Part 65
Di meco conferir non ti rincresca il tuo dolore, e lasciami far prova, se forza, se lusinga, acciò tu n'esca, se gran tesor, s'arte, s'astuzia giova. Poi, quando l'opra mia non ti riesca, la morte sia ch'al fin te ne rimuova: ma non voler venir prima a quest'atto, che ciò che si può far, non abbi fatto. —
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E seguitò con sì efficaci prieghi, e con parlar sì umano e sì benigno, che non può far Ruggier che non si pieghi; che né di ferro ha il cor né di macigno, e vede, quando la risposta nieghi, che farà discortese atto e maligno. Risponde; ma due volte o tre s'incocca prima il parlar, ch'uscir voglia di bocca.
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— Signor mio (disse al fin), quando saprai colui ch'io son (che son per dirtel ora), mi rendo certo che di me sarai non men contento, e forse più, ch'io muora. Sappi ch'io son colui che sì in odio hai: io son Ruggier ch'ebbi te in odio ancora; e che con intenzion di porti a morte, già son più giorni, usci' di questa corte;
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acciò per te non mi vedessi tolta Bradamante, sentendo esser d'Amone la voluntade a tuo favor rivolta. Ma perché ordina l'uomo, e Dio dispone, venne il bisogno ove mi fe' la molta tua cortesia mutar d'opinione; e non pur l'odio ch'io t'avea, deposi, ma fe' ch'esser tuo sempre io mi disposi.
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Tu mi pregasti, non sapendo ch'io fossi Ruggier, ch'io ti facessi avere la donna; ch'altretanto saria il mio cor fuor del corpo, o l'anima volere. Se sodisfar più tosto al tuo disio, ch'al mio, ho voluto, t'ho fatto vedere. Tua fatta è Bradamante; abbila in pace: molto più che 'l mio bene, il tuo mi piace.
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Piaccia a te ancora, se privo di lei mi son, ch'insieme io sia di vita privo; che più tosto senz'anima potrei, che senza Bradamante restar vivo. Appresso, per averla tu non sei mai legitimamente, fin ch'io vivo: che tra noi sposalizio è già contratto, né duo mariti ella può avere a un tratto. —
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Riman Leon sì pien di maraviglia, quando Ruggiero esser costui gli è noto, che senza muover bocca o batter ciglia o mutar piè, come una statua, è immoto: a statua, più ch'ad uomo, s'assimiglia, che ne le chiese alcun metta per voto. Ben sì gran cortesia questa gli pare, che non ha avuto e non avrà mai pare.
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E conosciutol per Ruggier, non solo non scema il ben che gli voleva pria; ma sì l'accresce, che non men del duolo di Ruggiero egli, che Ruggier, patia. Per questo, e per mostrarsi che figliuolo d'imperator meritamente sia, non vuol, se ben nel resto a Ruggier cede, ch'in cortesia gli metta inanzi il piede.
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E dice: — Se quel dì, Ruggier, ch'offeso fu il campo mio dal valor tuo stupendo, ancor ch'io t'avea in odio, avessi inteso che tu fossi Ruggier, come ora intendo; così la tua virtù m'avrebbe preso, come fece anco allor, non lo sapendo; e così spinto dal cor l'odio, e tosto questo amor ch'io ti porto, v'avria posto.
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Che prima il nome di Ruggiero odiassi, ch'io sapessi che tu fosse Ruggiero, non negherò: ma ch'or più inanzi passi l'odio ch'io t'ebbi, t'esca del pensiero. E se, quando di carcere io ti trassi, n'avesse, come or n'ho, saputo il vero; il medesimo avrei fatto anco allora, ch'a benefizio tuo son per far ora.
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E s'allor volentier fatto l'avrei, ch'io non t'era, come or sono, obligato; quant'or più farlo debbo, che sarei, non lo facendo, il più d'ogn'altro ingrato; poi che negando il tuo voler, ti sei privo d'ogni tuo bene, e a me l'hai dato. Ma te lo rendo, e più contento sono renderlo a te, ch'aver io avuto il dono.
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Molto più a te, ch'a me, costei conviensi, la qual, ben ch'io per li suoi merit'ami, non è però, s'altri l'avrà, ch'io pensi, come tu, al viver mio romper li stami. Non vo' che la tua morte mi dispensi, che possi, sciolto ch'ella avrà i legami che son del matrimonio ora fra voi, per legitima moglie averla io poi.
