# Orlando Furioso

## Part 7

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49

Deh! perché vo le mie piaghe toccando, senza speranza poi di medicina? perché l'avuto ben vo rimembrando, quando io patisco estrema disciplina? Quando credea d'esser felice, e quando credea ch'amar più mi dovesse Alcina, il cor che m'avea dato si ritolse, e ad altro nuovo amor tutta si volse.

50

Conobbi tardi il suo mobil ingegno, usato amare e disamare a un punto. Non era stato oltre a duo mesi in regno, ch'un novo amante al loco mio fu assunto. Da sé cacciommi la fata con sdegno, e da la grazia sua m'ebbe disgiunto: e seppi poi, che tratti a simil porto avea mill'altri amanti, e tutti a torto.

51

E perché essi non vadano pel mondo di lei narrando la vita lasciva, chi qua chi là, per lo terren fecondo li muta, altri in abete, altri in oliva, altri in palma, altri in cedro, altri secondo che vedi me su questa verde riva; altri in liquido fonte, alcuni in fiera, come più agrada a quella fata altiera.

52

Or tu che sei per non usata via, signor, venuto all'isola fatale, acciò ch'alcuno amante per te sia converso in pietra o in onda, o fatto tale; avrai d'Alcina scettro e signoria, e sarai lieto sopra ogni mortale: ma certo sii di giunger tosto al passo d'entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso.

53

Io te n'ho dato volentieri aviso; non ch'io mi creda che debbia giovarte: pur meglio fia che non vadi improviso, e de' costumi suoi tu sappia parte; che forse, come è differente il viso, è differente ancor l'ingegno e l'arte. Tu saprai forse riparare al danno, quel che saputo mill'altri non hanno. —

54

Ruggier, che conosciuto avea per fama ch'Astolfo alla sua donna cugin era, si dolse assai che in steril pianta e grama mutato avesse la sembianza vera; e per amor di quella che tanto ama (pur che saputo avesse in che maniera) gli avria fatto servizio: ma aiutarlo in altro non potea, ch'in confortarlo.

55

Lo fe' al meglio che seppe; e domandolli poi se via c'era, ch'al regno guidassi di Logistilla, o per piano o per colli, sì che per quel d'Alcina non andassi. Che ben ve n'era un'altra, ritornolli l'arbore a dir, ma piena d'aspri sassi, s'andando un poco inanzi alla man destra salisse il poggio invêr la cima alpestra.

56

Ma che non pensi già che seguir possa il suo camin per quella strada troppo: incontro avrà di gente ardita, grossa e fiera compagnia, con duro intoppo. Alcina ve li tien per muro e fossa a chi volesse uscir fuor del suo groppo. Ruggier quel mirto ringraziò del tutto, poi da lui si partì dotto ed istrutto.

57

Venne al cavallo, e lo disciolse e prese per le redine, e dietro se lo trasse; né, come fece prima, più l'ascese, perché mal grado suo non lo portasse. Seco pensava come nel paese di Logistilla a salvamento andasse. Era disposto e fermo usar ogni opra, che non gli avesse imperio Alcina sopra.

58

Pensò di rimontar sul suo cavallo, e per l'aria spronarlo a nuovo corso: ma dubitò di far poi maggior fallo; che troppo mal quel gli ubidiva al morso. — Io passerò per forza, s'io non fallo, — dicea tra sé, ma vano era il discorso. Non fu duo miglia lungi alla marina, che la bella città vide d'Alcina.

59

Lontan si vide una muraglia lunga che gira intorno, e gran paese serra; e par che la sua altezza al ciel s'aggiunga, e d'oro sia da l'alta cima a terra. Alcun dal mio parer qui si dilunga, e dice ch'ell'è alchimia: e forse ch'erra; ed anco forse meglio di me intende: a me par oro, poi che sì risplende.

60

Come fu presso alle sì ricche mura, che 'l mondo altre non ha de la lor sorte, lasciò la strada che per la pianura ampla e diritta andava alle gran porte; ed a man destra, a quella più sicura, ch'al monte già, piegossi il guerrier forte: ma tosto ritrovò l'iniqua frotta, dal cui furor gli fu turbata e rotta.

