Part 14
È una cosa che fa fremere. Qualche volta, guardandolo, io mi raffiguro le molte migliaia di bambini dell'età sua, nati nello stesso paese, e che in questo mentre sono come lui innocenti, amorosi, carezzevoli; me li raffiguro nelle loro culle, fra le braccia delle loro madri, coperti di baci e chiamati coi più dolci nomi della lingua umana; vedo nel cuore dei loro genitori le medesime speranze, lo stesso presentimento ch'essi saranno onesti e contenti, anzi la medesima profonda certezza, e non altrimenti fondata, che io nutro riguardo al mio: e penso che non di meno da tutta questa legione di angioletti usciranno dei ladri, dei falsari, degli assassini, dei parricidi, che getteranno la disperazione e il disonore nelle loro famiglie. Quando questo pensiero mi s'inchioda nel capo, mi tocca fare un grande sforzo per liberarmene. Questa mattina presi il mio bimbo sulle ginocchia e gli domandai: — Bimbo, sarai un'assassino tu? — Egli non capisce ancora il significato di questa parola. — Si, — rispose — ma voglio dei dolci.
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Se potessi indovinare il suo avvenire, come fanno le zingare, dalla palma della mano! Che cosa tratterà questa manina? La spada? Il pennello? La penna? L'archetto del violino? Il coltello anatomico? Povera manina, quante volte sorreggerà la testa stanca d'un lavoro ingrato o d'un pensiero doloroso! Di quante lettere listate di nero romperà il suggello! Quante destre di falsi amici e di donne indegne gli occorrerà di stringere! Ma tu la conserverai pura d'ogni macchia, figliuol mio, e se quando ti colpirà un grande dolore immeritato, ti verrà fatto di levarla in alto, non la leverai per maledire, ma per giungerla coll'altra, come ogni sera e ogni mattina t'insegna a fare tua madre.
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Guardo la sua manina, la stringo, la nascondo tutta nel mio pugno, e sorrido pensando che passarono per questa forma anche le mani dei guerrieri più formidabili e degli artefici più potenti del mondo. E da questo pensiero son condotto alla mia immaginazione prediletta dell'infanzia degli uomini grandi. Mi raffiguro Omero che si dispera perchè gli hanno rubato una pesca; Cesare che trema dinanzi a un topo; Dante che salta in sella a un cavallino di legno; Michelangiolo, che mentre suo padre gli mostra una statua, è tutto intento a schiacciare un nocciolo coi piedi; e la signora Buonaparte che dice al futuro vincitore d'Europa: — Vergogna! Alla tua età, quando se n'ha bisogno, si dice, e non s'imbratta in codesto modo la casa.
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Se diventasse un grand'uomo! È un sogno di tutti i padri; ma non è impossibile. Egli è un enimma infine; un geroglifico il cui significato è ancora ignoto; una parola della quale non è scritta che la prima lettera; un numero dell'immenso lotto umano. Questo dubbio è il più dolce alimento della mia vita. Mi pare di possedere uno scrigno misterioso, nel quale è possibile che ci sia un pugno di sabbia o un mucchio di perle. Son vicino a trent'anni, e il mio avvenire che cominciava a restringersi, s'è improvvisamente allargato; ho perduto le ultime illusioni della gioventù, ho ritrovate le speranze infinite dell'infanzia. Che importa che i miei capelli cadano? I suoi diventan folti. Che importa che io discenda? Egli sale.
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E se riuscisse invece d'intelligenza scarsa e di fibra debole, non solo da non uscire dall'oscurità, ma da rimanere degli ultimi in mezzo agli oscuri? Quando mi coglie questo pensiero, sento un irresistibile bisogno di stringermelo al petto e di coprirlo di carezze, come per domandargli perdono della vana ambizione che me lo fa sognare diverso da quello che forse egli è destinato ad essere. Sento il bisogno d'assicurarlo fin d'ora che quanto sarà più angusto il posto che gli è riservato nel mondo, tanto sarà più grande quello ch'egli avrà nel mio cuore. Pensando che un giorno, forse, tornando dalla scuola egli mi dirà piangendo: — Son l'ultimo; — io mi sento uno struggimento d'amore per lui. Ma questo non sarà, perchè io l'aiuterò nei suoi studî, mi rimetterò al greco e alle matematiche, veglierò con lui, e gli verserò tanto affetto nel cuore, che il cuore illuminerà la mente. Quando qui sotto v'è un tesoro, anche qua sopra v'è qualcosa.
