Part 17
Fermina si svincolò da lui e gli accennò la porta senza guardarlo in viso.
— Ma sei dunque senza cuore! — gridò il giovane balzando in piedi colla rabbia nel sangue e la minaccia sul volto.
Fermina lo guardò.
Menendez diede indietro e si gettò fuor della porta.
IX.
Appena tornato a casa, si mise a preparar le sue robe per partire la mattina dopo. Egli aveva deciso d'andare a passar un mese a La Rinconada, piccolo villaggio circondato d'oliveti, poco lontano dalla città, dove stava don Luis de Guevara, suo amico d'infanzia, _facultativo_, ossia medico condotto, che gli aveva più volte offerto la sua casa per quando volesse fuggire i grandi calori di Siviglia. Terminato ogni cosa, si buttò sul letto, e per la prima volta dopo la sera fatale del suo delirio, dormì. All'alba si svegliò più tranquillo, corse alla finestra, fermò la prima carrozza che vide passar sulla piazza, si vestì, fece portar giù le sue valigie, si mise a tracolla il suo fucile da caccia, discese rapidamente, e montando sul legno, ordinò al cocchiere di condurlo sulla riva destra del fiume, in faccia alla Torre d'oro. Un gran cangiamento era seguíto in lui; non pareva più l'uomo del giorno innanzi; il suo volto non esprimeva più nè ansietà nè dolore; era pallido e portava le traccie della tempesta dei giorni scorsi; ma risoluto e quasi altiero. Scese dinanzi alla casa di Fermina, salì le scale con passo deciso, sospinse l'uscio e si piantò ritto immobile sulla soglia.
Fermina fece un atto di sorpresa sgradevole, e si voltò verso la finestra.
— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez.
Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi.
— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua, che lo stato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi più?
— Sì — rispose con accento risoluto Fermina.
— Addio — disse Menendez, e disparve.
X.
Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza. Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati, si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione, e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il lavoro la sua bella fronte pensierosa.
XI.
I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo, non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano: — _Muy bien, Fermina!_ —; tutti la guardavano con una certa curiosità rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie, marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di gratitudine: — Benedetta lei, _senorita_, che ce ne ha liberati! — Ma Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.
XII.
Erano passati quindici giorni dalla partenza di Manuel Menendez. Una mattina, poco dopo il levar del sole, Fermina stava lavorando nella sua stanza, seduta accanto alla finestra, e alzava di tratto in tratto la testa, per rivolgere uno sguardo malanconico al fiume, alla Torre d'oro, alla Cristina, alle guglie lontane della cattedrale, a cento luoghi e a cento cose che le rammentavano il suo immenso amore svanito, e sospirava. In quei momenti, avrebbe voluto poter riamare Menendez, anche sapendo di non doverlo mai più rivedere, non foss'altro che per dare un alimento alla sua anima vuota; e andava frugando, infatti, dentro all'anima, non più col timore, come aveva fatto altre volte, ma colla speranza di ritrovarvi ancora qualche cosa. Ma anche in quei momenti o non vi trovava nulla, o vi trovava soltanto un resto di sdegno pronto a riaccendersi, e s'affrettava a spegnerlo cacciandovi sopra un altro pensiero. — Morto, morto —, diceva tra sè, scrollando la testa con tristezza, e sentiva profondamente che se anche Menendez le fosse ricomparso davanti, essa l'avrebbe ricevuto come le altre volte, senza risentirne la più leggiera scossa, senza dubitare un momento dell'immutabilità del suo cuore, senza dover fare il menomo sforzo per ripetergli: — Va, lasciami sola nella mia tomba, tutto è finito.
Il corso dei suoi pensieri fu improvvisamente interrotto da un leggiero fruscío; si voltò, mise un grido e balzò in piedi.
Menendez era dinanzi a lei.
Fermina si ricompose subito; ma non potè far a meno di fissare per qualche momento uno sguardo inquieto sopra di lui.
Il suo viso era pallido e dimagrato; il suo occhio, smorto; le sue labbra, livide. Aveva la cappa sulle spalle e una borsa da viaggio a tracolla. Stava ritto sulla soglia della porta, un po' curvo e colle gambe un po' piegate; e fissava Fermina con uno sguardo profondo, pieno d'amore e di mestizia.