61

Non fu veduta mai più strana torma, più monstruosi volti e peggio fatti: alcun' dal collo in giù d'uomini han forma, col viso altri di simie, altri di gatti; stampano alcun con piè caprigni l'orma; alcuni son centauri agili ed atti; son gioveni impudenti e vecchi stolti, chi nudi e chi di strane pelli involti.

62

Chi senza freno in s'un destrier galoppa, chi lento va con l'asino o col bue, altri salisce ad un centauro in groppa, struzzoli molti han sotto, aquile e grue; ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa; chi femina è, chi maschio, e chi amendue; chi porta uncino e chi scala di corda, chi pal di ferro e chi una lima sorda.

63

Di questi il capitano si vedea aver gonfiato il ventre, e 'l viso grasso; il qual su una testuggine sedea, che con gran tardità mutava il passo. Avea di qua e di là chi lo reggea, perché egli era ebro, e tenea il ciglio basso: altri la fronte gli asciugava e il mento, altri i panni scuotea per fargli vento.

64

Un ch'avea umana forma i piedi e 'l ventre, e collo avea di cane, orecchie e testa, contra Ruggiero abaia, acciò ch'egli entre ne la bella città ch'a dietro resta. Rispose il cavallier: — Nol farò, mentre avrà forza la man di regger questa! — e gli mostra la spada, di cui volta avea l'aguzza punta alla sua volta.

65

Quel mostro lui ferir vuol d'una lancia, ma Ruggier presto se gli aventa addosso: una stoccata gli trasse alla pancia, e la fe' un palmo riuscir pel dosso. Lo scudo imbraccia, e qua e là si lancia, ma l'inimico stuolo è troppo grosso: l'un quinci il punge, e l'altro quindi afferra: egli s'arrosta, e fa lor aspra guerra.

66

L'un sin a' denti, e l'altro sin al petto partendo va di quella iniqua razza; ch'alla sua spada non s'oppone elmetto, né scudo, né panziera, né corazza: ma da tutte le parti è così astretto, che bisogno saria, per trovar piazza e tener da sé largo il popul reo, d'aver più braccia e man che Briareo.

67

Se di scoprire avesse avuto aviso lo scudo che già fu del negromante (io dico quel ch'abbarbagliava il viso, quel ch'all'arcione avea lasciato Atlante), subito avria quel brutto stuol conquiso e fattosel cader cieco davante; e forse ben, che disprezzò quel modo, perché virtude usar volse, e non frodo.

68

Sia quel che può, più tosto vuol morire, che rendersi prigione a sì vil gente. Eccoti intanto da la porta uscire del muro, ch'io dicea d'oro lucente, due giovani ch'ai gesti ed al vestire non eran da stimar nate umilmente, né da pastor nutrite con disagi, ma fra delizie di real palagi.

69

L'una e l'altra sedea s'un liocorno, candido più che candido armelino; l'una e l'altra era bella, e di sì adorno abito, e modo tanto pellegrino, che a l'uom, guardando e contemplando intorno, bisognerebbe aver occhio divino per far di lor giudizio: e tal saria Beltà, s'avesse corpo, e Leggiadria.

70

L'una e l'altra n'andò dove nel prato Ruggiero è oppresso da lo stuol villano. Tutta la turba si levò da lato; e quelle al cavallier porser la mano, che tinto in viso di color rosato, le donne ringraziò de l'atto umano: e fu contento, compiacendo loro, di ritornarsi a quella porta d'oro.

71

L'adornamento che s'aggira sopra la bella porta e sporge un poco avante, parte non ha che tutta non si cuopra de le più rare gemme di Levante. Da quattro parti si riposa sopra grosse colonne d'integro diamante. O ver o falso ch'all'occhio risponda, non è cosa più bella o più gioconda.

72

Su per la soglia e fuor per le colonne corron scherzando lascive donzelle, che, se i rispetti debiti alle donne servasser più, sarian forse più belle. Tutte vestite eran di verdi gonne, e coronate di frondi novelle. Queste, con molte offerte e con buon viso, Ruggier fecero entrar nel paradiso:

73

che si può ben così nomar quel loco, ove mi credo che nascesse Amore. Non vi si sta se non in danza e in giuoco, e tutte in festa vi si spendon l'ore: pensier canuto né molto né poco si può quivi albergare in alcun core: non entra quivi disagio né inopia, ma vi sta ognor col corno pien la Copia.