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I bambini sono grandi consolatori. Chi lo sa più di te, povera vecchia fantesca? In casa tu sei amata; ma la tua testa calva, il tuo viso rugoso, tutta la tua persona deformata dagli anni, ti rendono incresciosa alle persone che ti sono più care e sono cagione ch'esse non ti rendano, ora che ne avresti tanto bisogno, le carezze che tu prodigasti loro quand'erano bambini. Alberto, giovinetto, si ritira bruscamente indietro quando tu accosti il tuo volto al suo per guardare le vignette del libro ch'egli sfoglia; Enrico da molto tempo non vuol più che tu gli faccia il nodo della cravatta per non sentire il tuo alito e il contatto delle tue mani; e quando vuoi baciare Adelaide, la ragazzina che hai portata in braccio per tanti anni e divertita con tante istorie nelle lunghe sere d'inverno, sei costretta, perchè non ti respinga, a baciarla furtivamente quando dorme. V'è una sola creatura al mondo che non respinge le tue carezze, che ama la tua testa calva e il tuo viso rugoso, che ti compensa di ogni ingratitudine e d'ogni amarezza, ed è questo bambino di tre anni — Ernesta, — egli ti dice baciandoti sulla bocca, — tu sei bella.
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E sempre ricasco nel pensiero della bellezza. Non credevo che un padre, oltre l'affetto che tutti comprendono, dovesse nutrire pel suo figliuolo un sentimento così affine a quello di uno scultore per la sua statua. Io pure spio con trepidazione il viso di chi lo guarda, interpreto i sorrisi e commento i complimenti come un artista incerto dell'opera sua. Ogni sua bellezza mi pare un merito delle mie mani, ogni sua imperfezione l'effetto d'una mia svista. Ogni giorno mi si presenta in un aspetto diverso. Lo guardo e lo riguardo, di faccia, di profilo, davanti, di dietro, di sopra, di sotto; correggo cogli occhi certi suoi tratti; rimango perplesso; ci ripenso; ma finisco sempre col darmi una fregatina alle mani e dire che è un bel lavoretto.
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Gran livellatori del cuore umano i bambini! V'è una povera donna con un bimbo in braccio seduta sullo scalino della porta, che vede passare una signora in carrozza con un bimbo sulle ginocchia. Il bimbo della signora è vestito di velluto, il suo è vestito di cenci; quello ha un fascio di giocattoli, il suo non ha mai avuto giocattoli; quello mangia dei confetti, il suo rosicchia un pezzo di pan nero. Eppure degli sguardi che le due donne si scambiarono sui propri figliuoli, quello che espresse un sentimento d'invidia è quel della signora! La povera donna se n'accorse ed esclamò con un fremito di orgoglio: — Il mio è più bello!
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Io non so se tutti i padri vedano nei loro bambini quello ch'io vedo nel mio; so che più lo guardo e più ammiro l'infinita amabilità dell'infanzia, che mi pare un compenso dato da Dio alle ansietà e alle cure ch'essa ci costa. Ha dei movimenti di capo, delle espressioni di stupore, dei lampi di sorriso, dei gesti sfuggevoli, dei vezzini, delle civetterie, dei nonnulla inesprimibili che mi strappano un grido d'amore. — Non provocarmi! — gli dico qualche volta. E in questa grazia incantevole di gesti e di atteggiamenti, una varietà immensa, una trasfigurazione continua, una sorpresa ogni momento. Mi pare che chiuso con lui in un castello solitario, senza libri, senza lavoro, senz'altra cura che di custodirlo, non avrei un'ora di noia.
