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Part 15

Chapter 153,818 wordsPublic domain

Alle prime parole che gl'intesi dire fui meravigliato che non avesse perduto l'accento genovese dopo tanti anni che vive lontano dal suo paese. È nato a Taggia, vicino a San Remo, su quella beata riviera ligure che egli dipinse con una meravigliosa freschezza di colori nel suo secondo romanzo. Si sa che nel 1848 i suoi concittadini lo mandarono al Parlamento piemontese, e che lo rielessero non è molto, benchè egli dichiarasse che non avrebbe accettato il mandato, come in fatti non l'accettò, _per non spellar la mano nei ferri dell'altrui bottega_. Ora vive un po' a Londra, un po' in Isvizzera e un po' a Parigi; ma più lungamente a Parigi, dove ha molti amici e molti ricordi. È stato gravemente malato or fa un anno, credo appunto in Parigi, e non s'è ancora rimesso affatto dalla malattia; ma la sua è una convalescenza colla quale molti uomini di pari età vorrebbero poter cangiare la propria salute.

Gli feci quella solita dimanda, che per gli uomini come lui dev'essere importuna come una mosca, tanto spesso e da tanti se la senton fare! ma che pure è naturalissima, e scappa dalla bocca prima che si sia pensato a mandarla fuori: — E ora che sta facendo?

— Non faccio nulla — rispose — perchè non ho niente da dire. —

Risposta semplicissima che chiude una profonda sentenza: — Scrivere quando si ha bisogno di scrivere, — o come diceva il Manzoni — aspettare che la musa ci venga a cercare, e non iscalmanarsi a correr dietro alla musa. — E poi soggiunse per chiarir meglio il suo pensiero:

— Ognuno non ha che una certa quantità di roba nel sacco, e quando il sacco s'è vuotato, se si vuol continuare a dare, non si dan più che parole —

Gli domandai se nei soggetti de' suoi romanzi ci fosse il fondamento d'un qualche fatto vero e n'ebbi la risposta che m'aspettavo. Egli ha conosciuto quasi tutti i suoi personaggi, ha raccontato i loro casi, s'è servito delle loro parole. Di qui l'efficacissimo colore di verità che brilla nei suoi racconti, i dialoghi che par di sentire piuttosto che di leggere, e i personaggi che, a libro chiuso, si confondono nella memoria del lettore con gente vera ch'egli conobbe in altri tempi, così che alle volte gli bisogna quasi fare un atto di riflessione per separare le persone dalle larve. Dio sa quante cose gli avrei domandato intorno ai suoi libri, ai suoi studî e alla sua vita se non me ne avesse trattenuto il timore che egli, osservatore sottile, mi leggesse negli occhi il proposito segreto di spiattellare in una gazzetta tutto quello che gli usciva dalla bocca. E perciò fui costretto a lasciar cascare la conversazione sull'interpellanza contro il decreto del prefetto di Lione e sulla discussione intorno all'ordine della Legion di Onore. Il Ruffini conosce la Francia _intus et in cute_, e spiega, parlando di politica, quell'accorgimento fino e quel buon senso rettissimo, col quale suol giudicare gli uomini e le cose nei suoi romanzi; ma pure non mi potei trattenere dall'interrompere quei suoi discorsi per ricondurlo a parlare di sè, e cogliendo a volo tutti gli appicchi ch'egli diede involontariamente alle mie interrogazioni indiscrete, riuscii a raccapezzare qualcosa.

