Part 3
La prima volta che mi comparve davanti a Firenze, nell'uffizio d'un giornale militare, m'ispirò simpatia. Il suo aspetto, però, e qualcuna delle sue risposte, mi fecero capir subito ch'era un originale curioso. Visto di fronte, era lui; visto di profilo, pareva un altro. Si sarebbe detto che nell'atto che si voltava, tutti i suoi lineamenti s'alteravano. Di fronte, non c'era nulla da dire: era un viso come tanti altri; di profilo, faceva ridere. La punta del mento e la punta del naso cercavano di toccarsi, e non ci riuscivano, impedite da due enormi labbra sempre aperte, che lasciavan vedere due file di denti scompigliati come un plotone di guardie nazionali. Gli occhi parevano due capocchie di spillo, tanto erano piccini, e sparivano quasi affatto tra le rughe, quando rideva. Le sopracciglia avevano la forma di due accenti circonflessi e la fronte era alta appena tanto da impedire ai capelli di confondersi colla barba. Un mio amico mi disse che pareva un uomo fatto per ischerzo. Aveva però una fisonomia che esprimeva intelligenza e bontà; ma un'intelligenza, se così può dirsi, parziale, e una bontà _sui generis_. Parlava con voce _aspra e chioccia_ un italiano del quale avrebbe potuto domandare con tutti i diritti il brevetto d'invenzione.
— Come ti piace Firenze? — gli domandai, poichè era arrivato il giorno innanzi a Firenze.
— Non c'è male, — mi rispose.
Per uno che non aveva visto che Cagliari e qualche piccola città dell'Italia settentrionale, la risposta mi parve un po' severa.
— Ti piace più Firenze o Bergamo?
— Sono arrivato ieri; non potrei ancora giudicare.
Quando se n'andò gli dissi: — addio, — ed egli rispose: — addio.
Il giorno dopo fece la sua entrata in casa.
Nei primi giorni fui più volte sulle undici once di perder la pazienza e di rimandarlo al suo reggimento. Se si fosse contentato di non capire niente, _transeat_: ma il malanno era che, un po' per la difficoltà dell'intendere l'italiano, un po' per la novità delle incombenze, capiva a mezzo e faceva tutto al rovescio. Se dicessi che portò ad affilare i miei rasoi dal Lemonnier e a stampare i miei manoscritti dall'arrotino; che rimise un romanzo francese al calzolaio e un paio di stivali alla porta di casa d'una signora, nessuno lo crederebbe; poichè per crederlo bisognerebbe aver visto fino a che segno, oltre al capir male, egli era distratto, non bastando il capir male a dar ragione di _qui pro quo_ così madornali. Ma non posso trattenermi dal citare alcune fra le più meravigliose delle sue prodezze.
Alle undici della mattina lo mandavo a comprare del prosciutto per far colazione, ed era l'ora che si gridava per le strade il _Corriere italiano_. Una mattina, sapendo che il giornale conteneva una notizia che mi premeva, gli dico: — Presto, prosciutto e _Corriere italiano_. — Due idee alla volta non le afferrava mai. Discese e ritornò dopo un minuto col prosciutto involto nel _Corriere italiano_.
Una mattina sfogliettavo sotto gli occhi d'un mio amico, e in presenza sua, un bellissimo Atlante militare che m'era stato imprestato dalla Biblioteca, e gli dicevo: — Il male, vedi, è che io non posso abbracciare tutte queste carte con uno sguardo solo e mi tocca osservarle una per una. Per afferrar bene il complesso della battaglia, vorrei vederle tutte inchiodate nel muro, in fila, in modo che formassero un solo quadro. — La sera, rientrando in casa.... rabbrividisco ancora a pensarci.... tutte le carte dell'Atlante erano inchiodate nel muro; e per maggior supplizio, la mattina seguente, mi toccò vederlo comparir lui col viso modesto e sorridente d'un uomo che viene a cercare un complimento.
