Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire
Part 14
Mi si risponderà forse che singoli individui, per operosi e desiderosi del bene che sieno, nulla possono sulle moltitudini. — Io credo invece che chiunque, per debole che naturalmente sia, acquista una ragguardevole autorità sulle masse, quando cammini a faccia scoperta ed a fronte alzata sulla retta via. — Del resto non vedo perchè gli individui che hanno opinioni, volontà e sentimenti comuni, debbono rimanere isolati gli uni dagli altri. — Riuniscano le loro forze, si associno, come già si associarono segretamente quando intrapresero di liberare la patria. — Quella era una impresa in cui l'individuo era pressochè impotente, poichè non poteva essere condotta a buon termine se non colla forza. Allora le associazioni erano interdette; e cionullameno una trama nascosta ordivasi in tutta Italia, e non so se un solo fra i patrioti italiani possa dire di non avere appartenuto ad una delle tante società che avevano per oggetto la liberazione del paese. — Oggi le associazioni fra i cittadini sono permesse non solo, ma raccomandate e protette; per cui nessun individuo può scusare la propria inazione col pretesto che gli sia vietato di operare.
Non registrerò qui per minuto i vari oggetti che tali associazioni potrebbero e dovrebbero proporsi, variando essi ad ogni passo, perchè in ogni città, in ogni provincia d'Italia, vi sono dei bisogni speciali. Dirò soltanto che i popoli sono suscettibili di progresso; e che con quella medesima facilità con cui gli italiani furono corrotti e pervertiti dal dispotismo, possono essere emendati ed illuminati dalla libertà e dalle istituzioni a cui questa serve di base. Osservino gli uomini assennati di ogni città, di ogni provincia italiana, quali più funesti effetti produsse nei loro concittadini il dispotismo straniero; e quindi riuniti, stretti fra loro da patriottico nodo, si accingano a combatterli, chiamando in loro sussidio il buon senso popolare, che in Italia così facilmente si risveglia, e dimostrino a tutti la falsità delle loro credenze, la vanità dei loro sospetti e dei loro pregiudizi, l'assurdità delle loro esigenze e delle loro pretese, le conseguenze inevitabili e funestissime della loro condotta, la necessità delle civili virtù, fra le quali la più cospicua è forse la tolleranza dei mali individuali, quando questi abbiano per risultato il maggior bene del maggior numero. — Facciano noto a chi lo ignora, che la libertà e l'indipendenza di una nazione, già schiava dalla caduta del romano impero sino ai giorni nostri, non sono beni che si acquistano con poca spesa e con poca fatica; e che il perdersi d'animo perchè pagandoli si scema il nostro avere, è un condursi da vile o da spensierato. — E mentre insegnano a chi le ignora le prime e più semplici verità fondamentali della vita nazionale e civile, si applichino a rimediare in qualche parte almeno ai danni reali che cagionano il malcontento delle moltitudini. — Si aprano dei negozi cooperativi, delle banche popolari, ed altre simili istituzioni, atte a combattere gli intrighi di certi capitalisti, che si arricchiscono speculando sulla miseria e sulla ignoranza del volgo, e mentre l'erario o i varii municipi sono costretti a gravare di qualche imposta gli oggetti di prima necessità, ne esagerano pel proprio loro illecito guadagno i prezzi correnti, e fanno credere al popolo che tale aumento rovinoso per lui sia opera del governo.
