Part 4
Certe figure d'amici vostri che sanno tanto più di voi, dopo che vi siete dato a studiar di proposito, ingigantiscono. Prima vi pareva che i lampi che voi mandate valessero assai più dell'oro che essi possedono, e vi meravigliavate che anch'essi non fossero del vostro parere. Ma a poco a poco siete arrivato a capire come un uomo che ha studiato davvero, che ha fatto di quegli sforzi di volere che costano lotte faticosissime, e riportate di quelle vittorie intime che insuperbiscono al pari d'un trionfo pubblico, debba naturalmente far poco conto dell'ingegno che s'alza per la sola forza delle sue ali; che molto ardisce perchè ignora molto; che non sente la sua vacuità perchè non essendosi mai messo alla grave impresa di riempirla, non l'ha mai misurata. Capite ora come a quell'uomo l'opera d'un tale ingegno debba parere un edifizio fragile. Anche voi, a pari altezza, ammirate di più il vertice immobile d'una piramide che l'ondeggiamento d'un cervo volante. Chi studia, conquista; l'ingegno incolto, al suo paragone, par che rubi. Molti che vi parevano invidiosi perchè non vi battevano le mani, capite ora che non avevano per voi altro sentimento che quello d'una fredda disistima. Essi sono boccie di cristallo, e voi siete bolle di sapone.
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Studia; ma non ti rintanare, scriveva il Giusti a suo fratello; e v'è un proverbio spagnuolo che tradotto letteralmente, dice: «corsa che non dà il puledro nel corpo gli rimane.» Guai al giovine che per studiare si seppellisce! La durerà più o men tempo, e poi gli piglieranno delle malinconie disperate. Per non aver creduto a chi mi dava questo consiglio, mi svegliai qualche volta con una così profonda ripugnanza per lo studio e per la casa, che scappai come un frenetico, corsi alla campagna, camminai tutta la giornata, dormii in un villaggio, e non tornai in città che il giorno dopo come torna un forzato alla galera. E non bisogna tuffarsi intero negli studî, anche per non perdere ogni attitudine alla vita sociale. Chi sta troppo solo, non più usato a tollerare i difetti dei suoi simili, a far sacrifizî d'amor proprio, a soffrire degli attriti spiacevoli, quando poi ritorna in mezzo alla gente si sente urtato e punto in mille modi, da mille parti. E va qualche volta tant'oltre questa sensitività penosa, da renderci insopportabile la più leggiera contraddizione. Nello studio solitario l'amor proprio ingigantisce; l'_io_ diventa formidabile. Le nostre fatiche eccessive par che ci diano il diritto, — qualunque sia il frutto che ne ricaviamo, — di tenerci da più degli altri. Assuefatti nel nostro piccolo mondo a regnar da principi assoluti, portiamo anche fuori di esso le pretensioni e le arroganze principesche. Bisogna andar sempre fra la gente per farsi rintuzzare le corna dell'orgoglio.
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Una volta stetti tre mesi di seguito chiuso in casa a studiare, dalla mattina alla sera, non uscendo che un po' dopo desinare per pigliare una boccata d'aria. Facevo la colazione alla Franklin, bevevo appena un bicchier di vino al giorno, non fumavo, mi levavo la mattina all'alba. Volli esprimentare fino a che punto di elasticità e di forza si potessero condurre le facoltà mentali, e che miglioramento si operasse nelle morali, rifiutando al corpo tutto quello che infiacchisce le une e corrompe le altre.