Un'altra mattina lo mando a comprare due ova da far cuocere collo spirito. Mentre è fuori, viene un amico a parlarmi d'un affar di premura. Quel disgraziato rientra; gli dico: — Aspetta; — egli si mette a sedere in un canto, io continuo a parlare coll'amico. Dopo un momento vedo il soldato che si fa rosso, bianco, verde, che par seduto sulle spine, che non sa dove nascondere il viso. Abbasso gli occhi e vedo una gamba della sua seggiola leggiadramente rigata d'una striscia color d'oro che non avevo mai veduta. M'avvicino: è giallo d'ovo. L'infame s'era messo le ova nelle tasche posteriori del cappotto e, rientrando in casa, s'era seduto senza ricordarsi che aveva la mia colazione di sotto.
Ma queste son rose appetto a quello che mi toccò di vedere prima d'averlo ridotto a mettere in ordine la mia camera, non dico come volevo, ma in una maniera che rivelasse, alla lontana, l'uomo ragionevole. Per lui l'arte suprema del metter le cose in ordine consisteva nel disporle l'una sull'altra in forme architettoniche, e la sua grande ambizione era di fabbricare degli edifizi alti. Nei primi giorni i miei libri formavano tutti insieme un semicerchio di torri tremolanti al menomo soffio; la catinella rovesciata sorreggeva una piramide ardita di piattini e di vasetti, in cima alla quale si rizzava alteramente il pennello della barba; i cappelli cilindrici nuovi e vecchi si elevavano in forma di colonna trionfale ad un'altezza vertiginosa. Per il che seguivano sovente, anche nel cuore della notte, rovine fragorose e vasti sparpagliamenti, che, se non fossero state le pareti della camera, nessuno sa dove sarebbero andati a finire. Per fargli capire, poi, che lo spazzolino da denti non apparteneva alla famiglia delle spazzole da testa, che il vasetto della pomata era tutt'altra cosa che il vasetto dell'estratto di carne, e che il tavolino da notte non è mobile da mettervi le camicie stirate, mi ci volle l'eloquenza di Cicerone e la pazienza di Giobbe.
Se della buona maniera con cui lo trattavo, mi fosse grato, se sentisse affetto per me, non l'ho mai potuto capire. Una sola volta mostrò una certa sollecitudine per la mia persona, e la mostrò in un modo stranissimo. Ero a letto, malato da una quindicina di giorni, e nè peggioravo, nè accennavo a guarire. Una sera egli fermò per le scale il mio medico ch'era un uomo ombrosissimo, e gli domandò bruscamente: — Ma, insomma, lo guarisce o non lo guarisce? — Il medico montò in bestia e gli fece una lavata di capo. — Gli è che l'è già un po' lunga! — brontolò lui per tutta risposta.
Altre volte aveva certi frulli, che, invece di rimproverarglieli, come avrei dovuto, non potevo far altro che riderne. Una mattina mi svegliò dicendomi nell'orecchio con un certo suo accento strano: — Signor tenente, chi dorme non piglia pesci.
Un giorno entrò in casa mentre ne usciva un personaggio illustre, e sentì dire da un mio amico, rimasto con me, che quel tal personaggio era _una personalità molto spiccata_. Quindici giorni dopo, mentre stavo discorrendo con parecchi amici, egli s'affacciò alla porta della mia camera e m'annunciò una visita. — Chi è? — domandai. — È..., — rispose (non si ricordava il nome).... — è _quella personalità molto spiccata_. — Tutti diedero in uno scoppio di risa, il personaggio sentì, io gli spiegai la cosa, e ne rise anche lui dai precordi.
È difficile dare un'idea della lingua che parlava quel curioso soggetto: era un misto di sardo, di lombardo e d'italiano, tutte frasi tronche, parole mozze e contratte, verbi all'infinito buttati là a caso e lasciati in aria, che facevano l'effetto del discorso di un delirante. Un giorno mi venne a cercare un amico all'ora del desinare, ed entrando in casa, gli domandò: — A che punto è del desinare il tuo padrone? — _Trema!_ — gli rispose il soldato. — L'amico rimase colla bocca aperta. Quel _trema_ voleva dire _termina_.
