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Part 10

Chapter 103,720 wordsPublic domain

A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre tra _bellino_ e _bello_, poichè tutti sanno che _bello_ corrisponde a _beau_ e _bellino_ a _joli_, e nessuno ignora il differente significato di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si dice che una donna ha _giudizio_, e che una bambina ha un _giudizino_ da far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per esempio, ha una _manierina_ che piace. Si dice che una bimba ha le sue _malizine_. Si dice che la madre è tutta _pensieri_ per la sua figliuoletta, e che la figliuoletta è tutta _pensierini_ per sua madre. Si dice che una donna è sempre _ravviata_, _ravversata_ e che i suoi bimbi sono sempre _ravviatini_, _ravversatini_. Una mamma dice al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: — _Allunga il santo manino e pigliatela da te_, ecc. Si vede da questi esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche volta lo cambiano affatto. _Quell'uomo_, si dice, ha _delle idee_: _giovatevene_: _quell'altro ha delle ideaccie_: _guardatevene_. Si dice _mettere uno a un puntaccio_; e si sottintende: di fare uno sproposito; _fare una partaccia a uno_, ossia caricarlo di male parole; _fare un'azionaccia_, ossia una bricconata; _avere delle praticaccie_, ossia di donne perdute, che sono _robaccia_; _fare una levataccia_, ossia levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti questi modi di dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai, non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose, si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola, per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il francese.

* * *

E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati, per _completare la loro istruzione_, allo studio della lingua inglese e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir quasi necessaria, come non parlo di coloro che studiano quelle altre lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa; un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità.

Ne dubito.

Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno, per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco, quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi; cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono a possedere questa lingua in maniera da poter gustare (gustare, intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare che nei versi del Carcano!

Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio tre o quattro lingue straniere.

Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento, parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di cuore.

* * *

Questi saggi d'appunti intorno al _mangiare_, al _commercio_, al _parlare_, ai _ritratti_, ai _bambini_, possono dare un'idea di quanto si sarà acquistato nello studio della lingua quando si sia fatto altrettanto riguardo a una trentina d'altri soggetti, intorno ai quali si può raggruppare, man mano che si procede nella lettura del vocabolario, la maggior parte di quello che si nota. Per conto mio non conosco mezzo più spiccio, nè più facile, nè più profittevole.

UNA PAROLA NUOVA

Tocchiamo di volo, con un esempio, la molto agitata questione delle parole nuove.

Scrivendo intorno a un paese dell'Europa settentrionale, dove l'arte dello scivolare sul ghiaccio è in grandissima voga, dovevo parlare molto minutamente di quest'arte, e non vedevo modo di parlarne senz'adoperare la parola _patinare_ e le sue derivate, che non si trovavano allora in alcun vocabolario italiano[1]; e mi peritavo ad adoperarle, prevedendo che i puristi, ed anco i non puristi, i quali qualche volta sono assai più pedanti, m'avrebbero dato sulle dita. Prima di mettere sulla carta quelle terribili parole, mi rivolsi a un linguista rigorosissimo, di quelli a cui un _lui_ messo invece d'un _egli_ manda a male il desinare, e gli domandai con umili parole il suo parere.

[1] Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la parola _patinare_.

— Non ci può esser dubbio, — mi rispose, — _patinare_ è una parola barbara; bisogna scrivere _sdrucciolare_.

— In teoria — dissi, — consento; ma nel caso pratico.... Per esempio, scriverebbe ella che un contadino olandese _sdrucciolò dall'Aja ad Amsterdam_ e che uno studente di Leida _sdrucciolò per tre ore di seguito_?

— E perchè no? mi domandò il linguista con accento severo.

— Le citerò degli altri esempî, — continuai; — direbbe ella in una conversazione che una certa signora _sdrucciola_, che ha l'_abitudine di sdrucciolare_, che _sdrucciolò molte volte nello scorso carnevale_?

