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Part 16

Chapter 163,897 wordsPublic domain

La canzonetta andalusa intitolata _Don Manuel Menendez_ è una favola che non ha quasi punto che fare col fatto vero, il quale si può sapere soltanto dai Sivigliani che conobbero intimamente il personaggio, e che son rari, perchè egli partì da Siviglia di quattordici anni, quando perdette il padre e la madre; non vi tornò che dieci anni dopo, e ne ripartì per sempre in capo a pochi mesi. In questo breve tempo riempi la città del suo nome. Non stava però sempre in città: partiva, tornava, spariva, senza che nessuno sapesse nè perchè, nè dove; e qualche volta la notizia del suo ritorno giungeva inaspettata ai suoi amici insieme con quella d'un colpo di spada ch'egli aveva dato o toccato fuori della Porta di Cordova per una quistione di donne o di politica. Molti dicevano che aveva un ramo di pazzia, e la credevano conseguenza d'una cornata nel capo che aveva ricevuto, a tredici anni, da un toro _novillo_, nei giochi domenicali del circo. L'aveva ricevuta infatti, e ne portava ancora la traccia; ma il suo cervello n'era rimasto illeso. Aveva una meravigliosa esuberanza di vita che espandeva in amore, in moto, in versi, in lacrime, in sangue, senza riuscire a trovar pace; un cuor grande, un orgoglio satanico, degl'impeti di rabbia in cui si sfracellava una mano contro il muro, una forza d'animo da far fremere e il coraggio d'un forsennato. Una signora aveva detto di lui uno scherzo che gli si attagliava a meraviglia: — Io mi son fitta in testa che se nelle comete ci sono degli uomini, debbono essere tutti come Manuel Menendez. — La sua parola non usciva, esplodeva, e pareva sempre che una parte della sua vita fuggisse nel suono della sua voce. Quando un _torero_, impaurito, vibrava un colpo da traditore o straziava l'animale senza ucciderlo, il più formidabile: — Codardo! — che risonasse nel circo di Siviglia, era il suo; nel teatro di San Fernando, quando si sentiva improvvisamente nel silenzio d'una scena sublime, uno di quei _bravo_ fuggiti dalle viscere, che fanno correre un brivido per la platea, nessuno domandava di chi fosse: tutti sapevano che era di Manuel Menendez. Qualche suo amico diceva ch'egli aveva un _talento colosal_; ma era una pura sballonata andalusa. Le sue liriche non erano che un solo lungo periodo, un'ondata di parole sonore e d'immagini luccicanti, che finiva in un verso inaspettato, il quale doveva fare un gran colpo; e tutta la poesia era architettata su questo verso, che il più delle volte non si capiva. Non si capiva la sua poesia come non si capiva la sua vita. Chi lo vedeva a mezzanotte attraversare la _Halameda de Hercules_ senza cappello; chi lo vedeva uscire all'alba da una piccola porta della Cattedrale; chi lo vedeva andare e venire tutta una mattinata per la famosa strada delle cento svoltate, colla testa bassa, come se cercasse uno spillo; nella sua casa, dalla strada, di notte, ora si sentiva leggere, ora ridere sgangheratamente, una volta spezzare i vetri delle finestre, un'altra volta singhiozzare una donna; qualunque cosa si raccontasse di lui, fuorchè una vigliaccheria, era creduta. Tutta Siviglia lo conosceva. La società alta, che bazzicava poco, lo guardava di mal occhio un po' per diffidenza e un po' per paura; il basso popolo lo rispettava perchè aveva salvato un vecchio facchino dalle acque del Guadalquivir; e non v'era forse un ventaglio in tutta la città, da quello della Governatrice a quello dell'ultima operaia della fabbrica di tabacchi, il quale, almeno una volta, fingendo di riparar dal sole il viso della sua padrona, non avesse lasciato passare tra le sue stecche uno sguardo o curioso o provocatore, diretto a quell'indomabile scapato; poichè Menendez aveva un bel viso d'arabo, contornato da una selva di capelli neri, e il suo vestire strano, ma elegante, segnava come una maglia le forme vigorose e signorili del suo bel corpo di ventiquattr'anni. Così era Menendez, e non una specie d'animale selvaggio come lo dipinge la canzone popolare, non certo stata fatta dal popolo; o così fu almeno fino all'ultimo dì del settimo mese del suo soggiorno in Siviglia, che è la data del suo gran cangiamento. Il suo amico don Hermógenes, che vive ancora, si ricorda di quel giorno come di ieri, e assicura che egli presentì quel cangiamento fin da quel giorno. — Manuel — gli disse — tu sei un uomo sfrenato; codesto non è il modo di vivere; tu ti uccidi; tu hai bisogno d'un amore potente che ti soggioghi; finora hai sempre comandato, ora bisogna che tu obbedisca; bisogna che tu trovi un'anima più forte della tua; bisogna che tu trovi una dominatrice. — L'ho trovata — rispose sorridendo Manuel. — Chi è? — domandò con aria incredula don Hermógenes — Fermina! disse Menendez, — Fermina? gridò l'amico; Fermina del sobborgo di Triana? Fermina di Granata? Fermina la _princesa_? — Menendez accennò di sì. — Don Hermógenes balzò d'un salto alla finestra e gridò con voce solenne: — Sivigliani don Manuel Menendez è morto!