In cinque o sei mesi, frequentando le scuole reggimentali, aveva imparato a leggere e a scrivere stentatamente. Fu la mia disgrazia. Mentre ero fuor di casa, s'esercitava a scrivere sul mio tavolino, e soleva scrivere cento, duecento volte la stessa parola, una parola, per il solito, che il giorno prima aveva sentito pronunciar da me leggendo, e che gli aveva fatto impressione. Una mattina, per esempio, lo colpiva il nome di Vercingetorige. La sera, rientrando in casa, io trovavo Vercingetorige scritto sui margini dei giornali, sul rovescio degli stamponi, sulle fascie dei libri, sulle buste delle lettere, sulle carte del cestino, da per tutto dove aveva trovato tanto spazio da ficcarvi quelle quattordici lettere predilette dal suo cuore. Un'altra volta gli toccava il cuore la parola Ostrogoti e il giorno dopo la mia casa era invasa dagli Ostrogoti. Un giorno lo seduceva la parola rinoceronte e la mattina seguente la mia casa era convertita in un serraglio di bestie feroci. Ci guadagnai però da un altro lato, e fu di poter abbandonare l'uso delle croci che facevo con matite di vario colore sulle lettere che doveva portare a mano a certe persone fisse, perchè non c'era verso di fargli ritenere i nomi; per cui egli soleva dire: questa lettera va alla signora celeste (ch'era mondana), questa al giornalista nero (ch'era rosso), questa all'impiegato giallo (ch'era al verde).
Ma a proposito dello scrivere gliene scopersi una assai più curiosa di quelle che ho citate finora. Si era comprato un quadernino, sul quale copiava, da tutti i libri che gli venivano alle mani, le dediche degli autori ai parenti, badando sempre a sostituire ai nomi di questi, il nome di suo padre, di sua madre o de' suoi fratelli, ai quali s'immaginava di dare in tal modo uno splendido attestato di affetto e di gratitudine. Un giorno apersi il quaderno e vi lessi, fra le altre, le dediche seguenti: — _Pietro Tranci_ (era suo padre, contadino), _Nato in povertà, Seppe collo studio e colla perseveranza Acquistarsi un posto segnalato fra i dotti, Soccorrere genitori e fratelli, Degnamente educare i figli. Alla memoria dell'ottimo padre Questo libro intitola L'autore Antonio Tranci_, invece di Michele Lessona. In un'altra pagina: — _A Pietro Tranci mio Padre Che annunziando al Parlamento subalpino Il disastro di Novara Cadeva svenuto al suolo, E tra pochi giorni moriva Consacro questo Carme_, ecc. — Più sotto: — _A Cagliari_ (invece di Trento) _Non ancora rappresentata nel Parlamento italiano_, ecc. _Antonio Tranci_, invece di Giovanni Prati.
Quello che mi meravigliava di più in lui, — che non aveva mai visto nulla, — era una assoluta mancanza del sentimento della meraviglia, qualunque cosa, per quanto straordinaria, egli vedesse. Vide, nel tempo che stette a Firenze, le feste per il matrimonio del Principe Umberto; vide l'opera e il ballo alla Pergola (non aveva mai visto un teatro); vide le feste del carnevale e l'illuminazione fantastica del viale dei Colli; vide cento altre cose nuove affatto per lui, che avrebbero dovuto stupirlo, divertirlo, farlo parlare. Nulla di tutto questo. La sua ammirazione non andava mai più in là della solita formola: — Non c'è male. — Santa Maria del Fiore.... non c'è male; la Torre di Giotto.... non c'è male; il palazzo Pitti.... non c'è male. Io credo che se Domeneddio in persona gli avesse domandato che cosa gli pareva della creazione, gli avrebbe risposto che non c'era male.