Il linguista strinse le labbra e rimase sopra pensiero.

— Vede, — io ripresi, — che ne potrebbero nascere delle conseguenze spiacevoli. Ma lasciamo pur da parte questi esempi a doppia faccia. Io le voglio fare un breve ragionamento. A Torino e a Milano moltissime signore _patinano_, e la maggior parte di esse tengono conversazione; e nelle loro conversazioni si parla di _patinamento_, usando le parole _patino_, _patinatrice_, _patinatore_. Orbene, risponda alla mia domanda, e sia franco. Dovendo fare in una di queste conversazioni un complimento alla padrona di casa ch'ella avesse visita _patinare_ il giorno prima, di quale parola si servirebbe? Intendo un complimento a voce, in presenza di molta gente, badi bene.

Il linguista esitò un momento e poi disse:

— Certo che.... se io dicessi _brava sdrucciolatrice_.... anche rimossa ogni idea d'equivoco.... quei signori.... e forse anche la signora.... si metterebbero a ridere; ma, caro signor mio, qui si tratta di scrivere e non di parlare!

— Ma che Dio la benedica, caro signor linguista, — io esclamai; — ma per chi si scrive, dunque? e che altro è lo scrivere che un parlare colla penna? e perchè una parola non deve essere più quella quando è messa sulla carta? Veda, nessuno mi leva dalla testa che sia appunto questo falso concetto delle due lingue, la parlata e la scritta, la cagione principalissima della _poca leggibilità_ dei libri italiani. Faccia la prova lei che parla perfettamente la così detta _lingua povera_. Apra un qualunque buon libro francese, legga supponendo di parlare in una conversazione di gente colta e senza pedanteria, e vedrà che rarissimamente le occorrerà una parola o un'espressione che strida colla naturale e logica semplicità del linguaggio parlato. Pigli un libro italiano anche dei meglio scritti, e se supporrà di dire ella stessa quello che legge, dovrà arrossire ogni momento. Guardi, apro a caso il primo libro che mi vien sotto le mani, è un romanzo: — _Quando primamente si guardò nello specchio...._ Oserebbe ella dire in una conversazione: _quando primamente mi guardai nello specchio_, invece di dire la _prima volta_? Apro un altro libro, una novella: — _Deposi sulla tomba dei miei genitori una semplicetta corona di fiori._ Crede ella che ci sia mai stato un orfano in Italia che abbia espresso quel pensiero servendosi della parola _semplicetta_ in quella maniera? Un altro libro, un racconto: — _La leggiadra e innamorata fanciulla...._ Crede ella che ci sia mai stato un italiano ragionevole il quale abbia una volta sola in vita sua, altro che per ischerzo, dette quelle tre parole in quell'ordine?

— No, — rispose il linguista; — ma....

— Ma, — ripresi io, — che cos'è dunque questo arsenale di frasi e di parole che non si possono dire senza far ridere e che si scrivono nelle scritture più famigliari, come se passando dalle labbra sotto la penna, cambiassero senso, suono, natura? E viceversa che cosa sono tutte queste parole che tutti dicono, che tutti capiscono, che tutti sono costretti a usare, e a cui nessuno può sostituirne dell'altre senza farsi canzonare, e che malgrado ciò, secondo lei, secondo mille altri, non si debbono scrivere? Ella mi potrà dire, a proposito del _patinare_, che questa parola si dice nell'Italia settentrionale ma non in Toscana; e io le rispondo che non è colpa dell'Italia settentrionale se nella Toscana non si _patina_, primo; e secondo, che sono disposto a scommettere cento contr'uno che in nessuna città di Toscana, in nessuna conversazione, nessunissima persona domanderebbe mai a un Torinese o a un Milanese se quest'anno, per esempio, si è _sdrucciolato_ o _scivolato_ al Valentino o nell'Arena, ma domanderebbero tutti se si è _patinato_; e quelli che ignorano questa parola, dopo averla intesa per la prima volta, l'adopererebbero costantemente per la semplice e indiscutibile ragione che è necessaria.