74

Qui, dove con serena e lieta fronte par ch'ognor rida il grazioso aprile, gioveni e donne son: qual presso a fonte canta con dolce e dilettoso stile; qual d'un arbore all'ombra e qual d'un monte o giuoca o danza o fa cosa non vile; e qual, lungi dagli altri, a un suo fedele discuopre l'amorose sue querele.

75

Per le cime dei pini e degli allori, degli alti faggi e degl'irsuti abeti, volan scherzando i pargoletti Amori: di lor vittorie altri godendo lieti, altri pigliando a saettare i cori, la mira quindi, altri tendendo reti; chi tempra dardi ad un ruscel più basso, e chi gli aguzza ad un volubil sasso.

76

Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato, forte, gagliardo, e tutto di pel sauro, ch'avea il bel guernimento ricamato di preziose gemme e di fin auro; e fu lasciato in guardia quello alato, quel che solea ubidire al vecchio Mauro, a un giovene che dietro lo menassi al buon Ruggier, con men frettosi passi.

77

Quelle due belle giovani amorose ch'avean Ruggier da l'empio stuol difeso, da l'empio stuol che dianzi se gli oppose su quel camin ch'avea a man destra preso, gli dissero: — Signor, le virtuose opere vostre che già abbiamo inteso, ne fan sì ardite, che l'aiuto vostro vi chiederemo a beneficio nostro.

78

Noi troverem tra via tosto una lama, che fa due parti di questa pianura. Una crudel, che Erifilla si chiama, difende il ponte, e sforza e inganna e fura chiunque andar ne l'altra ripa brama; ed ella è gigantessa di statura, li denti ha lunghi e velenoso il morso, acute l'ugne, e graffia come un orso.

79

Oltre che sempre ci turbi il camino, che libero saria se non fosse ella, spesso, correndo per tutto il giardino, va disturbando or questa cosa or quella. Sappiate che del populo assassino che vi assalì fuor de la porta bella, molti suoi figli son, tutti seguaci, empi, come ella, inospiti e rapaci. —

80

Ruggier rispose: — Non ch'una battaglia, ma per voi sarò pronto a farne cento: di mia persona, in tutto quel che vaglia, fatene voi secondo il vostro intento; che la cagion ch'io vesto piastra e maglia, non è per guadagnar terre né argento, ma sol per farne beneficio altrui, tanto più a belle donne come vui. —

81

Le donne molte grazie riferiro degne d'un cavallier, come quell'era: e così ragionando ne veniro dove videro il ponte e la riviera; e di smeraldo ornata e di zaffiro su l'arme d'or, vider la donna altiera. Ma dir ne l'altro canto differisco, come Ruggier con lei si pose a risco.

CANTO SETTIMO

1

Chi va lontan da la sua patria, vede cose, da quel che già credea, lontane; che narrandole poi, non se gli crede, e stimato bugiardo ne rimane: che 'l sciocco vulgo non gli vuol dar fede, se non le vede e tocca chiare e piane. Per questo io so che l'inesperienza farà al mio canto dar poca credenza.

2

Poca o molta ch'io ci abbia, non bisogna ch'io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro. A voi so ben che non parrà menzogna, che 'l lume del discorso avete chiaro; ed a voi soli ogni mio intento agogna che 'l frutto sia di mie fatiche caro. Io vi lasciai che 'l ponte e la riviera vider, che 'n guardia avea Erifilla altiera.

3

Quell'era armata del più fin metallo, ch'avean di più color gemme distinto: rubin vermiglio, crisolito giallo, verde smeraldo, con flavo iacinto. Era montata, ma non a cavallo; invece avea di quello un lupo spinto: spinto avea un lupo ove si passa il fiume, con ricca sella fuor d'ogni costume.

4

Non credo ch'un sì grande Apulia n'abbia: egli era grosso ed alto più d'un bue. Con fren spumar non gli facea le labbia, né so come lo regga a voglie sue. La sopravesta di color di sabbia su l'arme avea la maledetta lue: era, fuor che 'l color, di quella sorte ch'i vescovi e i prelati usano in corte.