Dal primo all'ultimo giorno che stette con me, fu sempre dello stesso umore, tra serio ed allegro; sempre docile, sempre stordito, sempre puntuale a capire le cose a rovescio, sempre immerso in una beata apatia, sempre stravagante ad un modo. Il giorno che ricevette il suo congedo, scribacchiò non so quante ore nel suo quaderno colla stessa tranquillità degli altri giorni. Prima di partire venne ad accomiatarsi. La scena della separazione fu poco tenera. Gli dimandai se gli rincresceva di lasciar Firenze. Mi rispose: — Perchè no? — Gli dimandai se tornava a casa volentieri. Mi rispose con una smorfia che non capii.
— Se avrà bisogno di qualche cosa, — disse all'ultimo momento, — scriva pure che mi farà sempre piacere. — Grazie tante! — gli risposi. E così uscì di casa, dopo più di due anni che stava con me, senza dar il menomo segno nè di rincrescimento, nè di allegrezza.
Io lo guardai mentre scendeva le scale.
Tutt'a un tratto si voltò.
— Stiamo a vedere, — pensai, — che il suo cuore s'è svegliato e che ritorna a congedarsi in un altro modo.
— Signor tenente, — disse: — il pennello per la barba l'ho messo nella cassetta del tavolino più grande.
E disparve.
BATTAGLIE DI TAVOLINO
Un giorno un mio amico mi disse: — Tu non studii abbastanza; tu leggi; leggere non è studiare; leggere è un piacere, e studiare è una fatica: infatti tutti leggono e pochissimi studiano. Quali sono le ore della giornata che tu dedichi a uno studio profondo? a quel lavoro di figgersi nella mente le cose lette, di pensarle, di rimestarle, di raffrontarle, di spremerne il sugo? a quella fatica di raccogliere cognizioni precise, di formarsi giudizî proprî, di combattere, ragionando, i giudizî altrui, che dissentano da' tuoi? Tu con la mente non lavori, ti balocchi.
* * *
A vent'anni quante ragioni si trovano da opporre a questi consigli! I libri, i libri! O che si vive pei libri? Io ho del sangue nelle vene, io ho bisogno d'aria e di luce, io voglio leggere il gran libro della vita. Prima di studiare bisogna vivere. Perchè legarmi a questo strumento di tortura ch'è il tavolino? La vita è moto; chi si muove è sano, chi è sano è allegro, chi è allegro è buono, e chi è buono è più caro a Dio e più utile agli uomini che questi eremiti della società che si sono logorati sui libri, pieni di vanità, gonfi d'orgoglio e svogliati d'ogni cosa.
* * *
Le prime lotte son dure. Voi avete preso la risoluzione di studiare, date un addio agli amici, correte a casa, aprite un libro. A un tratto sentite non so che dentro di voi che dà indietro, che si raggomitola, che si scontorce. Voi ravvicinate la seggiola, e vi ripiegate sul libro, e vi sentite sbalzato indietro daccapo. V'è qualcuno dentro di voi, un nemico sordo, muto, cocciuto, che s'impenna, s'ostina, non vuole intendere ragione; un poltrone che si dibatte come se lo trascinassero al supplizio. E la lotta dura molto tempo e diventa accanita fino a farvi morder le dita e picchiare il pugno nel muro senza quasi sentirne dolore, come se veramente quelle offese non fossero fatte a voi, ma all'_altro_; e voi foste intimamente persuaso che siete in _due_: un capitano animoso e un soldato vigliacco.
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Poi si provano le prime gioie della vittoria. Vien sempre il momento in cui l'_io_ che vuole, traendo dall'ira la forza che non aveva potuto trarre dal proposito, grida un _voglio_ così imperioso, che l'_altro_ non osa più di ribellarsi, si acquatta, si annichilisce. Allora vi sentite in cuore una soddisfazione piena di alterezza e assaporate la voluttà del comando; provate un sentimento quasi di rispetto per voi medesimo, come se in voi ci fosse qualcuno più valoroso e più forte di voi.
