Part 12
Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo, ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti: — Di quei figliuoli non ne _rinasce_ (invece di _rinascono_). — C'_è morto_ pezzi di giovinotti (invece di _ci son morti_), ecc., che non han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — _Il mio omo è da tre settimane che si sente male._ — A casa ci sta il mio nonno _che gli voglio_ un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una disgrazia grande. — _L'uva ce n'è di tante_ specie. — La maremma _son_ tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina. _Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di prezzo_, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli stesso ha scritto nei suoi _Promessi Sposi_ (edizione corretta), oltre a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — _Tutti coloro che gli pizzicavan le mani...._ — _Queste sono sottigliezze metafisiche che una moltitudine non ci arriva...._, ecc. Ma nonostante l'illustre esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi regolare. Non trovo che il dire _tutti coloro a cui pizzicavan le mani o che si sentivano pizzicare le mani_, ecc., sia tanto pedantesco, tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo; ma _come si parla_ da chi parla bene, correttamente ed elegantemente. Ora io scommetto che nessun toscano colto dice _coloro che gli pizzican le mani_ altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà, per esempio, _coloro che si sentono pizzicar le mani_. È grammaticale e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti, lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio Broglio scriva nella sua _Vita di Federico II_: — _I compagni gli riuscì di fuggire._ La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere invece: — _Ai compagni riuscì di fuggire!_ — Dove andremo a riuscire se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero, molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; _i cicalini, il caldo li sollecita_. — _Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge._ — _Questo stromento_, vedete, _è la prima volta che me ne servo_. — Si sentiva un gran fracassío di voci; _ma vedere, non si vedeva niente_, ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si sputa.
Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro dialetto, come se fossero tutti e necessariamente _non italiani_ per la sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio, gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde: — _Altro, se le sa!_ — _Addio, e questa volta non star più tanto_ a scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa che a me; _per essere_, (è una contadina che parla del marito) ho inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene, perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le chiama. Per esempio: — Troverò io _il verso e la maniera_. — _Senza dire nè chè nè come._ — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre: — _Senza sapere nè perchè nè per come_ — _Senza dire nè asino nè bestia_, — non ne seppe _nè grado nè grazia_, — _non fa nè ficca_, — _non cresce nè crepa_, — una lingua che _taglia e fora_, che _taglia e fende_, che _taglia e cuce_, — _dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia e martella_ — sono d'accordo _bene_ e _meglio_ — _sono un paio e una coppia_ — è lei in _petto_ e _persona_ — viene in casa _spesso e volontieri_, ecc., ecc.
Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri; chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere, terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: _son sceso perchè avevo da dire una parola al tale_, volendo parlare in punta di forchetta, mi disse: — _son sceso per via d'una parola che avrei avuto l'idea_, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi pare forestiere lei _perchè la sua parlata non combina colla nostra_. Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci; siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse ingenuamente: — _Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi l'italiano!_ —
III.
I contadini parlano spesso e volentieri della loro salute e dei loro malanni, e per questo v'è nel libro del Giuliani un gran numero di espressioni efficacissime relative a quell'argomento.
_Una volta gagliardo era che sfidava il vento_, dice un contadino. — _Fora l'aria come una saetta._ — _Va che manco una saetta l'arriva._ — _Corre che vola._ — _Ha un braccio che non c'è il compagno._ — _Sta bene in gamba._ — _Mangia di voglia._ — _È pochino_ (piccoletto della persona) _ma saldo più dell'acciaio_.
Ma pur troppo occorre più spesso di parlar di malanni che di salute, e quindi v'è più messe di lingua da mietere in quel campo che in questo.
