Orlando innamorato

Part 33

Chapter 334,265 wordsPublic domain

Poi tornò fuora squassando il bastone, E minacciando pugna adimandava. Allor se mosse il franco fio de Amone, E con roina adosso a lui ne andava; Ma avanti ingenocchiato avea Dudone, Che per mercede e grazia dimandava De gir primo de lui nel ponte avante A far battaglia contra a quel gigante.

Ranaldo consentì mal volentiera, Ma pur non seppe a' soi colpi disdire. Questa baruffa fia d'altra maniera Che le passate, e de un altro ferire, Né passarà la cosa sì legiera Come le due davante, vi so dire; Però che 'l giovanetto de cui parlo, È di gran pregio nei baron di Carlo.

Turpin loda Dudone in sua scrittura Tra' primi cavallier di quella corte; E quasi era gigante di statura, Destro e legiero, a meraviglia forte, E con sua mazza ponderosa e dura A molti saracin dette la morte: Ma poi di tal bontà si dava il vanto, Che era appellato in sopranome il Santo.

Or sopra il ponte il campïon se caccia, Di piastra e maglia armato e ben coperto; E Balisardo il forte scudo imbraccia, Come colui che è di battaglia esperto. L'uno e l'altro di loro avea la maccia, Sì che un bel gioco cominciâr di certo, Menando botte de sì gran fraccasso Che 'l fiume risuonava al fondo basso.

Feritte a lui Dudon sopra la testa, E ruppe il cerchio a quello elmo forbito, E fu il gran colpo di tanta tempesta, Che Balisardo cadde sbalordito. Dudon mena a due mane, e non s'arresta Sopra il pagano il giovanetto ardito; Gionse nel scudo, che è d'argento fino, Tutto lo aperse il franco paladino.

Ma, come fusse dal sonno svegliato Per l'altro colpo, il saracino altiero Salta di terra, e subito è dricciato Ed alla zuffa ritornò primiero. Mena a Dudone, e gionselo al costato Col suo baston, che già non è ligiero, Anci è ben cento libre e più de peso: Cadde alla terra il giovane disteso.

Per quel gran colpo andò Dudone a terra, E non poteva trare il fiato apena, Ma non per questo abandonò la guerra, Come colui che avea soperchia lena; Presto se riccia e la sua mazza afferra, Sopra de l'elmo a Balisardo mena, E la farsata al capo ben gli accosta, Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

Sempre alla testa toccava Dudone, Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia; E quel menava ancora il suo bastone, Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia. Risuona il celo alla cruda tenzone, E par che 'l mondo a foco se disfaccia: Quando l'un l'altro ben fermo se ariva, Tra ferro e ferro accende fiama viva.

Tira Dudone adosso a quel malvaso, Sopra il frontale ad ambe mani il tocca; Roppe ad un colpo tutto quanto il naso, E ben tre denti li cacciò di bocca. Senza sapone il mento gli ebbe raso, Perché la barba al petto gli dirocca, E menò il tratto sì dolce e ligiero, Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

Quando se vidde il falso Balisardo De una percossa tanto danneggiare, Poi che il franco Dudone è sì gagliardo Che a sua prodezza non puotea durare, Verso l'alto castel fece riguardo, E prestamente se ebbe a rivoltare; Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa, E per il ponte via fuggendo passa.

Segue Dudone e nel castel se caccia, Ché non temeva il giovane altro scorno. Come fu dentro, gionse entro una piaccia Edificata di colonne intorno, Con volte alte e dorate in ogni faccia. Il sôl di sotto è di marmoro adorno, Né persona si vede in verun lato Fuor che 'l gigante, che è già disarmato.

Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente, E tutto quanto ignudo se mostrava, Ed avea il collo e il capo di serpente, E 'l resto a poco a poco tramutava. Ambe le braccia fece ale patente, E l'una gamba e l'altra se avingiava, E fiersi coda; e poi d'ogni gallone Uscirno branche armate e grande ongione.

Mutato, come io dico, a poco a poco, Tutto era drago il perfido gigante, Gettando per l'orecchie e bocca foco, Con tal romore e con fiaccole tante, Che le muraglie intorno di quel loco Pareano incese a fiamma tutte quante. Ben puotea fare a ciascadun paura, Perché era grande e sozzo oltra misura.

