Ottavia

Part 2

Chapter 23,330 wordsPublic domain

OTTAV. Tra 'l fero orror di tenebrosa notte, cinta d'armate guardie, trar mi veggo in questa reggia stessa, onde, ha due lune, sveller mi vidi a viva forza. Or, lice ch'io la cagione al mio signor ne chiegga?

NER. --Ad alto fine in marital legame c'ebber congiunti i genitori nostri fin da' piú teneri anni. Ognora poscia docil non t'ebbi al mio volere in opre, quanto in parole: assai gran tempo io 'l volli soffrir; piú forse anco il soffria, se madre di regal prole numerosa e bella fossi tu stata almeno; ond'io ne avessi ristoro alcun di affanni tanti. Invano io lo sperai; sterile pianta, il trono per te d'eredi orbo restava; e tolto m'era, per te, di padre il dolce nome. Ti repudiai perciò.

OTTAV. Ben festi; ov'altra, troppo piú ch'io nol fui, felice sposa farti di cari e numerosi figli lieto potea, ben festi. Altra che t'ami quant'io, ben so, non la trovasti ancora, né troverai. Ma che? mi opposi io forse ai voler tuoi? Nel rimirarti in braccio d'altra, ne piansi; e piango. Altro che pianto, e riverenza, e silenzio, e sospiri, forse da me s'udia giammai?

NER. Dolcezza hai su le labra molta; in cor non tanta. Traluce ai detti il fiel: tu mal nascondi l'ira che in sen contro Poppea nudrisci; e celasti assai meno altre superbe tue ricordanze di non veri dritti.

OTTAV. Deh! scordarti tu al par di me potessi questi miei dritti, veraci pur troppo, poi ch'io ne traggo sí veraci danni!... D'odio e furor lampeggiano i tuoi sguardi? Ah! ben vegg'io, (me misera!) che abborri me piú assai, che marito odiar non possa steril consorte. Oh me infelice donna! Piú ognor ti offesi quant'io piú ti amai. Ma, che ti chiesi? e che ti chieggo? oscura solinga vita, e libertá del pianto.

NER. Ed io, pur certo che d'oscura vita ti appagheresti meglio, a te prescritta l'avea; ma poi...

OTTAV. Ma poi, pentito n'eri: e ch'io non fossi abbastanza infelice, nascea rimorso in te. De' tuoi novelli legami aver me testimon volevi: quí di tua sposa mi volevi ancella; favola al mondo, e di tua corte scherno farmi volevi. Eccomi dunque ai cenni del mio signor: che degg'io fare? imponi.-- Ma in tua corte neppur misera appieno farmi tu puoi, se col mio mal ti appago. Or, di': sei lieto tu? placida calma regna in tuo core? ad altra sposa al fianco, securo godi que' tranquilli sonni, che togli altrui? Quella Poppea, che orbata d'un fratello non hai, piú ch'io nol fea, ti fa beato?

NER. --In quanto pregio debba il cor tenersi del signor del mondo, mai nol sapesti; e il sa Poppea.

OTTAV. Poppea prezzar sa il trono, a cui non nacque: io seppi apprezzar te: né al paragon si attenti meco venirne ella in amarti. Ottiene ella il tuo cor; ma il merto io sola.

NER. Amarmi, no, tu non puoi.

OTTAV. Ch'io nol dovrei, di' meglio: ma dal tuo cor non giudicar del mio. So, che fuor me ne serra eternamente il sangue, ond'esco; e so, che in me tua immago, contaminata del sangue de' miei, loco trovar mai non dovria: ma forza di fato è questa.--Or, se il fratello, il padre, da te svenati io non rimembro, ardisci tu a delitto il fratello e il padre appormi?

NER. A delitto ti appongo Eucero vile...

OTTAV. Eucero! a me?...

NER. Sí; l'amator, che merti.

OTTAV. Ahi giusto ciel! tu l'odi?...

NER. Havvi chi t'osa rea tacciar d'impudico amor servile: or, per ciò solo io ti ritraggo in Roma. O a smentirlo, o a riceverne la pena, a qual piú vuoi, ti appresta.

OTTAV. Oh non piú intesa scelleraggine orrenda! Ov'è l'iniquo accusator?... Ma, oimè! stolta, che chieggo?-- Nerone accusa, e giudica, ed uccide.

NER. Or vedi amore! odi il velen, se tutto dal petto al fin non ti trabocca; or, ch'io le tue arcane laidezze in parte scopro.