— Poveretto, a vederlo, _casca da tutte le parti_, — _rifiata a stento_, — è bianco morto, _senza nemmen la forza di rifiatare_. — È _all'ultime fiatate_. — _Ha un viso da campar più poco._ — _In otto giorni che ha le febbri_ non si conosce più. — Poverino, a che s'è condotto! Che voglia durarla a lungo, non credo: _le pere mezze_ (quasi sfatte) _a una ventata sono in terra_. — Quando viene il colpo mortale, _si casca giù come pere mezze, e dove uno batte ci resta_. — _Si strugge a oncia a oncia_ e tanto ha sempre quel suo sorriso sulle labbra. — Non si lagnava neanco _quando il male lo cuoceva dentro_. — Le morì il babbo; _dalla gran passione si lasciò andare giù giù, strutta come una candela_. — È _schietta dentro_ (sana di viscere); ma non ha più la faccia _rosata_ come prima. — Ebbe un _grosso male, un male di pericolo_. — Ha una _freddagione_ che gli _mozza la vita_. — Ci ha un dente che quando _c'entra lo spasimo_ non _gli dà requie_. — A volte l'enfiagione è cosa di poco, _sfuma_ presto; ma se il male infuria, se ne va la testa all'aria. — Oggi _m'ha preso una pena tanto mai grossa_ allo stomaco. — Ho dovuto _tenere il letto_ per un mese, e non ho avuto nessuno che mi _guardasse_. — Avevo un erpete infistolito; dal gran _tribolamento_ mi sentivo mancare la vita; ma _tanto mi son ripigliata_, mi riebbi adagio adagio, e questa _la riconto_. — A un tratto cascò morta _e non c'è stato più verso a farla risentire_. — La peggior vita è non essere nè sano nè malato, nè dentro nè fuori, nè di qua nè di là; essere tra la vita e la morte; onde si dice di uno _che non muore_ e _non campa_. — Dopo quella caduta, questa gamba non mi _dice_ più come prima.
E si veda se è possibile dipingere più mirabilmente una figura umana di quello che fa una povera contadina colle parole seguenti: — .... _Ma gli ha i segni della morte in faccia; non vede più lume, sdentato, il capo senza un pelo, e con quella faccia grinzosa, che la morte non si può figurare più al naturale._ — Qui vocaboli, elissi, cadenza, sintassi, tutto giova all'evidenza della descrizione. Son tante pennellate e non ce n'è una superflua nè una che manchi. Qualcuno, son certo, leggendo le parole e frasi sopra citate, dirà che le _conosceva_. Ne son persuaso. Ma convien ripetere la solita osservazione. In materia di lingua _conoscere_ non significa _sapere_, perchè _sapere_ vuol dire avere alla mano, sulle labbra, pronto al bisogno: vuol dire _servirsi_ della lingua. Che importa sapere che esiste l'espressione _cosa di poco_, per esempio, se ogni volta che occorre di esprimere quell'idea, si dice, ci scappa detto o ci vien scritto invece: _cosa di poca importanza_? Ognuno di noi, italiani delle provincie settentrionali, possiede nei ripostigli della mente una parte di lingua viva, efficace, bella, — una parte della lingua raccolta nel libro del Giuliani; — ma che non adopera perchè non è ancora abbastanza _sua_, perchè appunto l'ha nei rispostigli della mente e non sulla punta della lingua e della penna, come i Toscani ce l'hanno. Per questo lo studiar la lingua, per una persona colta delle nostre provincie, non è tanto un imparare parole e modi nuovi, quanto un ravvivare nella memoria, un rimestare, un impadronirsi meglio di quello che già si è acquistato; imparare a spendere il tesoro nascosto; addestrarsi a maneggiare per tutti i versi lo strumento che si sa maneggiare per un verso solo.
Il _tempo_ è un altro grande argomento di discorso per i contadini; onde il libro del Giuliani è ricchissimo di espressioni e d'immagini che vi si riferiscono.