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Non che di lei, ma restar privo voglio di ciò c'ho al mondo, e de la vita appresso, prima che s'oda mai ch'abbia cordoglio per mia cagion tal cavalliero oppresso. De la tua difidenza ben mi doglio; che tu che puoi, non men che di te stesso, di me dispor, più tosto abbi voluto morir di duol, che da me avere aiuto. —
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Queste parole ed altre suggiungendo, che tutte saria lungo riferire, e sempre le ragion redarguendo, ch'in contrario Ruggier gli potea dire; fe' tanto, ch'al fin disse: — Io mi ti rendo, e contento sarò di non morire. Ma quando ti sciorrò l'obligo mai, ché due volte la vita dato m'hai? —
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Cibo soave e precioso vino Melissa ivi portar fece in un tratto; e confortò Ruggier, ch'era vicino, non s'aiutando, a rimaner disfatto. Sentito in questo tempo avea Frontino cavalli quivi, e v'era accorso ratto. Leon pigliar da li scudieri suoi lo fe' e sellare, ed a Ruggier dar poi;
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il qual con gran fatica, ancor ch'aiuto avesse da Leon, sopra vi salse: così quel vigor manco era venuto, che pochi giorni inanzi in modo valse, che vincer tutto un campo avea potuto, e far quel che fe' poi con l'arme false. Quindi partiti, giunser, che più via non fer di mezza lega, a una badia:
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ove posaro il resto di quel giorno, e l'altro appresso, e l'altro tutto intero, tanto che 'l cavallier dal liocorno tornato fu nel suo vigor primiero. Poi con Melissa e con Leon ritorno alla città real fece Ruggiero, e vi trovò che la passata sera l'imbasciaria de' Bulgari giunt'era.
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Che quella nazion, la qual s'avea Ruggiero eletto re, quivi a chiamarlo mandava questi suoi, che si credea d'averlo in Francia appresso al magno Carlo: perché giurargli fedeltà volea, e dar di sé dominio, e coronarlo. Lo scudier di Ruggier, che si ritrova con questa gente, ha di lui dato nuova.
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De la battaglia ha detto, ch'in favore de' Bulgari a Belgrado egli avea fatta, ove Leon col padre imperatore vinto, e sua gente avea morta e disfatta; e per questo l'avean fatto signore, messo da parte ogni uomo di sua schiatta: e come a Novengrado era poi stato preso da Ungiardo, e a Teodora dato:
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e che venuta era la nuova certa, che 'l suo guardian s'era trovato ucciso, e lui fuggito, e la prigione aperta: che poi ne fosse, non v'era altro avviso. Entrò Ruggier per via molto coperta ne la città, né fu veduto in viso. La seguente mattina egli e 'l compagno Leone appresentossi a Carlo Magno.
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S'appresentò Ruggier con l'augel d'oro che nel campo vermiglio avea due teste, e come disegnato era fra loro, con le medesme insegne e sopraveste che, come dianzi ne la pugna foro, eran tagliate ancor, forate e peste; sì che tosto per quel fu conosciuto, ch'avea con Bradamante combattuto.
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Con ricche vesti e regalmente ornato Leon senz'arme a par con lui venìa; e dinanzi e di dietro e d'ogni lato avea onorata e degna compagnia. A Carlo s'inchinò, che già levato se gli era incontra; e avendo tuttavia Ruggier per man, nel qual intente e fisse ognuno avea le luci, così disse:
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— Questo è il buon cavalliero il qual difeso s'è dal nascer del giorno al giorno estinto; e poi che Bradamante o morto o preso o fuor non l'ha de lo steccato spinto, magnanimo signor, se bene inteso ha il vostro bando, è certo d'aver vinto, e d'aver lei per moglie guadagnata; e così viene, acciò che gli sia data.