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I frutti del primo mese e di mezzo il secondo furono ammirabili. Sentivo la verità di quella sentenza del Rousseau: — Un giovane che vivesse in questa maniera fino a venticinque anni, schiaccerebbe poi facilmente tutti gli altri. — La memoria mi s'era fatta più facile e più tenace; capivo a volo cose che prima mi davan da pensare un'ora; idee che pel passato mi si svolgevano nella mente come un filo sgomitolato a fatica, ora scoppiettavano tutte insieme, al menomo tocco, come un nuvolo di scintille; ragionando, sentivo che andavo più addentro; parlando, dovevo fare uno sforzo per contenere la piena delle parole che volevano prorompere. Poi, per quello che riguarda il sentimento, valeva addirittura il doppio. La commozione che mi dava la lettura delle cose poetiche, era più pronta e più durevole. Leggendo ad alta voce certi versi, mi sfuggivan persino delle grida. Mi rendevo ragione di certi esaltamenti, che m'erano parsi fino allora inesplicabili, di artisti, o di uomini nati per essere artisti, che alla lettura di certi libri erano stati presi dalla febbre, avevan dato in voci e in gesti da spiritati. E di tutti gli effetti di quella maniera di vita, quello che mi colpiva di più era questo: che il mio pensiero tendeva sempre a andare in su, a smarrirsi fuori del mondo. Per ore e ore non facevo che fantasticare intorno agli astri, all'immortalità dell'anima, all'infinito. Mi ero chiuso la porta di casa, scappavo pel tetto. Ma, in complesso, il miglioramento era grande.
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Il terzo mese fu un mese di lotta, e finì colla mia sconfitta. Mi parve che la mia intelligenza diventasse inerte e la mia memoria s'intorbidasse. Rimaneva la commovibilità, ma era giunta al segno da potersi chiamare piuttosto irritazione morbosa che vigore sano di sentimento. Ero diventato stravagante. A volte, smettevo di leggere, per far dei giuochi di forza colle seggiole, fin che sgocciolavo di sudore. Sovente mi mettevo davanti allo specchio e discorrevo con me gesticolando e ridendo. Ebbi perfino paura che mi desse un po' volta il cervello. La mia padrona di casa mi diceva spesso: — Ma che vita la fa, caro signore? — L'ultima settimana non studiai quasi affatto. Eppure non volevo cangiar vita. Era una picca d'amor proprio. Avevo detto agli amici che non mi sarei più fatto vedere; non m'avean creduto; volevo spuntarla. Finalmente, una sera, irruppero in casa mia alcuni compagni del buon tempo, mi chiusero i libri, mi misero il cappello, mi cacciaron fuori a spintoni, e fu finita. Dopo d'all'ora passai due mesi quasi nell'ozio: solita conseguenza di queste pazzie di solitudine. Ma il primo giorno la pagai cara. Svegliandomi non mi ricordai subito della scappata della sera, e corsi col pensiero alla vita di prima. Allora il ricordo saltò su, vidi i miei bei propositi andati in fumo, la catena dei miei sacrifizî spezzata, tutto l'edifizio innalzato nella solitudine, in rovine; e mi sentii oppresso da una grande tristezza, come una fanciulla alla quale fosse stato tolto a tradimento il diritto di portare quel nome.
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Il miglioramento che s'era operato in me in quel primo mese di vita austera, mi fece persuaso di questa verità, che bisognerebbe pestar bene nella testa a tutti i giovani: che, cioè, noi non ci accorgiamo del danno che fanno all'intelligenza e al cuore i disordini giovanili, anche quelli che paiono, per la loro natura e per la loro misura, più perdonabili; ma che ne fanno, ne fanno, ne fanno. Un giovane d'ingegno vivacissimo e di vita disordinata, col quale un giorno mi trattenni su questo argomento, diceva: — Sì, ammetto, si reggerà un po' meno al lavoro, si scriverà cinque ore invece di dieci; ma l'ingegno non ne può soffrire; un uomo d'ingegno riman sempre un uomo d'ingegno; il lavoro della creazione artistica non può essere turbato. — E che ne sai? gli domandai. Puoi tu accorgerti di tutte le piccolissime alterazioni che si producono nella misteriosa macchina del pensiero? Puoi dire, quando ti si desta nella mente quel tumulto d'idee che precede l'ispirazione, puoi dire che non se ne desterebbe nessuna di più, se il giorno prima non avessi disordinato? Si citano i grandi scrittori che han menato una vita disordinata. Ma chi può dire che i cattivi versi e le pagine scipite che sono uscite anche dalla loro penna, non corrispondano appunto a quei giorni della loro vita in cui non vissero come dovevano? Sappiamo noi se, vivendo in un'altra maniera, non avrebbero fatto un'opera completa di ciò che ci hanno lasciato in frammenti?
