Part 49
Tanta la gente sopra a' nostri abonda, Che non vi val diffesa a ogni maniera, A benché alcun però non se nasconda. Ma tutta consumata è quella schiera, Onde al soccorso mosse la seconda, Che alle baruffe entrò ben volentiera; Né soi megliori aveva il re de Francia Di questi dui, de ardire e di possancia:
Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri, E 'l bono Uberto, duca di Baiona, Usi in battaglia e franchi cavallieri; E l'uno e l'altro avea forte persona. Via se ne vanno al par de bon guerrieri, De arme e de cridi il cel tutto risuona. E par che 'l mondo seco se comova; Or la battaglia al campo se rinova.
Uberto se incontrò col re Grifaldo, Sigiero e Dudrinasso l'africante; Uscîr d'arcione e duo pagan di saldo, Voltando verso il celo ambe le piante. Vicino a questo loco era Ranaldo, Qual combattendo, come io dissi avante, Con quei pagan, condutto era a mal porto, Benché de' quattro Bardarico ha morto.
Pur sempre il re Tardoco e Martasino E quel gigante il quale è re de Orano Toccano adosso al nostro paladino, L'un col bastone e' duo col brando in mano. Ora Sigieri, essendo là vicino, Presto cognobbe il sir de Montealbano, E là per dargli aiuto se abandona: A tutta briglia il suo destrier sperona.
E mena al re Tardoco in prima gionta, E tra lor duo se cominciò la danza, Con gran percosse di taglio e di ponta. Ma pur Sigieri il saracino avanza, Come Turpino al libro ce raconta; Al fin gli messe il brando per la panza, E le rene forò sotto al gallone, Via più de un palmo passò ancor l'arcione.
Né avendo ancora il brando rïavuto, Ché forte ne l'arcione era inclinato, Per voler dare al re Tardoco aiuto Aponto Martasino era voltato; Ma, poi che il vidde a quel caso venuto, Che il freno aveva e il brando abandonato, Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa, E la barbuta e l'elmo gli fraccassa.
Tanta possanza avea quel maledetto, Che per la fronte gli partì la faccia, E 'l collo aperse e giù divise il petto, Ché non vi valse usbergo né coraccia. Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto, E con Fusberta adosso a lui se caccia: Dico Ranaldo adosso a Martasino Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino.
Forte era l'elmo, come aveti odito, E per quel colpo ponto non se mosse, Ma rimase il pagano imbalordito, Ché la barbuta al mento se percosse, E stette un quarto de ora a quel partito, Che non sapeva in qual mondo se fosse; E, mentre che in tal caso fa dimora, Re Marbalusto col baston lavora.
Ad ambe mano alzò la grossa maccia, E sopra al fio de Amon con furia calla; Ranaldo a lui rimena, non minaccia, Con sua Fusberta che giamai non falla. Meza la barba gli tolse di faccia, Ché la masella pose in su la spalla, Né elmo o barbuta lo diffese ponto, Ché 'l viso gli tagliò, come io vi conto.
Smarito di quel colpo il saracino Subitamente se pose a fuggire, E ritrovò nel campo il re Sobrino, Qual, veggendo costui in tal martìre, - Ove è, - cridava - dove è Martasino, E Bardarico, che ebbe tanto ardire? Ov'è Tardoco, il giovane mal scorto? So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.
Non fu dato credenza al mio parlare; Da Rodamonte apena me diffese, Quando a Biserta io presi a racontare La possanza di Carlo in suo paese. Se io dissi veritate ora si pare, Ché faciamo la prova a nostre spese; Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna, Ché qua voglio io morir senza vergogna. -
Così dicendo quel crudo vecchiardo Via va correndo e Marbalusto lassa; Tagliando e nostri senza alcun riguardo E sempre dissipando avanti passa. Da ciascun canto quel pagan gagliardo Destrieri insieme ed omini fraccassa. E ne lo andare il forte saracino Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.
Perché, dapoi che in sé fu rivenuto, Fu con Ranaldo di novo alle mano, Ma certamente gli bisogna aiuto, Ché male il tratta il sir de Montealbano. Come Sobrino il fatto ebbe veduto, Cridava, essendo alquanto anco lontano: - Ove son le prodezze e l'arroganze Che dimostravi in Africa di zanze?