Come abbia cominciato la sua vita letteraria, i più, credo, lo sanno. Emigrò giovanissimo, andò a Londra, e trovandosi corto a denari, dovette pensare a guadagnarsi la vita col lavoro. Prima d'allora non avea scritto altro che articoli per gazzette, e benchè si sentisse dentro quella _certa smania inesplicabile_ che agitava l'anima del Giusti prima che si fosse rivelato a sè stesso, non aveva mai sognato di salire un giorno su per la sterminata scala dell'arte fino all'altezza a cui è salito. Gli venne in mente di scrivere un libro — che fu poi il _Lorenzo Benoni_ — per far conoscere in Inghilterra quel periodo importantissimo della vita italiana, e destar così un sentimento di simpatia per il suo paese «che allora aveva bisogno di tutti.» Manifestò il suo disegno ad alcuni amici che lo approvarono, e trattò della pubblicazione coll'editore d'un giornale, che lo esortò a scrivere i primi capitoli, i quali sarebbero stati stampati subito per tastare l'opinione pubblica, e o smettere a tempo o tirare innanzi di buono. Il Ruffini scrisse le prime cento pagine e gliele portò; ma l'editore non fu soddisfatto, e cangiato avviso, volle vedere il lavoro finito prima di cominciarne la stampa. Allora il Ruffini si perdette d'animo, buttò in un canto il suo manoscritto e si dedicò ad altre cose. Qualche tempo dopo, essendo andato a Parigi e avendo dato a leggere quel poco che aveva fatto ad una colta ed arguta signora, che gliene fece caldissime lodi, e lo spronò vigorosamente a scrivere, riprese animo, si rimise al lavoro, lo condusse a fine, e mandò il romanzo con una lettera di raccomandazione di suo fratello, a un editore di Edimburgo, il quale approvò, stampò e ricompensò l'autore con cento lire sterline: non sperata fortuna! che fu, come tutti sanno, il primo anello d'una catena d'oro. Il _Lorenzo_ ebbe un successo splendido; la stampa inglese incoraggiò l'autore con larghissime lodi; lo stesso Mazzini, benchè in quel libro ci fosse qualche nota stridente per un orecchio repubblicano, gli espresse per lettera la sua ammirazione; la fama del Ruffini fu assicurata. Poi venne il _Dottor Antonio_, e dopo il _Dottor Antonio_, tutti gli altri gioielli smaglianti di limpidissima luce.

Come ha potuto il Ruffini ridursi in grado di scrivere in inglese, per quanto si assicura, puro, facile ed elegante, in così breve tempo, poichè egli medesimo dice che quando andò in Inghilterra non conosceva che pochissimo la lingua? Voglio che un ingegno potente divini, in gran parte, il linguaggio del quale ha bisogno per rivelarsi ed espandersi; ma quanto deve aver faticato in quelle prime lotte del pensiero colla parola, così lunghe e difficili anche per chi scrive nella lingua che gli è famigliare dall'infanzia, egli che doveva scrivere in una lingua straniera, e tanto diversa dalla sua! Io credo che quando va a Londra, non dimentichi mai di visitare quella stanzina al quarto piano, nella quale vegliò le prime notti, colla mente affollata di pensieri e d'immagini che non trovavan l'uscita, e il cuore gonfio d'affetti che prorompevano in lagrime prima che in parole! Chi avesse potuto in quei momenti susurrargli nell'orecchio con uno di quegli accenti di voce sovrumana che annunziano il futuro agli eroi delle leggende: — Tu sarai ricco, celebre ed amato in questo paese, nel tuo, in molti altri, per una lunga vita e dopo la vita!

È facile avvedersi da qualche parola buttata qua e là che il Ruffini si dà pensiero del rimprovero che molti gli potrebbero fare, che qualcuno gli fece, d'aver scritto in inglese invece che in italiano. Per me credo che non occorra nemmeno discolparlo. Per potergli fare un carico d'aver scritto in inglese, bisognerebbe potergli anche scrivere a colpa di aver emigrato, d'esser andato a Londra, di essersi trovato nella strettezza, di aver avuto bisogno di farsi capire dalla gente da cui voleva farsi leggere. D'altra parte i suoi libri, benchè scritti in inglese, sono tanto italiani e per soggetto e per sentimento e per scopo, che si può quasi affermare che appartengono alla letteratura italiana più che alla letteratura inglese. Scritti in italiano, non si sarebbero certamente diffusi quanto si diffusero, e non avrebbero ottenuto in egual misura lo scopo che l'autore si propose: — di far conoscere ed amare l'Italia fuori d'Italia. — Il Ruffini ha fatto una buona azione in inglese; e una buona azione è sempre una buona azione in qualunque forma la si faccia; e il nostro amor proprio nazionale non è punto meno solleticato da che gl'Inglesi ci dicano: — Alcuni dei nostri più cari romanzi sono d'un Italiano; — che dal poter dir noi: — abbiamo un Italiano che scrisse alcuni romanzi degni di stare accanto ai più cari romanzi inglesi. —