II.

Un mese dopo, Manuel Menendez era un altro. Tutti i Sivigliani che avevano una testina capricciosa da governare, respiravano. Egli non si vedeva più nè alla Villa Cristina, nè al Circo, nè al San Fernando. Chi l'avesse voluto trovare, avrebbe dovuto passare il ponte di ferro, voltare a sinistra, andare innanzi lungo il fiume fin quasi all'estremità del borgo di Triana, salire al secondo piano d'una casa bianca posta in faccia alla Torre d'oro, e guardare per il buco della serratura in una cameretta modesta, ombreggiata dagli alberi della riva destra del Guadalquivir. Egli era là, seduto ai piedi della più bella e più strana creatura dinanzi a cui si fosse mai curvata la sua fronte di saraceno, e versava l'anima in un torrente di parole amorose e insensate, ch'essa ascoltava in silenzio, lavorando a una corona di fiori — Fermina, — le diceva a bassa voce; — tu sei un mistero. Tu sei una creatura d'un altro pianeta. Da che mondo sei venuta? Come hai fatto a innamorarti d'un uomo? Io giurerei che ci fu un tempo che tu avevi i capelli azzurri e le pupille rosse. Perchè non ridi mai? Tu mi fai paura. Non sto volentieri solo con te. Tu, con quegli occhi, devi veder qualche cosa o qualcheduno che io non vedo, e che forse è qui, dietro di me, che ti guarda. La tua anima dev'essere un'anima trasmigrata, la tua voce dev'essere contraffatta, e la tua lingua non è certamente lo spagnuolo. Forse se mi parlassi tutt'a un tratto colla tua voce vera e colla tua lingua nativa, io rimarrei pietrificato. Però son contento d'essere amato da te; il tuo amore è un anello che mi congiunge col soprannaturale. Dimmi la verità: chi hai amato nell'altra vita? Io son geloso d'un abitante di Sirio. — A queste parole Fermina con un movimento rapido e vigoroso della mano gli sconvolgeva tutti i capelli e Menendez metteva un grido d'amore. Poi, a un tratto, essa aggrottava le sopracciglia e fissava uno sguardo sospettoso sopra un leggiero segno rosso del collo di lui. — Che cosa guardi? — domandava il giovane meravigliandosi. — Nulla, — rispondeva lei rassicurata; — ma.... guardati, Manuel! — E dopo qualche momento soggiungeva freddamente: — Io andrei a pugnalare una regina.

III.

Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di Triana la chiamavano _la princesa_; i giovani sul serio, le ragazze con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima, appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il costume invariabile in cui Fermina si mostrava, una volta la settimana, ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele, nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro; si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere; si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolo con una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel, — gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso. Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo. Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste parole in fondo all'anima, Menendez.

IV.