Ove lo ardir che avesti, e quella fronte Che dimostravi in quello giorno, quando Con tal ruina giù callavi il monte E che stimavi tanto poco Orlando? Or questo che ti caccia non è il conte, Che avevi morto e preso al tuo comando; Questo non è colui che ha Durindana, E pur ti caccia a guisa de puttana. -
Non guarda Martasino a tal parlare, E ponto non l'intende e non l'ascolta, Ché certamente aveva altro che fare, Tanto Ranaldo lo menava in volta. Ma il re Sobrin non stette ad aspettare: Avendo ad ambe man sua spada còlta, Percosse di gran forza il fio d'Amone Sopra al cimier, che è un capo di leone.
Un capo di leone e il collo e il petto Portava il pro' Ranaldo per cimiero, Ma il re Sobrino il tolse via di netto, Ché tutto il fraccassò quel colpo fiero; Onde prese de ciò molto dispetto, E volta a quel pagano il cavalliero; Ma, mentre che si volta, Martasino Percosse lui ne l'elmo de Mambrino.
Come ne l'alpe, alla selva men folta, Da' cacciatori è l'orso circondato, Quando l'armata è d'intorno aricolta, Chi tra' davanti e chi mena da lato; Lui lascia questo, e a quello altro si volta, Ché de ciascun vôle esser vendicato, E mentre che a girarse più se affretta, Più tempo perde e mai non fa vendetta:
Cotale era Ranaldo in quel zambello, Sendo condutto a quei pagani in mezo; A lui sempre feriva or questo or quello, Ed esso a tutti attende e fa 'l suo pezo. Ciascuno de quei re sembrava ocello, Come scrive Turpino, il quale io lezo; Tanto eran presti e scorti nel ferire, Ch'io nol posso mostrar, né in rima dire.
Come io vi dico, senza alcun riguardo Qual dietro mena e qual tocca davante; Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo Pur fa gran prove, e non potria dir quante. Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo, Del monte era disceso il re Agramante, E di tanta canaglia il piano è pieno, Che par che al crido il mondo venga meno.
Poco davanti è Rugier paladino, Daniforte vien dietro e Barigano, Ed Atalante, quel vecchio indivino, Mulabuferso, che è re di Fizano, El re Brunello, il falso piccolino, Mordante, Dardinello e Sorridano, E seco Prusïone e Manilardo E Balifronte, il perfido vecchiardo.
Re de Almasilla vien Tanfirïone: Chi potria racordar tutti costoro? Mancavi il re di Septa, Dorilone, Che dietro ne venìa con Pinadoro. Provato ha l'uno il figlio di Melone, E l'altro è copïoso di tesoro: Perché e ricchi ebban seguir tutti quanti, Mandan gli arditi e' disperati avanti.
Per tal cagione indetro era rimaso Il re di Constantina e quel di Cetta, E ben confortan gli altri in questo caso A gire avanti, ove è la folta stretta. Ora me aiuta, ninfa di Parnaso, Suona la tromba e meco versi detta; Sì gran baruffa me apparecchio a dire, Che senza aiuto io non potrò seguire.
Re Carlo tutto il fatto avea veduto, E a' soi rivolto il franco imperatore Dicea: - Filioli, il giorno oggi è venuto, Che sempre al mondo ce può fare onore. Da Dio dovemo pur sperare aiuto, Ponendo nostra vita per suo amore, Né perder se può quivi, al parer mio: Chi starà contra noi, se nosco è Iddio?
Né vi spaventi quella gran canaglia, Benché abbia intorno la pianura piena; Ché poco foco incende molta paglia, E piccol vento grande acqua rimena. Se forïosi entramo alla battaglia, Non sosterranno il primo assalto apena. Via! Loro adosso a briglie abandonate! Già sono in rotta; io il vedo in veritate. -
Nel fin de le parole Carlo Mano La lancia arresta e sprona il corridore. Or chi serìa quel traditor villano Che, veggendo alla zuffa il suo segnore, Non se movesse seco a mano a mano? Qua se levò l'altissimo romore; Chi suona trombe e chi corni, e chi crida: Par che il cel cada e il mondo se divida.
Da l'altra parte ancora e Saracini Facean tremar de stridi tutto il loco. Correndo l'un ver l'altro son vicini: Discresce il campo in mezo a poco a poco, Fosso non vi è né fiume che confini, Ma urtarno insieme gli animi di foco, Spronando per quel piano a gran tempesta; Ruina non fu mai simile a questa.