OTTAV. Misera me!... Che piú mi avanza? In bando dal talamo, dal trono, dalla reggia, dalla patria; non basta?... Oh cielo! intera mia fama sola rimaneami; sola mi ristorava d'ogni tolto bene: sí prezíosa dote erami indarno da colei, che in non cal tenne la sua, invidíata: ed or mi si vuol torre, pria della vita? Or via; Neron, che tardi? Pace, il sai, (se pur pace esser può teco) aver non puoi, finch'io respiro: i mezzi di trucidar debole donna inerme mancar ti ponno? Entro i recessi cupi di questa reggia, atro funesto albergo di fraude e morte, a tuo piacer mi traggi; e mi vi fa svenare. Anzi, tu stesso puoi di tua man svenarmivi: mia morte, non che giovarti, è necessaria omai. Del sol morir dunque ti appaga. Ogni altra strage de' miei ti perdonai giá pria; me stessa or ti perdono: uccidi, regna, e uccidi ancor: tutte le vie del sangue tu sai; giá in colorar le tue vendette Roma è dotta: che temi? in me dei Claudj muore ogni avanzo; ogni memoria e amore che aver ne possa la plebe. I Numi son usi al fumo giá dei sanguinosi incensi tuoi: stan d'ogni strage appesi i voti ai templi giá; trofei, trionfi son le private uccisíoni.--Or dunque morte a placarti basti: or macchia infame perché mi apporre, ov'io morte sol chieggo?

NER. --In tua difesa intero a te concedo questo nascente dí. Se rea non sei, gioja ne avrò.--Non l'odio mio, ma temi il tuo fallir, che di gran lunga il passa.

SCENA SETTIMA

OTTAVIA.

Misera me!... Crudo Neron, pasciuto di sangue ognor, di sangue ognor digiuno!

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

OTTAVIA, SENECA.

OTTAV. Vieni, o Seneca, vieni; almen ch'io pianga con te: niun con chi piangere mi resta.

SENECA Donna, e fia ver? mentita accusa infame...

OTTAV. Tutto aspettava io da Neron, men questo ultimo oltraggio; e sol quest'uno avanza ogni mia sofferenza.

SENECA Or, chi mai vide insania in un sí obbrobriosa, e stolta? Tu vivo specchio d'innocenza e fede, tu pieghevole, tenera, modesta, e ancor che stata di Nerone al fianco, pure incorrotta sempre; e a te fia tolta or tua fama cosí! non fia, no; spero. Io vivo ancora, io testimonio vivo di tua virtú; spender mia voce estrema in gridarti innocente udrammi Roma: chi fia sí duro, che pietá non n'abbia? Deh! non mi dir (che mal può dirsi) or quanta sia l'amarezza del tuo pianto: io tutto sento e divido il dolor tuo...

OTTAV. Ma invano tu speri. Nulla avermi tolto estima Neron, fin ch'ei la fama a me non toglie. Tutto soggiace al voler suo: te stesso tu perderesti, e indarno: ah! per te pure tremar mi fai. Ma in salvo, è ver, che posta da lunga serie di virtudi omai è la tua fama: il fosse al par la mia!... Ma, giovin, donna, infra corrotta corte cresciuta, oh cielo! esser tenuta io posso rea di sozzo delitto. Altri non crede, né creder de', ch'io per Neron tuttora amor conservi: eppur, per quanto in seno in mille guise egli il pugnal m'immerga, per me il vederlo d'altra donna amante è il rio dolor, che ogni dolor sorpassa.

SENECA Neron mi serba in vita ancora: ignota m'è la cagion; né so qual mio destino me dall'orme ritrae di Burro, e d'altri pochi seguaci di virtú, ch'ei spense. Ma pur Neron, per l'indugiarmi alquanto, tolto non m'ha dal suo libro di morte. Io, di mia mano stessa, avrei giá tronco lo stame debil mio; sol men rattenne speme, (ahi fallace, e poco accorta speme!) di ricondurlo a dritta via.--Ma, trargli di mano almeno un innocente, a costo di questo avanzo di mia vita, io spero. Deh, fossi tu pur quella! o almen potessi risparmiarti l'infamia! Oh come lieto morrei di ciò!

OTTAV. ... Nel rientrare in queste soglie, ho deposto ogni pensier di vita. Non ch'io morir non tema; in me tal forza donde trarrei? La morte, è vero, io temo: eppur la bramo; e sospiroso il guardo a te, maestro del morire, io volgo.

SENECA Deh!... pensa... Il cor mi squarci... Oimè!...

OTTAV. Sottrarmi il puoi tu solo; dalla infamia almeno... L'infamia! or vedi, onde a me vien: Poppea bassi amori mi appone.

SENECA Oh degna sposa di Neron fero!