— Siete stato malato! — gli disse lei con un leggiero accento di pietà.
Menendez esitò un momento e poi rispose con voce debole:
— Sì.... un poco.
Fermina abbassò la testa.
— Ed ora parto —, soggiunse il giovane.
— Per dove? — domandò Fermina senza alzare la testa.
— Per Cuba.
— Oggi?
— Adesso.
— Per sempre?
— ..... Per sempre.
Fermina mise un sospiro, si passò una mano sulla fronte, e poi disse con un accento pietoso: — Ebbene.... addio, Menendez; il Signore t'accompagni.... e.... addio!
— Non hai altro da dirmi? — domandò Menendez colla voce tremante — sei sempre la stessa?
Fermina gli rivolse uno sguardo che rivelava il suo cuore desolato di non potergli dare che una triste risposta.
— Ebbene, — disse allora Menendez avvicinandosi al suo tavolino;.... — poichè non ci vedremo più, fammi una grazia, Fermina. Accetta questo ricordo. — E dicendo così, mise sul tavolino una piccola cassetta di mogano, colla chiavina nella serratura. — Non respingerlo, Fermina! te ne prego! Non è un dono. Non contiene che un foglio di carta in cui è rivelato un segreto che tu devi conoscere; un segreto di famiglia, che non ho rivelato ad altri che a te; una cosa sacra. Accettalo, Fermina; ti giuro sul mio onore che è necessario che tu lo accetti; riconoscerai tu pure questa necessità quando avrai visto di che si tratta, e dirai che avevo ragione e che ho fatto il mio dovere..... Ed ora non ho più altro da dirti. Addio, Fermina!.... dimenticami e sii felice!
Fermina si asciugò una lagrima e gli porse una mano, voltando il viso dall'altra parte.
Menendez le coprì la mano di baci e si diresse verso la porta.
— Menendez! — disse vivamente Fermina.
Menendez si voltò.
— Addio! — ripetè la ragazza con voce alterata, ma ferma; — sono più sventurata di te, perchè non ho più nulla nel cuore! Va, Menendez! Va, e il Signore sia sulla tua strada!
Menendez uscì, socchiuse la porta e cominciò a scender lentamente la scala, coll'orecchio intento, col respiro sospeso, col cuore che gli batteva come se volesse rompergli il petto.
A un tratto sentì il rumore della chiavina della cassetta che girava nella serratura.
Le gambe gli piegarono sotto e un velo nero gli si stese sugli occhi.
Si appoggiò al muro del pianerottolo.
Passarono alcuni secondi.
All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore, risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo perdono, invocando Iddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si chiusero e cadde svenuta.
I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava aspettando nella strada.
— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti presento mia moglie.
XIII.
Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del trentesimo palco _del lado de la sombra_ (della parte dell'ombra), indirizzava la lettera: — _A doña Fermina Menendez_; — ed essendo quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di _doña_ e col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo unico nei fasti del _toreo_ andaluso; e basti il dire che la prima spada si chiamava il _Tato_, e che si sarebbero slanciati nell'arena otto tori, comprati a peso di dobloni novi, _doblones de Isabel_, nei pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due pomeridiane, la _plaza_ era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di Triana, v'erano le più famose danzatrici delle _escuelas de baile_, centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle due precise, gli _alguaciles_ entrarono nell'arena per far sgombrare la folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: — _A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte!_ — Subito dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — _A ti, don Luis Menendez_, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato: da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra i suoi sudditi. Il _general bonito_, il bel generale, come si chiamava allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente, e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà. La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — _Espiazione_, e sotto il foglio di carta la sua mano destra....
Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in mezzo all'arena.