Ma non smarritte la persona franca Del giovanetto, degno d'ogni loda. Viensene il drago e nel scudo lo branca, E per le gambe volta la gran coda, Sì che, prendendo intorno ciascuna anca, Giù per le coscie insino ai piè l'annoda; Non se spaventa per questo Dudone, Getta la mazza e prende quel dragone.

Nel collo il prese, a presso de la testa, Ad ambe mani, e sì forte l'afferra, Che a quella bestia, che è tanto robesta, Il fiato quasi e l'anima gli serra. Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta Lo gira ad alto e trallo in su la terra, Che era la strata a pietra marmorina; Sopra vi batte il drago a gran roina.

Là dove gionse, se aperse la piaccia, Tutto si fese il marmo da quel lato; Sotto la terra il serpente se caccia, Benché di fora è subito tornato. Ma già cangiata avea persona e faccia, Ed era istranamente trasformato, Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale: Mai non se vidde il più crudo animale.

Fatto avea il capo de porco salvatico Costui, che in ogni forma sapea vivere, E non serìa poeta, né grammatico Che lo sapesse a ponto ben descrivere. Ora, ben che de ciò poco sia pratico, Dal muso al piè convien che tutto il livere: Poi che io cominciai sua forma a dire, Come era fatto vi voglio seguire.

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente E gli occhi accesi de una luce rossa, Piloso il busto e d'orso veramente, Con le zampe adongiate e di gran possa; La coda ritenuta ha di serpente, Sei braccia lunga ed a bastanza grossa; L'ale avea grande e la testa cornuta: Più strana bestia mai non fu veduta.

Venne mugiando adosso al giovanetto, Né lui per tema le spalle rivolse, Ma ben coperse sotto il scudo il petto, E prestamente in man sua mazza tolse. Or gionse il negromante maledetto, E con le corne a mezo il scudo acolse; Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre, E lui disteso abatte in su le lastre.

Subitamente si fu rilevato, Sì come cadde il giovanetto franco; Ma quel malvagio che era tramutato, Per lo traverso lo ferì nel fianco. Con uno dente il gionse nel costato, Sì che gli fece il fiato venir manco; Il fiato venne manco e crebbe l'ira: Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

Sopra del capo a l'animal diverso Tira sua mazza il paladino adorno; Dal destro lato il gionse de roverso, E con fraccasso manda a terra un corno. Or ben si tiene Balisardo perso, E per la loggia va fuggendo intorno; Per le colonne d'intorno alla piazza Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

Battendo l'ale basso basso giva, Né mai spiccava da terra le piante; Così fuggendo, a la marina usciva Fuor del castello; ed ecco in quello istante Una alta nave dentro al porto ariva. Sopra di quella il falso negromante Fu prestamente de un salto passato; E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.

Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato, Proprio alla prora stava un laccio teso, Ove Dudone intrando fu incappato, Né so a qual modo subito fu preso; E per ambe le braccia incatenato, Sotto la poppa fu posto di peso Da molti marinari e dal parone; Or più di lui non dico, che è pregione.

De Balisardo voglio racontare, Che nella forma sua presto tornò, E fece il giovanetto disarmare, Poi di quelle arme tutto se adobbò. Proprio Dudone alla sembianza pare; Prese la mazza e il suo baston lasciò, E se cambiò la voce e la fazione, Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."

Con tal fazione il perfido ribaldo Passò il primo castello, e nel secondo Vicino al ponte ritrovò Ranaldo, Che lo aspettava irato e furibondo. Ma, come il vidde, il dimandò di saldo Se Balisardo avea tratto del mondo, Perché lui crede senza altra mancanza Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.

E quel rispose: - Il gigante è fuggito, Ed io gli ho dato tre miglia la caccia. Prima l'aveva nel capo ferito, E rotto il muso e 'l mento con la faccia: Fuor della rocca l'ho sempre seguito, Sino ad un fiume largo cento braccia. Dentro a quella acqua se gettò il malvaso, Ove ogni altro che lui serìa rimaso.

