Part 13
Molte volte bastava una semplice osservazione per farmi ravvedere; ed era quando si trattava di tutte quelle piccole affettazioni, che sono nella lingua ciò che sul viso umano sono le smorfie, le rughe, i vezzi ridicoli, i mille segni e atteggiamenti sfuggevoli e inesprimibili, che rendono una persona antipatica; affettazioni delle quali molti scrittori italiani, anche valentissimi, non si sono ancora spogliati, e che sebbene paiano difetti di poco o punto rilievo, deturpano lo stile e rendono i libri noiosi.
Leggevo, per esempio, nei miei scartafacci: — «Cadde sul _destro_ piede.»
— Perchè non sul piede destro? — mi domandava.
— Perchè è meno elegante, — rispondevo. Si metteva a ridere così di cuore che io tiravo un frego sull'eleganza.
Leggevo: — Partissi da casa....
— Ma perchè non _partì_ da casa? Che direbbe di me se le dicessi che questa mattina _partiimi_ da casa d'una mia amica e _andaimi_ a casa d'una parente?
Leggevo: — Prese quel partito, _però che fosse_ l'unico ragionevole che....
— Oh terrore! — esclamava accompagnando la parola con un gesto drammatico.
— Ma è italiano! — io dicevo.
— Ma e batti con questo italiano! Vuole scommettere che senza dire mai nè una parola nè una frase che non sia italiana, io, questa sera, nel mio salotto, parlo in maniera da far scappare tutti i miei amici?
Non erano mica, come si vede, correzioni di errori di grammatica o d'altri strafalcioni gravi. Erano quasi sempre cambiamenti di una parola in un'altra di senso affine, trasposizioni, raddrizzamenti di frasi torte, tocchi e ritocchi da nulla; ma che facevan mutar faccia a un periodo e colore a un pensiero, e dove il lettore avrebbe inarcato le ciglia o non badato, facevano sì che o non badasse o sorridesse di compiacenza. Era soprattutto un insegnamento continuo intorno al modo di distribuire e di combinare tutta quella parte minuta della lingua, tutto quel tritume di monosillabi, che è la maggior difficoltà delle lingue moderne; di distribuirlo e di combinarlo in maniera, che il linguaggio non ne rimanesse irto e rotto, le giunture dei periodi rigide, i passaggi stentati, il suono sgradevole, come vediamo accadere al più degli scrittori non toscani. Erano delicatezze di lingua alle quali non avevo mai pensato, che anzi non avevo mai neppur sentite nei buoni scrittori, o le avevo sentite nell'effetto complessivo del loro modo di scrivere; ma senza rendermi ragione del come e del perchè. — Paiono inezie, — mi diceva quella colta signora; — e molti ne ridono; ma a pensarci bene, sono cose essenziali per chi voglia scriver bene. Perchè in che altro si distingue uno scrittore elegante ed efficace da uno scrittore rozzo e sgradevole? Scriverebbero tutti bene ad un modo, se lo scriver bene consistesse nel non violar la grammatica, nel non adoperare nessuna parola e nessuna frase della quale non vi sia esempio negli scrittori, nel far capire, presso a poco, quello che si pensa. L'eleganza, la grazia, l'arte vera del parlare e dello scrivere, sta tutta nelle _segrete cose_, nei nonnulla che sfuggono all'attenzione dei più, in un'armonia che gli orecchi non educati non sentono. E in questo, se ne persuada pure, signor mio, e _lasci dir la gente_: i toscani possono insegnare qualche cosa ai loro fratelli d'Italia.
Di questa verità non erano persuasi, neppure dopo due o tre anni di soggiorno a Firenze, molti Italiani delle Provincie settentrionali, per i quali l'aspirazione toscana, il _te_ per il _tu_, il _dai retta_ per il dà retta, l'_un_ per il _non_, e qualche altro idiotismo eran cose che, messe nella bilancia, facevano saltare in aria tutte le grazie, tutte le ricchezze, tutte le meraviglie del linguaggio toscano. Ma nel fatto era come se ne fossero persuasissimi; perchè senza volerlo, imparavano a parlare ed a scrivere; la loro lingua si snodava; adoperavano, senza accorgersene, modi vivacissimi e frasi semplici e piene di garbo, per dir cose che esprimevano prima con perifrasi e giri di parole ridicoli; si abituavano a raccontare e a scherzare senza compasso e senza fatica; e in fine canzonavano l'italiano stentato e mal connesso dei nuovi arrivati a Firenze, e trovavano insopportabili certe maniere di scrivere che avevano ammirate fino allora con pecoraggine scolaresca.