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Un giovane che stia solo, se studia, se riman molto in casa, non solo finisce per amare la sua casa, ma per rispettarla; e molte cose che prima non gli parevano, gli paiono dopo una profanazione. Fra quelle quattro pareti dove avete provato tante nobili emozioni, leggendo, scrivendo, fantasticando creature eccelse e grandi amori, vi ripugna, vi umilia lasciar penetrare qualcuno per cui i vostri studî, il vostro ingegno, la parte più eletta di voi, è un argomento di riso o un mistero.
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La gioia che viene dalla fatica è grande, e grande quella che viene dall'ingegno; ma più grande senza paragone è quella che viene dalla fatica dell'ingegno. — Io lavoravo da quasi un anno intorno a quel soggetto; non avevo mai fatto, sopra un soggetto unico, un così lungo lavoro; e perciò mi pareva assai più lungo di quello che ora mi parrebbe. Quando s'ha la penna facile, e molte cose belle da dire (o se non belle, liete), pare che lo scrivere dovrebbe essere un godimento, che la giornata dovrebbe riuscir breve alla furia dell'opera, che l'ora del lavoro dovrebbe essere aspettata con desiderio impaziente. Eppure, erano appena due o tre giorni ogni quindici quelli in cui mi mettevo a tavolino volentieri e scrivevo di vena; tutti gli altri giorni pigliavo la penna collo stesso animo col quale lo schiavo afferra lo strumento del lavoro che lo rifinisce. Certi giorni avrei preferito vangare, spaccar legna, e portar sacchi come un facchino, piuttosto che scrivere. Rimandavo d'ora in ora il momento di cominciare, cercando mille pretesti, come per ingannare me medesimo; e talvolta, per salvarmi dal rimorso di quell'ozio, m'imponevo delle fatiche ch'erano in realtà assai più gravi che quella dello scrivere; come fare una carta geografica, studiare a memoria lunghi squarci di prosa, imparare sterminate filze di vocaboli d'una lingua straniera. Quando non avevo ancora scritto che una cinquantina di pagine del mio libro, mi pareva che, una volta arrivato a metà, avrei tirato un gran respiro e sarei andato innanzi sino alla fine, quasi senza sforzo; e pensavo sempre a quella metà benedetta, come si pensa al termine d'un viaggio pieno di traversie. Ma arrivato che ci fui, non provai nulla di quanto avevo sperato; e rimisi le mie speranze ai due terzi. Quante volte, anche dopo fatto più di mezzo il lavoro, fui tentato di rinunziare a finirlo! Quante volte mia madre, vedendomi in un canto della stanza colle braccia incrociate e gli occhi fissi, mi domandò: — Ebbene, a che punto siamo? — e io le risposi: — Indietro, cara, indietro, e ho paura che non andrò più innanzi! — Mi ricordo che invidiavo mio fratello, perchè impiegato che non aveva che da andare all'uffizio; che invidiavo tanti miei amici i quali non scrivevano che articoletti di giornale; che invidiavo tutti coloro che non avevano sul collo quel giogo di dover star tanti mesi lì a tavolino a stillarsi sulla stessa cosa, quella prigionia dell'immaginazione, quella schiavitù del pensiero, quel supplizio di tutti i giorni e di tutti i momenti. Finalmente giunsi alle ultime pagine. Ebbi un ultimo scoraggiamento, chi lo crederebbe? quando non me ne rimanevan più da scrivere che una quarantina; ma fu breve; dopo di che mi prese un'attività impetuosa, gioiosa, febbrile, che durò fino al momento che scrissi l'ultima parola. Ricordo come se fosse ieri l'ora, il tempo, la luce che inondava la mia stanzina, l'odore di primavera che di tratto in tratto mi portava il vento, e persino l'ordine in cui eran disposti i miei fogli sul