_Il sole cuoceva la carne sull'ossa_, dicono. — _Per la via s'avvampava._ — Con questo caldo _s'avvampa vivi_. — Il sudore _ci casca in terra a goccioloni_. — Badi: _sul buon del giorno_ si vive bene quassù; il _crudo_ è la mattina e la sera. — Oggi ve la siete scaldata a codesto sole la groppina? — A queste _solate_. — A queste _nebbiate_, — Signore! par d'esser rinati nel riveder la faccia del sole! — _È un'aria che fa riavere!_ — Quelle chiare giornate che si campa tanto volentieri, passano come un lampo! _E ci rientra_ tante faccende allora! _Le giornate d'ora_ (inverno) _rilucono appena_. — Oggi tirava un vento che pareva di _fitto inverno_. — _Tirava un vento diacciato che arrivava alla midolla._ — _Che vita tribolata si conduce noi poveri, il verno per un verso, l'estate per un altro!_ — Nel verno _si tribola per un conto_ e d'estate _per un altro_. — A volte _il vento mena gran rovina_. — _Attaccò per bene a piovere_ sulla mezzanotte. — _Giù acqua e baleni_, pareva il finimondo. — Per ora non c'è _disegno_ di piovere. — È un tempo _perverso, infierito_. — E questa ammirabile descrizione che fa una povera contadina della montagna pistoiese, presso Castiglione: — Il _vento percoteva forte, i castagni svettavano_ (agitavano le vette, le cime), _l'aria rintronava, un mugolío si sentiva che mi parevano urli di morte_.
Ciò non ostante, mi pare che il linguaggio più immaginoso e più poetico sia quello che si riferisce all'agricoltura; e per questo l'ho serbato in fondo.
Ecco, per esempio, un breve discorso d'un contadino della Valdinievole, che è una vera meraviglia d'immagini, d'armonia, di gentilezza. Il Giuliani gli domanda una spiegazione del proverbio: _Sotto la neve pane e sotto l'acqua fame._ — Perchè, egli risponde, sotto la neve il grano _accestisce meglio_ (_accestire_ significa venir su con parecchi fili da un sol ceppo), _compone vita_ adagino adagino, piglia più campo. Si sa: dalle barbe _riscoppiano più fili e la figliolanza_ si fa maggiore. E poi, non si dubiti, che se il caldo viene a suo tempo, _la maturazione s'affretta a buon modo_: lo _spigame_ abbonda. Una moltitudine di spighe porta, che è una dovizia. Ma unguanno è venuta tant'acqua, che il grano _ammutolisce_: perchè, m'intende? l'acqua ripiove giù giù dalle barbe del grano e lo strugge. — Si metta questo discorso in versi ed è poesia della meglio.
«Nel corpo (ossia nella parte interna del castagneto), — dice un contadino di Montamiata, — _i castagni pigliano alterezza_» per dire che crescon meglio.
«Belli quassù i grani! — dice un contadino di Valdinievole, — _s'ergono su su col collo pieno; a vederli è una dignità_.»
Un contadino di Versilia dice al compagno: — Non lo gittare questo seme, credi a me, non è terra _degna_, non lo merita.
Un contadino pistoiese dice che basta una solata a far levare il capo all'erba, e che si rià a un tratto perchè il _sole è vita alle piante_.
Un diluvio d'acqua, — dice un senese, — è più una rovina che altro, ma se vien regolata, che la possa ricevere, _il campo gode e lavora_.
Le patate a questa _rinfrescata_ si _son risentite_, — dice un di Versilia, — e _godono_ che è un piacere a vederle.
Il grano, — dice un pistoiese, — è venuto adagino, pigliò vigore, e vede come _rizza il capo rigoglioso_! — _È pieno, tien corpo, è bene spigato._ — _Il sole quassù ha molta possanza_, ecc.
Vuol essere custodimento, — dice un pisano, — se si vuole che la pianta _venga in orgoglio_.
Il buon sugo (pure un pisano) rinvigorisce le piante, le mantien fresche e le fa _venire in essere_ a tutto punto.... Si cuoce a fiamma la legna che _prende essere_ di carbone.
Giù nelle fondate (un altro pisano) le viti non ci approdano: _è il trionfo dei grani_. — Miri che _trionfo_ di verde! — A volere che la campagna _trionfi_ ci vorrebbe un pochino d'acqua.
Son terre magre e sassose (un senese); _è uno sgomento a domarle_.
Il grano cresce rigoglioso ch'è una bellezza, proprio _una meraviglia di speranza_.
Pel freddo il faggio s'abbandona e resta _mortificato_; par che _il freddo gli rompa l'anima_.
È una pianta che vuol di molto custodimento, guai abbandonarla! _resta senza fiato_.