5

Ed avea ne lo scudo e sul cimiero una gonfiata e velenosa botta. Le donne la mostraro al cavalliero, di qua dal ponte per giostrar ridotta, e fargli scorno e rompergli il sentiero, come ad alcuni usata era talotta. Ella a Ruggier, che torni a dietro, grida: quel piglia un'asta, e la minaccia e sfida.

6

Non men la gigantessa ardita e presta sprona il gran lupo e ne l'arcion si serra, e pon la lancia a mezzo il corso in resta, e fa tremar nel suo venir la terra. Ma pur sul prato al fiero incontro resta; che sotto l'elmo il buon Ruggier l'afferra, e de l'arcion con tal furor la caccia, che la riporta indietro oltra sei braccia.

7

E già, tratta la spada ch'avea cinta, venìa a levarne la testa superba: e ben lo potea far, che come estinta Erifilla giacea tra' fiori e l'erba. Ma le donne gridar: — Basti sia vinta, senza pigliarne altra vendetta acerba. Ripon, cortese cavallier, la spada; passiamo il ponte e seguitian la strada. —

8

Alquanto malagevole ed aspretta per mezzo un bosco presero la via, che oltra che sassosa fosse e stretta, quasi su dritta alla collina gìa. Ma poi che furo ascesi in su la vetta, usciro in spaziosa prateria, dove il più bel palazzo e 'l più giocondo vider, che mai fosse veduto al mondo.

9

La bella Alcina venne un pezzo inante, verso Ruggier fuor de le prime porte, e lo raccolse in signoril sembiante, in mezzo bella ed onorata corte. Da tutti gli altri tanto onore e tante riverenze fur fatte al guerrier forte, che non potrian far più, se tra loro fosse Dio sceso dal superno coro.

10

Non tanto il bel palazzo era eccellente, perché vincesse ogn'altro di ricchezza, quanto ch'avea la più piacevol gente che fosse al mondo e di più gentilezza. Poco era l'un da l'altro differente e di fiorita etade e di bellezza: sola di tutti Alcina era più bella, sì come è bello il sol più d'ogni stella.

11

Di persona era tanto ben formata, quanto me' finger san pittori industri; con bionda chioma lunga ed annodata: oro non è che più risplenda e lustri. Spargeasi per la guancia delicata misto color di rose e di ligustri; di terso avorio era la fronte lieta, che lo spazio finia con giusta meta.

12

Sotto duo negri e sottilissimi archi son duo negri occhi, anzi duo chiari soli, pietosi a riguardare, a mover parchi; intorno cui par ch'Amor scherzi e voli, e ch'indi tutta la faretra scarchi e che visibilmente i cori involi: quindi il naso per mezzo il viso scende, che non truova l'invidia ove l'emende.

13

Sotto quel sta, quasi fra due vallette, la bocca sparsa di natio cinabro; quivi due filze son di perle elette, che chiude ed apre un bello e dolce labro: quindi escon le cortesi parolette da render molle ogni cor rozzo e scabro; quivi si forma quel suave riso, ch'apre a sua posta in terra il paradiso.

14

Bianca nieve è il bel collo, e 'l petto latte; il collo è tondo, il petto colmo e largo: due pome acerbe, e pur d'avorio fatte, vengono e van come onda al primo margo, quando piacevole aura il mar combatte. Non potria l'altre parti veder Argo: ben si può giudicar che corrisponde a quel ch'appar di fuor quel che s'asconde.

15

Mostran le braccia sua misura giusta; e la candida man spesso si vede lunghetta alquanto e di larghezza angusta, dove né nodo appar, né vena eccede. Si vede al fin de la persona augusta il breve, asciutto e ritondetto piede. Gli angelici sembianti nati in cielo non si ponno celar sotto alcun velo.

16

Avea in ogni sua parte un laccio teso, o parli o rida o canti o passo muova: né maraviglia è se Ruggier n'è preso, poi che tanto benigna se la truova. Quel che di lei già avea dal mirto inteso, com'è perfida e ria, poco gli giova; ch'inganno o tradimento non gli è aviso che possa star con sì soave riso.