tavolino, quando scrissi con mano agitata la parola: — Fine. — Dio buono, era un ben meschino lavoro quello ch'io finivo, appetto alle fatiche ventenni (rido del paragone) del Gibbon, del quale avevo letto pochi giorni innanzi la bellissima prefazione alla _Storia della decadenza dell'impero romano_! Eppure, in quel momento, sentii anch'io, come lui, l'immensa gioia della libertà riacquistata, e mi parve di affacciarmi a una nuova vita. Mia madre non sapeva nulla; il giorno prima le avevo detto che mi rimaneva un'altra settimana di lavoro; e la mattina medesima le avevo annunziato che appena scritta l'ultima pagina avrei rimesso in ordine i miei libri che da parecchi mesi erano tutti sossopra, e fatto un _ripulisti_ generale sul tavolino, che era un monte di carte e di prove di stampa da non potercisi raccapezzare. L'ordine nella mia stanza sarebbe stato il segnale della fine del mio lavoro. Mi misi dunque in fretta e in furia, ma senza fare rumore, per non mettere sull'avviso mia madre, a ordinare, a pulire, a sgombrare, col tremito in cuore di esser sorpreso, trattenendo ogni momento il respiro per sentire se nessuno s'avvicinava, ridendo da me come un fanciullo e soffocando le risa, finchè tutti i libri furono al posto, tutte le cartacce nella cesta, e sul tavolino non rimase che il calamaio, la penna e gli ultimi fogli del manoscritto. Allora sedetti ed aspettai; il cuore mi batteva forte, mi sentivo il volto acceso, sudavo. Passarono alcuni minuti, nessuno veniva: cominciai a tossire; mi misi a cantarellare. Allora udii nella stanza vicina il passo di mia madre, mi alzai, le corsi incontro. Essa mi guardò e mi domandò con aria di meraviglia: — Che cos'hai? — Io le accennai il tavolino e dissi: — Guarda! — Guardò, non capì subito, stette un momento sopra pensiero, e poi gridò con uno slancio di gioia: — Ma dunque hai finito! — Io le gettai le braccia al collo, ed essa mormorò con voce commossa: Povero figliuolo!
Tutt'a un tratto mi sentii mutare quella gioia vivissima in un sentimento quasi di mestizia. Mia madre se ne accorse e mi domandò: — A che pensi? — O madre mia, risposi, penso che per meritare questa soddisfazione avrei dovuto fare ben altro lavoro! Nondimeno son contento (e qui soggiunsi una frase che soglio dirle quando son contento, e che la fa sempre ridere) e ti ringrazio d'avermi messo al mondo.
Ciò detto, le porsi il braccio, uscimmo dal mio gabinetto, e facemmo la nostra entrata trionfale nella stanza da pranzo dov'era il resto della famiglia.
Vorrei che la donna che mi ama m'avesse visto in quel punto, perchè, lo dico francamente, ero bello.
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UN INCONTRO
Caro ***
Ti spiego la cagione del _singolare aspetto_ che tu mi vedesti, giorni sono, quando c'incontrammo di sfuggita nella stazione di A.ª Non t'ho da raccontare un'avventura, od è un'avventura diversa dalle solite, che consiste in un sentimento piuttosto che in un fatto. Ti ricordi della _Soireé perdue_ del Musset, di quella figura gentile vista al teatro e perduta d'occhio all'uscita? Io ti debbo raccontare qualche cosa di simile.
La mattina di quel giorno, partendo da T***, entrai, per caso, in un vagone, dove non c'era che una signora, seduta dalla parte opposta all'entrata, col viso rivolto fuori. Sentendomi entrare, si voltò, mi diede un'occhiata, e riprese l'atteggiamento di prima. Era una signora sui quarant'anni, pallida, sottile, un po' accasciata della persona, e vestita con quella trascuratezza signorile, che rivela più l'abitudine che lo studio dell'eleganza. Il treno partì senza che entrasse nessun altro.