Il linguista stette un po' pensando e poi disse:

— Eppure.... un'altra parola ci deve essere. Il Bentivoglio, nella sua _Storia della guerra di Fiandra_, parla di quest'arte di sdrucciolare sul ghiaccio. Si ricorda ella della parola che usa?

— Me ne ricordo, caro signor mio. Non adopera veramente nessun verbo che si possa sostituire al _patinare_, perchè tocca la cosa di volo, e toccando una cosa di volo si può sempre esprimersi con una perifrasi. Ma sa ella come se la cava l'eminentissimo cardinale per indicare i _patini_? Gli Olandesi, scrive, si mettono ai piedi _certe, dirò così, ali_! Pare a lei un'azione da galantuomo il chiamare _ali_ degli zoccoli?

— Ebbene... adoperi la parola _patinare_ in carattere corsivo.

— Così fece il Giusti, risposi. Ma quest'uso di scrivere le parole in corsivo non mi va; mi pare una transazione puerile; eccetto che la parola così scritta non debba essere adoperata che una volta sola. Seguendo quest'uso si verrebbe a poco a poco a veder dei libri stampati metà in corsivo e metà no, e ad avere una lingua doppia, bastarda, ridicola. Che significa il corsivo? Che riprovate la parola. Se la riprovate perchè l'usate? Perchè non ce n'è altra. E se non ce n'è altra, perchè riprovate quella?

La conversazione non terminò qui; ma non approdò a nulla perchè il linguista non ebbe il coraggio di dare il suo consenso assoluto alla parola _patinare_. Allora mi rivolsi a uno scrittore e parlatore elegantissimo, — un uomo che il Giusti diceva _pieno zeppo d'ingegno_ e del quale il Manzoni faceva grandissimo conto in materia di lingua, — e questo signore ebbe la bontà di scrivermi la lettera che segue:

«E il suo _patiner_? Ella ha senza dubbio preso a quest'ora il suo partito, e io mi sarei trovato molto impicciato a suggerirgliene uno. Che vuole! Il bimbo si battezza dove nasce, e poi gira il mondo portando attorno per tutto il suo nome. Così le cose che a noi vengon di fuori ci vengono col nome che hanno, e la parola che è stata per noi il mezzo di cognizione, il più delle volte rimane. Per questo non c'è la minima difficoltà in nessuna parte del mondo, e _consommé_, per dirne una, è parola di tutte le lingue, che si dice a Londra e a Pietroburgo come a Parigi. Noi italiani facciamo prima le boccacce e ci proviamo chi in un modo e chi nell'altro a tenere indietro queste parole forestiere, e a peggio andare, per non usare la parola scansiamo di nominare la cosa. Ma le sono ubbie queste, e i fatti son fatti, e sono all'ultimo i padroni del mondo. La conclusione è che noi abbiamo dato agli altri le parole finchè abbiamo dato le cose. Ma ora che di maestri siamo diventati discepoli, invece di dare prendiamo, e questo è sempre meglio che nulla. Io direi dunque _patinare_ essendo questo il solo modo di dire la cosa. Non volendo passare sotto queste forche, uno scrittore ha sempre modo di uscirne. Si descrive, si definisce invece di nominare. Si pigliano vocaboli che hanno un senso affine, e con qualche aggiunto, o colla loro collocazione, si fa tanto che il lettore capisce quello che s'è voluto dire; ma capisce insieme che la parola venuta alla bocca non era quella, e che l'autore ha dovuto stillarsi il cervello per trovarne un'altra, la quale sarà in ogni caso una traduzione più o meno felice della prima, che un altro rifarà poi a suo modo, più o meno felicemente; cosicchè invece d'aver un modo spiccio, sicuro, comune, se n'avrà molti, anzi nessuno, perchè i molti e il nessuno son pure sinonimi quando si parla di lingua.»