I romanzi del Ruffini furono tradotti in molte lingue. Mi parlò egli stesso di una traduzione tedesca che si fece mesi sono, e da quanto mi parve di capire, tutte queste traduzioni gli fruttarono qualche cosa, — eccettuate le traduzioni italiane — dalle quali non gli venne il bellissimo nulla. Non lo disse, ma credo di poterlo affermare; e mi spiace di poterlo affermare. Eppure i libri del Ruffini furono e sono tuttora molto letti in Italia. Dal che si può tirare una conseguenza che non è onorevole per il commercio letterario italiano.

S'informò delle condizioni della nostra stampa letteraria e mi domandò che vita possa menare fra noi uno scrittore al quale non manchi il favore pubblico. Gli risposi che in Italia, uno scrittore al quale il pubblico sia favorevolissimo, può oramai considerarsi quasi sicuro di non morir di fame, purchè lavori il doppio di quello che dovrebbe per rispetto all'arte sua e per riguardo alla propria salute, e purchè i suoi libri abbiano una straordinaria diffusione. E siccome mi nominò uno scrittore giovane, autore di alcuni romanzi dei quali si fecero parecchie edizioni, gli avrei voluto far sapere che appunto quello scrittore, che pure si può annoverare tra i più fortunati del giorno, può scrivere ogni sera qualche pagina di romanzo, perchè lungo il giorno ne scrive molte, e Dio sa che camiciate gli costano, sul corso forzoso, sulle imposte comunali e sui progetti di strade ferrate. E gliene avrei potuto nominare un altro, morto giovane, ch'era pieno d'ingegno e d'affetto, e operosissimo, e i cui libri si leggevano avidamente, e che pure, non molto tempo prima di morire, si trovava ridotto a desinare di castagne secche. E gli avrei potuto anche dire d'un uomo illustre, vivente, autore di alcune opere note anche fuori d'Italia, che per reggersi ritto, scrive ogni giorno una lettera politica a un giornale di provincia, che manda cento lire al mese a un amico suo, il quale si fa passare per corrispondente, e rimette i denari a lui, che salva così il pudore della povertà. Il Ruffini che s'è fatto una piccola fortuna con quattro novelle, avrebbe sorriso se gli avessi detto queste cose. Certo che si può obbiettare: — Scrivete delle novelle come le sue. — Ma tra farsi una fortuna e campare, ci corre più che tra le novelle del Ruffini e gli scritti di coloro che ho accennati, benchè ci corra moltissimo. E non dico questo per cavarne un'accusa contro l'Italia; ma per dire le cose come sono.

Non so quanto tempo io sia rimasto con quel caro uomo, — medico di anime e fattore di galantuomini, — cogli occhi fissi nei suoi e colla mente tesa per cogliere ogni suo pensiero e impadronirmi di ogni sua parola. E mi pareva di vedere intorno a lui, come un corteo, tutti i gentili fantasmi che ci fece amare nei suoi libri, e lontano, in fondo al quadro che mi rappresentavo colla fantasia, quella bella marina ligure, quel bel cielo, quel lido verde e queto, ch'egli ci fece parere più bello e ci rese più caro. E udendolo parlare italiano così un po' lentamente e con qualche giro di frase straniera, e pensando ai lunghi anni ch'egli visse fuori della sua patria, e al suo soggiorno in Francia, e ai suoi viaggi in Isvizzera e in Inghilterra, che lo allontanano da noi, provavo come un senso di mestizia, e gli avrei voluto dire quello che ora scrivo, non per chi leggerà, ma proprio per lui: — Tornate fra noi, caro amico, che se non abbiamo potuto agevolare i primi passi che faceste sulla nobile via delle lettere, nè raccoglier di prima mano i fiori di cui l'avete cosparsa, v'abbiamo però accompagnato da lontano con un sentimento d'orgoglio, misto di rammarico e di desiderio. Tornate fra noi perchè abbiamo bisogno d'una persona cara e venerabile, sulla quale versare una parte dell'affetto che avevamo accumulato sul capo di quel vecchio illustre, del quale voi avete la bell'anima, e se non pari gloria, la stessa gloria: quella di aver fatto del bene. —