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Oltre che di ragion, per lo tenore del bando, non v'ha altr'uom da far disegno: se s'ha da meritarla per valore, qual cavallier più di costui n'è degno? s'aver la dee chi più le porta amore, non è chi 'l passi o ch'arrivi al suo segno. Ed è qui presto contra a chi s'oppone, per difender con l'arme sua ragione. —
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Carlo e tutta la corte stupefatta, questo udendo, restò; ch'avea creduto che Leon la battaglia avesse fatta, non questo cavallier non conosciuto. Marfisa, che con gli altri quivi tratta s'era ad udire, e ch'a pena potuto avea tacer fin che Leon finisse il suo parlar, si fece inanzi e disse:
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— Poi che non c'è Ruggier, che la contesa de la moglier fra sé e costui discioglia; acciò per mancamento di difesa così senza rumor non se gli toglia, io che gli son sorella, questa impresa piglio contra a ciascun, sia chi si voglia, che dica aver ragione in Bradamante, o di merto a Ruggiero andare inante. —
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E con tant'ira e tanto sdegno espresse questo parlar, che molti ebber sospetto, che senza attender Carlo che le desse campo, ella avesse a far quivi l'effetto. Or non parve a Leon che più dovesse Ruggier celarsi, e gli cavò l'elmetto; e rivolto a Marfisa: — Ecco lui pronto a rendervi di sé (disse) buon conto. —
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Quale il canuto Egeo rimase, quando si fu alla mensa scelerata accorto, che quello era il suo figlio, al quale, instando l'iniqua moglie, avea il veneno porto; e poco più che fosse ito indugiando di conoscer la spada, l'avria morto: tal fu Marfisa, quando il cavalliero ch'odiato avea, conobbe esser Ruggiero.
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E corse senza indugio ad abbracciarlo, né dispiccar se gli sapea dal collo. Rinaldo, Orlando, e di lor prima Carlo di qua e di là con grand'amor baciollo. Né Dudon né Olivier d'accarezzarlo, né 'l re Sobrin si può veder satollo. Dei paladini e dei baron nessuno di far festa a Ruggier restò digiuno.
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Leone, il qual sapea molto ben dire, finiti che si fur gli abbracciamenti, cominciò inanzi a Carlo a riferire, udendo tutti quei ch'eran presenti, come la gagliardia, come l'ardire (ancor che con gran danno di sue genti) di Ruggier, ch'a Belgrado avea veduto, più d'ogni offesa avea di sé potuto;
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sì ch'essendo di poi preso e condutto a colei ch'ogni strazio n'avria fatto, di prigione egli, mal grado di tutto il parentado suo, l'aveva tratto; e come il buon Ruggier, per render frutto e mercede a Leon del suo riscatto, fe' l'alta cortesia che sempre a quante ne furo o saran mai, passarà inante.
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E seguendo narrò di punto in punto ciò che per lui fatto Ruggiero avea; e come poi da gran dolor compunto, che di lasciar la moglie gli premea, s'era disposto di morire; e giunto v'era vicin, se non si soccorrea. E con sì dolci affetti il tutto espresse, che quivi occhio non fu ch'asciutto stesse.
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Rivolse poi con sì efficaci preghi le sue parole all'ostinato Amone, che non sol che lo muova, che lo pieghi, che lo faccia mutar d'opinione; ma fa ch'egli in persona andar non nieghi a supplicar Ruggier che gli perdone, e per padre e per suocero l'accette; e così Bradamante gli promette.
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A cui là dove, de la vita in forse, piangea i suoi casi in camera segreta, con lieti gridi in molta fretta corse per più d'un messo la novella lieta: onde il sangue ch'al cor, quando lo morse prima il dolor, fu tratto da la pieta, a questo annunzio il lasciò solo in guisa, che quasi il gaudio ha la donzella uccisa.
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Ella riman d'ogni vigor sì vota, che di tenersi in piè non ha balìa; ben che di quella forza ch'esser nota vi debbe, e di quel grande animo sia. Non più di lei, chi a ceppo, a laccio, a ruota sia condannato o ad altra morte ria, e che già agli occhi abbia la benda negra, gridar sentendo grazia, si rallegra.
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Si rallegra Mongrana e Chiaramonte, di nuovo nodo i dui raggiunti rami: altretanto si duol Gano col conte Anselmo, e con Falcon Gini e Ginami; ma pur coprendo sotto un'altra fronte van lor pensieri invidiosi e grami; e occasione attendon di vendetta, come la volpe al varco il lepre aspetta.