Mentre io stava aspettando che si voltasse per vederla meglio, essa fece un gesto colla mano per aggiustarsi i capelli; un gesto che, sul primo momento, mi colpì; e un momento dopo, pensandoci, mi destò una lontana reminiscenza insieme a un sentimento di grata meraviglia. Avevo una canna fra le mani, la lasciai cadere; essa si voltò — la vidi in viso — e il cuore mi diede un balzo. Non m'ero ingannato, era lei. Essendosi accorta che avevo mostrato di conoscerla, da quel momento in poi si voltò di tratto in tratto a guardarmi, come se aspettasse che io le dirigessi la parola; e così potei vederla bene e finire di riconoscerla.
Dio del cielo! Io non avrei mai creduto che un viso umano potesse in così breve tempo cangiarsi tanto. È vero che non l'avevo più vista da quattordici anni; ma a quel tempo — me ne ricordo — essa aveva vent'anni al più; era fresca, florida, splendida; era una delle più belle signore della piccola città di G. che io pure abitavo; ed ora, poco più che trentenne, pareva invecchiata non di quattordici, ma quasi di trent'anni. Appena si riconosceva, piuttosto che ai lineamenti, a una certa espressione del suo sguardo dolce insieme e triste, che pareva il presentimento d'una vita sfortunata, ed era la sua più cara attrattiva. S'era fatta smorta, aveva qualche ruga sulla fronte, qualche capello bianco sulle tempie, e le mani smunte e color di cera. Che cosa era seguíto nella sua vita? Io non ne sapevo, e non ne so ancora che assai poco e in confuso. Prima dei diciott'anni era rimasta vedova, e due anni dopo s'era rimaritata. E fu appunto in quel tempo, quando colui che fu poi il suo secondo marito, le faceva la corte, che io la conobbi — nient'altro che di vista — e da lontano. Seppi poi che il suo secondo marito era un uomo disordinato e violento, e ch'essa menava una vita assai triste; ma ero lontanissimo dal pensare che potesse aver sofferto tanto da trasfigurarsi in quella maniera. Ora su quel viso si leggeva una lunga storia di disinganni, di sagrifizî, di torture. Pace, bellezza, gioventù, tutto se n'era andato. Erano stati quattordici anni di distruzione. Non le rimaneva più che quello che non si può perdere: la grazia, e quella dignità tranquilla e soave che viene dalla vita onesta, dalla rassegnazione, e dall'abitudine dei sentimenti gentili.
Passata la prima meraviglia e il primo senso di tristezza, pare che tutto avrebbe dovuto finir lì. Ma per me c'era una ragione che mi faceva sentire con più amarezza il suo cambiamento, che mi destava per lei un sentimento di viva pietà, una sollecitudine gentile, qualche cosa a cui non so trovare un nome, ma che mi metteva il desiderio di coprir di baci quella povera mano consunta; il desiderio, che so io? che un assassino ci assalisse, e che difendendola, mi toccasse una pugnalata — non dico nel petto — ma almeno in un braccio o in una mano, tanto da poter dire d'aver versato un po' di sangue per lei. Non potevo staccar gli occhi dal suo viso. Quando incontravo il suo sguardo mi veniva il suo nome sulle labbra. Stropicciavo le mani, ero inquieto; avevo bisogno di parlarle, e non osavo. Essa finì per accorgersi della mia inquietudine e ne parve meravigliata e intimorita. Allora, vedendo che non m'era più possibile tacere, perchè dovevo, se non altro, giustificare il mio contegno, mi feci coraggio e le domandai timidamente:
— Perdoni.... Lei è la signora ***? e dissi il nome del suo secondo marito.
La mia timidità, e il fatto che io sapessi il suo nome, la rassicurarono completamente. Mi rispose di sì e stette a guardarmi con molta curiosità.
— Glie l'ho domandato — soggiunsi — perchè non ne ero ben certo.... Erano quattordici anni che non avevo la fortuna di vederla.
Arrossì, pensando certo al gran cambiamento che dovevo aver notato in lei, e mi guardò attentamente come per cercare di riconoscermi e dirmi nello stesso tempo che non mi riconosceva.