Insomma io vorrei che si formasse in Italia una vastissima associazione, nella quale s'inscrivessero tutti gli uomini dotati di buon senso, di patriottismo e di onestà, allo scopo di mettere in comune le loro facoltà, i loro mezzi ed i loro pensieri, per sollevare il povero dalla sua miseria, l'ignorante dalle sue tenebre, e per procurare a tutti l'opportunità di lavorare e di fruire dei vantaggi dell'industria e del commercio. — E finchè tale immensa associazione sia formata ed eserciti l'opera sua, vorrei che gli uomini più operosi, più esperti e più colti delle varie città d'Italia, si unissero e formassero delle associazioni parziali, tendenti tutte a quel medesimo fine, non tralasciando al tempo stesso di adoperarsi, anche come semplici individui, a persuadere gli ignoranti ed i forviati dei loro errori, e del danno che ad essi e al paese tutto risulta dai pregiudizi loro. — Quando ogni uomo di senno ed amico del proprio paese abbia scolpito nella mente l'idea de' suoi doveri verso il paese stesso, quando questa idea gli sia sempre presente, avrò ottenuto il fine ch'io mi prefissi scrivendo questi fogli; chè i mezzi non verranno meno a chi persiste nel cercarli, ed è risoluto di adoperarli quando ad esso si presentino. — Ciò di cui difettiamo è la costanza della volontà e della risoluzione.
CAPITOLO SESTO ED ULTIMO
RISULTATI VERSO I QUALI TUTTI DOBBIAMO TENDERE
Lo scopo che ogni italiano deve prefiggersi, è la conservazione e la consolidazione della nostra indipendenza, insieme collo sviluppo delle nostre libertà, le quali produr debbono la nazionale prosperità.
Queste però sono nozioni troppo generali, e su di cui ognuno conviene, differendo poi sul significato dei vocaboli libertà, indipendenza e prosperità nazionale, come pure sui mezzi più atti a procurarne lo sviluppo. — Credo perciò di dover definire che cosa intendo di raccomandare a' miei compatriotti, quando li esorto a consolidare la nostra indipendenza e le nostre libertà, sviluppando queste ultime in modo da produrre alla nazione il ben essere e la prosperità.
Una nazione può dirsi indipendente, quando nessuna parte del suo territorio è occupato e soggetto allo straniero, e quando essa possiede forze e volontà sufficienti per difendersi efficacemente contro chiunque tentasse invaderne i confini. Perchè una nazione possa dirsi a buon dritto indipendente, non occorre ch'essa ripudii qualunque influenza straniera: il che la porrebbe tosto o tardi in ostilità con questo o con quell'altro de' suoi vicini, ed avrebbe per conseguenza più o meno remota, di esporre a gravi pericoli la stessa di lei indipendenza. — Ciò osservo, perchè v'ha in Italia una scuola politica di fierissima indipendenza, la quale considera ogni atto di condiscendenza verso gli alleati come un principio di soggezione, e lo biasima come intollerabile viltà. — Codesti fanatici della indipendenza, vorrebbero che la nazione camminasse sempre nella direzione che più spiace, più offende, o più minaccia le nazioni vicine; e se l'una di esse ne fu un giorno benefica, veggono nella nazionale gratitudine un pericolo per la patria indipendenza, ed appunto verso quella benefica potenza si volgono con sospetto e con avversione maggiore, e sono più ansiosi di mostrarsele nemici.
Le pacifiche relazioni fra le potenze, che si dividono questa parte del mondo chiamata Europa, sono necessarie alla generale prosperità, e si alimentano e si mantengono mediante reciproche concessioni, sagrifici e buoni uffizi. — L'urtarsi di proposito contro chi non ha provocato l'offesa, non è atto d'indipendenza, bensì di assurda jattanza, e di non giustificata prepotenza. — L'esagerazione di qualsiasi virtù, così delle politiche e civili, come delle famigliari o domestiche, si avvicina al vizio opposto, piuttosto che alla stessa esagerata virtù. — Virtù significa forza, e non vi è vera forza senza moderazione e giustizia.
