Part 3
SENECA Che molto increscerai tu tosto a Neron, s'ei pur vede il popol fermo tenacemente in odiarti. Il vero ti dico in ciò: sai ch'io Neron conosco, Roma, i tempi, e Poppea.
POPPEA Tutto conosci, fuorché te stesso.
SENECA Al mio morir vedrassi, s'io me pure conobbi. Odimi intanto, odimi, prego.--A tua rovina or corri col bramar troppo tu d'Ottavia i danni. Roma te sola e del ripudio incolpa, e dell'esiglio suo: se infamia, o pena maggior le tocca, ascritta a te fia sempre. Quindi l'odio di te, giá grave, in mille doppj or si accresce, e il susurrare. Ancora spersa non è l'ammutinata plebe: ma pur, poniam che il sia: non riede il giorno ch'ella temer vie piú si fa? Poppea, trema per te; che il tuo Nerone è tale da immolar tutto, per salvar se stesso. Esca è forse ad amore ostacol lieve; ma invincibile ostacolo, ben presto lo spegne in cor che non sublime sia. Or, non farti lusinga: assai piú in conto (e di gran lunga) tien Nerone il trono, ch'ei non ti tiene. E guai, se a tale eletta lo sforza Roma.
POPPEA Ed io Neron piú assai tengo in conto, che il trono. Ov'io credessi porlo per me in periglio... Ma, che narri? Assoluto signor non è di Roma Nerone? e fia ch'ei curi un popol vile, pien di temenza, che a Tiberio, a Cajo muto obbedia?...
SENECA Temerlo assai tu dei, se non fai che Neron per se ne tremi. Osa pur, osa; il freno sol che avanza, togli a Neron; ne proverai tu prima i tristi effetti. Inutil tutto è il sangue, che alle fatali nozze tue fu sparso, se aggiunger v'osi oggi d'Ottavia il sangue. Mira Agrippina: ella il feroce figlio amava sí, ma il conoscea; né il volle mai dall'angoscia del rival fratello liberar, mai. Sua feritade accorta prevalse poscia; e il rio velen piombava all'infelice giovinetto in seno. Vana fu l'arte della madre; e il fio tosto ella stessa ne pagava. Allora di sangue in sangue errar vieppiú feroce Neron vedemmo. Ottavia or sola resta, freno a tal mostro; Ottavia, idol di Roma, e di Neron terrore. Ottavia togli; fa, ch'ei di te sia possessor tranquillo, sazio tosto il vedrai. Cara ei ti tiene, perché a lui tante uccisíon costasti; ma se un periglio, anco leggier, gli costi, spento è l'amore. Allor mercede aspetta, quella, onde avaro mai Neron non fia; a chi piú l'ama piú crudel la morte.
POPPEA Ecco Neron; prosiegui.
SENECA Altro non bramo.
SCENA SECONDA
NERONE, POPPEA, SENECA.
NER. Perfido; ed osi al mio divieto?...
POPPEA Ah! vieni; vieni, ed udrai...
NER. Che udir? fra poco anch'egli la ragion stessa, che alla plebe appresto, udrá da me.--Ma, oh rabbia! ancor non cessa il popolar tumulto: i preghi chiusa trovan la via: verrá tra breve il ferro, e sgombrerassi ampio sentiero. Acqueta l'alma, o Poppea: domani al ciel risorte tue immagini vedrai: nel fango stesso, ma d'atro sangue intriso, strascinate vedrai le altrui.
POPPEA Che che ne avvenga, Roma sappia or da te, ch'io non ti ho chiesto sangue ad espiare il ricevuto oltraggio; benché a soffrir grave mi fosse. Ardisce pur crude mire la ria plebe appormi: e costui pure, il precettor tuo, m'osa ciò appor, bench'ei nol creda. Io te, mio primo Nume, ne attesta: il sai, s'altro ti chiesi, che l'esiglio d'Ottavia. Erami duro vedermi innanzi ognor colei, che s'ebbe, non lo mertando, il mio Neron primiera: ma, del suo esiglio paga, a' suoi delitti stimai che pena ella ben ampia avesse, nel perder te: pena, qual io...
NER. Deh! lascia parlar Seneca, e il volgo. A Roma or ora chiaro farò, qual sia quest'idol suo.
SENECA Bada, Neron; piú che ingannar, t'è lieve Roma atterrir: l'uno assai volte festi; l'altro non mai.
NER. Ma, di te pur mi valsi ad ingannarla io spesso; e a ciò pur eri arrendevole tu...