Le lancie andarno in pezzi al cel volando, Cadendo con romore al campo basso, Scudo per scudo urtò, brando per brando, Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso. Questa mistura a Dio la racomando: Re, caval, cavallier sono in un fasso, Cristiani e Saracini, e non discerno Qual sia del celo, qual sia de l'inferno.
Chi rimase abattuto a quella volta, Non vi crediati che ritrovi iscampo, Ché adosso gli passò quella gran folta, Né se sviluppâr mai di quello inciampo; Ma la schiera pagana in fuga è volta, E già de' nostri è più de mezo il campo; Ferendo e trabuccando a gran ruina, Via se ne va la gente saracina.
Essendo da due arcate già fuggiti, Pur li fece Agramante rivoltare; Allora e nostri, in volta e sbigotiti, Incominciarno il campo abandonare, Fuggendo avanti a quei che avean seguiti: Come intraviene al tempestoso mare, Che il maestrale il caccia di riviera, Poi vien sirocco, e torna dove egli era.
Così tra Saracini e Cristïani Spesso nel campo se mutava il gioco, Or fuggendo or cacciando per quei piani, Cambiando spesso ciascaduno il loco, Benché e signori e' cavallier soprani Se traesseno a dietro a poco a poco. Pur la gente minuta e la gran folta Com'una foglia ad ogni vento volta.
Tre fiate fu ciascun del campo mosso, Non potendo l'un l'altro sostenire. La quarta volta se tornarno adosso, E destinati son de non fuggire. Petto con petto insieme fu percosso; L'aspra battaglia e l'orrendo ferire Or se incomincia e la crudel baruffa: Questo con quello e quel con questo ha zuffa.
Re Pulicano e Ottone, il bono anglese, Se urtarno insieme con la spada in mano; Rugiero al campo de' Cristian distese, Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano. Ricardo ed Agramante alle contese Stettero alquanto sopra di quel piano, Ma al fin lo trasse il saracin de arcione, Poi rafrontò Gualtier da Monlïone,
E Barigano, el duca de Baiona, E Gulielmier di Scoccia, Daniforte. De Carlo Mano la real corona Feritte in testa Balifronte a morte. Re Moridano avea franca persona, Né de lui Sinibaldo era men forte, Sinibaldo de Olanda, il conte ardito: Costor toccâr l'un l'altro a bon partito.
Apresso Daniberto, il re frisone, Col re de la Norizia, Manilardo; Brunello il piccolin, che è un gran giottone, Stava da canto con molto riguardo. Ma poco apresso il re Tanfirïone S'affrontò con Sansone, il bon picardo; E gli altri tutti, senza più contare, Chi qua chi là se avean preso che fare.
È la battaglia in sé ramescolata, Come io ve dico, a questo assalto fiero; De crido in crido al fin fu riportata Sin là dove era il marchese Oliviero, Che combattuto ha tutta la giornata Contra a Grandonio, il saracino altiero, E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio, Benché vi è poco o nulla d'avantaggio.
Ma, sì come Olivier per voce intese L'alta travaglia ove Carlo è condotto, Forte ne dolse a quel baron cortese: Lasciò Grandonio e là corse di botto. Così fu reportato anche al Danese, Qual combatteva, e non era al desotto, Anci ben stava a Serpentino al paro; De la lor zuffa vi è poco divaro.
Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano Entrato era a battaglia sì diversa, Subitamente abandonò il pagano, Io dico Serpentin, l'anima persa, E via correndo il cavallier soprano Poggetti e valli e gran macchie atraversa, Sin che fu gionto sotto a l'alto monte Ove azuffato è Carlo e Balifronte.
Così a ciascun che al campo combattia, Fu l'aspra zuffa subito palese, Ove il re Carlo e la sua baronia Contra Agramante stava alle contese. L'un più che l'altro a gran fretta venìa A spron battuti e redine distese, E sì ve se adunarno a poco a poco, Che ormai non è battaglia in altro loco.
Però che 'l re Marsilio e Balugante, Grandonio di Volterna e Serpentino E l'altre gente sue, ch'eran cotante, Mirando per quel monte il gran polvino, Ben se stimarno che gli era Agramante, Ed ormai gionger dovea per confino, Onde tornarno adietro a dargli aiuto; Ma già con lor non viene Feraguto.