Una nazione può dirsi a buon dritto libera, quando non è richiesta di obbedire ad altri che alla legge, e quando nessun comando abbia forza di legge sinchè non sia stato dichiarato tale ed approvato dalla maggioranza dei rappresentanti la nazione. — Queste sono le basi di una bene ordinata libertà, e possono trovarsi parimenti sotto qualsiasi forma di governo, cioè monarchico o repubblicano. Se ci scostiamo da codesta massima, se oltrepassiamo questa linea di confine tra il vero ed il falso, cadiamo nella confusione e nella contraddizione di noi stessi e delle nostre dottrine. — Qualunque resistenza incontrino i desideri di un cittadino, sarà da questo dichiarata tirannica, e gli sembrerà tanto più intollerabile, quanto è più ardente (non già più legittimo) il desiderio combattuto. — Si chiamerà dispotica e tirannica la volontà dei rappresentanti della nazione, che è quanto dire la volontà della nazione stessa, dimenticando così che l'indelebile carattere del dispotismo, ciò che distingue l'arbitrario comando dalla legge, è appunto il non essere quello sancito dalla nazione. — Una legge emanata dal parlamento può essere improvvida, mal concepita, diciam pure ingiusta, chè non vi ha modo quaggiù di prevenire radicalmente e sicuramente gli errori o i vizi degli uomini; ma una legge così fatta non sarà mai, ed in nessun caso, arbitraria o dispotica. — Gli ultra liberali, che non si accontentano della libertà come l'ho testè definita, non hanno peranco scoperto il rimedio specifico contro la umana fallibilità, nè credo sieno avviati verso tale mirabile scoperta. — Il criterio del giusto e dell'ingiusto considerati in modo assoluto non esiste quaggiù; esiste bensì quello del legittimo e dell'illegittimo, ossia arbitrario comando, e ciò è appunto, come già dissi, l'essere il primo sancito dalla volontà nazionale, e il non esserlo il secondo.
E di ciò dobbiamo contentarci, per una semplicissima ragione; cioè perchè è impossibile l'ottenere di più. — Non già perchè la libertà, quale la sognano gli ultra liberali, sia circondata da tali ostacoli, difesa e gelosamente custodita da chi vorrebbe defraudarne i popoli, che impossibile ci riesca l'impadronircene; ma non possiamo ottenerla perchè non esiste; e ciò che da lungi ne simula l'aspetto, altro non è veramente che un fantasma, una illusione, che si trasforma in confusione, in nebbia, nella peggiore delle tirannidi, l'anarchia, ossia nel libero esercizio di ogni individuale volontà. Di ciò fecero memorabile esperimento i Francesi quando nell'89 e nel 95 stabilirono, come criterio e misura della nazionale libertà, la libertà di ogni singolo individuo.
La libertà come io la intendo sagrifica in una certa misura l'individuo alla nazione, e non considera quello se non come parte integrale o come rappresentante di questa. — La libertà come la intendono gli ultra liberali, la libertà non definita e non definibile, non confessa la necessità di sagrificare nè l'individuo alla nazione, nè la nazione all'individuo, ma di fatto li sagrifica ambedue ad una illusione, ad una falsa dottrina. — L'esercizio dell'assoluta libertà dell'individuo, e di tutte quelle individuali libertà radunate come in un fascio che comporrebbero la nazionale libertà, è una di quelle teorie belle e seducenti per sè stesse, ma che non reggono alla pratica, perchè la libertà sfrenata di un individuo si urta necessariamente colla libertà sfrenata di un altro individuo, e tutte queste libertà osteggianti fra loro, formano non già la nazionale e universale libertà, ma un caos tenebroso, ove si combatte ciecamente, e si perdono in breve persino le nozioni del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, del diritto e del dovere. Dio ne salvi da una siffatta libertà! — La libertà come io la intendo è oggi rispettata e stabilita fra noi in tutta la sua pienezza, e direi anche con troppo rigore per parte del nostro governo, che ha accettato lealmente la missione affidatagli nello Statuto; e segue la via che questo gli ha tracciata, senza dipartirsene mai di una linea. — Lo Statuto, che fu sulle prime accordato al solo Piemonte, ammette come fatto incontestabile ch'esso debba reggere una popolazione civile, ordinata, e discretamente