SENECA Colpevol spesso anch'io: ma in corte di Nerone io stava.
NER. Vil servo...
SENECA Il fui, finch'io mi tacqui; or sorge il dí, ch'io sciolgo a non piú intesi detti libera lingua. Al mio fallire ammenda fian lieve i detti, è ver; ma in fama forse tornar potrammi alto morire.
NER. In fama io ti porrò, qual merti...
SENECA Infin che grida di plebe ascolto, che il furor tuo crudo col tuo timor rattemprano, t'è forza soffrirmi ancora: e l'irritarti intanto giova a me molto; e il farti udir sí il vero, che al ritornar del tuo coraggio io cada vittima prima: e, se me pria non sveni, Ottavia mai svenar non puoi, tel giuro. Io trar di nuovo, e a piú furore, io posso la giá commossa plebe; appien svelarle io posso i nostri empj maneggi: io, trarti, piú che nol credi, ad ultimo periglio.-- Io di Neron fui consigliero; e m'ebbi vestito il core dell'acciar suo stesso. Io, vil, credei per compiacerti, o finsi creder, (pur troppo!) del perduto trono reo Britannico pria; quindi Agrippina d'avertel dato; e Plauto e Silla rei d'esserne degni reputati; e reo di piú volte serbato avertel, Burro: ma, reo stimai me piú di tutti, e stimo; e apertamente, a ogni uom che udire il voglia, in vita, e in morte, io 'l griderò. Tua rabbia, sbramala in me; securo il puoi: ma trema, se Ottavia uccidi: io te l'annunzio; tutto sovra il tuo capo tornerá il suo sangue.-- Dissi; e dir m'importava.--A me in risposta manderai poscia, a tuo grand'agio, morte.
SCENA TERZA
NERONE, POPPEA.
POPPEA Signor, deh! frena il furor tuo...
NER. Tai detti scontar farotti in breve.--Oh rabbia!... Oh ardire! Finché non giungon l'armi, io son quí dunque minor d'ogni uomo? Or da ogni parte ho stretta di diversi rispetti: ad uno ad uno, costor che a un tratto io svenerei, m'è forza, con lunghi indugj, ad uno ad un svenarli.
POPPEA Oh quai punture al cor mi sento! oh quanto meco mi adiro! Io son la ria cagione d'ogni tuo affanno, io sola.
NER. A me piú cara sei, quanto piú mi costi.
POPPEA È tempo al fine, tempo è, Neron, ch'alto rimedio in opra da me si ponga, poiché sola io 'l tengo. Queta mai non sperar l'audace plebe, finch'io son teco. Ah! generosa prole, qual darle io pur di Cesari son presta, Roma or la sdegna. Alla prosapia infame di egizio schiavo un dí pervenga, è meglio, la imperial possanza.--Animo forte, qual non m'avrò fors'io, sveller può solo or da radice il male.--Ancor ch'io presti velo, e non altro, al popolar tumulto che altronde vien, pure in mio core ho fermo,... ahi, sí, pur troppo!... e il deggio, e il voglio...
NER. Ah! cessa. Tempo acquistar m'era mestier col tempo; e giá ne ottenni alquanto. Omai, che temi? Trionferemo, accertati...
POPPEA Deh! soffri, che, s'io pure a' tuoi piedi ora non spiro,... l'ultimo addio ti doni...
NER. Oh! che favelli? Deh! sorgi. Io mai lasciarti?...
POPPEA A te che giova meco infingerti? Appien fors'io non veggo, signor, che tu, sol per calmar miei spirti, or di celarmi il tuo timor ti sforzi? Non leggo io tutti i tuoi piú interni affetti nel volto amato? occhio di donna amante, sagace vede.--Attonito, da prima, dalle insolenti popolari grida fosti, al tornar di Ottavia; or, crescer odi l'ardire; onde atterrito...
NER. Atterrito io?...
POPPEA So, che il forte tuo core ognor persiste nella vendetta: ma, son dubbj i mezzi: e intanto esposto a replicati oltraggi rimani tu. Le irriverenti fole per anco udir di un Seneca t'è forza: ben vedi...
NER. Atterrito io?
POPPEA Sí; per me il sei:-- né in te potrebbe altro timor; tu tremi, che il popolar furore in me non cada.-- Amar potresti, e non tremare? Il tuo stato mi è lieve argomentar dal mio. Del tuo periglio, e di tua immago io piena, e di me stessa immemore, ad un lampo di passeggiera pace, or non mi acqueto. Ai terror nostri io vo' dar fine, e trarre te d'ogni rischio, a costo mio. Per sempre perder ti vo', per conservarti il core del popol tuo.
