mi accuserà di precipitazione. Se poi volesse sapere perchè glie l'ho raccontata, dico la verità, sarei imbarazzato a risponderle. Il fatto è che ho sempre desiderato d'incontrarla un giorno o l'altro per farle questo racconto; e che soddisfacendo il mio desiderio, ho trovato un'emozione gentile, piena di rispetto e di gratitudine per lei.
A questo punto la signora, che m'aveva ascoltato con un'attenzione sempre crescente, si coperse il viso, ma senza ridere; poi mormorò con voce un po' commossa, sorridendo leggermente: — Certo che... lei m'ha detto delle cose molto gentili.... e io debbo ringraziarla.... — Qui rise di nuovo, ma quasi facendo uno sforzo; tornò a coprirsi il viso e rimase qualche momento in quell'atto. Che cosa abbia pensato in quei momenti, non saprei. O che il mio racconto, richiamandole vivamente alla memoria un tempo in cui era felice, e sperava un avvenire migliore, le abbia inacerbito il sentimento dei suoi disinganni; o che ripensando il tempo in cui poteva ispirare degli affetti così ardenti, abbia sentito con più amarezza il rammarico della sua gioventù e della sua bellezza perduta innanzi tempo; o che l'immagine di quello schietto e profondo amore giovanile, le abbia fatto parer più triste di non essere stata amata da colui al quale aveva consacrata la vita; il fatto è che quando abbassò il ventaglio — con mia grande meraviglia — aveva il viso tutto rigato di lagrime.
— Signora! — le dissi vivamente, prendendole una mano. — Che vedo mai?... Le ho ridestato qualche ricordo doloroso? Mi perdoni.... sono stato imprudente.... non me ne darò mai più pace.... Mi perdoni, signora!
Essa fece cenno di no, che non avevo nessuna colpa; poi sorrise e si asciugò gli occhi con una mano lasciando un momento l'altra mano nella mia.
In quel punto il treno era arrivato alla stazione dove io dovevo scendere.
— Signora, — le dissi al momento di mettere il piede sul montatoio — mi faccia una grazia.... mi permetta di baciarle la mano che teneva fuori del palchetto!
Me la porse, glie la baciai tre volte, e rialzando il viso, vidi nel suo atteggiamento e nei suoi occhi una così cara espressione di bontà, di mestizia, di rassegnazione; e nello stesso tempo tanta dolcezza e tanta grazia, che rimasi un momento attonito a guardarla ed esclamai ingenuamente e con tutto il cuore: — Siete sempre bella!
— Non è vero! — rispose mestamente, ma sorridendo, e fece cenno di no col ventaglio.
Io m'allontanai, mi voltai indietro e feci cenno di sì col capo.
— No, — ripetè essa col ventaglio — e si ritirò dallo sportello.
Il treno partì, e nello stesso momento uscì dallo sportello la sua mano, che rimase così appoggiata, col ventaglio in giù, nello stesso atteggiamento in cui soleva tenerla fuori del suo palchetto al teatro.
Il viso non ricomparve.
Io accompagnai quella mano cogli occhi.
Era un addio — era un'immagine della sua giovinezza e della mia adolescenza — era un rimpianto del passato — era un'espressione di gratitudine — era qualche cosa d'infantile, di pietoso e di melanconico — era come la mano d'una morta che si fosse rifatta viva un momento per dare un ultimo saluto alla vita. — Addio! Addio! — dissi nel mio cuore quando mi sfuggì dalla vista — Addio, cara larva! cara memoria mia! e rimasi.... rimasi come tu mi trovasti quando c'incontrammo nel vestibolo della stazione.
EMILIO CASTELAR
5 dicembre 1873.
_Caro_ ***.
È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne parlato che vagamente nel mio libro.
Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto, poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.
Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme, nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause, stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica, nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'_effet terrible_ che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non si può dire che ha i _fulmini dell'eloquenza_; ma i lampi, i raggi, che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano quelle _bolle di sapone_ del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le più belle che si facessero in Spagna.
Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai _quelle crespe delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe_, come dice benissimo il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento che si alzava Cristino Martos, oratore _de pelo en pecho_ (col pelo sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio che non gli riuscì di finire.
Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita per l'onore del mio paese.
Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo. La sua opera _La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo_ (quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore. Un giorno gli domandai _ex abrupto_ una spiegazione, e mi parve che la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano _fra la fede e un dubbio serio ed inquieto_, come scriveva il Manzoni al Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.
Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi, come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. — Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi disse candidamente: È bello anche in italiano.
Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano. — Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar, piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente, domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — _Amigo! La de un hombre extraordinario_ (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo, — rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno, appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con codeste esagerazioni, don Emilio?
Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi discorsi, intorno a quei segreti d'artista, _a quei misteri_, per dirla con Giambattista Giorgini, _che l'anima celebra con sè stessa_. Egli mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore alla porta.
Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, — ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese. Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. — Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa sfrenata del suo cavallo:
Mis ojos fuego en su inquietud lanzando Campo adelande devorando van.
E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo il dire che non mi lasciava persuaso.
Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo e di Siviglia. Firenze, _la ciudad_, com'egli la chiama, _de la inteligencia_, è la sua città prediletta. — _Allì_, mi disse un giorno, _el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo de número_. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — _Y decir que la puertas de Ghiberti son del siglo quince!_ — (E dire che le porte del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare discorrendo d'un quadro del Tintoretto — _Mas si os digo_, — gridava battendosi la mano sulla fronte — _que se siente crujir la seda!_ — (Ma se vi dico che si sente il fruscío della seta!)
Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.
Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.
A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi del _Don Chisciotte_ che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava pane di granturco.
Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.
Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure; si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; — credevi che io fossi diventato monarchico?
La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette, vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi, medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po' d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento, in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là, in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. — E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo, scriveva prediche per preti di campagna!