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Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso molti in più volte avean di quei malvagi; ben che l'ingiurie fur con saggio avviso dal re acchetate, ed i commun disagi; avea di nuovo lor levato il riso l'ucciso Pinabello e Bertolagi: ma pur la fellonia tenean coperta, dissimulando aver la cosa certa.
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Gli imbasciatori bulgari che in corte di Carlo eran venuti, come ho detto, con speme di trovare il guerrier forte del liocorno, al regno loro eletto; sentendol quivi, chiamar buona sorte la lor, che dato avea alla speme effetto; e riverenti ai piè se gli gittaro, e che tornassi in Bulgheria il pregaro;
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ove in Adrianopoli servato gli era lo scettro e la real corona: ma venga egli a difendersi lo stato; ch'a danni lor di nuovo si ragiona che più numer di gente apparecchiato ha Costantino, e torna anco in persona: ed essi, se 'l suo re ponno aver seco, speran di torre a lui l'imperio greco.
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Ruggiero accettò il regno, e non contese ai preghi loro, e in Bulgheria promesse di ritrovarsi dopo il terzo mese, quando Fortuna altro di lui non fêsse. Leone Augusto che la cosa intese, disse a Ruggier, ch'alla sua fede stesse, che, poi ch'egli de' Bulgari ha il domìno, la pace è tra lor fatta e Costantino:
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né da partir di Francia s'avrà in fretta, per esser capitan de le sue squadre; che d'ogni terra ch'abbiano suggetta, far la rinunzia gli farà dal padre. Non è virtù che di Ruggier sia detta, ch'a muover sì l'ambiziosa madre di Bradamante, e far che 'l genero ami, vaglia, come ora udir, che re si chiami.
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Fansi le nozze splendide e reali, convenienti a chi cura ne piglia: Carlo ne piglia cura, e le fa quali farebbe, maritando una sua figlia. I merti de la donna erano tali, oltre a quelli di tutta sua famiglia, ch'a quel signor non parria uscir del segno, se spendesse per lei mezzo il suo regno.
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Libera corte fa bandire intorno, ove sicuro ognun possa venire; e campo franco sin al nono giorno concede a chi contese ha da partire. Fe' alla campagna l'apparato adorno di rami intesti e di bei fiori ordire, d'oro e di seta poi, tanto giocondo, che 'l più bel luogo mai non fu nel mondo.
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Dentro a Parigi non sariano state l'innumerabil genti peregrine, povere e ricche e d'ogni qualitate, che v'eran, greche, barbare e latine. Tanti signori, e imbascierie mandate di tutto 'l mondo, non aveano fine: erano in padiglion, tende e frascati con gran commodità tutti alloggiati.
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Con eccellente e singulare ornato la notte inanzi avea Melissa maga il maritale albergo apparecchiato, di ch'era stata già gran tempo vaga. Già molto tempo inanzi desiato questa copula avea quella presaga: de l'avvenir presaga, sapea quanta bontade uscir dovea da la lor pianta.
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Posto avea il genial letto fecondo in mezzo un padiglione amplo e capace, il più ricco, il più ornato, il più giocondo che già mai fosse o per guerra o per pace, o prima o dopo, teso in tutto 'l mondo; e tolto ella l'avea dal lito trace: l'avea di sopra a Costantin levato, ch'a diporto sul mar s'era attendato.
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Melissa di consenso di Leone, o più tosto per dargli maraviglia, e mostrargli de l'arte paragone, ch'al gran vermo infernal mette la briglia, e che di lui, come a lei par, dispone, e de la a Dio nimica empia famiglia; fe' da Costantinopoli a Parigi portare il padiglion dai messi stigi.
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Di sopra a Costantin ch'avea l'impero di Grecia, lo levò da mezzo giorno, con le corde e col fusto, e con l'intero guernimento ch'avea dentro e d'intorno: lo fe' portar per l'aria, e di Ruggiero quivi lo fece alloggiamento adorno. Poi, finite le nozze, anco tornollo miraculosamente onde levollo.
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Eran degli anni appresso che duo milia che fu quel ricco padiglion trapunto. Una donzella de la terra d'Ilia, ch'avea il furor profetico congiunto, con studio di gran tempo e con vigilia lo fece di sua man di tutto punto. Cassandra fu nomata, ed al fratello inclito Ettòr fece un bel don di quello.