Però che era fiaccato in tal maniera Dal pro' Ranaldo, come io vi contai, Che, stando a rinfrescarsi alla riviera, Più per quel giorno non tornò giamai. Vago fu molto il loco dove egli era, De fiori adorno e de occelletti gai, Che empìan di zoia il boschetto cantando, E là in nascosto stava ancora Orlando;
Perché, poi che esso lasciò Pinadoro (Non so se ricordate il convenente), Venne in quel bosco e scese Brigliadoro, E là pregava Iddio devotamente Che le sante bandiere a zigli d'oro Siano abattute e Carlo e la sua gente; E pregando così come io ve ho detto, Lo trovò Feraguto in quel boschetto.
Né l'un de l'altro già prese sospetto Come se fôrno insieme ravisati; Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto, Da poi vi narrarò, se me ascoltati. Or l'aspro assalto che di sopra ho detto, Quale ha tanti baron ramescolati, Si rinovò sì crudo e sì feroce, Che io temo che al contar manchi la voce.
Onde io riprenderò di posa alquanto, Poi tornarò con rime più forbite, Seguendo la battaglia de che io canto, Ove l'alte prodezze fiano odite Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto. Baron cortesi, ad ascoltar venite, Perché al principio mio io me dispose Cantarvi cose nove e dilettose.
Canto trentesimoprimo
Il sol girando in su quel celo adorno Passa volando e nostra vita lassa, La qual non sembra pur durar un giorno A cui senza diletto la trapassa; Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno, Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa, Ed ogni affanno ed ogni pensier grave Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.
Ed io, quivi a voi tuttavia cantando, Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero, E la istoria passata seguitando, Narrar vi voglio il fatto tutto intiero, Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando Con Feraguto, quel saracin fiero, Qual, come gionse in su l'acqua corrente, Orlando il ricognobbe amantinente.
Era in quel bosco una acqua di fontana; Sopra alla ripa il conte era smontato, Ed avea cinta al fianco Durindana, E de ogni arnese tutto quanto armato. Or così stando in su quella fiumana, Gionse anche Feragù molto affannato, Di sete ardendo e d'uno estremo caldo Per la battaglia che avea con Ranaldo.
Come fu gionto, senza altro pensare Discese de lo arcione incontinente; Trasse a sé l'elmo e, volendo pigliare De l'onda fresca al bel fiume lucente, O per la fretta o per poco pensare L'elmo gli cadde in quella acqua corrente, Ed andò al fondo sin sotto l'arena: Di questo Feraguto ebbe gran pena.
L'elmo nel fondo basso era caduto, Né sa quel saracin ciò che si fare, Se non in vano adimandare aiuto E al suo Macone starsi a lamentare. In questo Orlando l'ebbe cognosciuto Al scudo e a l'arme che suolea portare; Ed appressato a lui in su la riviera, Lo salutò parlando in tal maniera:
- Chi te puote aiutare, ora te aiute, Ed usi verso te tanta pietate, Che non te mandi a l'anime perdute, Essendo cavallier di tal bontate. Così te dricci alla eterna salute Cognoscimento de la veritate; Nel ciel gioia te doni e in terra onore, Come tu sei de' cavallieri il fiore. -
Alciando Feraguto il guardo altiero A quel parlar cortese che ho contato, Incontinente scorto ebbe il quartiero, E ben se tenne alora aventurato, Poi che la cima de ogni cavalliero Aveva in quel boschetto ritrovato, Parendo a lui de averlo a sua balìa O de pigliarlo o farli cortesia.
E fatto lieto, dove era dolente Per quel bello elmo che è caduto al fondo, - Non vo' - disse - dolermi per nïente Più mai di caso che mi venga al mondo; Perché, dove io stimai de esser perdente, Più contento mi trovo e più iocondo Che esser potesse mai de alcuno acquisto, Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto.
Ma dimmi, se gli è licito a sapere: Perché nel campo, ove è battaglia tanta, Non te ritrovi a mostrar tuo potere, Dove Ranaldo sol de onor si vanta? Sopra di me ben l'ha fatto vedere, Che son fatato dal capo alla pianta Per tutti e membri, fora che un sol loco; Ma ciò giovato me è nïente, o poco.
Né credo che abbia il mondo altro barone Qual superchi Ranaldo di valore, Benché per tutto sia la opinïone La qual ti tien di lui superïore; Ma se veder potessi il parangone E provar qual di voi fosse il minore Di fortezza, destrezza e de ardimento, E poi morissi, io moriria contento.