Dunque? Dunque io direi d'aver sempre presenti, in fatto di lingua, questi due detti: uno del Leopardi, l'altro del Giusti.

Il Leopardi, domandato da suo fratello Carlo se una certa parola, che non si trovava nei buoni autori, si potesse usare: — _È vero_, — rispose, — _che i buoni scrittori non l'hanno usata; ma non hanno nemmeno lasciato per testamento che non si potesse usare_.

E il Giusti, a proposito di _diligenza_, parola francese, che, a suo avviso, aspettava cittadinanza dalla Crusca e la doveva ottenere perchè il

cambio delle voci Fra gente e gente, come l'ombra al corpo, Tien dietro al cambio delle cose umane

disse:

Nè straniero vocabolo corrompe L'intrinseca virtù d'una favella Quando lo stile riman paesano.

Ammessa questa massima, ci sarebbe da divertirsi a raccogliere tutte le espressioni e i vocaboli ricercati e ridicoli che usarono gli scrittori troppo teneri della purità per scansare le frasi e le parole nuove. Per esempio il Tommaseo esprime l'idea della giustezza, o come si dice militarmente, della precisione del tiro delle artiglierie, dicendo che _i cannoni con dottamente computato émpito mandano la strage nelle mura merlate_. L'Ugolini suggerisce di dire _viene da ornarsi_, _sta ad ornarsi_, _vado ad ornarmi_, invece di viene dalla toeletta, sta alla toeletta, va a far toeletta. Ma, signor Ugolini, io gli vorrei dire se avessi l'onore di conoscerlo, mi può ella giurare che se una signora di sua conoscenza dicesse a lei: — m'aspetti un momento, _vado ad ornarmi_, — ella non dovrebbe fare un leggiero sforzo per trattenersi dal ridere? — Così un dotto, ma troppo tenace purista, voleva che in scritti destinati principalmente ai soldati, io scrivessi _drappello_ invece di _plotone_, _berretto_ invece di _cheppì_, _fiaschetta_ invece di _borraccia_. Ma se non posso — io badavo a rispondergli; — perchè il plotone non è un drappello, il berretto non è un cheppì, la borraccia non è una fiaschetta; — e se adopero una parola per l'altra, non mi capiscono più. — Non importa, — avrebbe voluto rispondermi; ma non osava, e non volendo d'altra parte rendersi complice dei miei barbarismi, si stringeva nelle spalle e mi lasciava nelle peste.

O Dio buono! Altro è dire in un vocabolario, in un trattato, in un elenco di modi errati, questa parola non va e questa frase è barbara; altro è dover esprimere quella tal cosa in una commedia, in una novella, in un qualunque scritto destinato al pubblico, dove una perifrasi sciupa una bella idea, un'espressione non immediatamente compresa manda a male un dialogo, una parola affettata o vaga o equivoca guasta tutta una descrizione. Per dare degli esempi di difficoltà superate, si citano le prose di questo o di quello, che trattano di storia, di letteratura, di morale, e si dice: — Trovateci una parola o un modo impuro, se potete. — Non ci si trova, lo so benissimo. Ma vorrei che questo e quello scrittore avessero raccontato un viaggio in strada ferrata, descritto un salotto alla moda, riferita una conversazione di signore, rappresentato un accampamento di soldati, e scritto tutto questo con spontaneità, grazia ed efficacia, senza farsi cogliere in fallo dai puristi: allora sì che mi rimetterei e mi darei del bue. Ma dove sono i modelli di questo genere di scritti? Andiamo, via; allarghiamo un po' la manica e facciamo a compatirci.

CONSIGLI

(_Risposta a un giovanetto_).

.... Vi dirò quello che per mia esperienza ritengo utile; ma vi prego di credere che non ho nessunissima pretensione d'insegnare. Voi, probabilmente, vi sarete già formato un parere; io v'espongo il mio. Se saremo d'accordo, tanto meglio; se vi parrà che io sbagli, darete una scrollatina di spalle, e non ci terremo il broncio per questo.