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Dopo le prime lotte e le prime gioie, vengono i primi sconforti. Come nella mente del dotto una nozione chiama l'altra, e per poco che rimugini ne mette sottosopra una folla, ch'egli si fa sfilare dinanzi colla compiacenza d'un generale che passa in rassegna un esercito, o d'un avaro che conta le sue ricchezze; così nella mente di chi comincia a studiare una lacuna mette in un'altra lacuna, e il povero esaminatore di sè stesso, dopo aver molto errato nel vuoto, prova un sentimento di solitudine, che gli precide il coraggio e le forze. Da un dubbio di lingua a un dubbio di storia, da un dubbio di storia a uno di geografia, da uno di geografia a uno di fisica, e son tutte cose elementari, essenziali, necessarie, tali che, sebbene dalla maggior parte si ignorino, pare nondimeno così vergognoso l'ignorarle che s'è convenuto fra tutti di fingere reciprocamente di saperle. E allora, in quell'affollamento di stupori e di vergogne, lo assale una smania dolorosa di colmare quei vuoti; e tira giù libri, e rovista dizionari, e piega pagine, e appunta; e mentre una nozione s'appiccica, l'altra si stacca, e mentre questa riaderisce, quell'altre due si confondono, fin che gli si fa buio fitto nella testa, le braccia gli cadono, ed egli esclama sconfortato: È inutile, è tardi, torniamo alla vita di prima.
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Il giorno dopo, a mente fresca, si ripiglia speranza e vigore. Si studia fino a sera e la sera si coglie il premio. In quel breve riposo che ci si concede dopo un sobrio desinare, tutte le cose imparate, come se si fossero data la posta, balzan tutte insieme dai ripostigli della mente, vengono a galla, non cercate, con una specie di gara a chi giunga la prima, e fanno nella testa un tumulto che non si può esprimere. Sentenze di filosofi e regole di grammatica, versi e date, immagini e pensieri lucidissimi; e poi bagliori, barlumi lontani d'altri pensieri e d'altre immagini così fitti e rapidi che non lascian vedere le lacune oscure che poc'anzi ci prostravano nello sgomento. Quelli son momenti di gioia viva.
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Il sacrifizio più duro è quello della sera nella bella stagione. L'aria è odorosa, la città è splendida, udite giù per le scale il passo affrettato dei vicini, e risa di ragazze e di fanciulli; poi il rumore nella strada; poi la casa rimane silenziosa. Tutti sono usciti, rimanete solo. Allora vi tocca combattere contro le immagini seduttrici. Avete la fantasia eccitata dalla lettura, siete giovane, la lotta è fiera. È appena credibile quello che segue allo studioso in quei momenti. A volte vi sentite veramente soffiare nel viso un alito di donna che vi rimescola; vedete passare a traverso il vostro libro una treccia di capelli; udite dei passi leggeri, dei respiri, qualcosa che s'agita nell'aria. Allora vi piglia quella maledetta tentazione di dar una pedata al tavolino e di buttar a terra ogni cosa, gridando con un accento di trionfo e di disprezzo: — Alla cassetta della spazzatura, cartaccie! Io voglio vivere!
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Sono belle e feconde queste battaglie combattute nel silenzio d'una cameretta tra l'immensa avidità del sapere e la foga prepotente della giovinezza; questo divincolarsi sotto un giogo che ci siamo imposti noi stessi. Il sudore che ci esce dalla fronte in questa fatica è un sudore salutare, la stanchezza che ne segue è madre di nuove forze. Allora si comprende che son sapienti certi consigli che ci parevan degni di riso. Allora si vede la necessità di combattere acerbamente questo corpo ribelle che ci vuole imporre una disciplina codarda; d'infliggergli dei patimenti che lo prostrino, non tanto da renderlo inetto a servire, ma abbastanza perchè non possa più comandare. Allora si piglia l'abitudine della colazione alla Franklin: pane, frutta, acqua, e di rigore in rigore, si è condotti logicamente fino a fare uno sforzo per non appoggiarsi alla spalliera della seggiola; concessione pericolosa, che per una serie d'altre concessioni conduce insensibilmente a ricominciar la battaglia.