Ma non te sapria dir per qual ragione A l'altra ripa lo viddi passato, Là dove stava Iroldo, che è pregione, E Prasildo, che apresso era legato. Ambo gli viddi sotto al pavaglione, Là dove Balisardo era fermato, Ma non mi dette il core a trapassare L'acqua, che al corso una roina pare. -

Ranaldo non lasciò più oltra dire, Ma sopra il ponte subito è passato, A lui dicendo: - Io voglio anzi morire, Che vivo rimaner vituperato; Né mai nel mondo se puotrà sentire Ch'io abbi un mio compagno abandonato, Sì come tu facesti, omo da poco, Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -

Mostrò il gigante in forma de Dudone Forte adirarse per queste parole, Onde rispose: - Paccio da bastone! Ché sempre alla tua vita fusti un fole, E stimi esser tenuto un campïone Con questo tuo zanzare; altro ci vôle Che per se stesso tenersi valente Stimando gli altri poco e da nïente.

Or vanne tu, ch'io non voglio venire, E varca il fiume, poi che sai natare. - Ranaldo, non curando del suo dire, Subitamente il ponte ebbe a passare. Lasciollo Balisardo alquanto gire, Mostrando a quella porta riposare; Poi di nascoso il falso malandrino Per darli morte prese il mal camino.

Per l'altra strata lui gionse improviso, E ferì del bastone ad ambe mano; Né già se gli mostrò davanti al viso, Anci alle spalle il perfido pagano, E ben credette de averlo conquiso, E roïnarlo a quel sol colpo al piano; Ma lui, che avea possanza smisurata, Non andò a terra per quella mazzata.

Anci se volse, e con voce cortese Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare? Se io non guardassi al tuo padre Danese, Sotto la terra ti farebbi entrare. Vanne in malora e cerca altro paese! - Così dicendo s'ebbe a rivoltare, Ma nel voltarsi il saracin fellone Sopra la coppa il gionse del bastone.

Ranaldo se avampò nel viso de ira, E disse: - Testimonio il ciel mi sia, Che contra al mio voler costui mi tira A darli morte sol per sua folìa. - Così parlando di pietà sospira, Tanto lo stringe amore e cortesia; Benché dritta ragione e sua diffesa Lo riscaldasse alla mortal impresa.

Trasse Fusberta e cominciò la zuffa, Com' quel che crede che lui sia Dudone. Or s'io vi conto come se ribuffa L'un colla spata e l'altro col bastone, E tutti e colpi di quella baruffa, Che ben durò cinque ore alla tenzone, A ricontarvi tutto io staria tanto, Che avria finito questo e un altro canto.

Ma per conclusïon vi dico in breve: Benché il gigante sia de ardire acceso, E l'abbi quel baston cotanto greve, Che un altro non fu mai de cotal peso, Pure alla fine, come un om di neve, Serebbe da Ranaldo morto o preso, Se per incanto o per negromanzia Non ritrovasse al suo scampo altra via.

Perché in cento maniere Balisardo Se tramutava per incantamento; Fiesse pantera con terribil guardo, Ed altre bestie assai di gran spavento. Tramutosse in ïena, in camelpardo, E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento, E fie' battaglia in forma de griffone, De cocodrillo e in mille altre fazone.

E dimostrosse ancor tutto de foco, Qual sfavillava come de fornace. Ranaldo, in cui dotanza non ha loco, Saltò nel mezo, il paladino audace, E la rovente fiamma estima poco, Ma con Fusberta tutta la disface; E già trenta ferite ha quel pagano, Benché più volte è tramutato invano.

Al fin tutto deserto e sanguinoso Fuor della porta se pose a fuggire; Or sendo occello, ora animal peloso, E in tante forme ch'io non saprei dire. Ranaldo sempre il segue furïoso, Che destinato è di farlo morire. Già sono alla marina; senza tardo Sopra alla nave salta Balisardo.

Dalla ripa alla nave è poco spaccio, De un salto Balisardo fu passato; E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio, Dietro gli salta tutto quanto armato; E nella intrata se incappò nel laccio, Ove Dudone prima fu pigliato. Sue braccie e gambe avengia una catena; Ben se dibatte invano e si dimena.

Non valse il dimenar, ché preso fu Da duo poltron coperti de pedocchi, E sotto poppa lo menarno giù, Là dove il sole gli abagliava gli occhi. Tre onze avrà Ranaldo e non già più De biscotella, che è senza fenocchi, Vivendo a pasto come un Fiorentino, Né brïaco serà per troppo vino.