NER. Ma che? mi credi?...
POPPEA Ah! lascia: farti in tuo pro forza vogl'io: son ferma di abbandonare il trono tuo; sbandirmi di Roma; e, s'uopo fia, dal vasto impero. Quella che il volgo in seggio or vuole, in seggio donna rimanga, poiché il volgo è fatto l'arbitro del tuo core: abbiasi il trono, (ma questo è il men) del mio Nerone ell'abbia, e il talamo, e l'amore... Ahi me infelice!... Cosí tu pace, e sicurezza avrai.-- Sollievo a me, s'io pur merto sollievo, e s'io posso non tua restare in vita, bastante a me sollievo fia, l'averti, col mio partir, tolto ogni danno...
NER. Ai preghi del tuo consorte arrenditi; o i comandi del tuo signor rispetta. A me non puoi, neppur tu stessa, toglierti; né il puote umana forza, se il mio impero pria non m'è tolto, e la vita. All'ira immensa ch'entro in petto mi bolle, alla vendetta ch'esser de' tanta, (anch'io lo veggio) i mezzi son lenti; e il pajon piú: ma il venir tarda nocque a vendetta mai?
POPPEA Credi, a salvarti, o a piú tempo acquistar, giovar può solo il mio partir: vuoi che sforzata io parta, mentre il posso buon grado? Il popol s'ode ciò minacciare; e la minor fia questa di sue minacce: a Ottavia altro marito sceglier pretende, e che con essa ei regni. Sta il trono in lei; tu il vedi. Or, ch'io ti lasci scambiar Poppea pel trono? Ah! Neron, prendi l'ultimo addio...
NER. Non piú: troppo m'irrita...
POPPEA E s'anco il dí pur giunge, ove tu palma abbi d'Ottavia, e della plebe a un tempo, odio pur sempre ne trarrai, non poco. E allor; chi sa? ne incolperesti forse la misera Poppea. Quel ch'or mi porti verace amor, chi sa se in odio allora nol volgeresti, ripentito? Oh cielo!... A un tal pensier di tema agghiaccio. Ah lungi io da te morrò pria;... ma intero almeno cosí il tuo amor ne porto io meco in tomba...
NER. Basta omai, basta; in me giá l'ira è troppa... d'abbandonarmi ogni pensier deponi. E Roma, e il mondo, e il ciel nol voglian, mia sarai tu sempre: a te Neron lo giura.
SCENA QUARTA
TIGELLINO, NERONE, POPPEA.
TIGEL. Viva Neron.
NER. Gli hai tu dispersi? spenti? Signor son io di Roma?--E che? tu torni senza sangue sul brando?
TIGEL. Ancor di sangue tempo non è; ma ben si appressa, io spero. Pur, grand'arte esser vuole: io fei piú grida sparger fra 'l volgo: or, che ti appresti forse a ripigliare Ottavia; ov'ella possa d'alcune taccie di maligne lingue purgar sua fama: or, che gli oltraggi insani fatti a Poppea, destato a nobil ira aveano il cor d'Ottavia stessa; e ch'ella di pace in Roma apportatrice riede, non di scompiglio...
POPPEA E crede il popol stolto, ch'io la di lei pietá?...
NER. Sempre arte, sempre? Non ferro mai?
TIGEL. La men probabil cosa, vera talvolta al popol pare. O stanco fosse, o convinto, a queste varie voci, ei rattemprò di sua ribelle gioja il gran bollore in parte. Il dí frattanto si muore; e fian segnal funesto l'ombre di ragioni ben altre. Giá giá taciti i pretoriani schieransi; proscritte giá son piú teste. Il nuovo sol vedrassi sorger nel sangue; e nel silenzio, quindi. Ma, se pur spento ogni tumulto affatto doman tu vuoi; se a breve gaudio falso, lungo terribil lagrimar verace vuoi che sottentri; ad evidenza piena or t'è mestiero trar le accuse gravi giá intentate ad Ottavia: in altra guisa mai non verresti del tuo intento a fine. Tutti uccider non puoi...
NER. Men duol.
TIGEL. Ma tutti convincer puoi. L'ultima strage è questa, ove adoprar l'arte omai debbi.