Vi sono però molti, i quali andarono per qualche loro faccenda a Firenze, stettero una settimana all'albergo, sentirono bestemmiare i fiacchierai in piazza della Signoria, colsero a volo qualche frammento di conversazione in mezzo alle erbivendole di Mercato Vecchio, passarono tutt'al più una serata in una famiglia fiorentina, e poi tornati a casa, dissero che a Firenze non c'è da imparare che qualche idiotismo, che la lingua italiana non è là, che un qualunque italiano colto può parlar meglio d'un toscano, che l'idea del Manzoni è una stramberia.
Dio vi perdoni e vi converta, signori.
UN BEL PARLATORE
Ogni volta che l'ho sentito parlare, mi sono persuaso che sono un barbaro e son tornato a casa umiliato.
Non so come parli alla Camera e sulla cattedra; suppongo che parli bene; ma non credo che l'eloquenza politica e la scolastica siano la sua vera eloquenza. Bisogna sentirlo in conversazione.
Qui è veramente ammirabile.
Prima di tutto, bisogna dire, per chi non l'ha mai visto, che la sua persona non toglie nulla, ma neppure giova gran fatto all'efficacia del suo parlare. Se ne può fare il ritratto in due tocchi: una gran zazzera sopra un viso magro ed irregolare nel quale brillano due piccoli occhi pieni d'ingegno. Ha un sorriso un po' canzonatorio, un gesto un po' curialesco, una voce dolce e pieghevole. È superfluo il dire che è nato in Toscana; ma necessario soggiungere che è senatore, e che ha passato di qualche anno la cinquantina.
Bisogna, dunque, sentirlo in conversazione.
È un po' pigro, anche a parlare; e perciò non è molto facile fargli scioglier la lingua. Se non è in vena, e se il soggetto della conversazione non lo tira, è capace di non aprir bocca in tutta la serata. Peggio, poi, quando s'accorge che lo si vuol far parlare per starlo a sentire. In questo caso è timido e cocciuto come un bambino. Un giorno una signora, sollecitata da un amico curioso, gli mise dinanzi un libro di poesie (poichè legge mirabilmente i versi) e lo pregò ripetutamente di leggere. — Ma come vuole che io legga, — egli rispose quasi indispettito, — con tutto questo apparato? Diventerei rosso fino alla radice dei capelli! — E non ci fu verso di fargli leggere un rigo.
Bisogna ch'egli s'impegni in una conversazione quasi senz'accorgersene, che vi scivoli, che vi si trovi legato senz'averlo voluto. Una volta che ha preso la parola, gl'interlocutori a poco a poco tacciono e diventano ascoltatori. Allora egli non si avvede d'essere sul palco scenico e la platea può esser sicura d'avere il fatto suo.
Seduto in un angolo del salotto, cogli occhi socchiusi e il sorriso sulle labbra, passandosi di tratto in tratto una mano sul ciuffo, poi sulla fronte, e poi sul mento, egli dice mille cose argute e gentili con una grazia e una nobiltà di forma e d'accento che è impossibile a esprimersi. Parla lentamente e pesa le parole, ma senza sforzo; si direbbe che le scocca, che le fa scattare l'una dall'altra, che sente e che fa sentire in ognuna di esse un valor nuovo, scoperto o piuttosto dato da lui, come un'effigie a una moneta. Qualche volta fa aspettare una parola, si capisce che la cerca, e che gli sfugge; ma la coglie sempre, ed è sempre la propria, la necessaria, quella che s'aspettava. Talora si direbbe che ha compiuto l'espressione del suo pensiero, e non è; aggiunge ancora un aggettivo, un avverbio, un monosillabo, che fa sempre l'effetto dell'ultimo tocco d'un pittore sicuro. Si direbbe che cerca le difficoltà per pigliarsi il piacere di vincerle. Non gira mai intorno al proprio pensiero. Scava dentro di sè, mette fuori tutto, fa comprender tutto; colorisce, brunisce, orla, frangia, si trastulla in mille modi colla sua lingua; tocca con una destrezza meravigliosa soggetti disparatissimi, si diverte a sguisciar di mano, fa mille sorprese colla frase e coll'inflessione della voce; e di qualunque cosa parli, sia di filosofia, sia di finanze, sia di letteratura, sia di corbellerie, ha sempre la stessa evidenza e lo stesso colorito caldo e brillante di linguaggio, che seduce egualmente uomini, signore e bambini.
