Pagine sparse

Part 11

Chapter 113,449 wordsPublic domain

Dopo il vocabolario, i libri. Io leggerei quasi esclusivamente libri toscani, anche quei di poco o nessun valore per la sostanza, perchè in un libro scritto da un toscano c'è sempre, in fatto di lingua, qualche cosa da imparare; intendo di dire qualcosa di _speciale_, come diceva il Grossi, di _vivo_, che non si trova negli scritti più forbiti degli altri italiani. Tra questi libri toscani, ne sceglierei alcuni, od anche uno solo, da leggere ad alta voce o da farmi leggere mezz'ora tutti i giorni. Conosco un tale che scelse l'epistolario del Giusti. Ci sono molte affettazioni, molte _smorfie_; v'è in qualche punto la caricatura della naturalezza; v'è spinto sovente fino all'eccesso quello ch'egli chiamava il _parlare da serve_ o parlare alla _casalinga_, il contrario di quello definito da lui: — parlare tirato _a chiaro d'ovo di grammatica e di vocabolario_. — Ma è tanto ricco, tanto sciolto! v'è un fare così da padrone che, a studiarlo con discernimento, ci si può imparare più che in cento altri libri inappuntabili. Ma bisogna tempestarci su molto tempo, — anni ed anni, — ogni giorno un po'; — bisogna digerirlo e ridigerirlo; — empirsene la testa e gli orecchi in modo che tutti i momenti, a tutti i propositi, ci vengano alla memoria e sulle labbra quei modi, quei suoni, quei periodi. E questo si può dire di tutti gli altri libri. Leggerne pochi, ma con infaticabile perseveranza, fin che vengano a noia; fin che, lasciando cader gli occhi sopra una pagina qualunque la memoria precorra lo sguardo, e torni quasi inutile proseguire la lettura. E studiare a memoria molto e ridire ad alta voce le cose studiate, _fin che s'è molto giovani_, come scrisse Giacomo Zanella; perchè a una certa età questa fatica si può continuare a farla se si è sempre fatta; ma non si comincia a fare _a caso vergine_; e chi non possiede una buona quantità di lingua prima dei venticinque anni, è raro che l'acquisti dopo.

Il difficile è il ritenere, l'appropriarsi così intimamente i vocaboli e i modi che si vanno via via notando, da averli poi pronti, spontanei quando si parla o si scrive. Per ottenere questo ci vuole una certa industria. Conosco uno che oltre al notare parole e modi nel suo gran quaderno a colonne, li scriveva, via via che gli occorrevano, sul margine dei libri, sulle buste delle lettere, sulle assicelle degli scaffali, sulle porte, sui muri, sui giornali; tanto che nella stanza dove studiava, in qualunque punto fissasse gli occhi, vedeva una nota e se la rinfrescava così nella memoria. E qualunque parola o modo notasse, lo riferiva immediatamente, nel suo pensiero, a qualche persona o cosa che gli occorresse di vedere o di fare abitualmente nella giornata. Legava ogni parola a un'immagine, ogni frase ad un fatto, e se ne serviva il più presto possibile in una lettera o in una conversazione per istamparsela in mente, per mettervi, in certo modo, il suo suggello, per impiegarla subito nella sua casa. E dedicava ogni giorno una mezz'ora a rimestare, a combinare, a logorare, sto per dire, le sue note. Si formava coll'immaginazione un personaggio qualunque e scriveva di lui, per esempio, una tiritera come questa: — mi pareva un galantuomo; feci _fondamento sopra di lui_, e non credevo di _fidarmi sul vento_; oltrechè mi parve che fosse un uomo _di ricapito_, benchè sapessi che era anche _un uomo dei suoi comodi_ o _dei suoi piaceri_. Ma m'ingannai e alla prima occasione _mi girò sotto_. Gli scopersi mille difetti. Prima di tutto è avaro; _ha il granchio alla borsa, ha la gotta alle mani, paga colle gomita, sta sul tirato, vive a stecchetto_; ma è pure ambizioso, e _camperebbe con uno stecco unto_ per _scialare fuori di casa_, ecc. Accortosi che l'avevo _preso in tasca, si ruppe con me_, me _l'ha giurata addosso, è nero con me, ha il sangue guasto con me, s'è guastato con me_, si _lava la bocca_ di me, _gira largo_ quando mi vede, ecc., ecc. — Tutti questi modi, estratti dalle sue note, combinava poi un altro giorno in un altro modo intorno a un altro soggetto, e studiava a mente quello che aveva scritto. Lo capisco; è una fatica uggiosa, non se ne tocca con mano il frutto che dopo molto tempo, alle volte se ne riman quasi umiliati, sovente si perde il coraggio. Ma bisogna perseverare, esser cocciuti, volere _fermamente_ e a _qualunque costo_, e vien poi il giorno in cui s'è contenti di non aver ceduto. Se non costasse lunghe e penose fatiche l'imparare a scriver bene, i libri leggibili sarebbero più numerosi di quello che sono.