Uscendo di casa sua, mi accorsi che per la prima volta, dopo due mesi che stavo a Parigi, mi sentivo libero da un certo stordimento, da un turbinio di desiderî, da non so che tumulto del cuore e della testa, che non mi lasciava ben avere, nè lavorare, nè pensare, come se ogni giorno fosse il giorno dell'arrivo, e che a volte mi prostrava in uno sgomento da non potersi esprimere, come di chi credesse d'esser diventato tutt'ad un tratto povero, stupido, nullo, e che tutti, incontrandolo, dovessero sentir compassione di lui. Il Ruffini mi guarì da questa malattia. Dopo di allora non l'ho più visto. Se gli cadranno sott'occhio queste pagine, pensi che i medici debbono tollerare le piccole indiscretezze dei malati — accetti la, mia pubblica professione di gratitudine, — sorrida, — e mi perdoni.

1873.

L'AMORE DEI LIBRI

Un tale, tempo fa, scrisse contro la pessima abitudine di moltissimi italiani, i quali benchè siano dediti alla lettura e possano spendere, non comprano mai un libro.

Le cagioni di quest'abitudine di non comprare, o meglio, di questa mancanza dell'abitudine di comprare, son molte; ma le principali mi paion queste: che _la libreria_ non è ancora considerata come un _mobile_ necessario al decoro della casa, che il libro non è ancora capito come oggetto d'ornamento, che si ama la lettura, infine, ma che non si ama ancora il libro.

Io credo infatti che di tutti i mobili quello che si vende meno in Italia sia lo scaffale.

Moltissimi non capiscono in nessuna maniera come e perchè si abbia da conservare un libro dopo che si è letto.

Ogni momento, dai librai, occorre di sentir dire a qualcuno: — leggerei volontieri questo libro. — Gli domandano perchè non lo compra. — Perchè non lo compro? — risponde l'interrogato. — E che vuol che ne faccia quando l'abbia letto? — Per costoro un libro letto non essendo più che un ingombro, hanno ragione di non voler spender denari per empirsi la casa di carta sudicia. Entrate nelle case. Nella maggior parte vedete delle raccolte di conchiglie, d'uova, di pietruzze, di francobolli esteri, persino di scatoline di fiammiferi; ma non ci vedete una raccolta di libri. In ogni parte c'è qualche cosa che vi rammenta che la famiglia mangia, gioca, dorme, suona; nulla che vi rammenti che legge. È gala se vedete sparsi qua e là pei tavolini e pei cassetti una ventina di volumi, un terzo dei quali appartengono al ragazzo che va a scuola e quattro o cinque a un gabinetto di lettura. I pochi che rimangono, — la sola proprietà libraria della casa, — son laceri e scuciti e hanno i primi fogli coperti di cifre e di fantocci. Se ne servono per smorzare la candela, per accendere il fuoco, per fornire di carta le parti della casa dove è bene che ci sia sempre carta. — Perchè stracciate questo libro? domandate. — Oh bella! — rispondono — se l'abbiamo già letto e riletto tatti!

Una casa senza libreria è una casa senza dignità, — ha qualcosa della locanda, — è come una città senza librai, — un villaggio senza scuole, — una lettera senza ortografia.

Quanto è bella una biblioteca! Quante cose ci vede e quanto piacere ne può ricavare anche chi legge per puro spasso, se appena ha un po' di sentimento e d'immaginazione!

