Part 19
.... Vera allegrezza infantile! Lasciate stare codeste fanciullaggini, e pensate alla morte! — Ah! siete voi, signor Danmann? — Son io, il vecchio e uggioso filosofo danese, che vi sermoneggia in fondo a una carrozza, tra Turnu-Severin e Palanka, un'ora prima del levar del sole; distogliendo voi, stizzito, (perchè vedo che vi stizzite) dal cercare cogli occhi fra le capanne e le siepi, a traverso la nebbia, le incerte forme bianche delle contadine valacche. Lasciatemi dunque finire il discorso. Vi voglio ripetere il mio consiglio, un buon consiglio per la pace della vostra vita. Pensate tutti i giorni, e lungo tempo alla morte; ma sprofondatevi in questo pensiero e chiudetevi in esso come in una tomba, giovandovi di tutta la forza della vostra immaginazione. Raffigurate voi a voi stesso, colto da una malattia mortale —, moribondo —, morto; stampatevi bene in mente l'aspetto del vostro cadavere; osservate ogni movimento degli uomini che vi stendono nella cassa, che inchiodano il coperchio, che vi portan via; — guardate a traverso le assicelle la città affaccendata ed allegra; — sentite il freddo della fossa in cui vi calano —; udite il rumore della terra che vi gettano sul capo; immaginatevi là solo, immobile, scheletrito, orrendo, e meditate senza staccar gli occhi da quell'orrore. Ebbene, credete a me: chi non ne ha fatto esperimento, non può concepire il grande e salutare cangiamento che produce questa meditazione funebre di tutti i giorni nella nostra maniera di vedere e di sentire il mondo e la vita. La nostra sventura è quel sentimento vago d'immortalità terrena, il quale ci fa vedere tutte le cose che ne circondano, più grandi e più importanti di quello che sono; onde più grandi i dolori, e anche le gioie, perchè sproporzionatamente maggiori delle cause, sorgenti di tristezza. Ma l'abitudine del pensiero della morte, ravvivando continuamente il sentimento della precarietà d'ogni cosa, ci presenta tutto ridotto alle sue proporzioni reali, e restituisce così l'equilibrio tra noi ed il vero, e coll'equilibrio la pace, e colla pace un misurato e più sicuro godimento della vita. Provate e rimarrete meravigliato, amico mio, vedendo come fuggiranno da voi tutti i piccoli sentimenti ignobili, tutti quei piccoli dolori senza cagione, quella turba miserabile d'irucole, d'invidiole, d'ambizioncelle, di dispetti, di crucci, che rode sordamente l'anima umana, e la rende più infelice che non le grandi sventure. Provate: in ogni vostra piaga morale versate prontamente questo pensiero, come versereste un balsamo in una piaga del corpo. Ogni volta che v'assale l'orgoglio, osservate le vene della vostra mano, tastate le vostre costole, trattenete per qualche momento il respiro, e sentendo così improvvisamente la debolezza della vostra vita, tornerete umile. Quando qualcuno v'offende, rappresentatevi alla mente il suo scheletro, tutte le più minute parti del suo fragile organismo, un vaso sanguigno del suo capo che, rompendosi, lo può rendere da un momento all'altro forsennato o cadavere; e perdonerete. Abituatevi a vedere in ogni uomo un moribondo; nello spettacolo della natura un quadro fantasmagorico che brilla e svanisce; in tutti i beni della terra, il bene d'un momento, che un raffreddore vi può togliere; abituatevi a sentirvi morire, fatevi del pensiero della morte un sostegno, un rifugio; e non temete ch'esso vi stanchi della vita, e vi renda freddo agli affetti e al lavoro, chè anzi ogni vostro affetto si colorerà d'una mestizia divina, e si farà più profondo. Ah! con che delirio d'amore bacerete la vostra amante, pensando che con una stretta delle braccia potreste slanciare la sua anima nell'eternità e il suo corpo nella tomba! E il vostro lavoro sarà più fecondo, perchè stando quasi colla vostra mente fuori della vita, contemplerete gli uomini e le cose dall'alto, coll'anima più quieta e coll'occhio più sereno. Eccoci a Palanca; qui dobbiamo separarci; ricordatevi i consigli del vecchio Danmann, e addio. — Permettetemi d'abbracciarvi, signore. — A me figliuolo. — .... Gran Dio! Voi non siete Danmann, voi non siete vivo! Voi siete di bronzo!...