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Comincia, parlando, a legare insieme due proposizioni. È un gran piacere per me il seguire attentamente l'estrinsecazione laboriosa del suo pensiero, vedere con che bizzarri artifizî esprime l'idea più semplice, con che buffe contrazioni del viso pronunzia ogni parola nuova, come tira e scontorce e spreme il suo piccolo capitale di venticinque parole; che stroppiature mostruose, che sgrammaticature colossali, che spropositi enormi e incredibili, mette fuori colla più ingenua sicurezza, e qualche volta guai a chi gli ride in faccia! E notare come in questo suo linguaggio stravolto e spropositato, un giorno si raddrizza una parola, un altro giorno si combina una concordanza, e a poco a poco i vocaboli si dispongono in ordine, e le consonanti difficili escono spiccate e sonore, fin che lo strumento completato e accordato, potrà prendere parte al concerto della conversazione domestica, non facendo più che qualche stonatura per caso.
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È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto, questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita, fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi rattrista.
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Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo, ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre ragionevoli.
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Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah! non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una notte di lavoro, scontare ogni tuo vestitino nuovo con una ruga della fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora.
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Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca, la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime, chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi; e poi tornare a casa pensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente colla fronte inchiodata sulla culla.
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Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio destino.
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Questa mattina, fra le altre sue stranezze, ho scoperto ch'egli crede che gli uomini siano fatti di legno, e per quanto gli abbia detto.... — Interrotto dalla caduta d'una palla di gomma elastica che rovesciò il calamaio.
SOPRA UNA CULLA
I.
Sono tre giorni che ha 'l visetto bianco E gira l'occhio illanguidito e lento, E non cerca la madre, e leva a stento Le braccia dimagrate e il capo stanco.
Parla, dottore — dirami aperto e franco La triste verità ch'io già presento; E tu fa core, amica; — ecco il momento; Dammi la mano — e sta stretta al mio fianco.
E grave? — .... Assai? — .... C'è da temer la morte? Ebbene, amica — qui — qui sul cor mio, E opponiamo al dolor l'anima forte.
Ma no! non posso! mi si spezza il core! Ho bisogno di piangere! Mio Dio, Pietà! M'uccido se il mio bimbo muore!
II.
Bambino mio, cos'hai? cosa ti senti? Sorridi — guarda — moviti — respira; Non vedi il padre tuo, qui, che delira? Non le senti le sue lacrime ardenti?
Non lacerarmi il cor co' tuoi lamenti! Oh dottore — soccorrilo — egli spira; Vedi come già trema, e come gira Gli sguardi tralunati e semispenti.
Che aspetti dunque? Di parole vane Non è più tempo! Salvalo, per Dio! Prova! Tenta! non hai viscere umane?
No, no, perdona! io son pazzo, lo vedi; Ma salva dalla morte il bimbo mio, E bacierò l'impronta de' tuoi piedi!
III.
Come ha già il volto smorto ed affilato, Povero bimbo, povero angioletto! Ah per pietà, coprite quel visetto; Non lo posso veder così mutato.
Appena appena gli si sente il fiato Ed un leggiero tremito nel petto; Sembra già morto — ha già mutato aspetto; Ha chiuso gli occhi — è immobile — è diacciato!
Dottore! Amica mia! Ma dunque è vero! Egli morrà! Lo porteranno via! Porteranno il mio bimbo al cimitero!
Il mio bimbo! il mio cor! Ma rispondete! Dite che è un sogno della mente mia, O mi spezzo la fronte alla parete!
IV.
Che? — C'è speranza ancor ch'egli non mora? Non è la tua pietà — dottor — che mente? È salvo se fra un'ora si risente? Se fra un'ora il suo volto si colora?
Un'ora! Un'ora eterna! Un'ora ancora Per vederlo morir più lentamente! Ma prima sarò anch'io morto — o demente, O invecchierò di trenta anni in quest'ora.
Ebben — coraggio — starò qui prostrato, Muto — aspettando colle braccia in croce Che il mio povero bimbo sia spirato.
Ed aspetta anche tu — cara — pregando; Non alzar contro Dio l'incauta voce.... Inginocchiati qui.... te lo comando!
V.
Pietà, tremendo Iddio! Pietà, Signore! Nel santo nome della madre mia. Pietà del mio bambino in agonia, Non rapite quest'angelo al mio core.
Io redento dal pianto e dal dolore Vivrò una vita santa, umile e pia, E non avrò più senso che non sia Bontà, dolcezza, pentimento, amore.