La terra dà quanto riceve; nutrita poco, dimagra come i cristiani, _e non ha più nerbo a reggere le piante; la terra rende frutto secondo che si nutrica, ecc., ecc._
E questo è quel «dialetto come tutti gli altri» o «il dialetto che più s'avvicina alla lingua» e che avrebbe «la pretesa di farsi considerar come lingua,» quel gergo toscano, infine, che l'ignoranza presuntuosa e cocciuta di molti non vuole nè ammirare, nè studiare, nè sentire. — Pare impossibile! — diceva il Manzoni, scrollando il capo, con un sorriso tra mesto e stizzoso.
QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE A FIRENZE
Che cosa può far dire il dispetto! Qualche tempo fa, essendo corsa la voce che il ministro della guerra voleva trasferire la Scuola militare da Modena a Firenze, perchè gli allievi avessero miglior modo d'imparare l'Italiano, un giornale dell'Alta Italia disse le seguenti parole tali e quali: — Che cosa potranno mai imparare (gli allievi) a Firenze? Qualche idiotismo, e nulla più. — È grossa, anzi crassa, o per dir meglio, briccona. Eppure, se vogliamo esser giusti, non c'è da meravigliarsene più che tanto, perchè l'opinione di chi scrisse quelle parole è l'opinione di molti e in Piemonte e in altre provincie d'Italia. Fino all'età di diciassette anni, mi ricordo d'aver sempre inteso dire nelle scuole, dai miei professori di letteratura italiana, che i toscani _parlano con affettazione_, che dicono _molti spropositi di grammatica_, che _scrivono male_, ecc., e mi ricordo pure che noi scolari piemontesi credevamo fermamente di conoscer la lingua meglio dei toscani. — I toscani, — dicevamo, — sapranno un maggior numero di vocaboli e parleranno con maggiore facilità; ma noi che studiamo seriamente la lingua, noi ne abbiamo senza dubbio una conoscenza più esatta, la scriviamo con più correttezza e la parliamo in modo più scelto. — Perchè il gran che, a quei tempi e in quelle scuole, era di scrivere scelto.
E infatti, quando andai per la prima volta a Firenze, per starvi lungo tempo, v'andai volentierissimo, ma coll'idea d'impararvi la pronunzia, non la lingua. Avevo la testa tutta imbottita di parole illustri, sapevo a memoria delle filze sterminate di periodi d'A_ntologia_, avevo con me una mezza dozzina di quaderni pieni di frasi di «buona lega,» di «italiane eleganze,» di «modi eletti;» e non mi passava nemmeno per il capo che il primo venuto dei fiorentini si potesse impancare a insegnarmi la lingua italiana; — i-ta-li-a-na, — ripetevo tra me — non toscana, buffoni.
Però, il giorno medesimo che arrivai a Firenze, appena uscito dall'albergo, ebbi una piccola mortificazione d'amor proprio. Due monelli di sette o ott'anni giocavano nella strada. Uno di essi teneva un coltellino aperto sulla palma della mano e nell'atto di pigliar la mira per gettarlo contro un uscio, diceva all'altro: — Sta attento: io lo tiro, vi si configge, oscilla e po' si queta. — La grazia, la proprietà, l'efficacia di quelle parole, mi colpì. Osservai che non v'erano nè idiotismi nè sgrammaticature. Interrogai la mia coscienza, e la coscienza mi rispose che, per dire quella stessa cosa, io mi sarei espresso altrimenti e men bene. Sentii un po' di dispetto e un pochino di vergogna. Ma fu un lampo. Ripensai ai miei quaderni e a certi: — bravo! — dei miei professori, e il mio orgoglio scolaresco rivenne a galla.
Conobbi dei fiorentini, frequentai qualche famiglia, passarono alcuni mesi.
Ahimè! Allora cominciarono le _dolenti note_.