17

Anzi pur creder vuol che da costei fosse converso Astolfo in su l'arena per li suoi portamenti ingrati e rei, e sia degno di questa e di più pena: e tutto quel ch'udito avea di lei, stima esser falso; e che vendetta mena, e mena astio ed invidia quel dolente a lei biasmare, e che del tutto mente.

18

La bella donna che cotanto amava, novellamente gli è dal cor partita; che per incanto Alcina gli lo lava d'ogni antica amorosa sua ferita; e di sé sola e del suo amor lo grava, e in quello essa riman sola sculpita: sì che scusar il buon Ruggier si deve, se si mostrò quivi incostante e lieve.

19

A quella mensa citare, arpe e lire, e diversi altri dilettevol suoni faceano intorno l'aria tintinire d'armonia dolce e di concenti buoni. Non vi mancava chie, cantando, dire d'amor sapesse gaudi e passioni, o con invenzioni e poesie rappresentasse grate fantasie.

20

Qual mensa trionfante e suntuosa di qualsivoglia successor di Nino, o qual mai tanto celebre e famosa di Cleopatra al vincitor latino, potria a questa esser par, che l'amorosa fata avea posta inanzi al paladino? Tal non cred'io che s'apparecchi dove ministra Ganimede al sommo Giove.

21

Tolte che fur le mense e le vivande, facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto: che ne l'orecchio l'un l'altro domande, come più piace lor, qualche secreto; il che agli amanti fu commodo grande di scoprir l'amor lor senza divieto: e furon lor conclusioni estreme di ritrovarsi quella notte insieme.

22

Finir quel giuoco tosto, e molto inanzi che non solea là dentro esser costume: con torchi allora i paggi entrati inanzi, le tenebre cacciar con molto lume. Tra bella compagnia dietro e dinanzi andò Ruggiero a ritrovar le piume in una adorna e fresca cameretta, per la miglior di tutte l'altre eletta.

23

E poi che di confetti e di buon vini di nuovo fatti fur debiti inviti, e partir gli altri riverenti e chini, ed alle stanze lor tutti sono iti; Ruggiero entrò ne' profumati lini che pareano di man d'Aracne usciti, tenendo tuttavia l'orecchie attente, s'ancora venir la bella donna sente.

24

Ad ogni piccol moto ch'egli udiva, sperando che fosse ella, il capo alzava: sentir credeasi, e spesso non sentiva; poi del suo errore accorto sospirava. Talvolta uscia del letto e l'uscio apriva, guatava fuori, e nulla vi trovava: e maledì ben mille volte l'ora che facea al trapassar tanta dimora.

25

Tra sé dicea sovente: — Or si parte ella; — e cominciava a noverare i passi ch'esser potean da la sua stanza a quella donde aspettando sta che Alcina passi; e questi ed altri, prima che la bella donna vi sia, vani disegni fassi. Teme di qualche impedimento spesso, che tra il frutto e la man non gli sia messo.

26

Alcina, poi ch'a' preziosi odori dopo gran spazio pose alcuna meta, venuto il tempo che più non dimori, ormai ch'in casa era ogni cosa cheta, de la camera sua sola uscì fuori; e tacita n'andò per via secreta dove a Ruggiero avean timore e speme gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.

27

Come si vide il successor d'Astolfo sopra apparir quelle ridenti stelle, come abbia ne le vene acceso zolfo, non par che capir possa ne la pelle. Or sino agli occhi ben nuota nel golfo de le delizie e de le cose belle: salta del letto, e in braccio la raccoglie, né può tanto aspettar ch'ella si spoglie;

28

ben che né gonna né faldiglia avesse; che venne avolta in un leggier zendado che sopra una camicia ella si messe, bianca e suttil nel più eccellente grado. Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse il manto: e restò il vel suttile e rado, che non copria dinanzi né di dietro, più che le rose o i gigli un chiaro vetro.

29

Non così strettamente edera preme pianta ove intorno abbarbicata s'abbia, come si stringon li dui amanti insieme, cogliendo de lo spirto in su le labbia suave fior, qual non produce seme indo o sabeo ne l'odorata sabbia. Del gran piacer ch'avean, lor dicer tocca; che spesso avean più d'una lingua in bocca.