E se è fermo nel Vostro alto consiglio Ch'egli debba morir — ch'io non intenda La voce che dirà: — non hai più figlio!
Datemi, eterno Iddio, questo conforto; Ch'io non la senta la parola orrenda; Ch'io resti prima o forsennato o morto.
VI.
Povero core! Povero bambino! Era un angiolo d'anima e d'aspetto; Pareva un fiore — e qualche riccioletto Gli usciva già di sotto al cuffiettino.
La notte, lo cullavo — e sul mattino Venia — nudo e ridente — nel mio letto, E sgambettando mi puntava al petto E contro il volto il suo rosso piedino.
Ed ogni sera — in lui rapito — chino Teneramente sul suo bianco nido Gli coprivo di baci il corpicino;
E in mezzo ai baci mi fuggía dal core Un gemito, un singhiozzo, un riso, un grido, E cadevo in ginocchio ebbro d'amore.
VII.
Addio, mia bella visïon fuggita, Bel sogno mio svanito sull'aurora, Larva adorata che brillasti un'ora Sul deserto cammin della mia vita!
Non tutta ancor l'anima mia smarrita Può intendere il dolor che la divora; Ancor vaneggio; — non lo sento ancora Tutto lo strazio della mia ferita.
Avrò per sempre il mio bimbo morente Dinanzi agli occhi — ed il mio labbro muto Cercherà la sua fronte eternamente.
Arte, fede, avvenir, gloria, fortuna, Speranze, gioventù — tutto è perduto; Tutto è morto e sepolto in questa cuna.
VIII.
No! non lo credo! Tu m'inganni! Giura Che dici il vero! Per pietà, dottore, Non lacerarmi un'altra volta il core, Non ti far gioco della mia sventura!
È uno scherno crudel della natura! È un vano inganno! È un sogno mentitore! È salvo? Vive? Vive ancor? Non muore? Ah! la povera mia mente s'oscura!
Indietro tutti — via da me — lasciate Ch'io profonda sul mio santo angioletto Questa piena di lacrime infocate!
Ride! Parla! Mi guarda! Eterno Iddio, Che il grande nome tuo sia benedetto! Mio figlio è salvo — l'universo è mio!
GIOVANNI RUFFINI
Un giorno, a Parigi, ricevetti una lettera con questo poscritto: — «Se non lo sa, le annunzio che il Ruffini, l'autore del _Dottore Antonio_ e del _Lorenzo Benoni_, sta in via Boulogne, numero trentasei.»
Vi sono molti che pure desiderando vivamente di conoscer di persona un uomo illustre che amano ed ammirano, per nulla al mondo andrebbero a bussare alla sua porta senz'essere accompagnati da un conoscente comune, o avere in tasca una lettera di raccomandazione, o essere stati assicurati in mille modi che possono presentarsi senza timore di parere impertinenti. Per me, quando ho un desiderio di questa natura, trovo che la maniera più naturale e più dignitosa di soddisfarlo, è quella di andar per la via più corta a casa del personaggio, e dire alla cameriera che viene ad aprire: — Abbia la bontà di annunziare al padrone che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio di vederlo. — Non mi conosce? che importa? O che vado là per far ammirar me, e non per ammirar lui? Ma potrebbe supporre che vi abbia condotto a casa sua una curiosità volgare, o l'ambizioncina di dire poi che l'avete conosciuto. Ma che! Se è un uomo d'ingegno deve aver l'occhio fino e conoscere gli uomini: gli basterà guardarmi in viso e sentire il suono d'una mia parola, per capire che il cuore che mi batte, ch'egli mi fece del bene, che ho della gratitudine per lui, e che v'è più rispetto e più amore in quella mia risoluzione di farmi innanzi così alla bella libera, che in tutte le esitazioni e in tutti gli scrupoli degli ammiratori timidissimi.