Fin che, in una conversazione di molta gente, si trattava di parlare, colle solite frasi coniate, di politica, di letteratura, di teatri, il mio italiano correva a meraviglia. Ma quando ero faccia a faccia con una signora, e dovevo parlare delle mie faccenduole, esprimere sentimenti intimi, rispondere collo scherzo allo scherzo, raccontare, descrivere, discutere intorno ad argomenti delicatissimi, dire, in una parola, quei mille nienti di cui s'alimenta la conversazione famigliare libera e vagabonda, a tavola e accanto al fuoco; allora la mia lingua era restía, i miei frasoni scappavano come uccellacci selvatici, volevo dire una cosa e ne dicevo un'altra, m'impigliavo nei miei periodi come dentro una rete, stentavo, m'indispettivo, e qualche volta rinunziavo a esternare un mio pensiero per paura di non riuscirci. Quanti sorrisi leggerissimi ho visti guizzare sulle labbra dei miei ascoltatori, mentre parlavo; sorrisi che allora mi facevano fremere, e che ora benedico, perchè m'accorgo che furono i più utili insegnamenti che io m'abbia avuti in materia di lingua! Qualche volta una signora cortese mi dava amabilmente la baia, e anche questa era una eccellente correzione. — _Il tale_, — io dicevo, — _s'appressò a me_. — _T'appressa, Oreste!_ — essa esclamava con accento tragico. — Io esprimevo l'idea più semplice, poniamo il caso, con una frase ricercata ed altisonante, ed essa esclamava: — Oh come parla bene! — Ogni giorno cadeva dal mio vocabolario, ferito a morte da uno scherzo affilato, un piemontesismo, un francesismo, una pedanteria, una frase poetica. Ogni giorno mi confermavo meglio nella dolorosa persuasione che invece di _parlare_ italiano, _componevo_; che il mio tesoro linguistico era uno scrigno di diamanti falsi, e che se volevo riuscire a parlare e a scrivere a dovere, dovevo rimettermi a studiar daccapo. Son pur bestia! dicevo come Vittorio Alfieri nel suo sonetto a monna Vocaboliera.
Ma il cimento più duro per il mio amor proprio fu quando misi per la prima volta in mani fiorentine gli stamponi dei miei poveri scritti. Una signora mi presentò un giorno una quarantina di pagine tutte tempestate di punti neri. Mi morsi le labbra dal dispetto. — Vediamo, — dissi con la più profonda sicurezza di riuscir vittorioso alla prova, — vediamo e discutiamo. — Cospetto! — pensavo: — scrivere è tutt'altra cosa che parlare. Mi può essere sfuggito qualche sproposito; ma cento, non credo. Son fresco di studi, so dove ho pescato la mia lingua, citerò i passi degli scrittori. La vedremo.
Si cominciò.
— Questa frase non va, — mi diceva.
— Perchè non va?
— Perchè non ha garbo, perchè non viene spontanea a chi vuol dire quello che lei ha voluto dire.
— Ma l'ha adoperata il tale dei tali, e dicevo il nome d'uno scrittore consacrato.
— Me ne dispiace per lui; ha fatto male ad adoperarla; io non l'adoprerei davvero.
— Ma è o non è italiana?
— Ma anche conciofossecosacchè è italiano. Lei l'userebbe per questo?
— Ma come direbbe lei invece?
La cortese correttrice mi suggeriva la correzione. Era nove volte su dieci la semplicità sostituita all'affettazione, l'evidenza all'equivoco, la grazia alla pedanteria. Ma quella correzione era come un colpo di catapulta che faceva traballare tutto l'edifizio della mia educazione letteraria; e perciò io resistevo, mi dibattevo, citavo, cavillavo, qualche volta credendo davvero di aver ragione, e non di rado facendo dentro di me il proposito di non sottomettermi mai più a quella tortura. Ma il giorno dopo ci ripensavo, davo a me stesso di corbello e di cocciuto e facevo la correzione. E mi ricordo che mi meravigliavo di vedere, durante le discussioni vivissime, e qualche volta anche acerbe, che il mio testardo amor proprio sollevava, di vedere, dico, il viso della mia correttrice sempre pacato e sorridente. Non capivo ch'essa non s'impazientiva perchè era profondamente sicura d'aver ragione, e che io avrei finito per riconoscerlo. — Oh questa poi! — esclamavo qualche volta; — questa assolutamente non la passo! — Ebbene, ne riparleremo domani, — essa rispondeva. E il giorno dopo non c'era neppur più bisogno di parlarne.