OTTAV. Ei di virtú per certo non s'innamora: prepotenti modi, liberi, audaci, a lui son esca, e giogo; teneri, a lui recan fastidio. Oh cielo! io, per piacergli, e che non fea? Qual legge io rispettava ogni suo cenno: io sacro il suo voler tenea. Di furto piansi l'ucciso fratel mio: se da me laude non ne ottenea Neron, biasmo non n'ebbe. Piansi, e tacqui; e non lordo di quel sangue crederlo finsi: invano. Ognor spiacergli, era il destin mio crudo.

SENECA Amarti mai potea Neron, s'empia e crudel non eri?-- Ma pur, ti acqueta alquanto. Ecco novello giá sorge il dí. Tosto che udrá la plebe del tuo ritorno, e rivederti, e prove darti vorrá dell'amar suo. Non poco spero in essa; feroci eran le grida al tuo partire; e il susurrar non tacque nella tua breve assenza. Iniquo molto, ma tremante piú assai, Neron per anco tutto non osa; il popol sempre ei teme. Fero è, superbo; eppur mal fermo in trono finor vacilla: e forse un dí...

OTTAV. Qual odo alto fragore?...

SENECA Il popol, parmi...

OTTAV. Oh cielo! alla reggia appressarsi...

SENECA Odo le grida di mossa plebe.

OTTAV. Oimè! che fia?

SENECA Che temi? Soli noi siam, che in questa orribil reggia paventar non dobbiamo...

OTTAV. Ognor piú cresce il tumulto. Ahi me misera! in periglio forse è Neron... Ma chi vegg'io?

SENECA Nerone; eccolo, e viene.

OTTAV. Oh, di qual rabbia egli arde nei sanguinosi occhi feroci!--Io tremo...

SCENA SECONDA

NERONE, OTTAVIA, SENECA.

NER. Chi sei, chi sei, perfida tu, che intera vaneggi Roma al tuo tornare; ed osi gridar tuo nome? Or qui, che fai? che imprendi con questo iniquo traditore? entrambi state in mia possa. Invan la plebe stolta vederti chiede. Ah! se mostrarti io deggio, spero, qual merti, almen mostrarti; estinta.

OTTAV. Di me, Neron, come piú il vuoi, disponi. Ma di ogni moto popolar, deh! credi che innocente son io. Nulla (tel giuro) chieggo, né spero, io dalla plebe: e dove nuocerti pur, mal grado mio, potessi, col mio supplizio il non mio error previeni.

NER. Rea, qual ti sei, pria di punirti, io voglio che ogni uom te sappia.

SENECA Ed ingannar tu speri con sí turpe menzogna il popol tutto?

NER. Tu pur, tu pure, instigator codardo dei tumulti, che sfuggi; ascoso capo di ribellanti moti; all'ira mia tu pur vendetta un dí sarai; ma, poca.

SCENA TERZA

TIGELLINO, NERONE, OTTAVIA, SENECA.

TIGEL. Signor...

NER. Che rechi, o Tigellin? favella.

TIGEL. Vieppiú feroce la tempesta ferve: rimedio sol, resta il tuo senno.--Appena ode la plebe, che un sovran comando Ottavia in Roma ha ricondotto, a gara chiede ogni uom di vederla. In te cangiato credono, stolti, il tuo primier consiglio: e v'ha chi accerta, che di nuovo accolta nel tuo talamo l'hai. Chi corre insano al Campidoglio, e gioja sparge, e voti; altri di alloro trionfal corona ripon sopra le immagini neglette di Ottavia: altri, ebro d'allegrezza, ardisce atterrar quelle di Poppea: tant'oltre giunge l'audacia, che infra grida ed urli nel limo indegnamente strascinate giacciono infrante. Ogni piú infame scherno di lei si fa: colmo è Neron di laudi: ma in bando almen voglion Poppea: né manca chi temerario anco sua morte grida. Inni festivi, e in un minacce udresti; poi preghi, indi minacce, e preghi ancora. Arde ogni cor; dell'obbedire è nulla. Tentan duci e soldati argine farsi alla bollente rapidissim'onda; invan; disgiunti, sbaragliati, o uccisi, è un sol momento.--Omai, che far? Che imponi?

NER. Che far?... Si mostri or questa Ottavia al volgo; su via, si mostri;--indi si sveni.

OTTAV. Il petto eccoti inerme: svenami, se il vuoi. Pur che a te giovi!... Alla infiammata plebe mostrami spenta: ogni colpevol gioja rintuzzerai tosto cosí. Sol chieggio, che un'urna stessa il freddo cener mio di Britannico in un col cener serri. Base al tuo seggio alta e perenne il nostro sepolcro avrai. Perché piú indugi? or questo mio capo prendi; al tuo furore il debbo.