E certo che io te volsi disfidare Come io te viddi ed ebboti compreso, Ché ogn'altra cosa fabula mi pare, Poiché dal fio de Amon me son diffeso. - Odendo Orlando questo ragionare, De ira e de sdegno fu nel core acceso, Onde rispose: - E' si può dir con vero Ch'el fio de Amone è prodo cavalliero.
Ma quel parlare e lunga cortesia Qual tanto loda alcun fuor di misura, Ne offende l'onor de altri in villania. Se tu tenessi in capo l'armatura, In poco d'ora si dimostraria Quel parangon de che hai cotanta cura; Se il valor di Ranaldo ti è palese, Me provaresti, e forse alle tue spese.
Poscia che stracco sei di gran travaglia, Non ti farebbe adesso adispiacere, Ché tornar voglio in campo alla battaglia, E, mal per qual che sia, farò vedere Se la mia spada al par d'una altra taglia. - Così parlando il conte, al mio parere, Con molta fretta ed animo adirato Sopra al destrier salì de un salto armato.
Rimase Feraguto alla foresta, Che era affannato, come io ve contai, Ed era disarmato de la testa, E penò poi ad aver l'elmo assai. Ma il conte Orlando menando tempesta Via va correndo, e non se posa mai Sin che fu gionto a ponto in quelle bande Ove è la zuffa e la battaglia grande.
Come io ve dissi nel passato giorno, Re Carlo ed Agramante alla frontiera Avea ciascuno e suoi baroni intorno: Battaglia non fu mai più orrenda e fiera. Non vi è chi voglia di vergogna scorno, Ma ciascun vôl morir più volentiera E che sia il spirto e l'animo finito, Che abandonar del campo preso un dito.
Le lancie rotte e' scudi fraccassati, Le insegne polverose e le bandiere, E' destrier morti e' corpi riversati Facean quel campo orribile a vedere; E' combattenti insieme amescolati, Senza governo on ordine de schiere, Facean romore e crido sì profondo, Come cadesse con ruina il mondo.
Lo imperator per tutto con gran cura Governa, combattendo arditamente, Ma non vi giova regula o misura: Suo comandar stimato è per nïente; E benché egli abbia un cor senza paura, Pur mirando Agramante e sua gran gente, De retirarse stava in gran pensiero, Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.
Correndo venìa il conte di traverso, Superbo in vista, in atto minacciante. Levosse il crido orribile e diverso, Come fu visto quel segnor de Anglante; E se alcun forse avea l'animo perso, Mirando il paladin se trasse avante; E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano, Lodava Idio levando al cel le mano.
Or chi contarà ben l'assalto fiero? Chi potrà mai quei colpi dessignare? Da Dio l'aiuto mi farà mestiero, Volendo il fatto aponto racontare; Perché ne l'aria mai fu trono altiero, Né groppo di tempesta in mezo al mare, Né impeto d'acque, né furia di foco, Qual l'assalir de Orlando in questo loco.
Grandonio di Volterna, il fier gigante, Gionto era alora alla battaglia scura; Con un baston di ferro aspro e pesante Copria de morti tutta la pianura. Questo trovosse al conte Orlando avante, E ben gli bisognava altra ventura, Ché tal scontro di lancia ebbe il fellone, Che mezo morto uscì fuor de l'arcione.
Quel cadde tramortito alla foresta; Il conte sopra lui non stette a bada, Ma trasse il brando e mena tal tempesta Come a ruina lo universo cada, Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa. Non si trova riparo a quella spada, Né vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia, Ché omini e l'arme a gran fraccasso taglia.
Cavalli e cavallieri a terra vano Ovunque ariva il conte furïoso. Ecco tra gli altri ha visto Cardorano, Quel re di Mulga, che è tutto peloso. Il paladin il gionse ad ambe mano, E parte il mento e 'l collo e 'l petto gioso; Lui cade de l'arcion morto di botto, Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:
Il re Gualciotto di Bellamarina, Qual ben fuggia da lui più che di passo; E 'l conte fra la gente saracina Segue lui solo e mena gran fraccasso, Ché porlo in terra al tutto se destina; Ma avanti se gli oppose Dudrinasso, A benché dir non sappia in veritate Se sua sciagura fosse o voluntate.
Costui ch'io dico, è re de Libicana. Un volto non fu mai cotanto fiero, Larga la bocca avea più de una spana; Grosso e membruto e come un corbo nero. Orlando lo assalì con Durindana Ed ispiccolli il capo tutto intiero; Via volò l'elmo, e dentro avia la testa: Già per quel colpo il conte non s'arresta,
Perché adocchiato avea Tanfirïone, Re de Almasilla, orrenda creatura, Che esce otto palmi e più sopra a l'arcione, Ed ha la barba insino alla cintura. A questo gionse il figlio de Melone, E ben gli fece peggio che paura, Perché ambedue le guanze a mezo 'l naso Partì a traverso il viso a quel malvaso.