Scrivendo, però, io mi sforzerei di dimenticare tutte le mie note e tutti i miei esercizi. Presa la penna in mano, non frugherei più nella mia memoria. Quello che deve cader sulla carta, deve cader da sè. Tutto ciò che è _cercato_ è quasi sempre _ricercato_. È inutile tentar d'ingannare il lettore. Anche il lettore meno perspicace ha un senso finissimo che lo avverte d'ogni menoma affettazione, e gli fa discernere nettamente la parola e il modo scritto spontaneamente da quello tirato fuori cogli uncini dai magazzini della memoria. Tutto ciò che non vien sulle labbra parlando è difficile che venga a proposito sulla punta della penna. Per questo ripeto che il migliore esercizio da farsi per imparare ad _usar_ la lingua è quello di _parlare_. Parlando s'ha sempre un giudice la cui fisonomia accusa involontariamente con moti appena percettibili, ma di significazione non dubbia, tutte le affettazioni, tutte le lungaggini, tutte le oscurità del vostro linguaggio. Un _ascoltatore_ è il miglior maestro di semplicità, di rapidità e d'efficacia.

Resta la quistione delle parole nuove. Io direi che non mette conto di parlarne. Fa bene a occuparsene, piuttosto di non far nulla, chi non ha altro da fare. Quello che importa è che la frase, l'andamento, il giro del periodo, _l'impasto_ della lingua sia italiano. La quistione delle parole dubbie, ammesse da Caio, respinte da Tizio, è un puro perditempo. Anzi, in queste cose, vi consiglierei di evitare le discussioni. In fatto di lingua le discussioni non approdano per lo più a nulla e non fanno che guastare il sangue, perchè in questa materia (strano a dirsi) la gente più modesta ha un amor proprio ombroso, ostinato, intrattabile. È impossibile, credo, trovare un italiano, anche digiuno d'ogni studio di lingua, il quale in una questione di parole si lasci persuadere da chi ne sa più di lui. Non c'è usciere piemontese che non si creda in grado d'insegnare un po' di _vero_ italiano a un accademico della Crusca, e voi non potete immaginare quanti maestrucoli di villaggio danno di ciuco al Manzoni. A che giovò per esempio, la discussione promossa dal _povero vecchio_, come dicevano i suoi avversarî, sull'unificazione della lingua? Abbiamo visto saltar su da tutte le parti dei linguaiuoli furiosi che ripeterono per la centesima volta le loro vecchie ragioni, abbiamo sentito dire molte impertinenze, siamo ricaduti fino agli occhi nei vergognosissimi pettegolezzi comareschi dei tempi andati; e ognuno è rimasto del proprio parere. La questione della lingua bisogna risolverla colla _pratica_. Un buono e bel libro scritto secondo le teorie del Manzoni, val più di cento discussioni. Ciascuno scriva come crede che si debba scrivere, senza pretendere di dettar la legge agli altri; il pubblico vedrà da sè dov'è la maggior evidenza, la maggior grazia, la maggior ricchezza; e la miglior _teoria_ trionferà a poco a poco, tacitamente, senza bisogno che ci pigliamo pei capelli. Quello che importa sopra ogni cosa è di studiare tenendo sempre ferma questa sacrosanta verità nella testa: — che senza molta fatica e molta pazienza non si riesce a nulla in nessuna cosa; e che anche studiando molto, lo studio della lingua è uno studio di tutta la vita, come tutti gli altri studi; e che chi lo sberta come una _pedanteria_ che ammazza l'ingegno, è un fiaccone che non ci s'è mai messo, o un corbello che non l'ha mai capito.

IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA

I.

Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani intitolato _Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana_ (Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile. Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con profitto.

Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana, soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli, ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare, mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli _popolate di case e d'oliveti_, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli, quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse, quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo.

Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende), leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio _che non fosse tutta farina dei contadini_. — Certe idee, — dissero, — certe frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato _Tre vittime del lavoro_, compreso nel libro di cui parliamo, non è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina _Teresa_ e del pastore _Domenico Nesti_, ma steso per intero, e per sola forza d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare.

E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra, alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera. Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima, che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori.

Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore, dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua conoscente, morta poi di malattia, dice che _aveva la carne già morta e lo spirito sempre vivo_...; che _le morì la carne addosso prima ancora che se ne fosse ita con Dio_. Un'altra contadina della stessa montagna dice che _quando il dolore è di quello cocente, la parola resta dentro_: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che a me paiono sublimi: _La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni modo mi par di mentovare un gran nome!_ — _A casa_, — dice un'altra pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima. _Sempre sotto la sua ombra mi son riparata._ — Un'altra, parlando d'un figliuolo morto: — _La morte, come fa presto! Non si sa la mattina quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli._ — Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata fatta colla bambina che poi le è morta: — _Per la strada non si faceva altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per noi: era un non so che d'allegria per tutto._ — _A volte_, — dice un'altra di Valdensa, — _m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie._ — Un'altra madre: — _A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli. C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte compagne._ — _A rifletterci bene_, dice una contadina di Montamiata, — _è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito_. — Un cieco delle montagne di Siena dice: — _perso gli occhi, perso il mondo; la luce è la bellezza della vita_. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; _come brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli occhi_ (era diventata cieca) _si è più di là che ili qua, sparisce il meglio della vita._ — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare _babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza che ci cascano i lucciconi_ (lagrimoni) _ridendo_.... — _Quando c'è l'amore_, — dice un'altra, — _tutto passa! Quello sì che è proprio un accorda cristiani!_ — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — _Le darei il fiato per tenerla viva_ — Che almeno la rivegga in paradiso! _Mi reggo viva in questa speranza._ — Sebbene fossi più di là che di qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, _mi pareva di essere più degna di stare nel mondo_, ecc.

Ecco ora un saggio d'altre espressioni più brevi di dolore e di affetto tolte qua e là dal libro e riferite tali e quali. Non dimentichiamo mai che son contadini e contadine che parlano. — Era una vista che levava il pianto dal cuore. — Sono dolori che ne va la vita. — Quando viene un rimescolo di sangue l'uomo non scerne più il bianco dal nero. — Sono pene di morte che fanno andare il cervello in aria. — Mi consumavo dentro. — Mi sento schiantar dentro dalla passione. — È un pensiero che mi pesa sull'anima. — È un coltello che m'ha passata l'anima. — È una disgrazia che m'ha ferita a morte. — Se non fossi in mano di Dio, sarei già morta sfatta dal dolore. — Una puntura, per forte che sia, finisce presto, basta che non arrivi al cuore; ma feriti al cuore, addio: è una morte da vivo; non si guarisce più. — Li ricordo quei giorni! Li ho contati a goccie di sangue, li ho contati. — Parea distrutta dalla gran passione. Vede quel sasso? Tant'era lei. — E Teresa? Oh quella sì che il dolore le s'è fitto nell'ossa! — Vedevo lui (_il marito morto_,) e mi pareva volesse dir tante cose, e non poteva; che strazio è stato il mio! — Spasimava tra la vita e la morte. — Mi si travolse il cervello. — Mi pareva di non aver più senso di nulla. — Ero un turbine di dolore, ecc.

Ma nulla di più gentile e di più caro che il linguaggio d'amore. — «M'ero messa a certi arrischi per vederlo (dice una contadina della montagna pistoiese parlando del suo damo, che fu poi suo marito) che a ripensarci mi s'accapona la pelle. Bastava mentovarmi il mio damo, io ero gelosa di tutte e di tutto. _Mi pativa il cuore, che l'aria me lo guardasse._ La prima volta che lo vidi, mi principiò subito a garbare.» — Un giovane contadino di Val di Greve dice: — «Io per me tra 'l lavoro penso alla mia dama, non sento manco la fatica, tutto mi piace; _è un gran gusto quando c'è l'amore che rischiara la giornata_.» Una contadinella, parlando del suo innamorato: — «Quando si va in chiesa, quanti ne passa e quanti ci entrano, il più bello di tutti è lui: _pare un fiore, che lo distinguo tra mille_. Anche se mi ritrovo alle feste e che ci sia lui, _lo vedo sopra tutti_; gli voglio bene; il cuore non mentisce.» — S'ha un bel dire, ma non c'è barba di scrittore che valga a mettere insieme di queste parole. Un'altra, una contadina di Crespole, racconta così l'_andamento_ del suo amore: — «La prima volta che vidi il mi' omo, era la festa della Madonna delle Grazie. Un giorno fra gli altri venne da me una mi' zia e mi chiama: Vien qua, Betta, senti, t'ho da dire una cosa: c'è quel giovinotto di Vellano, che t'ha visto in chiesa, ti ricordi? _Ti conobbe tanto allegra e con quel sorriso_ (bellissimo!) che t'ha messo gli occhi addosso; e finchè t'ha potuto vedere, t'ha guardato e ha detto: Quella è la ragazza che fa per me; la voglio pigliar per moglie, _mi garba troppo_.» — Una ragazza di Cutigliano scrive al suo amante: — _Anche solo a poter prendere qualche boccata d'aria dove tu respiri, sarei contenta._ — La stessa, in un'altra lettera, temendo d'essere abbandonata: — «Rammentati bene che v'è un Dio sopra di noi, che se tu _avessi il cuore voltato a tradirmi_, non te ne darebbe il tempo.» — In uno stornello c'è la parola _strazia fanciulle_, per amante volubile; e una povera ragazza abbandonata dice ingenuamente al suo damo: — _Come volete ch'io faccia a campare?_ Undici sillabe in cui c'è più amore che in tutto il canzoniere d'un petrarchista.

