Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire
Part 16
Questa crisi per buona sorte giunse al suo fine, senza avere cagionato la rovina che sembrava ne minacciasse; del che devesi render grazie alla moderazione dell'Imperatore dei francesi, e al sincero desiderio, anzi al bisogno di pace, che predomina tanto in Italia quanto in Francia. — Che il governo italiano non potesse operare come ausiliario di un branco di giovani indisciplinati, inspirati dai meetings di Ginevra, di Milano e di altre città d'Italia, di poche bande di volontari le quali portavano inscritti sulle loro bandiere principii e sentimenti rivoluzionari, e si dichiaravano seguaci di Mazzini e de' suoi luogotenenti, creando nelle borgate da essi occupate dei governi provvisorii, che sapevano di repubblica assai più che di monarchia costituzionale, ed operando come avrebbero operato prima del 59, cioè come se la nazione italiana ed il regno d'Italia non esistessero, o ne ignorassero la esistenza; che il governo acclamato dalla intera Italia, e che la rappresenta, non potesse entrare in campo come ausiliario delle bande dette garibaldine, è cosa troppo evidente perchè possa mettersi in discussione. — E tale evidenza appare maggiormente ancora, se si riflette che le popolazioni degli stati pontificii, e la romana in particolare, non si mostrarono per nulla consenzienti ai tentativi fatti sotto pretesto di liberarle, e che il successo degli assalitori non avrebbe avuto luogo senza spargimento di sangue italiano per mano italiana. — Se dunque il nostro governo, il governo di Vittorio Emanuele, si fosse indotto ad unirsi ai garibaldini, esso avrebbe mancato ai trattati, avrebbe condotto i suoi soldati contro gente italiana; e tutto ciò per assicurare il trionfo di una fazione a lui avversa, e così debole ed impotente, che a nulla poteva riescire se non coll'aiuto del regno d'Italia. — D'altra parte il governo del nostro re non poteva combattere direttamente le bande garibaldine, senza incorrere in una guerra civile ed imbrattarsi di sangue italiano; e ciò per difendere diritti ch'esso non riconosce, e contro la cui legittimità egli si è dichiarato. — Le cose stando in tale stato, l'intervento francese, sebbene pieno anch'esso di pericoli, era però il solo mezzo di evitare a noi la guerra civile, e di mettere il Pontefice al sicuro da una catastrofe, la cui responsabilità sarebbe ricaduta sulla nazione italiana e sul suo governo. — Ora che la tranquillità ed un certo buon ordine, compatibile con un pessimo governo, sono ristabilite, le truppe francesi lasceranno il paese ove sono una vivente violazione del principio che la Francia stessa proclamava del non intervento nelle dissensioni intestine dei vari stati europei. Ma siccome i recenti avvenimenti hanno dimostrato che la convenzione del 65 tra la Francia e l'Italia, nei termini in cui fu concepita e redatta, non produce quei risultati che da essa si aspettavano; siccome il governo italiano, a cagion d'esempio, non può impedire che il territorio pontificio sia assalito da bande di volontari, senza combatterle, ciò che ripugna ad ogni cuore avverso alla guerra civile; nè può impedire che la città di Roma cada difatto nelle mani dei volontari o delle popolazioni insorte, mentre i trattati gli vietano di occupare esso medesimo quel territorio; per questi e molti altri motivi, la cui enumerazione riescirebbe troppo lunga, si comporrà un nuovo trattato che ponga al sicuro la persona del Pontefice da ogni offesa, e garantisca il rispetto dovuto alla religione della civiltà, a tutto ciò che si riferisce ad essa, come sarebbero i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi ministri, ecc.
Possiamo dunque sperare, malgrado le immeritate invettive e le imprudenti dichiarazioni di alcuni fra i ministri ed oratori della Francia, che codesta nazione, più sensata e più giusta di que' suoi rappresentanti, rispetterà le costanti e legittime aspirazioni dell'Italia; e si terrà soddisfatta d'intervenire in ciò che vi è veramente di universale nella così detta quistione romana, cioè di assicurare la conservazione della religione cristiana e cattolica, e di quanto la concerne, lasciando agli italiani la cura d'intendersi col Pontefice su ciò che appartiene esclusivamente all'Italia, cioè sulla questione dell'annessione di Roma, purchè ci asteniamo dall'uso della forza materiale, della violenza. Riconosciuti una volta i nostri diritti, e posti alcuni limiti all'esercizio loro, spetterà a noi l'approfittare con somma prudenza dei nostri vantaggi, mostrarci capaci di contenere i nostri desideri, e aspettare il momento opportuno per soddisfarli. — Se l'Italia sa mantenersi nazione libera ed indipendente, ordinata e tranquilla, sotto un governo costituzionale ed italiano, che l'Europa ha riconosciuto e rispetta, non v'ha per me dubbio che Roma debba in breve entrare a parte delle nostre sorti. L'incertezza si riferisce soltanto al come e al quando sarà compiuto questo finale e solenne avvenimento; e a tale incertezza dobbiamo rassegnarci sinceramente, come ad una invincibile necessità politica e sociale.
Ma perchè tale rassegnazione sia possibile, e porti i suoi frutti, dobbiamo rientrare nelle vie di una regolare ed ordinata libertà, e rinunziare alla politica sentimentale, che già troppo sovente ne fuorviava. — Nessun paese può dirsi libero, se concede ad un uomo, sia pur esso il più virtuoso ed il più amato, di mettere in non cale la legge, e di seguire soltanto la propria volontà. — Il re è sottomesso alla legge, ed alla legge obbedisce. Perchè si permette al generale Garibaldi di sprezzarla, e di non tenerla in alcun conto? Egli non aveva che un solo mezzo per conservarsi in una condizione così eccezionale, ed era l'usarne assai di rado, ed il non abusarne mai. — Garibaldi invece si è fatto lo stromento di Mazzini e dei Mazziniani in Italia, e si accinse a realizzarvi i loro sogni. — Con ciò ne ha posto due volte sull'orlo della guerra civile e della guerra contro la Francia. — Questi due fatti, quello di Aspromonte e quello di Monterotondo, lo hanno balzato dal trono fantastico su cui lo aveva posto la nostra gratitudine, e ridotto alla condizione di semplice cittadino di un paese libero; condizione, di cui, mi sia permesso il dirlo, non v'ha eroe che non possa e non debba tenersi per soddisfatto ed onorato.
Sia dichiarato una volta, e nessuno lo contesti, che Garibaldi deve obbedire alla legge come ogni altro cittadino d'Italia, non solo quando l'obbedienza non gli pesa, ma sempre ed in qualsivoglia circostanza, e che qualora egli tentasse una terza volta d'infrangerla, sarà richiamato al dovere coi mezzi stessi dalla legge prescritti. — L'uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge è la prima fra le grandi conquiste che la rivoluzione francese dell'89 compì sulla tirannide dei governi assoluti, il principio più fecondo e più benefico della moderna civiltà, e chi non sa contentarsene e rendergli omaggio, si mostra indegno di far parte di un consorzio civile e libero.
FINE
INDICE
Al lettore pag. 3 Cap. I. — Situazione politica e materiale d'Italia » 5 » II. — Influenza del passato » 35 » III. — Carattere dell'italiano, sue varietà e sue conseguenze » 75 » IV. — Spirito di parte » 113 » V. — Nostri doveri » 127 » VI. — Risultati verso i quali tutti dobbiamo tendere » 133 Note » 149
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (qui/quì, subìto/subíto e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.