Né a sì gran colpi in questo assalto fiero Giamai se allenta il valoroso conte. Più non se trova re né cavalliero Qual pur ardisca di guardarlo in fronte, Quando vi gionse il giovane Rugiero, E vidde fatto di sua gente un monte: Un monte rasembrava più né meno, Tutto di sangue e corpi morti pieno.
Cognobbe Orlando a l'insegna del dosso, A benché a poco se ne discernia, Ché il quarto bianco quasi è tutto rosso, Pel sangue de' Pagan che morti avia. Verso del conte il giovane fu mosso: Ben vi so dir che ormai de vigoria, De ardire e forza e di valore acceso, Una sol dramma non vi manca a peso.
E se incontrarno insieme a gran ruina: Tempesta non fu mai cotanto istrana Quando duo venti in mezo la marina Se incontran da libezio a tramontana. De le due spade ogniuna era più fina: Sapeti ben qual era Durindana, E qual tagliare avesse Balisarda, Che fatasone e l'arme non riguarda.
Per far perire il conte questo brando Fu nel giardin de Orgagna fabricato: Come Brunello il ladro il tolse a Orlando, E come Rugier l'ebbe, è già contato, Più non bisogna andarlo ramentando; Ma seguendo l'assalto incominciato, Dico che un sì crudele e sì perverso Non fu veduto mai ne l'universo.
Come loro arme sian tela di ragna, Tagliano squarci e fanno andare al prato. Di piastre era coperta la campagna, Ciascadun de essi è quasi disarmato, E l'un da l'altro poco vi guadagna: Sol di colpi crudeli han bon mercato; E tanto nel ferir ciascun s'affretta, Che l'una botta l'altra non aspetta.
Sopra de Orlando il giovane reale Ad ambe mano un gran colpo distese, E spezzò l'elmo dal cerchio al guanzale, Ché fatason né piastra lo diffese. Vero che al conte non tocca altro male, Come a Dio piacque; ché il colpo discese Tra la farsata aponto e le mascelle, Sì che lo rase e non toccò la pelle.
Orlando ferì lui con tanta possa, Che spezzò il scudo a gran destruzïone, Né lo ritenne nerbo o piastra grossa, Ma tutto lo partì sino a lo arcione; E fuor discese il colpo ne la cossa, Tagliando arnese ed ogni guarnisone: La carne non tagliò, ma poco manca, Ché il celo aiuta ogni persona franca.
Fermate eran le gente tutte quante A veder questi duo sì ben ferire; Ed in quel tempo vi gionse Atalante, Qual cercava Rugiero, il suo disire; E come visto l'ebbe a sé davante Per quel gran colpo a risco de morire, Subito prese tanto disconforto, Che quasi dal destrier cadde giù morto.
Incontinente il falso incantatore Formò per sua mala arte un grande inganno E molta gente finse, con romore, Che fanno a Cristïan soperchio danno. Nel mezo sembra Carlo imperatore Chiamando: - Aiuto! aiuto! - con affanno: Ed Olivier legato alla catena, Un gran gigante trasinando il mena.
Ranaldo a morte là parea ferito, Passato de un troncone a mezo il petto, E cridava: - Cugino, a tal partito Me lasci trasinar con tal dispetto? - Rimase Orlando tutto sbigotito, Mirando tanto oltraggio al suo cospetto, Poi tutto il viso tinse come un foco Per la grande ira, e non trovava loco.
A gran roina volta Brigliadoro, E Rugiero abandona e la battaglia, Né prende al speronare alcun ristoro. Avanti ad esso fugge la canaglia, Menando li pregioni in mezo a loro, Che gli ha de intorno fatto una serraglia; E proprio sembra che li porti il vento, Tanta è la forza de lo incantamento!
Rugier, poiché partito è il paladino, Rimase assai turbato ne la mente; Prese una lancia e, rivolto Frontino, Con molta furia dà tra nostra gente, E sopra al campo ritrovò Turpino. Né vespro o messa a lui valse nïente, Né paternostri on altre orazïone, Ché a gambe aperte uscì fuor de l'arcione.