In cotal modo stette un mezo mese, Incatenato per piedi e per mane, Con altre gente che seco eran prese, Dico e compagni e più persone istrane; Sin che arivarno a l'ultimo paese De Manodante, a l'Isole Lontane, Ove furno alloggiati a una pregione Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

Ben forte il guardïan dentro gli serra, Ma ciascuno avea prima dislegato. Molta altra gente quivi eran per terra Giacendo e in piede, d'intorno e da lato; Tra questi stava Astolfo de Anghilterra, Che pur da Balisardo fu pigliato; El modo a dir serìa lunga novella, Perché lo prese in forma de donzella.

Quando partisse là dove Aridano Cadette con Ranaldo a quel profondo, Lui con Baiardo e il destrier Rabicano E con due dame andò cercando il mondo, Sempre piangendo e sospirando invano, Poi che ha perduto il suo cugin iocondo; E così caminando gionse un giorno Ove al castello odì suonare il corno:

A quel castello ove era la riviera Che al verde piano intorno lo girava; E quella dama, che era passaggiera, Da Balisardo al ponte lo guidava. Quivi fu preso per strana maniera, Ché in forma de donzella lo gabbava: Or non vi è tempo racontarvi il tutto Come in la nave al laccio fu condutto.

Però che mi conviene ora tornare Al conte Orlando, qual, come io contai, Volse questi compagni abandonare, Sol per colei che gli dona tal guai, Che giorni e notte nol lascia posare; E quel pensier non l'abandona mai, Ma sempre a rivederla lo retira: Sol di lei pensa e sol per lei sospira.

Con Brandimarte il franco paladino A rivedere Angelica tornava, E per contar che strutto avea il giardino, Ed esser presto se altro comandava. Al terzo giorno di questo camino, Che 'l sole a ponto alora si levava, Trovarno a lato un fiume una pianura Tutta di prato e di bella verdura.

Stative queti, se voleti odire De' duo che ritrovarno in questo loco, Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire: A riguardarli mai non fu tal gioco. Or chi fosser costoro io vo' dire, Se ve amentati della istoria un poco, Quando a Marfisa quel ladro africano Tolse, Brunello, il bon brando di mano.

E lei seguìto l'ha sino a quel giorno, E de impiccarlo sempre lo minaccia. Lui la beffava ogniora con gran scorno, E cento fiche gli avea fatto in faccia. A suo diletto la menava intorno, Già sei giornate gli ha dato la caccia; Esso, per darle più battaglia e pena, Sol per gabbarla dietro se la mena.

Lui ben serìa scampato de legiero, Che a gran fatica pur l'avria veduto, Però che egli era sopra quel destriero Che un altro non fu mai cotanto arguto; Né credo che a contarvi sia mestiero, Come l'avesse l'Africano avuto: Alor che ad Albracà se fu condotto, A Sacripante lo involò di sotto.

Or, come io dico, sempre intorno giva, Beffando con più scherni la regina; E lei di mal talento lo seguiva, Perché pigliarlo al tutto se destina. Trista sua vita se adosso gli ariva! Ché lo fraccasserà con tal ruina, Che il capo, il collo, il petto e la corata Tutte fian peste sol de una guanzata.

A questa cosa sopragionse Orlando, Come io vi dissi, insieme e Brandimarte, E l'uno e l'altro alquanto remirando, Senza fare altro, se tirarno in parte. Or, bei segnori, a voi mi racomando, Compìto ha questo canto le sue carte, Ed io per veritate aggio compreso Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.

Canto decimoprimo

Gente cortese, che quivi de intorno Seti adunati sol per ascoltare, Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno Vostra ventura venga a megliorare; Ed io cantando a ricontar ritorno La bella istoria, e voglio seguitare Ove io lasciai Marfisa sopra al piano, Che è posta in caccia dietro allo Africano:

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello, Che già dal re Agramante fu mandato Per involar de Angelica lo annello; Ma lui più fie' che non fu comandato, Perché un destriero il falso ribaldello De sotto a Sacripante avea levato, Ed a Marfisa di man tolse il brando; So che sapeti il tutto, e come, e quando.

E lei, che a meraviglia era superba, Sì come già più volte aveti inteso, L'avea seguito in quel gran prato de erba Già da sei giorni, ed anco non l'ha preso; Onde di sdegno la donzella acerba Se consumava ne l'animo acceso, Poi che con tante beffe e tanto scorno Li agira il capo quel giottone intorno.