SENECA Se perder vuoi seggio ad un tempo e vita, Neron, sicuro è il mezzo; Ottavia uccidi.

NER. Vendetta avronne ad ogni costo.

OTTAV. Ah! mille morti vogl'io, non ch'una, anzi che danno lieve arrecare al signor mio.

TIGEL. Ma il tempo piú stringe ognora. Odi tu gli urli atroci? Impeto tal non vidi io mai; di tanto meno affrontabil, che di gioja è figlio. Sceglier partito è forza.

OTTAV. E dubbio fia? Nerone, a tor per ora ogni tumulto, ei t'è mestier l'uccidermi, o l'amarmi: l'uno, né mai pur finger tu il potevi; l'altro brami, è gran tempo: osa tu dunque; svenami; ardisci: o se da ciò l'istante fausto or non è, temporeggiar momenti ben puoi. La plebe credula, e ognor vinta pur che deluso sia l'impeto primo, per te s'inganni: è lieve assai; sol basta, ch'io m'appresenti in placida sembianza, come se in tuo favor tornata io fossi; sol, ch'io mi finga tua. Cosí la calca fia spersa tosto; ogni rumor fia queto; tempo cosí di sguainar tua spada, e di segnar tue vittime t'acquisti.

NER. A Roma, io sí, te mostrerò: ma pria chiarir voglio, se in Roma il signor vero son io.--Tu corri, Tigellino, al campo; tacitamente i pretoriani aduna; terribil quindi esci improvviso in armi sovra gli audaci; e i passi tuoi sien morte di quanto incontri.

TIGEL. Io l'ardirò; ma incerto ne fia l'evento assai. Feroce l'atto parrá, col ferro il rintuzzar la gioja. E se in furor si volge? è breve il passo.-- Mal si resiste a una cittá; supponi ch'io co' miei forti cada; in tua difesa chi resta allora?

NER. È ver... Ma, il ceder pure parrebbe...

TIGEL. Or credi a me: periglio grave non far di lieve: il sol tuo aspetto forse può dissiparli appieno.

NER. ... Io di costei rimango a guardia. In nome mio tu vanne, mostrati lor: ben sai che sia la plebe; seco indugiar fia il peggio. A piacer tuo, fingi, accorda, prometti, inganna, uccidi: oro, terror, ferro, parole adopra; pur che sien vinti. Va, vola, ritorna.

SCENA QUARTA

NERONE, OTTAVIA, SENECA.

NER. Seneca, e tu, guai se d'uscir ti attenti della reggia:... ma statti da me lungi, ch'io non ti vegga. Iniqui voti intanto fare a tua posta puoi; spera, desia; giá giá si appressa anco il tuo dí.

SENECA Lo aspetto.

SCENA QUINTA

NERONE, OTTAVIA.

NER. E tu, fia questo il tuo trionfo estremo, godine pur; che breve...

OTTAV. Il dí, ma tardo, anco verrá, che Ottavia a te fia nota.

SCENA SESTA

POPPEA, NERONE, OTTAVIA.

POPPEA Dimmi, o Nerone: al fianco tuo m'hai posto sul trono tu, perch'io bersaglio fossi alla insolenza del tuo popol vile? Ma che veggio? mentr'io son presa a scherno, tacito, e dubbio, e inulto, stai tu appresso alla cagion d'ogni tuo danno? In vero, signor del mondo egli è Nerone! il volgo pur la sua donna a lui prefigge.

OTTAV. Hai sola tu di Nerone il core: omai, che temi? Io prigioniera vile, io son l'ostaggio della ondeggiante fe d'audace plebe. Ti allegra tu: queta ogni cosa appena, le tue superbe lagrime rasciutte tosto saranno con tutto il mio sangue.

NER. Tosto in luce verran gli obbrobrj tuoi; Roma vedrá qual sozzo idol s'ha fatto. Gli avuti oltraggi, a te, Poppea, verranno ascritti a onor; a infamia sua gli onori.

OTTAV. E se pur v'ha chi me convincer possa d'infamia a schiette prove, io giá t'ho scelta, in mio pensier, Poppea; giudice sola te voglio. Il variar del cor gli affetti, tu sai qual sia delitto, e qual mercede a chi n'è rea si debba.--Ma innocente io son, pur troppo, anco ai vostr'occhi. Or via, tu, che sí altera in tua virtú ti stai; tu, né pur osi or sostener miei sguardi.

NER. Che ardisci tu? Del tuo signor rispetta la sposa; trema...