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L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovar argomenti e parole efficaci per movere in noi la vergogna. Ci vuol immaginazione ed eloquenza. Una mattina ch'ero svogliato mi costrinsi a studiare con questo discorso. Supponi che le pareti, i solai, le scale della casa diventino ad un tratto trasparenti. Guarda in alto, in basso, intorno. Tu vedi da ogni parte menar scope, smover sacconi, spolverar mobili; la casa è tutta in moto e in faccende. Ebbene, giurami che se tutte quelle donne colle maniche rimboccate e il viso luccicante di sudore si voltassero tutt'insieme a guardar te sdraiato sulla poltrona colle braccia in croce, giurami che, in quel punto, non proveresti un senso di vergogna, non ti verrebbe fatto di afferrar subito un libro per fingere almeno che studiavi, non ti verrebbe detto, come a un ragazzo côlto in fallo, con accento di scusa: — Ma io lavoravo, sapete!
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T'amo, o tavolino! Tu, fra tutti gli oggetti della casa, sei il solo che rappresenti l'amicizia fedele. La porta che, nei nostri begli anni, risuona qualche volta al tocco d'un ditino, che ci fa balzare in piedi col cuore in sussulto, finisce col non aprirsi più che a qualche vecchio amico che ci viene a parlare di malanni. Lo specchio, che ci dice tante care cose, fin che abbiamo l'occhio scintillante e la guancia rosea, finisce per diventarci odioso come un importuno che ci rammenti sempre una sventura che vorremmo dimenticare. Il letto sul quale ora dormiamo i sonni pieni e quieti della giovinezza, finisce per diventare un giaciglio di spine sul quale cerchiamo inutilmente il riposo. Tu, tavolino, sei l'ultimo ridotto nel quale, affranti dai disinganni, ripariamo. Caro quando, accesi dall'ispirazione, ti percotiamo col pugno vigoroso, presentendo la gioia dei trionfi; ci sei caro ugualmente quando torniamo a te col cuore contristato da una speranza miseramente delusa. Giovani, t'amiamo per la gloria; vecchi, per la pace; e riedifichiamo su te l'edifizio caduto della giovinezza.
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V'hanno dei momenti nella giornata dello studioso, — anche giovane, — nei quali la vita, — non so per che improvviso rivolgimento d'idee — gli si presenta al pensiero soltanto sotto i tristi aspetti; i pericoli, le delusioni, le lotte inutili, la vanità di ogni cosa; — e tutte queste immagini gli paion come altrettante figure umane che, accennando lui, dicano: — Ecco un fortunato! — In quei momenti egli prova qualcosa di simile al sentimento di chi, stando chiuso in una stanza calda, vede cader la neve nella via. Egli si sente bene nel suo covo, è contento della maniera di vita che ha scelta, prova come un bisogno di rannicchiarsi, vorrebbe vivere in un guscio anche più piccino, per tapparvisi meglio, per essere più al sicuro. Gli par di essere nella sua stanza piena di libri come in una fortezza inespugnabile, fornita di provvigioni inesauribili, in mezzo à una vasta pianura corsa da eserciti furiosi che spargano sangue e paura.
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V'hanno altri momenti, per contro, nei quali par che vi manchi tutt'a un tratto il calore intimo della vita del pensiero. Allora ogni cosa si agghiaccia intorno a voi; lo scopo delle vostre fatiche vi par puerile; vi piglia un'uggia invincibile di tutto ciò che avete dinanzi agli occhi e sotto le mani; i vostri libri ve li sentite come ammontati tutti sul petto; la finestra vi par diventata lo spiraglio di un carcere; il soffitto vi par che s'abbassi sulla vostra testa. Vi manca il respiro, v'alzate, vi guardate allo specchio: avete i capelli aruffati, la barba lunga, gli occhi rossi; vi sentite inselvatichito, avvilito; vi pare d'esservi svegliato in una spelonca; provate quasi orrore di esser così solo, intanato; pensate agli amici, alla campagna, alla musica, alle signore eleganti, e dite a voi medesimo che siete un insensato e un infelice.
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