30

Queste cose là dentro eran secrete, o se pur non secrete, almen taciute; che raro fu tener le labra chete biasmo ad alcun, ma ben spesso virtute. Tutte proferte ed accoglienze liete fanno a Ruggier quelle persone astute: ognun lo reverisce e se gli inchina; che così vuol l'innamorata Alcina.

31

Non è diletto alcun che di fuor reste; che tutti son ne l'amorosa stanza. E due e tre volte il dì mutano veste, fatte or ad una ora ad un'altra usanza. Spesso in conviti, e sempre stanno in feste, in giostre, in lotte, in scene, in bagno, in danza: or presso ai fonti, all'ombre de' poggetti, leggon d'antiqui gli amorosi detti;

32

or per l'ombrose valli e lieti colli vanno cacciando le paurose lepri; or con sagaci cani i fagian folli con strepito uscir fan di stoppie e vepri; or a' tordi lacciuoli, or veschi molli tendon tra gli odoriferi ginepri; or con ami inescati ed or con reti turban a' pesci i grati lor secreti.

33

Stava Ruggiero in tanta gioia e festa, mentre Carlo in travaglio ed Agramante, di cui l'istoria io non vorrei per questa porre in oblio, né lasciar Bradamante, che con travaglio e con pena molesta pianse più giorni il disiato amante, ch'avea per strade disusate e nuove veduto portar via, né sapea dove.

34

Di costei prima che degli altri dico, che molti giorni andò cercando invano pei boschi ombrosi e per lo campo aprico, per ville, per città, per monte e piano; né mai potè saper del caro amico, che di tanto intervallo era lontano. Ne l'oste saracin spesso venìa, né mai del suo Ruggier ritrovò spia.

35

Ogni dì ne domanda a più di cento, né alcun le ne sa mai render ragioni. D'alloggiamento va in alloggiamento, cercandone e trabacche e padiglioni: e lo può far; che senza impedimento passa tra cavallieri e tra pedoni, mercè all'annel che fuor d'ogni uman uso la fa sparir quando l'è in bocca chiuso.

36

Né può né creder vuol che morto sia; perché di sì grande uom l'alta ruina da l'onde idaspe udita si saria fin dove il sole a riposar declina. Non sa né dir né imaginar che via far possa o in cielo o in terra; e pur meschina lo va cercando, e per compagni mena sospiri e pianti ed ogni acerba pena.

37

Pensò al fin di tornare alla spelonca dove eran l'ossa di Merlin profeta, e gridar tanto intorno a quella conca, che 'l freddo marmo si movesse a pieta; che se vivea Ruggiero, o gli avea tronca l'alta necessità la vita lieta, si sapria quindi: e poi s'appiglierebbe a quel miglior consiglio che n'avrebbe.

38

Con questa intenzion prese il camino verso le selve prossime a Pontiero, dove la vocal tomba di Merlino era nascosa in loco alpestro e fiero. Ma quella maga che sempre vicino tenuto a Bradamante avea il pensiero, quella, dico io, che ne la bella grotta l'avea de la sua stirpe istrutta e dotta;

39

quella benigna e saggia incantatrice, la quale ha sempre cura di costei, sappiendo ch'esser de' progenitrice d'uomini invitti, anzi di semidei; ciascun dì vuol sapere che fa, che dice, e getta ciascun dì sorte per lei. Di Ruggier liberato e poi perduto, e dove in India andò, tutto ha saputo.

40

Ben veduto l'avea su quel cavallo che regger non potea, ch'era sfrenato, scostarsi di lunghissimo intervallo per sentier periglioso e non usato; e ben sapea che stava in giuoco e in ballo e in cibo e in ozio molle e delicato, né più memoria avea del suo signore, né de la donna sua, né del suo onore.

41

E così il fior de li begli anni suoi in lunga inerzia aver potria consunto sì gentil cavallier, per dover poi perdere il corpo e l'anima in un punto; e quel odor che sol riman di noi, poscia che 'l resto fragile è defunto, che tra' l'uom del sepulcro e in vita il serba, gli saria stato o tronco o svelto in erba.

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