.... Una statua. Ah, riconosco le tue sembianze, o potente e caro agitatore della mia giovinezza. In quest'aspetto io ti vedevo apparire come un fantasma luminoso, sulla soglia della mia stanza, quando a tarda notte alzavo dai tuoi libri il volto trasfigurato. Così vedevo codesta fronte, che porta la traccia delle battaglie ardenti e perpetue della tua mente; così tutta la tua nobile figura, che pareva sempre naturalmente atteggiata sul piedestallo che ora ti sorregge, «_tutto altero e grandioso, fuor che gli occhi, che son dolci_.» Ti riconosco; sei tu «che t'avanzavi come un conquistatore nell'eterno dominio del vero, del bene, del bello, lasciando dietro di te, vaga apparenza, la volgarità che tutti c'incatena;» tu il profondo e sottile investigatore del cuore umano, l'instancabile rimestatore di problemi, poeta della libertà e dell'amore, scultore di tiranni e d'eroi, pittore di vergini e di banditi, glorificatore di schiavi e di martiri; tu «il _vero uomo_» tu «il giovane eterno» tu che eri ad ogni otto giorni «un essere novo e più vicino alla perfezione;» ingegno tremendo e gentile, anima eccelsa e semplice, uomo grande dinanzi alla patria, grande in seno alla famiglia, grande nella lotta contro te stesso e contro la morte! Sei tu, dunque? Oh! permetti all'ultimo dei tuoi devoti, a uno che, te vivo, avrebbe attraversato l'Europa per andar a gridare sotto le finestre della tua casa che tu sei grande e che ti ama, permettigli di mettere per un istante sotto la tua mano di bronzo la sua fronte infocata, come farebbe per chiedere la benedizione d'un Dio.
.... Chi profana il nome di Dio? Non c'è altro Dio che Allà e Maometto è il suo profeta. Ascari, caricate di catene questo miserabile che si prostra ai piedi d'un idolo di bronzo. — Tu vaneggi, Kaid! Questa è la statua di Federico Schiller e io sono nella città di Magonza. — Tu menti, Nazareno! Questo è il simulacro d'un Dio bugiardo e tu sei nel palazzo imperiale di Fez. — Un momento, in nome di Dio! Abbassate le spade: io domando di parlare al Sultano! — Voltati indietro e atterra la fronte: egli s'avanza.... — Ah! Mulei-el-Hassen, i ministri, la corte! Sia ringraziato il Cielo, son salvo! Mulei! Maestà! Sono accusato d'idolatria, sono innocente, io non riconosco e non adoro che il vero Iddio, Signore dei mondi, immensamente misericordioso. Voi non mi farete morire. Mi dovete riconoscere. Venni qui con un'ambasciata. Voi montavate un cavallo bardato di verde, e avevate la cappa bianca e il cappuccio sul turbante; eravate bello e gentile, Mulei, e i vostri occhi eran pieni di dolcezza. Indietro dunque colle vostre spade, soldati! la mia vita è nelle mani del vostro Signore. Mulei, voi siete giusto e buono; io son lontano dalla mia patria, solo, senza difesa; son giovane, sono amato, ho bisogno di vivere, pronunziate una parola, fate un cenno, sorridete, guardatemi! Oh, voi vi movete a pietà, Mulei; la vostra fronte si rasserena, le vostre labbra si schiudono; una parola, dunque, una sola parola! Fate almeno allontanar queste spade che mi balenano sugli occhi. Ma scotetevi una volta, principe senza cuore! Non vedete, per Dio! che son già tutto intriso di sangue....?