NER. Vanne, poich'è pur forza; e le intentate accuse caldamente prosiegui. Andiam, Poppea; vendetta avrem di quest'iniqua. Intanto il di verrá, che compier mie vendette, piú mestier non mi fia l'altrui soccorso.
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
OTTAVIA.
Ecco, giá il popol tace: ogni tumulto cessò; rinasce il silenzio di morte, col salir delle tenebre. Quí deggio aspettar la mia sorte; il signor mio cosí l'impone.--Or, mentre sola io piango, che fa Nerone? In rei bagordi egli apre la notte giá. Securo stassi ei dunque? sí tosto? appieno?... E in securtá pur viva! Ma, a temer pronto, e a distemer del pari, nulla ei piú crede ad un lontan periglio: di un tanto error, deh, non glien torni il danno!-- Fra disoneste ebrezze, e sozzi giuochi di scurril mensa, or (qual v'ha dubbio?) orrenda morte ei mi appresta. Il fratel mio giá vidi cader fra le notturne tazze spento; scritto in note di sangue a mensa anch'era d'Agrippina l'eccidio: ognor la prima vivanda è questa, che a sue liete cene imbandisce Neron; le palpitanti membra de' suoi.--Ma, il tempo scorre; e niuno venire io veggio,... e nulla so... Del tutto Seneca anch'egli or mi abbandona?... Ah, forse piú non respira... Oh cielo!... ei sol pietoso era per me... Neron giá forse in lui il furor suo... Ma, oh gioja! Eccolo, ei viene.
SCENA SECONDA
OTTAVIA, SENECA.
OTTAV. Seneca, oh gioja! ancor sei dunque in vita? Vieni, o mio piú che padre... E che? nel volto men tristo sembri: oh! che mi arrechi?
SENECA Intatta, godi, è pur sempre la innocenza tua. Le tue tante virtú d'alcun lor raggio infiammato a virtude hanno i piú bassi servili cori. Infra martíri atroci, fra strazj orrendi, le tue ancelle a un grido, tutte negaro il tuo supposto fallo. Marzia fra loro era da udirsi: in fermo viril libero aspetto (e da far onta a noi schiavi tremanti) in Neron fitti gl'imperterriti sguardi, ora a vicenda Tigellino, or Nerone, ad alta voce mentitor empj iva nomando: e piena di generosa rabbia, inni solenni di tua santa onestá cantando, salda ella ai tormenti, da forte spirava.
OTTAV. Misera! ahi degna di miglior destino!... Ma ciò, che vale? A ricomprar mio sangue, havvi sangue che basti?
SENECA Or, piú che pria, scabro a Neron fassi il versarlo. Hai tratto lustro ed onor donde sperò l'iniquo che infamia trar tu ne dovresti, e morte. Eucero stesso, benedire ei s'ode il suo morire. Or giuramenti orrendi, per cui sua testa agli infernali Numi consacra; or spande liberi, e feroci detti, che attestan tua virtude; or giura piú a grado aver e funi, e punte, e scuri, che l'oro offerto di calunnia in prezzo. Di Tigellino ei le promesse infami chiare ad ogni uomo fa; lo ascoltan pieni d'inusitato orror gli stessi feri suoi carnefici, e quasi le lor mani trattengon, mal loro grado. In fretta io vengo il grato avviso a dartene.
OTTAV. Deh! mira, chi viene a me: miralo, e spera.
SENECA Oh cielo!
SCENA TERZA
TIGELLINO, OTTAVIA, SENECA.
TIGEL. Il tuo signor ver te m'invia.
OTTAV. Deh! rechi tu almen mia morte? Or che innocente io sono, grata sarammi.
TIGEL. Il tuo signor per anco tal non ti crede; e, ad innocente farti, non bastava il munir di velen pria Eucero, e tutte le tue conscie ancelle, sí, che ai martir non resistesser: gli hai tolti ai tormenti, ma a te stessa il mezzo di scolparti toglievi...
OTTAV. Or, qual novella menzogna?...
TIGEL. Omai vieta Neron, che fallo non ben provato a te si apponga. Or altra, ben altra accusa or ti s'aspetta; e il reo, non fra' martir, ma libero, e non chiesto, viene a mercé.
OTTAV. Qual reo? Parla.
TIGEL. Aniceto.
SENECA D'Agrippina il carnefice!
OTTAV. Che sento?
TIGEL. Quei, che Neron d'alto periglio trasse: fido era allora al suo signor; tu, donna, traditor poscia il festi. Ei ripentito, vola or sull'orme tue; primo ei s'accusa; e tutto svela: ma non men sua pena ne avrá perciò.