I più mirabili frutti dell'ingegno umano son qui, raccolti in un piccolo spazio, sotto la mia mano. Frutti d'ispirazioni divine, frutti di meditazioni e di studi che segnarono di rughe precoci le più nobili fronti umane, frutti delle più splendide fantasie dell'universo, son qui ridotti nella forma di piccoli parallelepipedi, imprigionati fra quattro assicelle, divisi per tempi, per paese, per lingua, per materia, per dignità, numerati e schierati come un esercito. Uno scompartimento mi apre i secoli passati, un altro mi trasporta nei paesi lontani, questo mi tocca il cuore, quello mi stimola la vena del riso, un terzo mi fa sognare, un quarto mi fa pensare e un quinto mi fa piangere. Io posso scegliere secondo il mio umore; è una farmacia morale; vi sono gli scompartimenti per i giorni foschi, quelli per i giorni sereni, quelli per i giorni di fiaccona, quelli per i giorni in cui mi piglia la furia del lavoro. E alla varietà delle materie corrisponde la varietà degli aspetti. Vi sono i colossi, — vocabolari e grandi opere illustrate, — che formano quasi l'ossatura di questo piccolo mondo. Vi sono file compatte di volumi tarchiati, di color oscuro, — vecchie edizioni economiche di opere classiche, — modeste all'aspetto, ma piene di _vital nutrimento_, come nel mondo reale gli uomini di vero merito. Sotto questi, l'aristocrazia delle legature, la classe privilegiata della biblioteca, rivestita di pelli luccicanti e rabescata di fregi d'oro. Poi la gioventù elegante e gaia: il roseo del Lemonnier, il turchinetto del Barbera, il rosso aranciato dell'Hachette, il giallo chiaro del Levy, cento colori di cento edizioni civettuole, che fanno a chi più tira gli sguardi. Poi daccapo lunghe file di volumetti uniformi e poveri, che sono come il popolo minuto della biblioteca, guardato con indifferenza e trattato con pochi riguardi. Più sotto le edizioncine diamante, genterella irrequieta, che va e viene dalla città alla campagna, per strada ferrata e in carrozza, dalla tasca alla valigia, dalla valigia al tavolino da notte, e si contenta dei ritagli della nostra giornata. In questa folla abbiamo le nostre simpatie, i vecchi amici, gli amici di ieri, i maestri, i benefattori, i cattivi consiglieri, i capi scarichi, le anime perdute, i rigoristi, i seccanti, i buffoni, i parassiti, i predicatori, i mettimale, i consolatori. E in fondo finalmente, al pian terreno, quattro dita sopra il pavimento, il cimitero, dove sono ammontati alla rinfusa, sbrandellati e coperti di polvere, libretti ed opuscoletti d'ogni forma e d'ogni colore, che vissero un giorno od un'ora nella nostra mente: stravizi dello spirito, come dice il Guerrazzi; segatura dell'ingegno umano: poesie di nozze, primi saggi di poeti falliti, romanzi rachitici, almanacchi, libelli, imitazioni, plagi, capricci, corbellerie, cenci e cocci della letteratura, destinati al banco del tabaccaio alla cesta dello spazzino.

L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce poi col diventare un sentimento affatto distinto dall'amore della lettura, e fonte, per sè solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli. L'odore della stampa fresca dà dei fremiti di voluttà. A occhi chiusi, fiutando, si riconosce se un libro è antico, o soltanto vecchio, o recente, o recentissimo. Certi colorini di certe edizioni innamorano, e s'incapriccisce per certi sesti e certi frontispizî, come per certi corpicini e certi visetti. Si prova veramente per i libri piccoli e graziosi un sentimento di sollecitudine più gentile, che pei libri grossi, e a sollevare con uno sforzo certi libroni si ride d'una compiacenza che non saprei definire; ma che è tutt'altra da quella che si sente sollevando qualunque altro peso. Si gode disponendo i proprî libri in un nuovo ordine, che formi una nuova combinazione di colori; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un cambiamento; una biblioteca anche piccola da lavorare; c'è da colmare le lacune, da barattare le edizioni, da ricevere i nuovi venuti, da congedare quei che partono, da curare quei che soffrono, da ristorare quei che invecchiano, da far la corte a quei che splendono; è insomma un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri, tutti gli sconforti, tutte le invidie ed anche tutte le gloriole d'un piccolo re, che non potendo allargare i suoi confini quanto vorrebbe, si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede.