.... È mio sangue, signor tenente; son io che l'ho macchiato; lei non è ferito; la palla è toccata a me.... in un fianco; non vada via, signor tenente; stia qui accanto a me; io sento che la vita m'abbandona; m'aiuti o morire. — Ma che morire, figliuol mio! Perchè parli di morire? La tua ferita non è grave; fatti coraggio; appoggiati qui alla sponda del fosso; mettimi la testa sul braccio; così; ora ti sbottono il cappotto; a momenti capiterà qui il medico; non ti perder d'animo, via; vedrai che per questa volta ci si mette ancora una toppa. — Ah, no, signor tenente! Questa volta è finita.... Sento che è finita.... Mi si velano gli occhi.... Addio! addio, mio buon uffiziale! addio, mia buona madre! addio a tutti! — Morto!... Forse il suo cuore batte ancora. Ah! non batte più. Povero ragazzo! Egli non poteva avere più di ventidue anni. Ecco un taccuino, una lettera diretta a suo padre; _al signor Pietro Caretti, contadino_. Contadino! _Fiesole, presso Firenze._ Un biglietto da due lire: la sua paga degli ultimi cinque giorni. Il ritratto d'una vecchia: sua madre. Un anellino di capelli neri: la sua amante. Ecco tutto il suo passato e tutto il suo avvenire, sommersi in una pozza di sangue; tutto il suo piccolo mondo, frantumato da un pezzetto di piombo; affetti, promesse, disegni, speranze, tutto finito! E da chi? Da qualche altro ragazzo che è laggiù in quei campi, dietro quei nuvoli di fumo, e che forse ha anch'egli sul cuore un ritratto e una lettera.... ma quella lettera è scritta in tedesco! Ecco perchè un dei due si è pigliato una palla nel fianco.... — Avanti! avanti! — Ma come, dove avanti, signor maggiore? Dobbiamo arrampicarci su per questo muro? È impossibile! — Avanti a ogni modo! Aggrappatevi all'erba e all'edera, laceratevi il viso e le mani; ma salite! — Saliamo dunque.... Me se non si può! l'edera cede e si rompe! — Ma come si rompe! Se è marmo!
.... Marmo? E infatti le mie mani stringono due colonnette; il mio piede destro posa sulla testa d'un santo; il mio piede sinistro, sulla groppa d'un leoncino, e sulla mia testa, s'alza una finestrina a sesto acuto; io m'arrampico su per un delicatissimo monumento d'architettura gotica, tutto rilievi e trafori, e pieno d'aria e di luce; e giù sotto di me, vi sono altre colonnette, altri santi, altri ricami di marmo; e ancora più sotto.... Dio eterno! Io sono a un'altezza prodigiosa, sulla guglia estrema del campanile della cattedrale di Strasburgo! Vedo Wissemburg, la montagna del Geisberg, il Reno, la foresta nera, l'Eichelberg, la valle della Murg! Sono sospeso tra il cielo e la terra! Ah! purchè riesca a cacciare la testa nel finestrino! Coraggio. — Su — adagio adagio — di statuetta in statuetta — di rilievo in rilievo.... Ma questo vento che mi caccia i capelli negli occhi! Questo immenso vuoto che mi circonda! Queste colonnette sottili come verghe di salice! Queste teste di santo grosse come una noce! Ah, il coraggio m'abbandona! Le mie mani tremano, i miei piedi scivolano, le colonne si muovono, i santi vacillano, i rilievi si staccano, il terrore m'invade, l'abisso mi attira, la vertigine m'accieca! Ah l'orrenda morte! Oh madre mia! Aiuto! Io precipito....
Cos'è stato? Mi son svegliato con un grido? Chi mi chiama? Ah, la voce di mia madre nell'altra stanza. Che dici?
— Ti dico quello che t'ho già detto tante volte, figlio mio: di non dormire mai sul fianco sinistro.
FINE.
INDICE
PAG.
La mia padrona di casa 7 Scoraggiamenti 19 Ritratto d'un'ordinanza 45 Battaglie di tavolino 55 Un incontro 77 Emilio Castelar 91 Un caro Pedante 109 Una visita ad Alessandro Manzoni 119 La lettura del Vocabolario 135 Appunti 147 Una parola nuova 191 Consigli 201 Il vivente linguaggio della Toscana 211 Quello che si può imparare a Firenze 235 Un bel parlatore 245 Dall'album d'un Padre 253 Sopra una culla 275 Giovanni Ruffini 283 L'amore dei libri 297 Manuel Menendez (racconto) 307 In sogno 341
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.