Perché, fuggendo e mostrando paura, Gli stava avanti e non si dilungava; Ed or, voltando per quella pianura, Spesso alle spalle ancor se gli trovava; E per mostrar di lei più poca cura, La giuppa sopra al capo rivoltava, E poi se alciava (intenditime bene) Mostrando il nudo sotto dalle rene.

Il conte Orlando, che stava da parte E cognosciuta avea prima Marfisa, Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte Di quel giottone insieme fier' gran risa; Ma la regina per forza o per arte Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa, Per far de tanti oltraggi alfin vendetta: E lui fuggendo sembra una saetta.

Fuggeva, spesso il capo rivoltando, E truffava di lengua e delle ciglia. Nel passar di traverso vidde Orlando, E di torli qualcosa se assotiglia. L'occhio gli corse incontinenti al brando, Che fu già fatto con tal meraviglia Da Falerina de Orgagna al giardino: Brando nel mondo mai fu tanto fino.

Egli era bello e tutto lavorato D'oro e de perle e de diamanti intorno: Ben si serebbe il ladro disperato, Se avuto non avesse il brando adorno. Subitamente lo trasse da lato; Mai non se vidde al mondo maggior scorno, Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta, Io torno per il corno a l'altra volta. -

Del brando non se avidde alora il conte, Ma alla minaccia sol del corno attese. Quel corno de cui parlo, fu de Almonte, Che il trasse a uno elefante in suo paese, Poi lo perse morendo in Aspramonte (Sì come io credo che vi sia palese), Allor che Brigliadoro e Durindana Acquistò Orlando sopra alla fontana.

Come la vita il conte l'avea caro, Però lo prese prestamente in mano; Ma non valse a tenerlo alcun riparo, Tanto è malvaggio quel ladro Africano. E ben che aponto io non sappia dir chiaro Come passasse il fatto in su quel piano, Pur vi concludo senza diceria Che 'l ladro tolse il corno e fuggì via.

Benché Marfisa l'ha sempre seguito, Lui ne va via col corno e con la spata. Quivi rimase il conte sbigotito, Né sa come la cosa sia passata. Già de sua vista è quel ladro partito, Con Marfisa alle spalle tutta fiata; Né lui, né Brandimarte ormai lo vede, Né lo posson seguir, ché sono a piede.

Onde, biasmando tal disaventura, Via se ne vanno, e non san che se fare. Ciascuno aveva indosso l'armatura, Che a piede è mala cosa da portare. Or, caminando per quella pianura, Sopra de un fiume vennero arivare. Oltre a quella acqua, in un bel prato piano, Stava una dama col destriero a mano.

Da l'altra ripa, aponto ove si varca, Era la dama del destrier discesa; In mezo il fiume, sopra de una barca, Un'altra dama avea seco contesa. Quella di là quest'altra molto incarca De biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa, - Perfida, - a lei dicendo - a che cagione M'hai qua passata a ponermi in pregione? -

Altre parole usarno ancor tra loro, Sì come l'una dama a l'altra dice. Mentre che contendeano a tal lavoro, Orlando gionse in su quella pendice, Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro, Che già gli tolse quella traditrice; Non so se aveti alla istoria il pensiero, Quando Origilla a lui tolse il destriero.

Quella Origilla che già sopra al pino Si stava impesa per le chiome al vento, E poi, campata dal bon paladino, Gli tolse Brigliadoro a tradimento; Né molto dopo in Orgagna al giardino, Ove fu l'opra dello incantamento, Di novo ancor la perfida villana Li tolse il bon destriero e Durindana.

Orlando quivi la trovò contendere Con l'altra, come io ho detto pur mo. Or, bei segnor, voi doveti comprendere Che la fiumana di cui parlato ho, È quella ove Ranaldo volse scendere Con tre compagni, e mai non ritornò, Ma fu ad inganno ne la nave preso Da Balisardo, come aveti inteso.

Sì come il conte vidde la donzella Che col destriero a l'altra ripa stava, Amor di novo ancora lo martella, Né il doppio inganno più si ramentava, Che gli avea fatto quella anima fella; Lui fuor di modo più che inanzi amava. Chiese di grazia a quella passaggiera Che per mercè lo varca la riviera.