S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Oriente _de las delicias de Cristina_; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino a San Juan d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia; portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano, lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello; aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane, che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale, che non avrebbero mai adoperato.

V.

In questo stato di cose, un improvviso rivolgimento seguì nell'animo del Menendez. Nessuno, a Siviglia, ne seppe la cagione, fuorchè colui o coloro che ne furono colpevoli; ma tutti quelli che conoscevano il carattere di lui, non se ne meravigliarono punto. In certe nature esiste sempre intera e pronta la formidabile macchina del sospetto, alla quale basta buttare un nome e dare una scossa, perchè il più forte affetto vi rimanga stritolato. Chi, in vita sua, non è stato almeno una volta o vittima o colpevole d'una di queste precipitose distruzioni? Un dubbio leggerissimo, che c'era passato un giorno per la mente, e di cui avevamo sorriso, trova nella riga d'una lettera, nella parola d'un amico, in un avvenimento fortuito e insignificante, una presa fatale che lo rialza lentamente, come una lenza, dalla più oscura profondità dell'anima dove stava sepolto, e ce lo rimette sotto gli occhi come un insetto schifoso che agita con furia orribile le sue cento braccia smaniose di preda. Atterriti per un momento, ripigliamo coraggio e fede, e schiacciamo il piccolo mostro. Ma è inutile. Già da tutti i ripostigli della memoria, sono usciti, come una folla di piccoli cattivi genii, mille ricordi, fino allora sopiti, di sorrisi sfuggevoli, di mezze parole, di movimenti appena percettibili delle sopracciglia e delle labbra, d'una porta socchiusa, d'un rumor di passi, d'un fruscío, d'un bisbiglio, d'un'ombra, che prima ribollono confusamente nel capo, e poi si congiungono e si combinano, pigliano forza, fuoco e parola, denunziano, affermano, provano, stravolgono il cuore e la ragione, mettono in mano il pugnale o la penna, e spingono al delitto o alle offese che non si perdonano, in minor tempo che non ci saremmo spinti dalla evidenza immediata della realtà. Quando questo accadde a Menendez, erano le undici di sera; egli si trovava in casa, ritto dinanzi a un tavolino, con una lettera fra le mani. Sul primo momento, temette d'essere impazzito; balzò in piedi, si slanciò alla finestra, e rimase qualche tempo immobile come una statua, con una mano sulla fronte e l'altra sul cuore, guardando fissamente in mezzo alla piazza. Poi mise un grido soffocato d'angoscia e di rabbia, e si precipitò fuor di casa. Attraversò come una freccia la piazza del Trionfo, girò intorno alla _Caridad_, oltrepassò quasi correndo la Torre D'Oro, saltò in una barca, raggiunse la riva destra del fiume, si slanciò nella casa di Fermina e percosse la porta.... Fermina non c'era! Per un caso straordinario non aveva ancora potuto tornare a casa, e per la sciagura di tutti e due quell'assenza, in quell'ora, corrispondeva fortuitamente a un'indicazione della calunnia, era un'accusa, una prova, una maledizione. Menendez rimase come pietrificato davanti alla porta. Il dolore dell'amante era già morto dentro al suo cuore, e non vi fremeva più che l'ira feroce del suo enorme orgoglio ferito. Un pensiero satanico gli balenò alla mente, scese di volo le scale e si diresse di corsa verso casa. Arrivato al ponte, si fermò. Un altro pensiero gli aveva quasi percosso e schiacciato il primo. — E se non è vero? — si domandò, e per un momento gli brillò l'anima. Ma la fatalità lo perseguitava. In quel punto gli passò accanto una donna, lo guardò in viso e gli disse fuggendo: — Fermina ti tradisce! — A quelle parole il furore, risollevandosi impetuosamente, gli velò l'intelletto, e lo ricacciò innanzi come un dannato. Per colmo di sventura, rientrando nella sua stanza trovò una lettera di Fermina che diceva: — domattina non sarò in casa; — e anche quest'annunzio avverava sciaguratamente una previsione. Allora Menendez perdette affatto il lume della ragione, ruggì, rise, maledì, afferrò la penna, scrisse a grandi caratteri sopra un foglio di carta il nome di Fermina, un epiteto, l'indicazione d'un'ora e d'un prezzo, un insulto orrendo; poi volò fuor di casa con quel foglio, rifece la via di prima, arrivò alla casa dì Fermina, attaccò alla porta con le mani convulse il cartello infame, e si cacciò digrignando i denti giù per le scale. Arrivato in fondo, si fermò: sentì aprirsi quella porta, vide illuminarsi la scala, e udì quasi nello stesso punto un grido disperato e il rumore della caduta d'un corpo. Dopo pochi momenti sentì aprire altre porte, — scender gente, — una donna leggere il biglietto — e molte voci prorompere in un grido d'indignazione: — _Mentira!_ (Menzogna!)...