istruita, una popolazione insomma degna delle più liberali istituzioni. — Parmi avere dimostrato nel corso di questo volumetto, che alcune parti dell'Italia meridionale non sono ancora giunte a quel grado medesimo di civiltà, che già da molti anni si osservava nel Piemonte. — Vorrei dunque che le istituzioni, le quali debbono reggere il Piemonte non solo, ma tutta Italia, fossero leggermente modificate in guisa da potersi adattare ai vari stadii di civiltà a cui sono giunte le varie popolazioni. — Nè vorrei che tale riforma fosse operata dall'autorità governativa; bensì dal parlamento, che riconoscesse il bisogno di proteggere le popolazioni contro i proprii loro errori, mentre si stanno educando al governo di sè medesime e del paese nostro. Nè vorrei che codeste leggieri modificazioni rivestissero un aspetto di stabilità, ma quello soltanto di misure provvisorie, e destinate a brevissima vita. — E ciò vorrei, perchè temo che le nostre popolazioni agricole, non comprendendo il significato e lo scopo delle nostre istituzioni, si stanchino della parte che ne venne ad esse affidata, e considerandola come l'effetto di un capriccio dell'autorità, si astengano affatto dal concorrervi, rompendo così il buon accordo che risultar doveva dalla esatta osservanza delle istituzioni nostre. L'Italia, abbiam detto, deve aver cura di mantenersi libera, e deve far uso di questa sua libertà come di uno strumento per attivare lo sviluppo delle sue facoltà, o disposizioni naturali, che spingere la debbono a successi commerciali ed industriali non minori di quelli che compiono ogni giorno le nazioni più civili e più ricche del mondo.
Di molti elementi di prosperità difetta però l'Italia. La mancanza considerata sin qui come incurabile di carbon fossile, ed il caro prezzo a cui dobbiamo procurarcelo da lontane contrade, è un grave ostacolo allo sviluppo di ogni industria, e specialmente delle industrie metallurgiche, le quali richiedono un eccesso di calore, che non si ottiene se non dal carbon fossile. E questo ostacolo al progresso delle industrie metallurgiche è una sorgente di danni per tutte le altre industrie, perchè ne costringe ad acquistare all'estero le varie ed innumerevoli macchine, che sono il principale elemento della industriale prosperità di ogni paese. — Altro ostacolo alla nostra commerciale prosperità, è la circostanza dell'aver noi respinto il sistema commerciale protettore, come tirannico e vessatorio, e adottato in sua vece il principio del libero scambio: principio che fruttò all'Inghilterra vantaggi infiniti, perchè le nazionali sue industrie essendo già pervenute ad un alto grado di perfezione e di superiorità, rispetto alle corrispondenti industrie dei continenti europeo ed americano, essa non teme da queste nè concorrenze nè rivalità. E di fatto la facoltà concessa alle nazioni tutte, di mandare i loro prodotti industriali in Inghilterra, senza sottoporli a tassa alcuna, implicando naturalmente per l'Inghilterra un diritto reciproco, essa si trovò ad un tratto signora e padrona di tutti i mercati esteri, che invase co' suoi superiori prodotti industriali. Per tal modo il principio del libero scambio diventò per l'Inghilterra una ricchissima fonte di lucro e d'influenza. — Ma la condizione intrinseca dell'Italia essendo appunto tutto all'opposto di quella dell'Inghilterra, gli effetti che risultare debbono per essa dall'attuazione del principio della illimitata libertà di commercio, sarebbero dei più funesti, imperocchè nessuno fra gli italiani stessi si accontenterebbe dei proprii prodotti, imperfetti, poco durevoli, costosissimi, quando sapesse di potersi procurare i più eccellenti prodotti esteri, senza perdere nè più tempo, nè più denaro. — Quando i prodotti delle industrie straniere ingombrassero le nostre piazze ed i nostri mercati, le industrie nazionali d'Italia sarebbero condannate a certa ed imminente rovina, nè potrebbero prolungare d'alcun poco la loro agonia, se non imitando e falsificando i prodotti degli altri paesi, cioè vendendo i proprii prodotti come fossero prodotti stranieri. Ma simili mezzi non valgono ad assicurare la prosperità di una nazione, nè quella tampoco di una provincia o di una singola industria.