IN SOGNO
Non so se molti altri abbiano un ordine speciale di sogni che si possano procurare a loro piacere: io ho quello dei viaggi, e mi basta, per viaggiare in sogno anche tutta una notte, fissarmi col pensiero, quando sto per addormentarmi, in qualche luogo lontano del quale mi sia rimasto un ricordo molto vivo; dopo di che, mi passano dinanzi cento altri luoghi, città, campagne e genti, trasformandosi rapidamente, senza che nel sogno s'intrometta mai una visione di altra natura. E questo è strano: che gli avvenimenti, no; ma i luoghi e i personaggi che sogno, son sempre luoghi e personaggi che ho visti; il che non m'accade quando, addormentandomi, non metto l'immaginazione sulla via delle reminiscenze; poichè se chiudo gli occhi pensando a Sydney o a Batavia, vago poi, sognando, per tutta la terra, ed è facile che mi trovi a discorrere di politica, a un'ora dopo mezzanotte, con qualche defunto imperatore chinese. Quale è la ragione di questo? In che maniera la mente, errando fra le più bizzarre fantasie nel campo degli avvenimenti, rimane nello stesso tempo legata alla realtà geografica dei miei viaggi? Come mai in fatti di luoghi e di persone, non fo', sognando, che ricordarmi, e non vaneggio che in fatto di casi e di discorsi? Perchè questa costante distinzione? Sarà forse la centesima volta che mi rivolgo la stessa domanda, e per la centesima volta non ci so trovare altra risposta che voltar la testa sul cuscino da destra a sinistra, raccogliendo tutti i miei pensieri nel giardino del duca di Montpensier, il quale, da quanto sembra, dev'essere questa notte il punto di partenza d'un lungo pellegrinaggio, poichè mi torna e mi ritorna in mente con una ostinazione invincibile, e ormai vedo che m'addormenterò all'ombra degli aranci ducali. Sia almeno un viaggio allegro e tranquillo, che non m'accada, come altre volte, di svegliar mia madre con grida di spavento o sospiri di dolore.
Com'ero entrato nel giardino del duca di Montpensier, del _Rey naranjero_, come lo chiamano in Spagna? Era probabilmente il mio borbonico amico Segovia che m'aveva fatto avere il permesso. Non me ne ricordo bene. Non ricordo nemmeno gran cosa del giardino. La più viva, anzi la sola rimembranza viva di quel luogo è la fontana a cui diedi il nome dei _cinque sensi_. Ah! veramente io posso dire d'aver passato là l'ora più deliziosamente sensuale del mio soggiorno a Siviglia. Era tra mezzogiorno e il tocco, splendeva un sole abbarbagliante e tirava un'arietta leggerissima. Io stavo seduto sull'erba all'ombra d'un gruppo d'allori accanto alla vasca d'una fontana, sotto i rami curvi d'un roseto; con una mano mi mettevo in bocca gli spicchi d'un arancio che stillava sugo a grandi goccie; coll'altra accarezzavo la gamba d'un putto di marmo finissimo che dalla bocca mi schizzava acqua diaccia rasente i capelli; le foglie delle rose, scosse dall'aria, mi cadevano sul petto; l'acqua limpida della vasca rifletteva come uno specchio il mio viso non turbato dall'ombra d'un pensiero; al disopra del verde cupo degli alberi, vedevo la terrazza bianca e arabescata d'una casetta di stile moresco; e più lontano l'enorme statua dorata della fede che girava fiammeggiando sulla sommità della Giralda nell'azzurro purissimo del cielo andaluso. — Ancora qualcosa per l'orecchio! — esclamai con un fremito di piacere. E un momento dopo sentii dietro gli allori, prima il rumore leggiero d'un rastrello, poi la voce fresca e sonora d'una ragazza, che cantava con un accento sivigliano pieno di dolcezza: — Io sono bella e tu hai vent'anni! — Allora ebbi un momento d'ebbrezza; aspirai una gran boccata d'aria, tuffai il viso nell'acqua, morsi insieme l'arancio e le rose, risi e mi ravvoltolai nell'erba come un bambino. Poi, a poco a poco, preso da un languore dolcissimo.... chiusi gli occhi.... e rimasi assopito....