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Il più cortese cavallier che mai dovea del ceppo uscir del suo germano (ben che sapea, da la radice assai che quel per molti rami era lontano) ritratto avea nei bei ricami gai d'oro e di varia seta, di sua mano. L'ebbe, mentre che visse, Ettorre in pregio per chi lo fece, e pel lavoro egregio.
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Ma poi ch'a tradimento ebbe la morte, e fu 'l popul troian da' Greci afflitto; che Sinon falso aperse lor le porte, e peggio seguitò, che non è scritto; Menelao ebbe il padiglione in sorte, col quale a capitar venne in Egitto, ove al re Proteo lo lasciò, se volse la moglie aver, che quel tiran gli tolse.
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Elena nominata era colei per cui lo padiglione a Proteo diede; che poi successe in man de' Tolomei, tanto che Cleopatra ne fu erede. Da le genti d'Agrippa tolto a lei nel mar Leucadio fu con altre prede: in man d'Augusto e di Tiberio venne, e in Roma sin a Costantin si tenne;
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quel Costantin di cui doler si debbe la bella Italia, fin che gir il cielo. Costantin, poi che 'l Tevero gl'increbbe, portò in Bisanzio il prezioso velo: da un altro Costantin Melissa l'ebbe. Oro le corde, avorio era lo stelo; tutto trapunto con figure belle, più che mai con pennel facesse Apelle.
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Quivi le Grazie in abito giocondo una regina aiutavano al parto: sì bello infante n'apparia, che 'l mondo non ebbe un tal dal secol primo al quarto. Vedeasi Iove, e Mercurio facondo, Venere e Marte, che l'avevano sparto a man piene e spargean d'eterei fiori, di dolce ambrosia e di celesti odori.
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Ippolito diceva una scrittura sopra le fasce in lettere minute. In età poi più ferma l'Aventura l'avea per mano, e inanzi era Virtute. Mostrava nove genti la pittura con veste e chiome lunghe, che venute a domandar la parte di Corvino erano al padre il tenero bambino.
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Da Ercole partirsi riverente si vede, e da la madre Leonora; e venir sul Danubio, ove la gente corre a vederlo, e come un Dio l'adora. Vedesi il re degli Ungari prudente, che 'l maturo sapere ammira e onora in non matura età tenera e molle, e sopra tutti i suoi baron l'estolle.
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V'è che negli infantili e teneri anni lo scettro di Strigonia in man gli pone: sempre il fanciullo se gli vede a' panni, sia nel palagio, sia nel padiglione: o contra Turchi, o contra gli Alemanni quel re possente faccia espedizione, Ippolito gli è appresso, e fiso attende a' magnanimi gesti, e virtù apprende.
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Quivi si vede, come il fior dispensi de' suoi primi anni in disciplina ed arte. Fusco gli è appresso, che gli occulti sensi chiari gli espone de l'antiche carte. — Questo schivar, questo seguir conviensi, se immortal brami e glorioso farte, — par che gli dica: così avea ben finti i gesti lor chi già gli avea dipinti.
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Poi cardinale appar, ma giovinetto, sedere in Vaticano a consistoro, e con facondia aprir l'alto intelletto, e far di sé stupir tutto quel coro. — Qual fia dunque costui d'età perfetto? (parean con maraviglia dir tra loro). Oh se di Pietro mai gli tocca il manto, che fortunata età! che secol santo! —
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In altra parte i liberali spassi erano e i giuochi del giovene illustre. Or gli orsi affronta sugli alpini sassi, ora i cingiali in valle ima e palustre: or s'un gianetto par che 'l vento passi, seguendo o caprio o cerva multilustre, che giunta par che bipartita cada in parti uguali a un sol colpo di spada.
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Di filosofi altrove e di poeti si vede in mezzo un'onorata squadra. Quel gli dipinge il corso de' pianeti, questi la terra, quello il ciel gli squadra: questi meste elegie, quel versi lieti, quel canta eroici, o qualche oda leggiadra. Musici ascolta, e vari suoni altrove; né senza somma grazia un passo muove.
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In questa prima parte era dipinta del sublime garzon la puerizia. Cassandra l'altra avea tutta distinta di gesti di prudenza, di iustizia, di valor, di modestia, e de la quinta che tien con lor strettissima amicizia, dico de la virtù che dona e spende; de le qual tutte illuminato splende.