Ed Origilla, che cognobbe il conte, Ben se credette alora de morire; Pallida viene ed abassa la fronte, E per vergogna non sa che se dire. Intorno ha il fiume senza varco o ponte, E gionta è in loco che non può fuggire; Ma non bisogna a lei questa paura, Ché Orlando l'ama fuor d'ogni misura.

E ben ne fece presto dimostranza, Come a lei gionse, con dolci parole. Essa piangendo, o facendo sembianza, Sì come far ciascuna donna suole, Al conte dimandava perdonanza, E tanto invilupò frasche e vïole, Come colei che a frascheggiare era usa, Che al suo fallire aritrovò la scusa.

Mentre che fu tra loro il ragionare Alla riviera sopra al verde piano, Odirno ad alto un corno risuonare Del castelletto sopra al poggio altano; E poi vidderno al ponte giù callare E scendere alla costa il castellano. Senz'arme quel vecchione in arcion era, Ma seco avea d'armati una gran schiera.

Come fu gionto, al conte fie' riguardo, E salutollo assai cortesemente; Poi, sì come era usato, quel vecchiardo Narrò la loro usanza e conveniente Del ponte ove dimora Balisardo, Qual consumata avea cotanta gente; Come era incantator, falso e ribaldo, E ciò che prima avea detto a Ranaldo.

Senza longare in più parole il fatto, Giù per quel fiume Orlando fu portato, E seco in nave Brandimarte adatto, Ed Origilla gli sedea da lato; E volse il conte sopra ad ogni patto Che Brigliador ben fusse governato. Il castellano il tolse, a giuramento Ciò promettendo; e 'l conte fu contento.

Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare E sotto il ponte roïnoso corre, Già sotto a l'arco Balisardo appare, Che quasi pareggiava quella torre. A questo ponto vi serà che fare, Perché tutto l'inferno all'un soccorre, E l'altro è sì gagliardo di natura, Che omo del mondo contra a lui non dura.

Voi doveti, segnori, avere a mente Come era fabricata la muraglia Ove se varca quella acqua corrente: Quivi discese Orlando alla battaglia. Sopra alla entrata non era altra gente, Né porta chiusa avanti, né serraglia. Poi che fu tutto quel castel passato, Trovarno al ponte Balisardo armato.

Benché pregasse Brandimarte assai Di poter gire alla battaglia avante, Non volse Orlando aconsentir giamai, Ma trasse il brando ed isfidò il gigante. Sua Durindana, come io vi contai, Ha racquistata il bon conte d'Anglante, E comencion battaglia aspra e feroce A mezo il ponte sopra quella foce.

Or chi sentesse la destruzione De l'arme rotte, e l'elmi risuonare, E vedesse il gigante col bastone, Con Durindana il conte martellare, E piastre e maglia a gran confusïone Tirare a terra e per l'aria volare, Il mondo non ha cor cotanto ardito, Che a tal furor non fusse sbigotito.

Ambi gli scudi a quello assalto fiero Per la più parte a terra erano andati, Né l'un né l'altro avea in capo cimiero, Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati; Né contar ve potrebbi de legiero Tutti per ponto e colpi smisurati, Ma sempre al conte cresce ardire e possa, A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

Ed è ferito ancora in molte parte, Ma più disconciamente nel costato, Onde malvaggio torna alle sue arte Per tramutarse, come era adusato; L'arme, che intorno avea tagliate e sparte, Gettarno foco e fiamma in ogni lato, Facendo sopra loro un fumo scuro; Tremò la terra in cerco e tutto il muro.

Lui si fece demonio a poco a poco: Come un biscione avea la pelle atorno, Da nove parte fuor gettava il foco, E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno; Tutte le membre avea nel primo loco, Ma sfigurato dalla notte al giorno, Perché ha la faccia orrenda e tanto scura, Che puotea porre a ciascadun paura.

E l'ale grande avea di pipastrello, E le mane agriffate come uncino, Li piedi d'oca e le gambe de ocello, La coda lunga come un babuïno. Un gran forcato prese in mano il fello, Con esso vien adosso al paladino, Soffiando il foco e degrignando e denti, Con cridi ed urli pien d'alti spaventi.