È un grande errore quello di credere che s'impari ugualmente dai libri che si possedono e da quelli che si pigliano a prestito. Un libro non fa tutto il pro che può fare se non è cosa nostra. Bisogna poter logorarselo, sottolinearselo, farvi dei punti d'esclamazione, piegare le pagine, segnarne i margini colle nostre unghie. Un libro che non fa che passarci per casa, non lascia traccia profonda. E poi, che differenza! Se lo avete in casa, lo leggete e lo rileggete appunto nei casi in cui siete meglio disposti a riceverne un'impressione viva ed utile, perchè ciò che vi fa cercar quella lettura piuttosto che un'altra, è una disposizione particolare dell'animo, la quale se doveste cercare il libro altrove, sarebbe forse già mutata prima che il libro fosse nelle vostre mani.

Quanto è grande l'efficacia d'una biblioteca sull'educazione dei ragazzi! Il destino di molti uomini dipese dall'esserci o non esserci stata una biblioteca nella loro casa paterna. L'aver avuto sotto mano, a tutte le ore del giorno, il modo di soddisfare le prime curiosità infantili, d'ingannare sfogliando libri la noia delle giornate piovose, gettò in molti cervelli i primi germi d'un amore allo studio che divenne col tempo passione ardente per la scienza e fecondò precocemente certe facoltà dell'ingegno che lo studio obbligato e circoscritto della scuola avrebbe lasciate inerti. E lasciando pure da parte i grandi effetti, è bene ispirare all'infanzia il culto dei libri, anche prima dell'amore della lettura. È ben per il bambino che ci sia un angolo della casa, dove è eretto quasi un altare allo studio e al sapere, al quale, senza comprenderne ancora la ragione, egli vede dai suoi parenti usar certe cure e testimoniare un certo rispetto; una stanza silenziosa, dove di tratto in tratto egli vede qualcuno immobile e serio; un luogo consacrato al pensiero come ce n'è uno consacrato alla mensa, uno al lavoro, uno al riposo. E da giovinetto, leggerà con un piacere particolare quei libri che gli son famigliari all'occhio fin dell'infanzia, che ha veduto mille volte ordinare, pulire, accarezzare dai suoi genitori; che avevano già per lui, ciascuno secondo la sua forma e il suo colore, un significato fantastico, prima che conoscesse l'alfabeto. Certo ci dev'essere una differenza tra il giovinetto che fin dai suoi primi anni ha veduto la sua famiglia conservare e rispettare religiosamente i libri, e quello che l'ha veduta vivere di brigantaggio librario e fare dei libri letti quello che si fa delle scarpe vecchie e degli abiti smessi.

E poi! che c'è che ravvivi più intimamente e più dolcemente nel cuore del figliuolo la famiglia o lontana o dispersa, i genitori morti, l'infanzia, l'affetto e le cure di cui fu circondato? I libri che portano il nome del padre, ch'egli stesso mise nelle sue mani, di cui parlò con lui, gli ricordano le sue letture predilette, i suoi giudizî, le sue opinioni, mille sfumature della sua indole. Su certi libri gli par di vedere, al lume della candela, chinarsi quegli occhiali luccicanti e quella barba bianca. Altri gli rammentano la famiglia seduta in cerchio, intenta alla lettura d'un solo; atteggiamenti di persone care, esclamazioni e risa allegre o singhiozzi mal soffocati delle sorelle piccine, che pure gli sarebbero già fuggiti dalla memoria da lungo tempo. Il figliuolo di chi amò i libri, amerà i libri, e non sarà mai un'anima affatto volgare quella in cui rimarrà questo culto.

Ah! vediamo di formarci intorno per tempo questa corona d'amici muti e fedeli; fabbrichiamoci questa pacifica fortezza per ripararvici dentro nei giorni in cui saremo assaliti dai dolori della vita. Questi giorni vengono, e con essi il bisogno della solitudine e del silenzio. Sarà triste allora il non aver un angolo della casa dove poter rifugiarsi per tentar di dimenticare i vivi confortandosi coi morti!

MANUEL MENENDEZ

(RACCONTO)

I.