VI.

Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti, ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza; non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito tutto; sentiva dentro ed intorno a sè un silenzio solenne, e non vedeva più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato, sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione, un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro, dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui. Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa, colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto era finito.

VII.

Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera; non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra, col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al palazzo di san Telmo formicolava una folla brillante e gaia; una musica festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir; Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio: — _Es mentira, Menendez!_ — e disparve. Menendez impallidì e cercò di sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più forte: — _Mentira!_ — Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio. Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: — _Mentira, Menendez, mentira!_ — Molta gente si fermò; altre ragazze, avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza, vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto desolato e rabbioso. — Dunque la voce s'è sparsa! — gridò — Io sono il ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: — ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa.

VIII.

Fermina lavorava, col lume, in un angolo della stanza, quando sentì un passo rapido e leggiero su per la scala, e s'accorse, troppo tardi, che aveva lasciata la porta socchiusa. Ebbe appena il tempo di alzarsi e di ricadere sulla seggiola: Menendez si precipitò ai suoi piedi, curvò la fronte sul pavimento, e gridò singhiozzando: — Perdono, Fermina!

Essa non rispose.

Aveva il viso pallidissimo, e stava rivolta verso la finestra, cogli occhi dilatati e colle labbra tremanti.

— Fermina! — continuò Menendez con una voce che pareva gli dovesse spezzare il petto — perdonami! Sono stato un vile e un pazzo! Tu sei un angelo! Io sono un disgraziato! Mi sono lacerato il cuore colle mie mani, ho pianto lacrime di sangue, m'hanno insultato per le strade, credevo d'impazzire, non posso più vivere così, perdonami, rendimi il tuo amore, non mi condannare a uno strazio eterno, dimentica, amami! Vedi, io mi striscio ai tuoi piedi, batto la fronte per terra, non ho più voce, non ho più lacrime, non ho più stima di me, non ho più onore nel mondo, non ho più che l'amore che mi strazia e la disperazione che mi uccide! Fermina, abbi compassione di Menendez!

Fermina continuava a guardar la finestra; aveva il viso stravolto e convulso, il seno ansante, tutta la persona agitata da un tremito febbrile; pareva che facesse uno sforzo per ottenere prima da sè stessa quello che Menendez voleva da lei; che aspettasse essa pure un improvviso cangiamento del proprio cuore; e Menendez osservava con profonda ansietà tutti i movimenti del suo viso. Finalmente proruppe con accento disperato:

— È inutile, Menendez! Non posso! non sento più niente! son vuota! son morta! Potresti supplicarmi per tutta la vita, ucciderti sotto i miei occhi, diventare un re, un santo, un Dio.... è inutile! Non credo più! Non amo più! M'hai uccisa! Hai capito, Menendez? Hai forse dimenticato che cos'hai fatto? Fermina t'aveva dato il suo onore e tu v'hai sputato sopra in faccia a tutta Siviglia! Dio! Dio! Dio! E questo è stato possibile! e tu vuoi che io ti perdoni! — Poi, facendo un violento sforzo, si ricompose, e soggiunse freddamente: — Va, Menendez, lasciami sola, lasciami nella mia tomba, tutto è finito, addio.

— Pensaci ancora, — disse Menendez con voce supplichevole.