Qui dovrebbero essere, — pensavo io quando l'udivo parlare, — coloro che dicono che _scrivere come si parla è la sapienza degli ignoranti_. Essi mi direbbero forse che questo signore, per quanto parli bene, scrive certamente meglio. Meglio, sì, ossia, con più ordine, con più sobrietà, con un nesso più stretto fra pensiero e pensiero, fra periodo e periodo; meglio, in una parola, _ma non in una maniera diversa_. Ossia non adopera, scrivendo, nè una frase nè una parola che non adopererebbe parlando, e scrive nondimeno con una eleganza e una nobiltà di stile e di lingua ammirabile. Egli può studiare a memoria quello che scrive e ripeterlo in conversazione, senza che nessuno s'accorga che sia stato scritto. Leggendo la sua prosa, par di sentir parlar lui; lui, — notiamo bene, — lui nascosto dietro una cortina o coll'anello di Gige nel dito; e non un altro personaggio che non si sa chi sia, un personaggio non vero, un terzo fittizio che si caccia fra l'autore e il lettore, un burlone che si vergognerebbe di parlare come scrive e si vergogna di scrivere come parla, un vanitoso imbellettato, un ipocrita letterario, un ciurmadore di parole. Scrivere come si parla vuol dire scrivere come vorremmo saper parlare; osservare, scrivendo, le stesse leggi che ci sforziamo (e non ci riesce sempre, perchè ci manca il tempo per riflettere), di osservare parlando; non mettere sulla carta nessuna frase, nessuna parola, nessuna trasposizione di parole, che usata parlando, in un crocchio di persone educate, colte e nemiche d'ogni affettazione e d'ogni caricatura, farebbe inarcar le ciglia o dare in uno scroscio di risa o dire che siamo pedanti o pretenziosi o sciocchi. Col quale principio, ch'era quello del Manzoni, se si esaminano nove su dieci dei libri italiani, e quelli per i primi di cui son colpevole io, mi duole il doverlo dire, si trova ogni momento una frase, una parola, un'attaccatura, un'inflessione di periodo, un qualche cosa, insomma, che non va, che non ha una ragione d'essere, che non dev'essere _scritto_ perchè non può essere _detto_, che ci farebbe arrossire se ci sfuggisse discorrendo con una signora, che è un'eleganza, come diceva il Manzoni, del cassone, una ruga dello stile, una smorfia della lingua. E con questo si spiega come al Manzoni non finisse di piacere nessun prosatore italiano. Cercava il suo ideale e non lo trovava. Leggeva tendendo l'orecchio e non sentiva parlare, o _sentiva leggere una cosa scritta_. Diceva del Nicolini medesimo che _parlava meglio di quello che scriveva_. Nelle sue meditazioni tranquille e profonde sull'arte dello scrivere, non aveva trovato nessuna buona ragione colla quale si potesse giustificare una differenza qualunque tra il linguaggio parlato e lo scritto, su _qualunque materia_ si scriva, poichè nel dialogo sulla _Finzione_ egli scrisse cose altissime e stupende di filosofia e di morale senza scostarsi dalla lingua, dalla forma, dal tono d'una conversazione famigliare. E se qualche volta, in quello e in altri scritti, se n'è scostato, se n'è accorto poi e ha mutato, e se non ha mutato, sentiva che avrebbe dovuto mutare, e non c'è bisogno d'averlo conosciuto intimamente, per poter dire che sapeva di non essere riuscito a scrivere in tutto e per tutto come voleva, a incarnar meglio il suo principio, a dare l'esempio più strettamente conforme alla teoria.
Così la pensa il _bel parlatore_ di cui ho parlato, il quale, se scrivesse dei libri, sarebbe col fatto il più potente propugnatore della teoria manzoniana, com'è, parlando, il più ammirabile maestro di conversazione ch'io abbia conosciuto. E l'ho in fatti per un tale maestro che quando mi viene sulla punta della penna un'espressione o una parola o un giro di periodo sospetto, chiudo gli occhi, mi raffiguro lui che parla, intrometto furtivamente nel suo discorso quella parola o quell'espressione, e se non la sento stridere, la scrivo; se stride, la caccio in bando del mio regno.
Forse, s'egli leggesse queste pagine, direbbe che il mio regno è popolato di bricconi e mi consiglierebbe di bandire ancora. Abbia pazienza, caro maestro; mi lasci un altro po' di tempo e le assicuro che «sarà fatta giustizia» e «forza rimarrà alla legge.»
DALL'ALBUM D'UN PADRE
(A VITTORIO BERSEZIO.)