Il primo consiglio che vi darei sarebbe di far i bauli e di prendere il treno di Firenze. Se potete far questo, non m'occorre di dirvi altro per ora: vi riscriverò a Firenze. Ma se, com'è più probabile, non potete, ecco ciò che io farei se fossi in voi. Prima di tutto mi stamperei bene nella testa che lo studio della lingua è uno studio che richiede molto tempo, molta pazienza e molta regolarità: mezz'ora tutti i giorni giova più che due giorni interi ogni due settimane. E farei e cercherei di mantenere i seguenti propositi: — Parlare il meno possibile il mio dialetto. — Parlando italiano, parlar sempre con cura, sorvegliare sempre me stesso, e purgare il mio linguaggio di tutti i _grossi errori di grammatica e di proprietà_, non _avvertiti_, che sfuggono nella maggior parte d'Italia a _quasi tutte le persone colte_. — Terzo, correggere e perfezionare la mia pronunzia: il che può far benissimo un italiano di qualunque provincia, senza cadere nell'affettazione e senza riuscir ridicolo, purchè lo faccia a poco a poco e non lasciando apparire lo sforzo. — Per riuscire a _scriver bene_ non mi pare che ci sia mezzo migliore che quello di cominciare a _parlar bene_, poichè se è vero che lo _scrivere_ è un _parlare pensato_, chi parla bene non avrà più, pensando per scrivere, che da perfezionare, mentre chi parla male, dovrà far doppio lavoro: ossia evitar di scrivere gli spropositi che gli escono abitualmente dalla bocca, e poi con un secondo sforzo della mente, fare quello che l'altro fa alla prima. Ora, non capisco come si possa riuscire a parlar bene senza pronunziar bene, poichè mi pare che qualunque più bella espressione italiana perda della sua efficacia se è pronunziata coll'accento e i suoni del dialetto; e la perde non solo per chi ascolta, ma anche per chi parla.

Dopo questo farei una volta per sempre la fatica di leggere e di annotare tutto il _vocabolario_, e lascerei che i grulli ridessero di questa _pedanteria_. L'ha fatta il Manzoni, l'ha fatta il Grossi, l'ha fatta Teofilo Gautier, il più colorito e più ricco scrittore della Francia; e non erano pedanti. Farei così: raggrupperei tutti i vocaboli e modi notati nel vocabolario intorno a un certo numero di argomenti: per esempio, campagna, arte, industria, morale, architettura, vestiario, movimento, affari, affetti, ecc.; e intorno a ognuno di questi argomenti raccoglierei poi a mano a mano tutto quello che mi verrebbe fatto di notare nei libri. Un quaderno dunque! Uno sgobbo da scolaretto! E sia pure. Capisco che molti ridono di queste cose, e dicono che bisogna studiare in una maniera più _larga_. Ma mi consolerei pensando che in questa maniera _stretta_ studiarono la lingua il Monti, il Foscolo, il Leopardi, il Giusti, il Guerrazzi; che, poveretti, credevano ancora ai _quaderni_. Ma che norma seguire nell'annotare e nello scegliere? Non lo so dire. In certe cose non si possono dar consigli. Io sceglierei ciò che mi bisogna e ciò che mi piace. Vi son parole e modi _antipatici_ a uno, _simpatici_ a un altro. Chi li trova antipatici non li adopera mai quand'anche li veda adoperati da tutti. È dunque inutile che li noti e li ritenga a mente. Per esempio, vi sono degli scrittori che per cento lire non scriverebbero _ad ogni piè sospinto_. Ma è italiano! direte. Lo so, — vi rispondono; — ma lo detesto. — Il gusto deve andare innanzi a tutto. Quindi in questo lavoro di scegliere vocaboli e modi, ciascuno deve fare quello che gli pare. Se fa male, ossia contro il gusto dei più, peggio per lui; non c'è altro da dire.