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In questa parte il giovene si vede col duca sfortunato degl'Insubri, ch'ora in pace a consiglio con lui siede, or armato con lui spiega i colubri; e sempre par d'una medesma fede, o ne' felici tempi o nei lugubri: ne la fuga lo segue, lo conforta ne l'afflizion, gli è nel periglio scorta.
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Si vede altrove a gran pensieri intento per salute d'Alfonso e di Ferrara; che va cercando per strano argumento, e trova, e fa veder per cosa chiara al giustissimo frate il tradimento che gli usa la famiglia sua più cara: e per questo si fa del nome erede, che Roma a Ciceron libera diede.
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Vedesi altrove in arme relucente, ch'ad aiutar la Chiesa in fretta corre; e con tumultuaria e poca gente a un esercito istrutto si va opporre; e solo il ritrovarsi egli presente tanto agli Ecclesiastici soccorre, che 'l fuoco estingue pria ch'arder comince: sì che può dir, che viene e vede e vince.
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Vedesi altrove da la patria riva pugnar incontra la più forte armata, che contra Turchi o contra gente argiva da' Veneziani mai fosse mandata: la rompe e vince, ed al fratel captiva con la gran preda l'ha tutta donata; né per sé vedi altro serbarsi lui, che l'onor sol, che non può dare altrui.
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Le donne e i cavallier mirano fisi, senza trarne costrutto, le figure; perché non hanno appresso che gli avvisi che tutte quelle sien cose future. Prendon piacere a riguardare i visi belli e ben fatti, e legger le scritture. Sol Bradamante da Melissa istrutta gode tra sé; che sa l'istoria tutta.
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Ruggiero, ancor ch'a par di Bradamante non ne sia dotto, pur gli torna a mente che fra i nipoti suoi gli solea Atlante commendar questo Ippolito sovente. Chi potria in versi a pieno dir le tante cortesie che fa Carlo ad ogni gente? Di vari giochi è sempre festa grande, e la mensa ognor piena di vivande.
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Vedesi quivi chi è buon cavalliero; che vi son mille lance il giorno rotte: fansi battaglie a piedi e a destriero, altre accoppiate, altre confuse in frotte. Più degli altri valor mostra Ruggiero, che vince sempre, e giostra il dì e la notte; e così in danza, in lotta ed in ogni opra sempre con molto onor resta di sopra.
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L'ultimo dì, ne l'ora che 'l solenne convito era a gran festa incominciato; che Carlo a man sinistra Ruggier tenne, e Bradamante avea dal destro lato; di verso la campagna in fretta venne contra le mense un cavalliero armato, tutto coperto egli e 'l destrier di nero, di gran persona, e di sembiante altiero.
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Quest'era il re d'Algier, che per lo scorno che gli fe' sopra il ponte la donzella, giurato avea di non porsi arme intorno, né stringer spada, né montare in sella, fin che non fosse un anno, un mese e un giorno stato, come eremita, entro una cella. Così a quel tempo solean per se stessi punirsi i cavallier di tali eccessi.
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Se ben di Carlo in questo mezzo intese e del re suo signore ogni successo; per non disdirsi, non più l'arme prese, che se non pertenesse il fatto ad esso. Ma poi che tutto l'anno e tutto 'l mese vede finito, e tutto 'l giorno appresso con nuove arme e cavallo e spada e lancia alla corte or ne vien quivi in Francia.
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Senza smontar, senza chinar la testa, e senza segno alcun di riverenza, mostra Carlo sprezzar con la sua gesta, e de tanti signor l'alta presenza. Maraviglioso e attonito ognun resta, che si pigli costui tanta licenza. Lasciano i cibi e lascian le parole per ascoltar ciò che 'l guerrier dir vuole.
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Poi che fu a Carlo ed a Ruggiero a fronte, con alta voce ed orgoglioso grido: — Son (disse) il re di Sarza, Rodomonte, che te, Ruggiero, alla battaglia sfido; e qui ti vo', prima che 'l sol tramonte, provar ch'al tuo signor sei stato infido; e che non merti, che sei traditore, fra questi cavallieri alcun onore.
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