Questa creatura che occupa tanta parte della mia vita, e senza la quale mi sembra che non potrei più vivere, come se fosse legata a me da un'arteria invisibile, tre anni sono non esisteva nemmeno nella mia mente! È strano. Mi pare che ripensando profondamente al mio passato, dovrei trovarne qualche traccia, qualche preannunzio. Cos'è quest'apparizione? Di dove vieni? Chi sei? Che sei venuto a dire nel mondo? Qual è il tuo perchè, straniero? Che cosa cerchi, sconosciuto? Perchè al mio appello hai risposto tu, cogli occhi celesti, e non un altro cogli occhi neri? Rispondi, personaggio misterioso.
* * *
L'età più bella dei bimbi, per chi ha occhio d'artista oltre che cuore di padre, è quando passano ancora ritti sotto la tavola e si può reggerli con una mano sola, portarli a cavalluccio sul collo, nasconderli sotto un giornale, metterli in prigione in mezzo a due vocabolari; e tutto il loro vestiario, dalla scuffietta alle scarpe, sta comodamente dentro un vecchio cappello del babbo. A quell'età la madre impazzisce per infilare una calza al suo bimbo; ma quando una volta su dieci egli vi spinge il piedino dentro da sè, essa lo abbraccia con impeto ed esclama alteramente: — Sei un uomo!
* * *
Hanno un visetto che pare una mela cogli occhi, un collo esile che si cinge quasi col pollice e l'indice, due manine che c'è bisogno di guardarle per persuadersi che hanno già tutt'e cinque le dita e un piedino che proprio non si può pigliare sul serio. La loro testina, secondo il momento che gliela fiutate, ha odore di passero, di micio, di coniglio, di nido di rondini, di mattoni, di legno, di vernice, d'olio di lume, di tutto quello che c'è in casa, che essi possan toccare; e il fiato un leggiero odore latteo misto colla fragranza di non so che fiori; un fiato che, ad aspirarlo, par che debba far bene al sangue, come l'aria della campagna.
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Eppure v'è chi non ama queste creature! Io vedo col pensiero un bambino roseo e ridente che dalle braccia di sua madre tende tutt'e due le mani in atto amoroso verso un signore lungo, stecchito e severo, il quale dà indietro con un movimento quasi di ripugnanza, e facendo un sorriso forzato, gli agita dinanzi agli occhi un dito nodoso che non vuol essere toccato. Oh uomo lungo, stecchito e severo, sii pure un grande ministro o un letterato famoso o un fondatore di opere pie: io ti detesto.
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Bisogna vedere come sono atteggiati nella culla, la mattina, prima che si sveglino. Chi può trattenere i baci e le risa? Sono atteggiamenti di soldati morti sul campo di battaglia, atti di dolore disperato, contorsioni d'acrobatici, abbandoni svenevoli d'innamorati languenti. Ora son tutti in un gomitolo sul cuscino, ora rintanati sotto, ora capovolti, in modo che cercando il visetto trovate la punta dei piedi, e volendo afferrare un piede ficcate il dito nella bocca. E allora è bello pigliar tutto in un fascio bimbo, lenzuola, coperta e coltrone, e fuggir per la casa, colla preda calda fra le braccia.
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Chi vede senza ridere un bambino di tre anni, quando appena svegliato, vestito e messo in terra, rimane un momento immobile, soffregandosi gli occhi, e poi va innanzi a passo lento, tutto d'un pezzo insonnito, scarmigliato, di malumore, piagnucolando e guardando la gente di traverso; — o quando è preso dal freddo, che ha il nasino livido, e cammina a passetti di marionetta, facendo la gobbina, e mille vezzi e graziette minuscole, come per dire: — Son piccino, sono una cosa da nulla, scaldatemi o sparisco; — o quando tuffa mezzo il capo in un tazzone di caffè e latte tenuto a due mani, e tracannando avidamente, fa la guardia colla coda dell'occhio a un pezzo di biscotto sul quale sospetta che voi abbiate qualche intenzione ostile; — chi vede queste cose senza ridere, non ha un senso comico delicato.
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A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio, e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza, inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi lavare la faccia.
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Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini, il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato, falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e sentito una voce sovrumana.
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Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato, squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro. Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta, via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta! Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha messo un cappelletto di carta sulla testa.
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Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a che tenue filo è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri! Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere.
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Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino, scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole, inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta. Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina.
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Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi! Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto; mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa, farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita, t'adoro!
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Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi, — nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato. Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco.
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Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia, come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, — pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio, di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile, stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena nel petto e cadrei senza vita.
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Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria, sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che pace nel mio cuore!
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Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico; quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole, mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui! Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo, supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle lagrime, di non uscire dalla via dell'onore.
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