POPPEA Eh! lascia. Ella ben sceglie il suo giudice in me: qual mai ne avrebbe benigno piú? qual potrei dare io pena a chi l'amor del mio Neron tradisce, quale altra mai, che il perderlo per sempre? E pena a te, qual fia piú lieve? il vile tuo amor, che ascondi invano, appien ti fora per me concesso il pubblicarlo: degna d'Eucero amante, degnamente io farti d'Eucero voglio sposa.

OTTAV. Eucero è velo a iniquitá piú vil di lui. Ma teco io non contendo: a ciò non nacqui: ardita non son io tanto...

NER. A chi se' omai tu pari? Te fa minor d'ogni piú vile ancella tua turpe fiamma: appien dal prisco grado, dalla tua stirpe appien scaduta sei.

OTTAV. Tu meno assai mi abborriresti, s'io scaduta fossi or d'ogni cosa; o s'anco tu il pur credessi. Ma, se il vuoi, ti dono, tranne sol l'innocenza, ogni mia cosa.-- Crudel Neron, qual che tu sii, né posso cessar d'amarti, né arrossirne: immensa ben m'è vergogna in ver, rival nomarmi di Poppea: ma nol son; mai non ti amava costei: tuo grado, il trono, e quanto intorno ti sta, ciò tutto, e non Nerone ell'ama.

NER. Perfida, or ora...

OTTAV. E tu, quand'io t'impresi ad amar, tale, ah! tu non eri: al bene nato eri forse: indole tal ne' primi anni tuoi, no, mai non mostrasti. Or, ecco chi cangia in te l'animo, e il cor; costei ti affascinò la mente; ella primiera, ella ti apprese a saporare il sangue: l'eccidio ell'è di Roma. Io tacio i danni miei, che i minori fieno: ma sanguigno corre il Tebro per te; fratello, e madre...

NER. Cessa, taci, ritratti, o ch'io...

POPPEA Lo sdegno merta costei del signor mio? Gli oltraggi son le usate de' rei discolpe vane. Se offendermi ella, o se prestarle fede potessi tu, solo un de' motti suoi punto m'avria. Che disse? ch'io non t'amo? tu sai...

OTTAV. Tu il sai piú ch'egli: ei lo sapria, se il trono un dí perdesse: appien qual sei conosceriati allora.--Ahi! perché il trono, sola cagion per cui Neron mi abborre, era mia culla? ah! che non nacqui io pure di oscuro sangue! a te spiacevol meno, meno odíosa, e men sospetta io t'era.

NER. Meno odíosa a me? Tu sempre il fosti; e il sei vieppiú: ma, omai per poco.

POPPEA E s'io avi non vanto imperíali, nata di sangue vil son io perciò? Ma, s'anco il fossi pur, non figlia esser mi basta di Messalina.

OTTAV. Avean miei padri regno; noti ad ogni uomo i loro error son quindi: ma, degli oscuri o ignoti tuoi chi seppe cosa giammai? Pur, se librar te meco alcun si ardisse, a Ottavia appor potria gli scambiati mariti? avanzo forse son io d'un Rufo, o d'un Ottone?

NER. Avanzo di morte sei, per breve tempo. Omai del tuo perire, incerto è solo il modo; ma nol cangi, che in peggio.--Esci: e frattanto t'abbian tue stanze: va; ch'io piú non t'oda.

SCENA SETTIMA

NERONE, POPPEA.

NER. Poppea, te meglio, e il tuo Neron conosci. Roma dovessi a fuoco e a sangue io porre, meco il mio impero seppellir dovessi, non ti fia fatto oltraggio piú (tel giuro) per cagion di costei; né a me di mano ella fia tratta mai.--Ti acqueta; in calma ritorna; in me ti affida...

POPPEA Altro non temo, che di morir non tua...

NER. Deh! cessa. Insorto rapidamente è il rio tumulto, e ratto disperderassi: all'opra anch'io mi accingo.-- Secura sta: d'ogni tua ingiuria e danno vendicator me rivedrai, fra breve.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

POPPEA, SENECA.

POPPEA Da me che vuoi?

SENECA Scusa, importuno io vengo: ma forse, io vengo in tuo vantaggio...

POPPEA Or, donde tal cura in te dell'util mio? Mi fosti amico mai, né il sei? Cagion qual altra, che di volermi nuocere?...

SENECA Giovarti mai non vorrei, per certo, ove non fosse misto per or di Ottavia il minor danno all'util tuo. Pietá della innocente illustre donna, amor del giusto, e lungo tedio d'ingrata vergognosa vita, parlar mi fanno: ad ascoltar ti muova tuo interesse, e null'altro.

POPPEA Udiam: che dirmi puoi tu?