Andando per via Clichy verso via Boulogne, pensavo al _Dottore Antonio_, che avevo letto cinque anni innanzi, di primavera, all'uscire di una grave malattia. Pei libri che si lessero la prima volta in tempo di convalescenza, quando pare di esser rinati a un'altra vita, e stando ancora in letto più per prudenza che per bisogno, si guarda colla curiosità d'un prigoniero quel po' di cielo azzurro che appare dalla finestra, e quella ciocca di verde che spunta sul terrazzino della casa dirimpetto; pei libri che si lessero in quei giorni, qualunque essi sieno, si nutre un sentimento particolare di gratitudine. Se poi son libri che facciano amare soavemente quella vita che si è temuto di perdere, e desiderare con ardore quel lavoro che ci fu tanto doloroso di smettere, e ammirare con entusiasmo quella natura varia e bellissima che le quattro pareti della nostra stanza ci hanno nascosta per tanto tempo; se son libri, in una parola, che aggiungano una nota dolcissima all'inno di gratitudine che si alza dal nostro cuore verso tutto quello che è intorno noi e sopra di noi, come se ogni cosa si rallegrasse della nostra salvezza, e ci animasse a rimetterci in cammino con coraggio; allora quei libri diventano amici di tutta la vita, e il nome di chi li scrisse ci resta nell'anima come il nome di un benefattore.
Entrando in via di Boulogne mi ricordai delle affettuose parole colle quali un amico mio mi espresse un giorno l'impressione che aveva ricevuta dai romanzi del Ruffini. — È uno di quelli scrittori, ai quali, dopo letto l'ultima pagina d'un loro libro, domandereste un consiglio per pigliar moglie, confidereste una vostra sorella per un viaggio, rimettereste nelle mani denari, memorie secrete, lettere intime, ogni cosa.
Tirai il campanello, mi aperse una vecchia cameriera. — C'è? — C'è. — Abbia la bontà di dirgli che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio di vederlo. — Scomparve, e tornò di lì a un minuto a dirmi ch'entrassi.
Entrai in una cameretta modesta — lo vidi — aveva capito — mi venne incontro sorridendo — balbettai qualche parola — sedemmo.
I primi momenti in cui si trovano l'uno di fronte all'altro un uomo illustre e uno sconosciuto che è stato spinto verso di lui da un sentimento di ammirazione e di affetto, passano quasi sempre in silenzio, poichè il visitatore, lì per lì, è occupato suo malgrado a fare un raffronto tra la persona che ha dinanzi e quella che si raffigurava; e l'uomo illustre, dal canto suo, indovinando quel raffronto, per quanto sia superiore ad ogni sentimento di vanità, rimane sospeso nell'atto di cercar negli occhi dell'ammiratore l'impressione che la sua persona gli produce. Fuor che nei momenti dell'inspirazione, il viso di uno scrittore o d'un artista non riflette mai così limpidamente la bellezza dell'ingegno e del cuore. Vi si vede una soddisfazione serena, mista a un non so qual leggiero turbamento di pudore virile, che farebbe parer bello anche un viso non bello, e desterebbe un moto di simpatia anche in un'anima dalla quale fosse svaporata ogni freschezza di sentimenti gentili.
Il Ruffini ha l'aspetto d'un buon padre di famiglia; uno di quei bei volti aperti e soavi, che in questi tempi, come dicono coloro che hanno per intercalare _il mondo peggiora_, non si vedono più; una di quelle fisonomie che ricordano certi grandi ritratti che ornan le sale delle case patrizie. Così a occhio si direbbe che ha una sessantina d'anni; e godo di poter aggiungere che ha l'apparenza d'un uomo destinato a sbarcarne altri sessanta. Però malgrado il suo aspetto pacato, s'indovina da certi moti risentiti delle labbra e da certi suoni profondi della voce, che la sua vita deve essere stata agitata da passioni vigorose e afflitta da qualche grande dolore. Come nelle pagine del _Dottor Antonio_, così sul suo viso, nel suo accento, nei suoi discorsi vi è qualche cosa di melanconico. Ma è una melanconia temperata di tanta benignità e di tanta dolcezza, che non se ne sente punto l'amaro. Ha poi una semplicità infantile di modi e di linguaggio, che vi fa parere d'essergli sempre vissuti insieme, e una maniera di guardarvi e d'interrogarvi come se foste voi in casa vostra, ed egli ci fosse venuto, mosso dallo stesso sentimento che condusse voi a casa sua.