E tu mi hai svegliato, caro e crudele Parodi! E perchè? Le meraviglie del _Restaurant Blond_ valgono forse le delizie del giardino dei Montpensier? Ma bisogna esser giusti, e riconoscere che il signor Blond ci dà il più succoso brodo e il più saporito manzo di Parigi, e che è grazia di Dio l'aver per due lire questo pranzetto e questo spettacolo. Quale spettacolo! Venti tavolate d'affamati; una folla in movimento perpetuo, che parla in venti lingue diverse di mille cose assurde o sublimi; cercatori di fortuna d'ogni parte del mondo; giovanetti colle prime speranze, vecchi colle ultime; inventori di _sistemi_ e di _riforme universali_, pieni d'utopie e di debiti; grandi uomini senza senso comune; forse qualche grand'uomo davvero; qualche rompicollo oscuro, del quale fra tre mesi sarà recitata dieci volte la prima commedia al _Téàtre français_, e il suo nome correrà l'Europa; mezzani che ballano a un tanto per sera al Mabille o al Valentino: giocolieri di teatro che si mettono una spada nella gola fino all'elsa; giornalisti della macchia che ti piantano il pugnale nelle erni fino al manico; un bavarese che almanacca da dieci anni un favoloso progetto di rinnovamento sociale fondato sull'alleanza del Papa colla democrazia; un brasiliano che ha inventato dei romanzi armonici e odorosi, dalla copertina dei quali il lettore, giunto a certe pagine, fa uscire con una leggiera pressione del dito, un profumo e un'arietta d'occasione; un polacco che ha creato un genere di commedia da rappresentarsi, non sul palco scenico ma nella vita reale, o piuttosto un genere novo di vita da viversi in forma di commedia; un inglese che vuol ottenere dal Governo l'istituzione nelle Università della Francia d'un corso permanente di lezioni sull'_Arte di governare le donne_; l'inevitabile inventore della lingua universale; l'indispensabile regolatore della locomozione aerea; avanguardie mattamente audaci di tutte le scienze e di tutte le arti; tutte le deformità intellettuali che corrispondono alle deformità fisiche: menti sbilenche, ingegni gobbi e guerci, genî idropici, fantasie affette d'elefantiasi; giocatori, innamorati, bevitori d'assenzio, atei, fanatici, cinici; gente che s'ammazza a studiare e gente che si finisce nei bagordi; uomini che dormono sui tetti e giovani che dormono sotto gli alberi dei Campi Elisi; qualcuno matto d'allegrezza, qualche altro che si brucierà le cervella la settimana ventura; tutti in cerca di qualcuno: chi dell'editore, chi del mecenate, chi dell'impresario, chi di scolari, chi d'affigliati, chi di vittime, chi di complici; un'accozzaglia cosmopolitica che lavora, digiuna, farnetica, si dibatte sull'immenso lastrico di Parigi, per lasciar il nome alla posterità, o l'ambizione in carcere, o l'ingegno al manicomio, o il cadavere all'ospedale. Sì, caro Parodi, questo spettacolo è bizzarro, ma quest'aria mi soffoca; domani pranzeremo al _Passage des Princes_; ho anch'io i miei capricci di povero diavolo; ho bisogno ogni tanto di sdraiare la mia vanità in una sala dorata e di tuffare la mia miseria in un bicchiere di Champagne....
..... Champagne? _Kellner_, Champagne al signore. — _Sie beschämen mich mit Ihren Höflichkeiten_, biondo capitano Schopper. Il vostro bastimento è un palazzo splendido e voi siete il re del Danubio. Oh la bellissima sera! Per le finestre aperte, di là dalle acque rosate del fiume, vedo fuggire la riva boscosa del Banato di Temesvar, e tra finestra e finestra, i grandi specchi incorniciati d'oro mi riflettono la campagna malinconica della Slavonia rischiarata dal tramonto del sole. E la fortuna m'ha messo dinanzi il più bel visetto e il più svelto corpicino ungherese che sia mai passato sul nuovo ponte di Pest. Signor Castelulù, recitatemi i versi sulla statua di Michaiù Vitézlù, io adoro la lingua rumena; e voi, capitano Schopper, soffiatemi nel viso un nuvoletto di fumo del vostro sigaro d'Avana. Alla tua salute, mio buon Mahmud Dejézaerli, gloria predestinata della pittura musulmana; buoni studi a Vienna, e che io ti rivegga fra dieci anni installato in una bella villetta sulla riva del Bosforo, accanto alla più bianca moschea di Bujukderé! Mi pare che qualcuno laggiù canti le lodi del Reno. Capitano Schopper, mandate quell'insolente a baloccarsi sul suo rigagnolo con una barchetta di carta, e insegnategli a rispettare il nostro immenso Danubio. Ah! voi ridete, capitano Schopper! ridete dell'effetto che mi fa il vostro Champagne, è vero? Ebbene....