OTTAV. Quale impostura?...
TIGEL. Ei forse l'armata, ond'è duce in Miseno, a un cenno tuo ribellar non prometteati?--E dirti deggio, a qual patto?
OTTAV. Ahi! lassa me! Che ascolto? Oh scellerata gente! oh tempi!...
TIGEL. Impone a te Nerone, o di scolparti a un tempo dei sozzi amori, e de' sommossi duci, e degli audaci motti, e delle tante tese a Poppea, ma invano, insidie vili, e del tumulto popolare; o vuole, che rea ti accusi: a ciò ti dona intero questo venturo dí.
OTTAV. ... Troppo ei mi dona.-- Vanne, a lui torna: e pregalo, ch'ei venga quí con Poppea. Narrar vo' solo ad essi i miei tanti delitti: altro non chieggo: tanto impetrami; va. Dell'onta mia lieta a gioir venga Poppea; l'aspetto.
SCENA QUARTA
OTTAVIA, SENECA.
SENECA E che vuoi far?
OTTAV. Morir; sugli occhi loro.
SENECA Che parli?... Oimè! tel vieterá, se il brami...
OTTAV. E un sí gran dono da Neron vogl'io?-- Ad altri il chieggo; e spero...
SENECA Erami noto Nerone assai; ma pur, nol niego, or sono d'atro stupor compreso. Ognor piú fero ch'altri nol pensa, egli è.
OTTAV. --Seneca, ad alta impresa, io te nel mio pensiero ho scelto. S'hai per me stima, amor, pietade in petto, oggi men puoi dar prova. A me giá fosti mastro di onesta, e d'incorrotta vita; di necessaria morte esser mi dei or tu ministro.
SENECA Oh ciel!... Che ascolto?... Morte d'impeto insano esser de' figlia?
OTTAV. A vile tanto mi hai tu, che d'immutabil voglia non mi estimi capace? Or, non è forse morte il minor dei minacciati danni? Ch'altro mi resta? di'.--Tu taci?
SENECA ... Oh giorno!
OTTAV. Su via, rispondi: altro che far mi avanza?
SENECA ... Mi squarci il cor... Ma, poss'io mai sí crudo esser da ciò?...
OTTAV. Saviezza in te fallace or tanto fia? Puoi dunque esser sí crudo da rimirarmi straziata in preda della rival feroce, a cui mia vita poco par, se mia fama in un non toglie? Lasciarmi esposta alle mal compre accuse d'ogni ribaldo hai core? alla efferata del rio Nerone insazíabil ira?
SENECA ... Oh giorno infausto! Or perché vissi io tanto?
OTTAV. Ma, e che t'arresta?... e che paventi?... Ancora forse hai speme?
SENECA Chi sa?...
OTTAV. Tu, men ch'ogni altri, speri: Neron troppo conosci: hai fermo tu per te stesso (e certo a me nol nieghi) sfuggir da lui con volontaria morte: tu, fermo in ciò, da men mi credi; e m'ami? Tremendo ei m'è, fin che dell'alma albergo queste misere mie carni esser veggio. Oh qual può farne orrido strazio! e s'io alle minacce, ai tormenti cedessi? Se per timor mi uscisse mai del labro di non commesso, né pensato fallo, confessíon mendace?... Da lunghi anni uso a mirar dappresso assai la morte, tu stai securo: io non cosí; d'etade tenera ancor, di cor mal fermo forse; di delicate membra; a virtú vera non mai nudrita; e incontro a morte cruda ed immatura, io debilmente armata; per te, se il vuoi, fuggir poss'io di vita; ma, di aspettar la morte io non ho forza.
SENECA Misero me! co' miei cadenti giorni salvar sperava i tuoi. Dovea la plebe udir da me le ascose, inique, orrende arti del rio Neron;... ma invano io vissi: tace la plebe; ed altro omai non ode che il timor suo. Di questa orribil reggia mi è vietato l'uscire... Oh ciel! chi vale contro empio sir, s'empio non è?
OTTAV. Tu piangi?... Me dall'infamia e dai martír, deh! salva: da morte, il vedi, ogni sperarlo è vano. Salvami, deh! pietade il vuole...
SENECA E quando... io pur volessi,... in sí brev'ora,... or... come?... Meco un ferro non ho; giunge a momenti Nerone...
OTTAV. Hai teco il velen sempre: usbergo solo dei giusti in queste infami soglie.
SENECA Io,... con me?...