Tralascio di riferire un gran numero di parole e d'espressioni del linguaggio contadinesco, che non potremmo usare. Ma ve n'è molte, fra queste, che dánno tanta grazia e tanta originalità al discorso, che sarebbe un peccato lasciarle da parte. Voglio dire di quei vocaboli e modi che si soglion chiamare _illustri_, e che non convengono al linguaggio famigliare. Per esempio, si trattenga dal sorridere, chi può, raffigurandosi un contadino il quale dica le proposizioni seguenti: — Aveva una _dottoranza_ nel su' dire, che ci si stava a bocca aperta a sentirlo. — Quando si torna di maremma, guai a non aversi un po' di _riguardanza_. — Per esser povera gente, l'hanno portato al cimitero con _onoranza_. — Si vede che il vino nelle botti non ha preso _possanza_. — Bisogna aspettare che il sole acquisti _possanza_ di scioglier la neve. — Ho continua _temenza_ che si faccia del male. — Vecchio, aveva nel cuore _l'ardenza_ della gioventù. — Ero sfinita, e tutti mi guardavano come _una meraviglia di doglianza_. — Lavorava per acquistarsi _nominanza_. — Uno dei bimbi le morì perchè non ebbe _custodimento_. — Ora le racconterò l'_andamento_ della mia gamba (s'intende del suo male). — Mi sarei mangiate le mani, dal _rosicamento_ che mi sentivo dentro. — Non mi _nutricavo_ che di pianti e di sospiri. — Mi fu posto dinanzi un fiasco e potei bere a tutto tonfo, si figuri! A quella _confortazione_ subito riebbi la vista. — Quest'aria è una _spirazione_ di salute, ecc. — Noto di volo il curioso paragone _piangere come una vite tagliata_ e la graziosissima espressione _donna usciaiola_ per donna che sta sempre sull'uscio a _spettegolare, a tirarla giù all'uno e all'altro_; tanto differente da quelle buone donne che _lavorano di genio_, che _si tirano il bene da tutti_, che non _si guastano con nessuno_ e che non si dan pensiero delle maldicenze, tenendo per massima che _un paio d'orecchie sorde chetano cento lingue_.

II.

Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno, _e non dice più vero_. — Il _verno è nato_, la stagione declina. — Bella serata ch'è questa! È _uno stellato fitto_, una chiarità che rallegra, starei qui tutta la notte _a godere le stelle_. — Carlo voleva partire; sua moglie non fece altro che _contraddirgli l'andata_. — I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè _hanno il baco che li rosica_ giorno e notte. — Io non dissi parola; ma _piangevo nel mio dentro_. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe _una leggenda da far rabbrividire_. — Voleva intendere, voleva sapere (parla d'uno che sotto colore di chiedere _albergo_, s'era ficcato in casa per rubare); non _aveva terren sotto i piedi_. — Non _toccava_ nemmeno _terra dall'allegria_. — _Non batte_ gli occhi _da tanto che sta lì a guardarla_. — Creda che quando si vuol bene davvero, le _parole muoiono in bocca_. — Che acqua! _è una freschezza che rompe il bicchiere._ — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel benedetto vecchio che m'_ingolla viva_. — _Un dì per me dice tre_ (parla un vecchio), _calo fuor di maniera._ — La carità, se la facciamo bene, _Dio la scrive in cielo_. — Che serve disperarsi?_ Tanto questo mondo è una fiatata._ — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo _inchina tutto a quell'idea_ (gli somiglia). _Lo rammenta fin nei capelli._ — Guadagnarsi il pane a _stille di sudore_, _assaettarsi_ al lavoro, condurre una vita _arrovellata_. — Mio marito lavora tanto che quando torna a casa si mette subito a letto _e si sveglia dalla parte che s'è abbandonato_. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? _Si sveglia nella stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale...._