Perchè un popolo sia veramente soddisfatto della sua condizione politica e civile, conviene ch'esso si accorga di progredire sulla via della prosperità materiale, come su quella dello sviluppo intellettuale. Se malgrado le compiute conquiste della libertà, della indipendenza e di un seggio onorevole fra le altre potenze, il popolo riscattato conosce di scendere di giorno in giorno più rapidamente il funesto pendìo della povertà; se si avvede della inutilità dei mal diretti e mal concepiti suoi sforzi per migliorare la sua sorte; quando pure questo popolo non avesse contratto sotto il già franto giogo il malaugurato vizio della intolleranza, e la tendenza ad imputare tutte le sue sventure al governo, ed a' suoi maggiori in generale; quando pure fosse libero da ogni pregiudizio e da ogni preconcetto errore, non saprebbe obbliare i suoi patimenti per godere degli acquistati beni. E qualora il possesso di quelli stessi beni gli venisse contestato, esso non ne risentirebbe nè quel dolore, nè quello sdegno, che avrebbe risentito se i patimenti suoi proprii non ne avessero assorbito pressochè tutta la sensibilità. — L'eroismo che ne fa dimenticare noi stessi e gli attuali nostri dolori, per godere della prospettiva delle gioie e dei trionfi che l'avvenire serba in premio ai pazienti, non è tal cosa che si possa chiedere alle moltitudini; e perchè queste non sono dotate della facoltà dell'astrazione, e perchè difficilmente sanno imaginare ciò che ad esse prepara l'avvenire. Se dunque vogliamo vedere le popolazioni italiane affezionarsi alle istituzioni che le reggono, ed alla nobile, alla splendida esistenza che le aspetta, dobbiamo applicarci senza indugio a medicare ed a cicatrizzare le loro piaghe, ed a guidarle verso uno stato materiale meno penoso di quello in cui si trovino oggidì. Quando avremo fatto qualche passo su questa nuova via, quando avremo condotto le moltitudini in luoghi da cui sia ad esse dato di scorgere il ridente aspetto delle contrade ad esse destinate, le vedremo prender lena e coraggio; come fece un tempo il popolo ebreo, quando stanco e scorato del suo lungo pellegrinaggio attraverso il deserto, fu da Mosè condotto sulle alture in vista della terra promessa, ed ammirò schierate fra le sue tende i maravigliosi prodotti del paese di Canaan. — Che facciamo noi? Perchè non seguiamo l'esempio del legislatore ebreo? Noi tentiamo di condurre le nostre popolazioni attraverso il deserto che circonda la terra fertilissima della libertà e della moderna civiltà; ma siamo guide silenziose e maestri intolleranti; facciamo le meraviglie perchè l'ardore di chi ne segue non si sostiene al pari del nostro, dimenticando che l'aspettativa del futuro, la quale alimenta la nostra costanza, non conforta le moltitudini. — Noi tolleriamo di buon animo le privazioni e i sacrifizi, perchè ne vediamo il termine, e sappiamo che cosa ne debbono fruttare; ma il popolo lo ignora, e quando esso ci vede camminare innanzi, ed invitarlo a seguirci per le balze e dirupi sotto la sferza del cocente sole, che asciuga i ruscelli e le fontane, quando ci vede innoltrarci nel deserto con fronte serena e con passo animato, esso ne sospetta di pazzia, o talvolta ancora di tradimento. Perchè non lo confortiamo? perchè non cerchiamo di rianimare le sue forze con quel farmaco stesso che sostiene le nostre? Noi gli abbiamo detto: siete liberi, e la libertà è la bella cosa che vedete. Perchè non dirgli invece: queste sono le vie che conducono al libero ordinamento della civile società, questi sono i confini che dividono le schiavitù dell'età di mezzo dalla bene regolata libertà dell'età nostra e dell'avvenire? Varchiamoli animosi, con passo veloce, senza cedere nè agli stenti, nè alla stanchezza, sicuri di trovare conforti e compensi non appena saremo giunti al termine del nostro viaggio. — Se così gli parleremo, lo vedremo tosto rasserenarsi; e forse fra non molto troveremo in lui, nelle sue forze, naturalmente superiori alle nostre, quell'appoggio che ora siamo in debito di prestargli, e di cui per avventura potremmo quando che sia alla nostra volta abbisognare.