— Lei non può sapere chi sono nè ricordarsi d'avermi veduto. Io non ho mai avuto l'onore di parlarle. La conoscevo di vista, nella città di G., nell'anno 1860. Io avevo quattordici anni, andavo ancora a scuola. Lei era vedova. La sua casa aveva il portone in via degli Olmi, ma lei entrava sempre per la porticina della strada accanto. Lei andava al teatro tutte le sere, nel palco numero nove, prim'ordine, a destra. Portava sovente un vestito di seta lilla. La sera del primo dell'anno le cadde un braccialetto in platea. Aveva un ventaglio tutto d'avorio e teneva per abitudine la mano destra fuori del palchetto.
La signora rimase meravigliata, stette un po' pensando, e poi esclamò sorridendo: — È vero!... Ma come mai si può ricordare di tutte queste cose?
— Vuol che glielo dica francamente? — domandai.
— Lo dica pure, — rispose, guardandomi con grande curiosità.
— E mi promette prima di credere che qualunque cosa io dica, non dirò una sola parola che non si accordi col profondo rispetto dovuto a una signora come lei?
Mi guardò un momento con stupore, e poi rispose titubando: — .... Non ne potrei dubitare. Ma di che si tratta dunque?
— Animo.... Bisogna pur dirlo. Lei è stata la prima donna che io ho amata in vita mia. — È detto.
Arrossì, si mise a ridere, e dopo avermi guardato attentamente, rispose: — Non è possibile.
— Non è possibile? — io dissi. — È tanto possibile che è vero come il sole, cara signora. Mi faccia la grazia d'ascoltare. Mi ricordo ogni cosa come se fosse ieri. L'avevo vista le prime volte al teatro, e m'ero fatto abbonare da mio padre, unicamente per vederla, e mi mettevo ogni sera nell'ultimo banco della platea in faccia al suo palco. Da principio non era che simpatia, che so io? ammirazione. Poi, a poco a poco, mi si accese il cuore e la testa.... Perdoni, signora, se m'esprimo in questi termini; non saprei dir la cosa altrimenti.... Insomma, finii per innamorarmi perdutamente di lei.... Le giuro che le dico la verità.... E non può immaginare fino a che segno arrivassi. Chi m'avesse costretto a mancare una sera al teatro, m'avrebbe messo alla disperazione. Io stavo delle mezz'ore intere a guardarla, immobile, inchiodato, pietrificato, che m'avrebbero potuto fotografare cento volte. Mi par strano persino che non se ne sia mai avvista. Se ne avvidero altri. Poveretto me, se sapesse quante ne passavo! La farò ridere. Quando lei entrava nel suo palchetto, mi pareva che il fruscío del suo vestito fosse un gran rumore che facesse voltare tutto il teatro a guardarmi, e mi sentivo morire dalla vergogna. Non perdevo, non dico un movimento della sua testa, ma nemmeno una contrazione del suo viso, delle sue labbra, della mano che teneva fuori del palco. Quando i suoi occhi cadevano, per caso, sul mio banco, mi saliva un'ondata di sangue alla testa. Cose da non credersi. Se sapesse quante parole appassionate le dicevo dentro di me, guardandola, quando sonava l'orchestra! Quante volte ho desiderato che pigliasse fuoco al teatro, per correre a salvarla! Mi rodevo di dispetto contro gli ufficiali che passavano sotto il suo palco, e colla punta del cheppi toccavano quasi il suo ventaglio. Avrei schiaffeggiato gli uomini che andavano a farle visita. Una sera fischiai un tenore che lei aveva guardato col canocchiale. Le mie serate, insomma, erano una successione di rossori, di batticuori, di gelosie, alle quali, il giorno dopo, corrispondevano altrettante sgrammaticature nella composizione latina. Capisce, signora? E fra tanti ammiratori che la circondavano, a lei non passava nemmeno per la mente che il più ardente di tutti fosse un povero scolaretto di ginnasio, il quale non doveva avere che quattordici anni dopo la fortuna di rivolgerle la parola.
La signora che durante la mia chiacchierata ora aveva sorriso, ora arrossito, e ora corrugato le sopracciglia, quand'ebbi terminato, rise più forte e si coperse il viso col ventaglio. Poi mi domandò con viva curiosità: — Ma dice tutto questo sul serio?