Ricordiamoci dunque, che le moltitudini non possono mantenersi costantemente affezionate ad un ordine di cose da cui non traggono alcun benefizio materiale, nè qualche fondata speranza di futuri e prossimi vantaggi. — Sforziamoci di migliorare la sorte delle classi più povere delle nostre popolazioni; e sino a tanto che tale miglioramento non sia da esse effettuato e conosciuto, mostriamo loro le conseguenze che risultar debbono dalle istituzioni nostre, e come fra non molti anni possiamo sperare di porre in fuga gli ultimi avanzi della popolare miseria, della popolare ignoranza e barbarie. — Presentiamo al nostro popolo una imagine succinta e fedele della società a cui lo vorremmo guidare; mostriamogli nell'avvenire l'unione delle varie classi sociali, ossia l'associazione loro all'intento di sollevare il povero dal peso della sua miseria e della sua ignoranza: non già col vieto e limitatissimo mezzo dell'elemosina, che operata largamente, come dovrebbe esserlo per ottenere un sensibile cangiamento nelle condizioni del povero, avrebbe per effetto d'impoverire il ricco, con che si porrebbe fine all'intero sistema dell'elemosina; ma con ciò che a quel sistema deve sostituirsi nell'avvenire, ossia coll'associazione dei capitali, degli elementi industriali, e degli artigiani che forniscono al commercio i prodotti dell'industria loro. Il principale oggetto di sì fatta associazione sarebbe di sopprimere le spese superflue, e i disonesti guadagni di coloro che oggi dispongono dei capitali, e che dirigono l'industria al solo fine di arricchire sè medesimi, ingannando i compratori, a cui dispensano mercanzie guaste o scadenti, non concedendo al povero artigiano che quella minima paga che basti a sostenergli miseramente la vita, per abbandonarlo poi alla carità degli ospedali e dei luoghi di ricovero, tosto che la gioventù e la forza ne sono esaurite.
L'Inghilterra maestra di tutto ciò che tende al perfezionamento dell'industria, ed allo sviluppo della carità bene intesa, (non già della elemosina), possiede un gran numero di tali associazioni; ed il concetto loro è così penetrato nella intelligenza di ogni classe di persone, che la miseria non vi si trova quasi mai, se non unita ad un eccesso d'immoralità, di perversità e di corruzione, che ne spiegano abbastanza la torbida sorgente. — Un artigiano laborioso ed onesto, la cui famiglia, per quanto possa essere numerosa, segua l'esempio dal suo capo, è sicuro di non trovarsi mai al disotto di una modesta agiatezza; e per poco che la sua intelligenza si apra e si eserciti, o che le circostanze gli sieno favorevoli, egli può sperare di giungere in breve tempo ad un certo grado di ricchezza, al quale pervenuto ch'ei sia, nulla osta al suo innalzamento fra quei Cresi della industria britannica che destano la meraviglia del mondo intero. Imitando le associazioni filantropiche dell'Inghilterra, ed adattandole al carattere ed alle speciali condizioni nostre, noi otterremo i medesimi effetti, senza sagrificare altro che i disonesti speculatori e i loro illeciti guadagni. — E partecipando sin d'ora alle nostre popolazioni l'intento nostro, le nostre mire e le nostre speranze, infonderemo loro il coraggio di seguirne attraverso gli sterpi e le spine, che ingombrano tuttora la nostra e loro via.